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11 agosto 2014 1 11 /08 /agosto /2014 07:01

Etnatrail 2014. il mio Ornitos Trail: come tutto finisce e ricomincia sempre dall'Etna... (Simona Patti)

In occasione dell'Etnatrail 2014 dello scorso 2 agosto 2014, Simona Patti ha preso parte alla gara breve, l'Ornitos Trail sulla distanza di 24 km. Ha voluto scriverci qualcosa relativa a questa sua esperienza, uno scritto che è insieme cronaca di gara e rielaborazione della sua esperienza.
Così, ci ha scritto in una breve nota di accompagnamento, nell'inviare il suo articolo: "La stesura non è stata immediata, ma in genere ho bisogno di qualche giorno per rielaborare tutto, il risultato è sicuramente migliore. 
Approfitto per farti i complimenti per il sito ultramaratone: per chi è appassionato di corsa è un'ottima lettura, perché tratti qualsiasi argomento che abbia a che fare con questo sport, dalla semplice descrizione dell'evento ai risultati, e - infine - anche le riflessioni di noi runner, da cui io spesso traggo spunto per la mia crescita sportiva e spirituale!"
Simona, grazie per averci inviato il tuo scritto, ma anche grazie per le tue belle parole! 

Etnatrail 2014. il mio Ornitos Trail: come tutto finisce e ricomincia sempre dall'Etna... (Simona Patti)(Simona Patti) Quest'anno la magia della corsa trail sull'Etna non si è limitata al giorno della gara in sé, ma è iniziata il giorno prima.

Il mio senso di beatitudine è iniziato, infatti, all'arrivo a Linguaglossa e poi successivamente, durante il percorso della strada Mareneve in direzione Piano Provenzana: la stessa strada che stavo percorrendo comodamente in auto, poco più di un mese fa l'avevo corsa a piedi in occasione della Supermaratona 0-3000. Come ricordo nitidamente ogni tornante! Ogni punto è foriero di ricordi: qui c'era un ristoro, qui la moglie di un altro partecipante mi ha rifornito di acqua, qui Paolo mi ha dato la Coca Cola, da questo albero ha iniziato a piovere, e così via, ogni metro mi racconta ancora della Supermaratona, tracce indelebili che rimarranno nel cuore e nella mente.

Rifletto sul fatto che ogni qual volta percorro (o il giorno dopo o anche dopo più tempo) lo stesso tratto in cui ho fatto una gara, quelle strade, quei posti, assumono un significato diverso per me; è come se li guardassi con occhi diversi, più attenti e consapevoli verso lo spazio che mi circonda. Credo che i dettagli di ciò che c'è intorno a noi ci sfuggano perché nella vita quotidiana si va sempre di fretta, perché ci sono sempre altre cose da fare, perché si pensa sempre a quello che si dovrà fare invece di soffermarsi su ciò che si sta facendo in quel preciso istante. Correndo invece, nell'impegno del gesto atletico, riesco a concentrarmi sui dettagli e tutto viene fissato nella mente acquistando un'importanza maggiore. Avere corso lì cambia la mia percezione e mi provoca emozioni nuove, perché riesco ad aprire meglio gli occhi su cose di cui solitamente non mi  accorgo.

La strada Mareneve quindi mi è apparsa familiare e, nonostante io l'abbia percorsa tutto sommato poche volte, sento di conoscerla da sempre. E' la strada che attraversa le pendici dell'Etna e che porta a Piano Provenzana, da cui partono un'infinità di percorsi da esplorare: spero di poterli percorrere tutti prima o poi, correndo o facendo trekking! In me c'è entusiasmo ed eccitazione al pensiero di cosa mi aspetterà domani, senza però l'impazienza e la fretta che caratterizza il nostro quotidiano: qui, sull'Etna, ogni cosa deve essere fatta a suo tempo, con serenità, attenzione e dedizione: è questo lo spirito con cui voglio affrontare il trail di domani e lo stesso motivo per cui ho scelto di non cimentarmi nella gara di 64 km, pur sapendo vagamente cosa mi sarei persa ed avendo la certezza che avrei provato un po' di rammarico per non essere ancora all'altezza, sia fisicamente che mentalmente, per un'impresa del genere!

