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28 settembre 2019 6 28 /09 /settembre /2019 07:33
Joe Mungo Reed, Magnifici perdenti, Bollati Boringhieri, 2019

Magnifici perdenti (titolo originale:"We Begin Our Ascent", nella traduzione di Daniela Guglielmino), pubblicato nella collana Varianti da Bollati Boringhieri nel 2019 è l'opera prima di Joe Mungo Reed, un giovane autore britannico,che ha già firmato dei racconti comparsi in antologie diverse.

Il titolo italiano è fuorviante, per quanto ovviamente contenga un richiamo abbastanza esplicito al testo: accoppiato all'immagine di copertina evoca immediatamente di cosa possa trattare la storia.
Il titolo "magnifici perdenti" tuttavia riporta al noto romanzo di Leonard Cohen "Beautiful Losers" che fu tradotto in italiano a suo tempo con il titolo "Belli e perdenti", senza che le due storie abbiano alcuna attinenza.

Magnifici perdenti é una storia di sport e di amore. Il protagonista, Sol, che fa parte come gregario di una squadra di ciclisti che partecipa al Tour de France, accetta assieme ad altri la proposta del loro team leader di iniziare delle procedure di doping. 
Ed è interessante la metafora che usa Raphael, mentore, allenatore, responsabile organizzativo della squadra, per convincerli ad accettare la via della frode sportiva.
Tappa dopo tappa il Giro si svolge con alti e bassi e nel frattempo Sol riflette in silenzio e ricorda a sprazzi momenti della sua vita "ordinaria": la sua carriera ciclistica, il suo fidanzamento, il matrimonio con Liz, la nascita di un bimbo, Barry.
E intanto, inconsapevolmente, la squadra precipita in un baratro di eventi incontrollabili ed imprevedibili.
E' una sorta di nemesi per aver troppo tentato.
Il libro, molto ben scritto, offre anche una riflessione su quanto possano essere diventate "normalizzate" le pratiche del doping.
Se lo fanno tutti - è il ragionamento seduttivo di Raphael, cattivo maestro - perché non rimettersi in pari con gli altri, consentendo a se stessi la possibilità di fare emergere le proprie doti naturali che risultano offuscati dal fatto che siano altri a doparsi?
Una storia tragica che si conclude con un disfacimento della squadra e con una amara disfatta morale.
L'autore illustra molto bene - e fa capire come funzioni veramente - il ciclismo di alto livello e il gioco di squadra fatto unicamente per "proteggere" e per portare avanti i candidati alla vittoria, mentre i gregari sono soltanto pedine sacrificabili in un mondo chiuso che non ammette - se non di rado - intrusioni dall'esterno.
Ma tutto ciò è soltanto una finta realtà, le vere salite si devono affrontare nella vita, ma per questo tutto l'allenamento e i trucchi possibili, le strategie e le tattiche,  non sono sufficienti. Ci vuole tutt'altra grinta per poter essere campioni nella vita, dove le salite si affrontano da soli, senza nessuna copertura.

(dal risguardo di copertina) Sol e Liz sono sposati, e innamorati. Sol è innamorato di Liz, e Liz di Sol, ma Sol è anche innamorato della sua professione di ciclista, e Liz del proprio lavoro di genetista. Sol, il cui motto è «Per noi la vita è ciclismo, il ciclismo la vita», corre al Tour de France come gregario di Fabrice, non per vincere, ma per far vincere la squadra. Liz definisce lo scopo del proprio lavoro «Capire a cosa serve un gene in un pesce», e capisce bene anche Sol perché è interessata alle dinamiche di gruppo, molto simili alle leggi biologiche. Entrambi comprendono il senso del loro successo anonimo a beneficio di altri, e si sostengono a vicenda, ma devono difendersi dal contesto che li circonda: per Katherine, la madre di Liz, e per Rafael, il direttore sportivo, se non si vince si fallisce.
Seguiamo i ciclisti nella routine giornaliera, spesso comica, e nelle situazioni agonistiche, spesso difficili, nel bene e nel male, fino al traguardo finale, catartico. Le difficoltà e le divergenze cominciano quando il cinico Rafael invita a mezza voce Sol e gli altri corridori e ricorrere a qualche trucchetto di «innocuo» doping. Sol vorrebbe rifiutare, ma Liz, sempre pronta ad agire con entusiasmo e dedizione, decide che la proposta va accettata. Non solo, si offre come «corriere» dietro lauto compenso, seguendo la corsa in automobile e trasportando le sostanze vietate, coperta dalla presenza del piccolissimo Barry, figlio suo e di Sol.
Naturalmente dove ci sono anabolizzanti e sacche di sangue per trasfusioni, ci sono anche guai, e infatti il dramma non manca. Ma Reed riesce a equilibrare il tono della scrittura in modo da alleggerirne i risvolti tragici, concentrandosi sul suo scopo ultimo, quello di raccontare una corsa in salita per raggiungere una meta che non è la vittoria. E la metafora corre insieme ai ciclisti e all’automobile di Liz per tutta la narrazione, senza mai incepparla, senza che il lettore quasi se ne accorga.

Joe Mungo Reed

Di "We begin Our Ascent", hanno detto
«Una breve, essenziale delizia di romanzo... leggendo, si continua a girare compulsivamente pagina, anche quando non succede niente di particolare, anche quando si tratta solo di un’altra giornata sulle colline del Tour de France» (The New York Times)
«Per il ritmo e il tono, la prosa di Reed ricorda quella di Don DeLillo. Accanto alle idee e ai dialoghi umoristici, c’è vera suspense, e un dramma umanissimo» (Kirkus Reviews)
«Meditativo, e insieme eccitante come un thriller»
(Vanity Fair)

L'Autore. Joe Mungo Reed è nato a Londra e cresciuto nel Gloucestershire. Ha un Master in filosofia e politica della University of Edinburgh e un Master of Fine Arts in scrittura creativa della Syracuse University, dove ha vinto il Joyce Carol Oates Award in Fiction. Magnifici perdenti è il suo primo romanzo, e i suoi racconti sono apparsi su «Gigantic» e nell’antologia «Best of Gigantic». Vive a Edinburgo, UK.

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28 maggio 2019 2 28 /05 /maggio /2019 07:13
Franco Michieli, L'estasi della corsa selvaggia.  Piccoli voli a corpo libero dalla terra al sogno, Ediciclo Editore (Collana Piccola filosofia di viaggio), 2017

Franco Michieli, nel suo L'estasi della corsa selvaggia. Piccoli voli a corpo libero dalla terra al sogno, pubblicato nel 2017 da Ediciclo (Collana Piccola Filosofia di Viaggio), ci racconta della sua passione per per la "corsa selvaggia" e del suo specialissimo modo di interpretare la pratica della corsa in natura.

L'autore, prima di diventare un cultore del trekking di alto livello (nell'ambito della quale disciplina ha siglato alcune grandi imprese), ma anche delle lunghissime camminate a piedi in totale autonomia, ha praticato in gioventù la corsa competitiva, misurandosi - se ricordo bene - nella distanza dei 1500 metri. Poi, ha lasciato l'agonismo, ma non ha dimenticato la pratica della corsa che ha voluto sviluppare a misura delle sue esigenze e dei suoi ideali.
Proprio durante la naja, alla ricerca di stimoli che lo facessero sentire vivo e vitale e che gli procurassero soprattutto empiti di libertà, riesumò la pratica della corsa adolescenziale. Ma in una sua speciale versione, di cui riassumo qui alcune caratteristiche:
1. si trattava di corse in totale libertà, in solitudine, con lo scopo di raggiungere nel più breve tempo possibile (ma senza lo stress della gara e della competizione con altri) colli, alpeggi, cime montuose.
2. Le sue corse erano "a tempo" e quindi senza l'occasionale oziosità delle camminate outdoor in montagna: per tutto il servizio militare erano limitate dal tempo della libera uscita, una cui parte doveva essere impiegata per raggiungere in auto il punto di inizio della corsa nella location prescelta. Ma in ogni caso, benché un occhio all'orologio fosse necessario (soprattutto al tempo dei quelle sue prime esperienze) o possa comunque tornare utile, per mantenere un certo orientamento temporale, la corsa selvaggia esclude rigorosamente l'uso del cronometro. L'obiettivo non è siglare dei record, ma dimostrare - soprattutto a se stessi - che compiere una certa impresa è possibile.
3. Solo in seguito, una volta finito il servizio militare i suoi obiettivi poterono farsi ancora più ambiziosi, non avendo più la spada di Damocle del limite di tempo puntata addosso.
4. Pur andando in montagna, l'attrezzatura di Michieli era ridotta al minimo: totale libertà dunque.
5.Totale rifiuto della tipologia della Corsa in Montagna e dello Sky Running e delle loro estremizzazioni atturali, ma soprattutto delle imprese cronometriche.
Quella di Michieli si configurò subito, così egli descrive in questo piccolo e affascinante libro, come una corsa fuori da qualsiasi schema conosciuto, certamente non omologabile: ma egli precisa che non vuole imporre il suo Verbo a nessuno. Gli preme soltanto sottolineare che questo è il suo personale modo di intendere la corsa in natura. 
Una corsa che lui stesso ha definito "selvaggia" e tale da suscitare, per via di questa sua particolarissima configurazione, una condizione "estatica"della mente.
Successivamente Michieli ha avviato un'intenso attività di Trekking che ha raccontato in altri libri, ma - nel corso del tempo - ha mantenuto e affinato la pratica della corsa selvaggia.Questo scritto di Michieli si legge con molto interesse, sia perché si presenta in forma di diario molto personale, ma soprattutto perché - considerando il fanatismo che avviluppa il mondo della corsa in natura (sia da parte dei top runner sia da parte dell'esercito degli "amatori" - propone in fondo quello che è un sano antidoto ad ogni forma agonismo "malato" e "coatto": qui, infatti l'unico confronto è con se stesso e con il desiderio di raggiungere dei propri personali traguardi, vivendo al tempo stesso un vivificante rapporto con la natura.

Franco Michieli

(Quarta di copertina) La collana «Piccola filosofia di viaggio» ha invitato Franco Michieli, geografo ed esploratore, corridore in incognito, a raccontare la corsa selvaggia in natura: una pratica istintiva e poetica lontana da cronometri e competi/ione. 
Un'esperienza liberatrice, in empatia con animali e montagne, in cui il tempo pare dilatarsi e la distanza ridursi. L'estasi dell'immaginazione.

L'Autore. Franco Michieli classe 1962, geografo, residente nelle Alpi, scrittore e originale esploratore, è esperto nel campo delle lunghe traversate selvagge. Da ragazzo ha praticato l’atletica leggera, recuperata in forma nuova quando, costretto in caserma dal servizio militare, la corsa gli permise di salire e scendere decine di vette della Valle d’Aosta nelle brevi libere uscite serali. Da allora la corsa selvaggia fa parte della sua vita. Fra i suoi libri, “La vocazione di perdersi” (Ediciclo 2015), finalista al Premio Alvaro, ma anche il recente "Andare per silenzi", edito da Mondadori nel 2018

 

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12 aprile 2019 5 12 /04 /aprile /2019 09:00
Paolo Foschi, Vendetta ai Mondiali. Il ritorno del commissario Attila, Edizioni e/o, 2014

Seguendo l'ordine di pubblicazione delle indagini del Commissario Igor Attila creato da Paolo Foschi, Vendetta ai Mondiali. Il ritorno del commissario Attila (Edizioni e/o, 2014) contiene la quarta delle indagini del Commissario Attila, preceduta da Il Killer delle Maratone e da Omicidio al Giro.