La mattina del sabato mi sono svegliata stranamente alle 4.00: guardando l'orologio ho pensato che in quel momento tutti i coraggiosi partecipanti dell'Etnatrail erano già svegli, magari stavano finendo di fare colazione oppure erano in macchina verso la linea di partenza, nel buio della notte.
Dal calduccio del mio letto ho augurato a tutti buona fortuna, sentendomi spiritualmente lì a Piano Provenzana. Anche quando è suonata la mia sveglia, il primo pensiero è andato a loro: mi chiedevo chi fosse il primo degli uomini e la prima delle donne, quanti chilometri avessero percorso e, nel contempo, tifavo per i miei conterranei siciliani sperando che nessun altro concorrente usurpasse loro il podio! Insomma, ero impaziente di arrivare alla partenza più che altro per avere notizie di quanto stava accadendo!  Lì, a Piano Provenzana sono stata accontentata, ovviamente Aldo Siragusa ci aggiornava di continuo: credo che tutti noi concorrenti dell'Ornitos Trail fossimo più interessati a quello che succedeva ai concorrenti della 64 km piuttosto che preoccuparci della nostra partenza, che è stata ritardata per consentire il passaggio dei primi.
Abbiamo avuto così la possibilità e l'onore di applaudire i primi tre uomini in testa alla gara: è stato emozionante vederli scendere in fila dalla discesa accanto alla funivia per poi materializzarsi al ristoro. Sono rimasta colpita dai sorrisi che Vito Massimo Catania elargiva a tutti, credo fosse contento di vederci, quasi quasi si sarebbe fermato ad abbracciarci tutti se avesse potuto! Contrapposto ai suoi sorrisi c'era lo sguardo penetrante di Giuseppe Cuttaia, che in gara non si scompone mai né mostra segni di cedimento: era talmente concentrato che probabilmente i suoi occhi non vedevano nessuno, impegnato a tenere sotto controllo i suoi avversari e a fare scorta d'acqua al ristoro. Se avessi partecipato alla gara di 64 km non avrei avuto la possibilità di assistere allo spettacolo della semplicità disarmante di Vito Massimo Catania e dell'imperturbabilità di Peppe Cuttaia.

A questo punto la nostra partenza non poteva essere rimandata oltre, le gambe scalpitavano e dovevamo dare sfogo all'impazienza accumulata! Di questa prima parte della gara ricordo Aldo che ci ha accompagnato per qualche centinaio di metri e che, prima di lasciarci all'inizio della discesa fra gli alberi, ci raccomandava “Ragazzi, non alzate polvere!” e io tra me e me ridevo perché la cosa era impossibile, eravamo un branco di bufali al galoppo, il polverone era inevitabile. Pensavo ai Monti Sartorius, alla vista della Valle del Bove e al successivo discesone con tratti di ghiaccio ricoperto dalla sabbia nera dell'anno scorso: quest'anno non li avrei percorsi, che peccato! In compenso però ho potuto ammirare un tratto che non conoscevo, con vista sulle Madonie e poi dall'alto la grotta dei Lamponi: panorama affascinante e percorso scorrevole!

Il tratto per me più divertente è stato il passaggio dentro quello che ho ribattezzato “il labirinto”, un entra ed esci da un bosco di faggi che si alternava a sterrato con pietroni lavici su cui saltellavo (quasi sul posto!) come se fossero carboni ardenti, nella speranza di non inciampare. Dentro il labirinto ero sola, senza altri concorrenti nelle vicinanze: ho cercato di mantenere alta la concentrazione per non rischiare di perdere la fettuccia rossa e sbagliare strada. Era tutto un intrico di tronchi e rami curvati, in certi punti mi sembrava di essere uscita da questo labirinto e poi invece rientravo in un altro groviglio di alberi; ero sicura di non potermi perdere perché conosco la scrupolosità di Aldo nel segnare il percorso, però lì dentro avevo l'impressione di essere influenzata da una forza magnetica, come il canto mitologico delle sirene che attraeva i marinai, che mi tentava inducendomi a rallentare per poter vedere dove avrebbe portato quella deviazione opposta alla direzione che mi indicava la fettuccia. Ho ignorato questo richiamo che mi avrebbe allontanato dalla retta via, non dovevo perdere di vista l'obiettivo che di certo non era quello di fare esplorazioni in luoghi a me non familiari.