Qui il Commissario, ex pugile olimpico che per un "complotto", teso a favorire il campione locale, ha perso la medaglio d'oro ai giochi olimpici di Seoul, è alle prese con un killer bombarolo che uccide calciatori e personaggi legati al calcio di levatura nazionale, mentre si approssima la data dei prossimi campionati del mondo.
Il primo a lasciarci le penne è il portiere della squadra.
Si instaura un regime di terrore e Igor Attila, con le sue irruenze e con le sue intemperanze va avanti nell'inchiesta, incurante se nel sue procedere pesta i calli di personaggi altolocati.
E' reduce da un grave incidente in moto che lo ha lasciato senza una gamba ed è nella fase di recupero, alle prese con una protesi tecnologica che gli dovrebbe consentire di gareggiare nelle discipline di corsa veloce in pista.
La sua caparbia indagine procede, intrecciata con sviste ed errori che riguardavano la sua vita privata, sino alla soluzione del caso e ad un imprevisto punto di svolta.
Giusto per dare una chiave di riflessione, ma senza dare alcuna rivelazione sul finale, si può parafrasare il famoso romanzo di P. K. Dick e chiedersi: Ma di cosa sognano i commissari di polizia quando sognano?

Questi i romanzi con le indagini di Igor Attila, con l'anno di pubblicazione: 

  • Delitto alle Olimpiadi. Un'indagine del commissario Attila (2012)
  • Il Castigo di Attila
  • Il Killer delle Maratone. La terza inchiesta del Commissario Attila (2013)
  • Vendetta ai Mondiali. Il ritorno del Commissario Attila (2014)
  • Omicidio al Giro (2015)
  • La pattinatrice sul mare (2018, Perrone)

Vendetta ai Mondiali contiene in appendice il racconto inedito "Amore in ostaggio".

(Dal risguardo di copertina) Vendetta o terrorismo? Alla vigilia dei Mondiali di calcio in Brasile, un attentato sconvolge la nazionale e l'intero Paese: un'autobomba uccide il centravanti e capitano degli azzurri in una villa a pochi chilometri dal rinomato Centro federale di Coverciano. Il commissario Igor Attila, ex pugile professionista ancora in convalescenza dopo un drammatico incidente in moto, viene richiamato in tutta fretta alla guida della Squadra, la strampalata ma efficiente Sezione crimini sportivi della polizia, per fare luce sull'omicidio. Le indagini mettono subito in risalto il torbido legame fra la vittima e un ricco industriale dell'acciaio, sponsor della nazionale stessa, accusato di disastro ambientale. Il commissario Attila, alle prese con la tormentata storia d'amore con Titta e divorato dal rimpianto per i mancati successi sportivi sul ring, si ritrova coinvolto tra l'altro in un'inchiesta non autorizzata su un misterioso caso di doping, con imprevisti risvolti sentimentali. E intanto il killer non si ferma: anche il portiere azzurro viene ucciso con un'autobomba...
 

Paolo Foschi

L'Autore. Paolo Foschi, nato a Roma nel 1967, è diplomato in educazione fisica. Musicista per passione, ma giornalista per necessità, è redattore al Corriere della Sera, dove si occupa di economia e politica. Ha lavorato all’Unità, al gruppo Espresso e in Mondadori.
Per E/O Edizioni ha pubblicato: Delitto alle Olimpiadi (2012), Il castigo di Attila (2012), Il killer delle maratone (2013), Vendetta ai Mondiali (2014) e Omicidio al giro (2015). Più recentemente (2018), per Perrone è uscita la sesta avventura di Igor Attila, con il titolo "La Pattinatrice sul mare".

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14 marzo 2019 4 14 /03 /marzo /2019 08:28

«Finché il corpo me lo consentirà, io correrò. D'altronde gli animali fanno così, corrono fino all'ultimo respiro. Ogni gara è come una nuova vita che vivo. Tutte le volte che si riparte da capo, si scoprono gli avversari, ci si riscopre dentro, e si riscopre anche ciò che si ha attorno. Il deserto, "il più bello e il più triste paesaggio al mondo", non è mai uguale a se stesso. E sono sicuro che qualche altro deserto, qualche altro grande vuoto, ancora mi sta aspettando»

Marco Olmo (IV di copertina)

Marco Olmo, Correre nel Grande Vuoto, Ponte alle Grazie, 2018

Dopo "Il Corridore" in cui Marco Olmo ha raccontato, guidato dalle domande di Gaia De Pascale (Il Corridore, Ponte alle Grazie, 2012) la sua vita di uomo e di runner, è arrivato nelle librerie un suo nuovo racconto, ma da una differente angolazione. Si tratta di "Correre nel grande vuoto" (Ponte alle Grazie, 2018).
Mentre nel primo libro, il filo rosso era la storia della suo correre come riscatto qui invece, la traccia che conduce il lettore è la passione di Marco Olmo per il "grande vuoto" dei deserti. E si tratta di una passione che egli ha iniziato a seguire molto prima di intraprendere la sua carriera di corridore di lunghe distanze. Si potrebbe dire, infatti, che egli sia diventato il corridore dei deserti forse più celebrato e più amato da tutti gli Italiani appassionati di trail running proprio perché - ancora prima - era nato in lui il "mal del deserto".

In questo piccolo testo, Marco Olmo racconta le principali tappe che lo hanno condotto a partecipare alla sua prima volta alla Marathon des Sables e a 22 sue successive partecipazioni consecutive (con ben tre vittorie nel suo palmarés) e a svariati altri appuntamenti con gare di resistenza - a tappe oppure in un'unica soluzione - nei deserti di un po' in tutto il mondo.

Nel momento in cui scrive - e forse è stata questa la molla che lo ha spinto ad intraprendere il suo racconto - Marco Olmo per la prima volta dopo 22 anni non era stato allo start della Marathon des Sables. Una scelta saggia. e anche uno forte come Marco Olmo che - tra l'altro - ha sviluppato la sua vita di ultrarunner dopo i 50 anni - ha dovuto arrendersi alla necessità di modulare differentemente le sue scelte, senza però rinunciare in ogni caso ad indossare il pettorale in competizioni differenti, alcune delle quelle pur sempre nei deserti che gli stanno nel cuore, utilizzando intanto il suo tempo anche per trasmettere ad altri le sue straordinarie esperienze.

(Soglie del testo) Una storia che prende vita nel luogo essenziale: il deserto. Solitudine, fatica, bellezza e immensità hanno lo stesso ritmo di chi lo attraversa correndo.

Quello di Marco Olmo per il deserto è un amore che nasce più di vent'anni fa quando il corridore piemontese, all'epoca neppure cinquantenne, si è appena affacciato all'universo delle ultramaratone. È il 1996, infatti, quando Marco Olmo riceve la proposta di partecipare alla Marathon des Sables, nel deserto del Sahara. Marco ha già visto il deserto, ma come un turista, dal finestrino di un'auto e con l'aria condizionata accesa. Ora invece ha l'opportunità di stare là fuori, a correre come già corre fra le montagne di Robilante, il paesino dove vive. Quella Marathon des Sables è un successo, nella classifica generale si posiziona terzo, facendosi notare dal pubblico e dalla stampa internazionale, e il deserto gli entra dentro, cambiando il suo modo di correre. È da quel momento, infatti, che la sua specialità diventa la lunga distanza, da affrontare prima di tutto con una qualità che diventerà la sua cifra: la resistenza. In questo libro, Marco Olmo ripercorre oltre due decenni di gare nei deserti di tutto il mondo: da quello libico al deserto della Giordania, dalla terribile Valle della Morte in California fino alle zone desertiche dell'Islanda, passando per il deserto di sale della Bolivia, il Sinai e molti altri. Non si possono lasciare tracce nel deserto, Marco lo ha imparato in questi anni: una sola raffica di vento è sufficiente a farle scomparire dalla sabbia. Eppure ogni deserto ha lasciato in lui una traccia incancellabile, alimentando quell'amore di cui sono impregnate le pagine di questo racconto.

Hanno detto:
«Un mito per gli appassionati dell'impossibile» (Corriere della Sera)
«Marco Olmo è una leggenda vivente della corsa estrema» (La Gazzetta dello Sport)

Marco Olmo

L'Autore. Atleta italiano vincitore di numerosi ultratrail, è considerato, nonostante abbia superato i 60 anni, uno dei più grandi specialisti delle corse estreme. È tesserato nel ASD Roata Chiusani. A 58 anni è statoCampione del Mondo vincendo l'Ultra Trail du Mont Blanc, la gara di resistenza più importante e dura al mondo: 167 km attraverso Francia, Italia e Svizzera oltre 21 ore di corsa ininterrotta attorno al massiccio più alto d'Europa. Nel 2009, in occasione del Campionato del Mondo IAU individuale di UltraTrail a Serre Chevalier, ha ottenuto un 14º posto in classifica generale e il 1º nella categoria veterani.
Con Mondadori ha pubblicato Il miglior tempo (2016, con Andrea Ligabue), mentre è di Ponte alle Grazie Il corridore. Storia di una vita riscattata dallo sport (2012 e ss.).

 

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12 marzo 2019 2 12 /03 /marzo /2019 11:17
Giovanni Storti e Franz Rossi, Niente Panico si continua a correre, Mondadori (Collana Le Strade Blu), 2018

Dopo l'imperdibile, "Corro perché mia mamma mi picchia", il duo di amici runner (uno, Giovanni Storti è il noto uomo di spettacolo; l'altro Franz Rossi è direttore di un magazine molto seguito dagli appassionati del running amatoriale ed è lui stesso runner di vecchia data), è arrivato in libreria alla fine del 2018 Niente panico, si continua a correre, per i tipi di Arnoldo Mondadori Editore (Collana Strade Blu): si tratta di un libro spassoso su come è correre "dieci anni dopo" o "vent'anni dopo" e su come occorra modulare la passione del running man mano che le forze scemano e non è più possibile realizzare le imprese di prima, il tutto raccontato con una grandissima ironia attraverso una serie di episodi, in cui considerazioni varie ed esperienze personali si intersecano con la narrazione di storie che riguardano il mondo della corsa, oppure con la presentazione di fantasiosi ed improbabili personaggi che hanno cercato di introdurre variazioni nell'arte del running e dell'allenamento finalizzato alla corsa, intermezzi che sono dei veri e propri sketch comici. 
Capitolo dopo capitolo si ritrova il gusto infinito della narrazione di storie di corsa, sia che riguardino gli Autori in prima persona, sia che riguardino altri: il libro è interamente scritto a quattro mani e gli autori, come viene sottolineato in premessa (come del resto era stato fatto nel precedente volume) hanno optato per non firmare i singoli capitoli (anche quelli in cui l'oggetto del racconto è un'"impresa" di corsa vissuta solo da uno dei due.
La lezione che se ne trae è che passata una certa età si può e- e si deve - a continuare a correre, a trarre piacere da quest'attività, ma soprattutto divertendosi e imparando a fare anche altro. E, infatti, a differenza che nel precedente volume in cui i due autori si soffermavano a raccontare (sempre con uno stile semiserio e con una buona dose d'ironia) imprese podistiche compiute indossando il pettorale, qui vi sono anche resoconti di tour in bici, di passeggiate, di piccoli o grandi trekking.
Insomma, gli autori vogliono dire che all'avanzare dell'età, si può sempre reagire, trovando di volta in volta la ricetta migliore per evitare di stressarsi troppo, continuando nello stesso tempo a divertirsi, con la sensazione di essere sempre performativi.
Questo approccio ironico allo story telling podistico è di fondamentale importanza e fa da contraltare - come un sano antidoto - all'esaltazione di quei runner che continuano a darci sotto, in modi non realistici, malgrado lo scorrere del tempo, ricorrendo a pietose menzogne per giustificare il proprio calo prestativo oppure facendosi male, alla lunga. Aggiungerei anche che la preziosa lezione che viene portata avanti è quella che chi corre senza ironia, prendendosi troppo sul serio, è perduto: e, soprattutto, non riuscirà a riciclarsi verso nuove forme sostenibili di running. Insomma, dicendolo molto sinteticamente, bisogna farsi fautori della celebre 
frase manzoniana: "Adelante, Pedro, ma con juicio".
L'unico difetto che io ho trovato nel volume è che le narrazioni riguardano partecipazioni ad eventi che sono troppo lontani dalle possibilità dei runner qualunque, quelli che non sono celebri, che non sono uomini di spettacolo e che non sono in alcun modo sponsorizzati.
A mio avviso, il narcisismo dell'eccezionalità delle imprese configge in qualche misura con il tipo di messaggio che i due autori vogliono veicolare. Questo tipo di scarto rischia di ottenere l'effetto pedagogico opposto, accentuando in alcuni lettori il senso di frustrazione.
Il volume è introdotto da una prefazione di Giovanni Porretti.