All'improvviso sono uscita dal labirinto, ricongiungendomi al percorso comune anche al walktrail di 16 km e arrivando ad un ristoro ben fornito di frutta, pane, marmellata: io ho preso solo del melone bianco anche se in grande quantità. Che sete avevo! E dire che le scorte di acqua non mi mancavano, ma evidentemente il panorama era talmente bello che mi aveva distratto, facendomi scordare della fame e del mio bisogno d'acqua. 

Dopo il ristoro e prima di arrivare ai crateri del 2002, noi partecipanti dell'Ornitos Trail ci siamo trovati nuovamente al cospetto dell'Etna, la cui vetta fino a quel momento era stata nascosta dalla posizione del primo tratto di gara: i suoi boati ci davano il benvenuto e gli sbuffi grigi ci distraevano dalla salita incombente. Da quel momento ho avuto l'impressione che la mia percezione dei colori cambiasse e tutto quello che mi circondava avesse assunto una nuova nitidezza: il nero del fondo lavico, il blu del cielo, il bianco delle nuvole, il grigio chiaro degli alberi pietrificati dall'eruzione e il grigio più scuro degli sbuffi dei crateri in attività, il rosso delle pietre basaltiche, ma soprattutto mi ha colpito la brillantezza del giallo delle piante. Per circa 1 km ho corso con questo “oro” negli occhi senza potermi capacitare di non averci fatto caso durante la gara dell'anno scorso; mi sono commossa pensando che al mondo il vero oro non è quello custodito all'interno delle casseforti o nei caveau delle banche, ma è quello che ho visto sull'Etna e in quel momento mi sono sentita infinitamente ricca per il solo fatto di potere godere di quegli scorci.

Poi, dopo un altro ristoro in cui mi sono sentita veramente una privilegiata, perché oltre al melone bianco c'era anche del prosciutto crudo che mi è sembrato il più buono del mondo, sono arrivata anch'io al salitone finale, quello che nessuno riesce a correre interamente, quello in cui si è soli con se stessi anche se c'è qualcuno a fianco... si, perché anche  se c'è qualche altro concorrente vicino a te non c'è nemmeno il fiato per parlarsi, non c'è quasi nemmeno la forza per uno sguardo perché guardando gli altri si vede riflessa la propria fatica, la propria disperazione, e ci si sente ancora più incollati alla strada, come essere dentro le sabbie mobili e non poterne uscire.
Ogni metro interminabile, il Garmin sembra essersi fermato, conviene non guardarlo sennò ci si scoraggia. I mezzi fuoristrada della STAR salgono e scendono alzando un polverone e facendoti respirare gas di scarico, quassù dove ogni particella di ossigeno è preziosa! La scelta è tra mettere un fazzoletto sulla bocca per filtrare la sabbia e avere la sensazione di soffocare, oppure respirare il polverone: in ogni caso la mente e il corpo continuano ad essere messi a dura prova, la tenacia vacilla. Per distrarmi cerco di regolarizzare il passo sincronizzando i piedi con le bacchette; da un momento all'altro mi aspetto l'arrivo della nausea o di un capogiro per l'altitudine, ma fortunatamente prima di loro è arrivato l'ultimo punto di ristoro, quello in cui si tira un sospiro di sollievo perché si realizza che il limbo della salita devastante è terminato.