(Dal risguardo di copertina) Quello che si impara percorrendo di corsa chilometri lungo strade e sentieri è un vero e proprio stile di vita, in grado di migliorare la qualità della nostra esistenza. 
Nella prefazione a questo libro, Giacomo Poretti sostiene che ai tempi dei nostri antenati si sapeva già molto del nostro degrado fisico e mentale. Gli australopitechi « intorno ai 20 anni facevano le gare con i giaguari, e spesso li battevano, arrivati ai 40 dopo 200 metri di corsa si fermavano per una birretta, a 60 anni, se ci arrivavi, ringraziavi il dio del sole e al massimo giocavi a scopone, te ne stavi rintanato nella tua bella grotta perché se per caso incontravi un giaguaro non riuscivi a fare 3 passi di corsa e finivi sbranato. L'uomo primitivo era ignorante e tirava su con il naso, ma era saggio, sapeva come godersi l'ultimo tratto di vita senza traumi e pericoli.» Oggi invece pare che questa consapevolezza sia andata persa. Si gareggia per il primato personale, per battere gli amici, per migliorarsi ad ogni costo. Si gareggia contro il tempo, ma sfidare il tempo che passa ha davvero senso? È una sfida persa in partenza per Giovanni Storti e Franz Rossi, la coppia di corridori scrittori che abbiamo imparato ad apprezzare con Corro perché mia mamma mi picchia . Gli anni passano per tutti: c'è chi se ne accorge vedendo il figlio cresciuto o i capelli incanutiti, e c'è chi li misura osservando i chilometri percorsi o la velocità raggiunta in gara. Ma la verità è che l'età non è nemica della corsa, basta saperla prendere con saggezza ed equilibrio. In un libro ricco di aneddoti personali e di avventure in giro per il mondo, Giovanni e Franz ci dimostrano che anche se il corpo invecchia non si può dire altrettanto dello spirito. Quello che si impara percorrendo di corsa chilometri lungo strade e sentieri è un vero e proprio stile di vita, in grado di migliorare la qualità della nostra esistenza. Dalla vetta del Kilimangiaro alla Grande Muraglia cinese, dalle corsette sotto casa alle maratone nel deserto, continua il viaggio di questi «assaggiatori di corse», come ebbero modo di definirsi, con un obiettivo preciso, dimostrare come spesso la ricerca del proprio record personale può avere come effetto collaterale la felicità. Un libro imperdibile per chi corre e per quelli che non capiscono perché, pur passati i sessanta, si continui a correre. «E poi,» ricorda Giovanni «se ho iniziato a correre io a cinquant'anni, possono farlo tutti!»

Gli Autori 
Franz Rossi è un girovago. Nato a Venezia, cresciuto a Trieste, ha girato a lungo l’Italia fino a quando ha trovato un equilibrio dinamico a metà tra Milano (da dove dirige una software house) e un paesino della Val d’Aosta (dove si rifugia nella natura). Essendo fondamentalmente un pigro, cerca di sfruttare ogni occasione per vivere le sue passioni: così viaggia per correre e conoscere persone nuove. E viaggiando colleziona storie da raccontare. Tra i suoi libri ricordiamo Corro perché mia mamma mi picchia (Mondadori 2013, con Giacomo Storti), Una seducente sospensione del buon senso. Viaggio alla scoperta di ciò che devi lasciare (Mondadori, 2016).

Giovanni Storti (Milano, 20 febbraio 1957) è un comico, attore, sceneggiatore, scrittore e regista italiano parte del noto trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo.
La parte più importante della sua carriera di attore è prima in coppia con Aldo (dal 1982) e poi, dal 1991, anche con Giacomo. Ha lavorato in Sardegna (nel 1985 continuando per qualche anno a seguire) presso il Palmasera Village Resort di Cala Gonone insieme a Marina Massironi, Aldo e Giacomo. All'epoca, con Aldo, formava un duo chiamato La Carovana.
Quello stesso gruppo vedeva giovanissimi anche Stefano Belisari (Elio e le Storie Tese) come d.j., Giorgio Porcaro, Mario Zucca, Marino Guidi, Eraldo Moretto e altri.
Oltre questo, si registra l'attività di insegnamento di acrobazia teatrale presso la Civica Scuola d'Arte Drammatica di Milano e la cura dei movimenti dello spettacolo Pugacev di Franco Branciaroli. Nel 1989 fu regista dello spettacolo Non parole ma oggetti contundenti scritto da Giacomo. Come si può dedurre dai film del trio, Giovanni è un grande tifoso interista. È inoltre l'unico componente del trio che vive a Milano, precisamente nella zona di via Paolo Sarpi. È un maratoneta e ha partecipato a diverse competizioni, tra cui una nel deserto del Sahara. Pratica il Tai Chi presso la scuola Chang di Milano.

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26 febbraio 2019 2 26 /02 /febbraio /2019 09:41
Sara Dossena (con Maurizio Brassini e Francesca Granà), Io Fenice. Il libro di Sara Dossena dall'Atletica al Thriathlon alla Maratona, Fenice SAS Edizioni, 2017 (con prefazioni di Orlando Pizzolato e Linus). Con immagini dalla Maratona di New York 2017

Sara Dossena, subito dopo la sua straordinaria perfomance alla New Yoirk City Marathon del 2017, per sua natura e vocazione anche molto "social" e comunicativa con un suo pubblico di fan, ha pensato di mettere mano alla pena e di raccontare la sua travolgente esperienza. E' nato così questo volume, con la partecipazione nella realizzazione dell'opera di Maurizio Brassini e di Francesca Granà): Io Fenice. Il libro di Sara Dossena dall'Atletica al Thriathlon alla Maratona, Fenice SAS Edizioni, 2017 (con prefazioni di Orlando Pizzolato e Linus).

Sara Dossena vi racconta della sua esperienza di esordiente nella disciplina della Maratona, che la vide sesta classificata ad appena un soffio dalla quinta donna e del percorso lungo e tormentato (per via di numerosi infortuni) che l'ha portata a passare dall'Atletica al Triathlon per poi tornare all'Atletica con l'ambizioso progetto di correre una maratona, ma sostanzialmente in queste pagine racconta tutta se stessa. L'asse portante della narrazione è, ovviamente, la Maratona di New York dai giorni di vigilia alle diverse fasi della gara: dentro il racconto, tuttavia, con una serie di flashback e diversioni, vi è tutta la sua storia, la sua passione per lo sport, i suoi esordi in atletica, i suoi infortuni, la sua volontà di ripresa. 
Quindi, mentre osserviamo Sara Dossena percorrere i fatidici 42,195 km della più celebrata maratona del mondo (e nel farlo occorre anche avere presente le immagini della sua performance divulgate nel web), impariamo a conoscerla meglio con le sue doti, le sue qualità, ma anche con le sue ossessioni e con le sue paure.
Il bello della narrazione è anche che il suo filo rosso si dipana per mezzo di due vertici d'osservazione differenti: quello soggettivo di Sara e quello più oggettivo (più esterno, si potrebbe dire) di Maurizio Brassini suo personal coach e, per un periodo precedente, anche suo compagno di vita. 
Il volume acquisisce per questo e per via dell'arricchimento dato dalla prefazioni di Orlando Pizzolato e di Linus, oltre che della postfazione di Alessia De Gillio, una struttura davvero corale e polifonica.
In ultimo, non manca una piccola scelta di commenti raccolti attraverso i social, dal momento che Sara Dossena è un personaggio dello sport molto attivo nel web (ha anche una sua pagina web) e che la sua impresa ha colpito e commosso tantissimi dei suoi follower, sia del mondo della corsa sia di quello del Triathlon, che sono stati entusiasti del vederla correre alla testa delle donne per una buona metà della distanza ed uscire persino per prima dal fatidico passaggio per il Queensborough Bridge.
Per completezza, il volume si chiude con il racconto degli allenamenti che Sara ha seguito nelle ultime dodici settimane prima del fatidico appuntamento.
Quello seguito da lei è un allenamento non convenzionale, basato sul principio del Cross Training e, dunque, fatto di una commistione di session di nuoto e bici (prevalentemente MTB), oltre che naturalmente di corsa. Sara applica in questo modo la lezione appresa con la pratica del Triathlon ed  anche un rimedio rispetto alla sua tendenza ad infortunarsi, applicando carichi di lavoro troppo specifici. Anche per questo Sara Dossena è un personaggio del tutto sui generis che ha dovuto fare tutto da sè e con il prezioso aiuto di tutti coloro che hanno creduto in lei.
Il suo sogno è stato coronato dal successo (anche se il crono che ha realizzato è stato inferiore alle sue attese, tuttavia, il suo piazzamento è stato eccellente con un negative split significativo) e grazie alla sua performance è entrato a pieno diritto nel mondo della corsa professional. 
Sara Dossena non ha partecipato alla Maratona di New York 2018, per via di un infortunio, ma già sono stati programmati per lei importanti appuntamenti di maratona nel 2019 e nel 2020. Sara Dossena è instancabile, non si abbatte ed è sempre pronta a ricominciare, risorgendo sempre dalle proprie ceneri (dovute ad infortuni vari), proprio come la Fenice del mito.

(dalla quarta di copertina) Perché ho deciso di scrivere un libro se non ho (ancora) vinto nessuna medaglia né ai Mondiali né alle Olimpiadi?
Ho deciso di scrivere queste pagine per capire meglio me stessa. E per rispondere ai tanti che mi chiedono sui miei infortuni, sui miei numerosi stop e sulle mie altrettante ripartenze.
La mia non è una ricetta magica e universalmente valida, funziona bene a malapena per me stessa. Prendetelo piuttosto come uno spunto di riflessione, perché il vero messaggio del libro é quello di non arrendersi mai. O, almeno, di essere i primi a credere nella nostra rinascita.
Quello che avete tra le mai è il racconto delle mie paure e delle mie scelte di vita. Delle mie cadute e delle mie risalite. Delle mie ambizioni e dei miei sacrifici. Quello che avete tra le mani è il racconto delle mie esperienze. Di più: della mia esperienza alla maratona di New York, come paradigma della mia crescita sportiva e personale.
Quella che leggerete è la storia di una persona normale che ha realizzato i propri sogni. E, credetemi, tra i sogni non esistono gerarchie.