Un ultimo sorso d'acqua e poi, prima della discesa, qualche secondo ancora a camminare per ripiegare le bacchette e sistemarle nello zaino e per concentrarmi sugli ultimi chilometri: è il momento della gara in cui si tirano le somme, la fatica maggiore è passata ma non ancora finita, la discesa richiede concentrazione e non ci si può concedere uno sguardo da un'altra parte se non davanti ai tuoi piedi. Mi lascio scivolare sulla sabbia abbandonandomi alla gravità, che sia lei a guidarmi giù! Dopo qualche centinaio di metri mi fermo solo un attimo e guardo alle mie spalle: un muro di sabbia nera, così ripido che già non vedo più la vetta del vulcano. Forse mi fa più impressione guardare verso l'alto che non verso il basso... sorrido e ripeto tra me “Questa discesa non mi fa paura” e proseguo a scivolare, con la consapevolezza che dislivelli sabbiosi come questo non se ne trovano da altre parti, che il senso di pienezza che provo qui non sono riuscita finora a provarlo altrove, che devo gustare queste sensazioni metro per metro perché tra pochissimo tutto sarà finito.
Mi preparo alla scalata del “maritozzo”, mi pare lo chiamino così quel cratere che interrompe la continuità della discesa: infilo i guanti perché sul maritozzo si arranca, si striscia aiutandosi con le mani... che se fino al quel momento qualcuno fosse riuscito a non insabbiarsi troppo, qui si affonda definitivamente con corpo e anima. L'anno scorso ci ero affondata per bene, e avevo lanciato improperi nei confronti di chi aveva escogitato quest'ultima scalata invece che programmarne il periplo, ma nel contempo ero quasi contenta perché ogni ostacolo che si frapponeva tra me e l'arrivo ritardava il mio saluto al vulcano. Adesso, sapendo cosa mi aspetta, affronto il maritozzo con tranquillità, consapevole che ogni due passi avanti ce ne sarà uno indietro, che cercherò di afferrare la sabbia con le mani con l'unico risultato di farla incrostare con il sudore sotto le unghie, ma che alla fine arriverò in cima e da lì potrò salutare l'Etna sentendone già nostalgia.

Come hanno già detto e scritto molti altri compagni di questa avventura, a quel punto tutta la gara ti passa davanti agli occhi, ed è vero, ma è più vivido per coloro che hanno faticato maggiormente. Io questa sensazione l'ho avuta molto netta l'anno scorso, quando i chilometri erano 30 e non 22, ero meno allenata e non conoscevo il percorso. Quest'anno invece mi sono mancati dei pezzi e spero di poter colmare questa mancanza la prossima volta. Perché per fare una gara di 64 km sull'Etna ci vogliono tante cose: allenamento fisico sulla distanza e sul fondo lavico, concentrazione, abitudine alla fatica in altitudine, amore sconfinato per il vulcano, un pizzico di spregiudicatezza, follia e probabilmente, quando la si corre, anche istinto di sopravvivenza.

Etnatrail 2014. il mio Ornitos Trail: come tutto finisce e ricomincia sempre dall'Etna... (Simona Patti)Provo infinita ammirazione verso tutti coloro che hanno portato a termine questo ultra trail così come verso coloro che si sono ritirati, forse perché sopraffatti dalla potenza della natura più che dalla fatica: le emozioni sono tante, troppe da poter incassare senza rimanerne scossi. Si deve essere allenati anche a subire le emozioni più potenti quando si corre sull'Etna, forse se ne ha paura, ma vale la pena di lasciarsi andare, di abbandonarsi e donarsi alla nostra Montagna.   

Per concludere: se qualcuno ha letto e ricorda la mia storia sul rito di pulizia delle scarpe che hanno calpestato l'Etna, potrà comprendere pienamente quanto mi è successo questa settimana. Le scarpe con cui ho corso sono state messe a mollo, lavate, spazzolate, sciacquate, asciugate e infine usate per una corsetta defaticante. I miei piedi ne sono usciti comunque con una patina nera, un borotalco vulcanico materializzatosi dal nulla, ulteriore testimonianza della supremazia del vulcano su noi piccoli uomini!

 

 

Vedi anche di Simona Patti: Supermaratona dell'Etna da 0 a 3000 2014. La corsa sull'Etna e la pulizia delle scarpe da quella sabbia tenace espressione della Potenza dell'Etna (Simona Patti)

 

 

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  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
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Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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