Una rassegna di immagini (dal web)
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24 ottobre 2018 3 24 /10 /ottobre /2018 10:21

«È il momento di avere pazienza e di non fare errori. È il momento di cercare la nostra corsa perfetta, quella che abbiamo costruito giorno per giorno, espressione del nostro personale equilibrio tra sforzo e durata, tra velocità e resistenza. Se ci siamo allenati con la testa, oltre che con le gambe, ormai la conosciamo bene, è diventata una vecchia amica. Siamo nelle condizioni migliori per metterla in pratica: non dobbiamo spingere troppo – anzi, dobbiamo controllare la velocità – e possiamo concentrarci sull’efficienza. Eccola, la nostra corsa perfetta!»

Gastone Breccia (dalla quarta di copertina)

Gastone Breccia, storico e giornalista (con all'attivo numerosi saggi, anche su temi di attualità), sin da giovane è stato un runner appassionato (la sua prima maratona corsa appena ventenne). Ha cominciato a correre prestissimo e non ha più smesso: all'inizio ha mostrato di possedere grandissime doti e , quasi sin da subito, si è collocato nella fascia degli amatori "top runner", accumulando nella prima parte della sua carriera sportiva numerosi titoli eccellenti .
Poi, nel corso del tempo le sue prestazioni, con il progredire, hanno perso un po' del loro smalto, mantenendosi tuttavia sempre nella fascia dell'eccellenza (in funzione dell'età raggiunta).
Ciò nonostante, Gastone Breccia si definisce con molta modestia, un "tapascione", sia pure di alto livello, annoverando tra le sue migliori prestazioni un crono di 2h26'44 in maratona (ottenuta nel 1996) e un 1h08'58 nella Mezza, crono conquistato nella Roma-Ostia nel 1997, senza contare i numerosi titoli prestigiosi che ha conquistato nell'arco di tutta la sua carriera podistica.
In  La Fatica più bella. Perchè correre cambia la vita (Laterza Editore, Collana I Robinson. Letture, 2018), egli ha trasfuso la sua passione sconfinata per la corsa, che ha fatto da sempre da contraltare e da contrappeso ai suoi interessi professionali e culturali poliedrici. 

Breccia ha un atteggiamento rigoroso nei confronti della Maratona: secondo lui la fatidica distanza dei 42,195 km (che è per lui la distanza "perfetta", nel rapporto che si determina tra efficienza e resistenza) deve sempre essere affrontata "al limite" delle proprie possibilità e, di conseguenza, va sempre preparata accuratamente. Ogni maratoneta già addestrato e ogni aspirante maratoneta deve sempre poter conoscere in anticipo i propri limiti e, di conseguenza, progettare la "sua" maratona, in modo tale da poter ogni volta avvicinarsi in maniera ragionevole al proprio obiettivo, considerando che non sempre la maratona che si è appena corsa risulterà essere "perfetta". Bisogna ogni volta far conto di imprevedibili circostanze e, naturalmente, dei propri errori (dei quali, avendo l'umiltà di affrontare un'impietosa autoanalisi nelle ore e nei giorni successivi, bisogna far tesoro per potersi migliorare).
Ma per Breccia ciò che davvero imperdonabile è la "sciatteria" che rappresenta una vera e propria offesa ad un sano agonismo e ad una corretta filosofia della maratona.
Egli, da asceta della disciplina, è per principio contrario alla maratona corsa "tanto per" e, di conseguenza, disapprova anche coloro che "vanno per maratone", solo per collezionare un numero impressionante di gare di lunga durata (includendo anche le ultra) partecipate e concluse, ma senza mai essersi confrontati con il proprio personale limite: senza di ciò non vi è mai la "sfida di maratona".
In questo senso, Gastone Breccia è decisamente contrario al Tapascione, a colui che strascica i propri piedi e che senza verve alcuna si trascina sino al traguardo: in sostanza, sotto questo profilo, egli boccia con fervore almeno il 50% di coloro che costituiscono la fitta schiera del "popolo delle maratone" (e molti ancora di più fra quelli che partecipano alle ultramaratone, dove il gesto della corsa per i più tende ineluttabilmente a trasformarsi in semi-corsa o in camminata).
Ciò nonostante, come abbiamo già rilevato egli stesso si definisce umilmente un "tapascione" -  benché di alto livello.
Questa la premessa per comprendere il suo approccio alla corsa di lunga durante: e naturalmente bisogna tener presente che il suo enunciato scaturisce dal fatto che egli sia sempre stato un maratoneta brillante e anche adesso per la inevitabile perdita di smalto legata al progredire dell'età, egli tende ancora a salire sul podio di categoria.

Su questa sua formulazione si potrà anche non essere d'accordo, ovviamente: e per sicuro molti dei podisti "lenti" che partecipano solo per il gusto di esserci, indossando il pettorale non apprezzeranno questa sua ferma presa di posizione da "purista" della corsa".

Tuttavia, dalla lettura del suo libro, c'è sicuramente molto da imparare e, nella mente del lettore che sia conoscitore delle cose di corsa (non solo in teoria ma anche per esperienza diretta) si staglieranno indelebili dei brani stillanti di autentica passione che tutti coloro che hanno avuto dimestichezza con le gare di lungo corso non potranno non apprezzare.
Ed è soprattutto la statuizione serpeggiante in numerose pagine magistrali di questo testo ad avere una grande risonanza: cioè quella secondo cui la maratona "cambia la vita del runner", in quanto la maratona non è solo corsa, ma diventa regola e stile di vita, essendovi sempre la necessità di acquisire abitudini alimentari e consuetudini quotidiane che senza essere ascetiche devono essere necessariamente rigorose.

Il volume si conclude con una serie di appendici che potranno essere utili al maratoneta in erba per preparare la propria maratona secondo i principi di Breccia il quale, dopo essere stato preparato da altri, è diventato lui stesso "preparatore" di amici e di runner che sono entrati a far parte di un suo entourage.

La fatica più bella è sicuramente un volume che tutti coloro che amano la corsa dovrebbero leggere e conservare per rileggerlo di quando in quando e per ricordare a se stessi che, sempre, la Maratona dovrebbe contenere in sé inclusa una sfida al limite, al proprio personale limite: e che senza il desiderio di avvicinarsi al proprio limite non vale nemmeno la pena metterci mano.

(Dal risguardo di copertina) Come insegnano i filosofi orientali, la strada è più importante del traguardo, ed è il cammino a dare un senso alla meta.

«È il momento di avere pazienza e di non fare errori. È il momento di cercare la nostra corsa perfetta, quella che abbiamo costruito giorno per giorno, espressione del nostro personale equilibrio tra sforzo e durata, tra velocità e resistenza. Se ci siamo allenati con la testa, oltre che con le gambe, ormai la conosciamo bene, è diventata una vecchia amica. Siamo nelle condizioni migliori per metterla in pratica: non dobbiamo spingere troppo – anzi, dobbiamo controllare la velocità – e possiamo concentrarci sull'efficienza. Eccola, la nostra corsa perfetta!»

La corsa sulle lunghe distanze è una disciplina dura. Richiede costanza, capacità di sopportare la fatica e superare soglie di sofferenza a cui la nostra vita sedentaria non ci prepara. Ma è l’attività più naturale che sia possibile praticare; un’attività nella quale milioni di anni di evoluzione della specie ci hanno reso imbattibili. E, soprattutto, la corsa ci rende felici. Non soltanto più magri e forti, più sani e soddisfatti: riesce a toccare qualcosa di misterioso, che ci avvicina alla nostra natura più profonda e ci fa sentire liberi. Se l’uomo è un perfect runner, la maratona è la distanza perfetta. Rappresenta infatti il giusto compromesso tra resistenza ed efficienza: mette alla prova la capacità fisica e mentale di ‘tenere duro’, ma consente di esprimere un gesto atletico efficace, limpido, ‘bello’.Può essere un’avventura splendida o fallimentare; può lasciare stanchi e felici, o frastornati, svuotati e delusi. Non tutto dipende dal risultato. Come insegnano i filosofi orientali, la strada è più importante del traguardo, ed è il cammino a dare un senso alla meta.

 

Gastone Breccia

(Note biografiche) Gastone Breccia vive a Cremona dove insegna Storia bizantina presso la Facoltà di Musicologia, sede staccata dell'Università di Pavia. Ha pubblicato diversi scritti di taglio storico-filologico su testi della cultura bizantina.
Negli ultimi anni si è dedicato alla ricerca in campo storico-militare anche al di fuori dell’ambito della bizantinistica. Esperto di teoria militare, di guerriglia e controguerriglia, ha condotto ricerche sul campo in Afghanistan (2011) e Kurdistan (Iraq e Siria, 2015). È membro del direttivo della Società Italiana di Storia Militare (SISM) e collaboratore fisso della rivista “Focus Wars”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: I figli di Marte. L’arte della guerra a Roma antica (Mondadori 2012); L’arte della guerriglia (Il Mulino 2013); La tomba degli imperi (Mondadori 2013); Le guerre afgane (Il Mulino 2014); Nei secoli fedele. Le battaglie dei Carabinieri 1814-2014 (Mondadori 2014); 1915. L’Italia va in trincea (Il Mulino 2015); Guerra all’Isis. Diario dal fronte curdo (Il Mulino 2016). 

Sul tema de "L'arte della guerra" (Einaudi 2009), ha scritto "Con assennato coraggio...L'arte della guerra a Bisanzio tra Oriente e Occidente", apparso nel 2001 su «Medioevo greco - Rivista di storia e filologia bizantina», e due saggi sulla guerriglia a Roma e a Bisanzio (Grandi imperi e piccole guerre) usciti sulla stessa rivista nel 2007 e 2008. Più divulgativo l'articolo Adieu, Herr von Clausewitz, un'analisi delle difficoltà americane in Iraq alla luce delle teorie belliche classiche, pubblicato su «Limes» nel 2006.

 

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7 giugno 2018 4 07 /06 /giugno /2018 09:06
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, Einaudi, 2018

Camminare è secondo Erling Klagge un gesto sovversivo e libertario  (e nel sostenere questo punto di vista egli si ispira ovviamente, molto, a Thoreau e al suo saggio sul camminare. Ed è un'affermazione autorevole la sua, dal momento che egli non è un camminatore comune, ma uno che, camminando, ha compiuto significative ed ineguagliate imprese.
Tuttavia, egli afferma, il gesto del camminare è identico sia che lo si affronti con un obiettivo ambizioso sia che lo si faccia come un'attività quotidiana, con finalità di fitness o anche da flaneur.
D'altra parte, come risulta dai diversi resoconti, sono molteplici le motivazioni che spingono centinaia di persone ogni anno a percorrere il Cammino di Santiago - tutte valide, peraltro, perchè in ciascuna motivazione individuale vi è contenuta una verità personale - ma alla fine è soltanto il camminare giornaliero con la mission di compiere quei 25-30 km a forgiare il camminatore e a tramutarlo in taluni casi in pellegrino.
Il camminare - come anche il correre lento - pone il soggetto in maniera ineludibile in contatto con il mondo al di fuori e nello stesso tempo con il proprio mondo interiore, allentando le barriere protettive, rende più permeabile l'interno e nello stesso consente l'emergere di istanze interiori dimenticate oppure ricoperte dalla spessa corazza della quotidianità.
Camminando si mettono tra parentesi le preoccupazioni quotidiane, oppure ci si ritrova a pensare creativamente, poichè gli stimoli esterni entrano in contatto con il Sè più intimo ed attivano forme di story telling e impreviste contaminazioni tra piani di coscienza differenti.

Il camminare quotidiano, secondo Kagge (con il supporto di studi scientifici che egli non manca di citare) sviluppa la creatività, facilitando gli individui nel trovare delle soluzioni a problemi da cui sono assillati o anche a metterli tra parentesi e potere così dedicarsi ad un'attività che, se effettuata con abbandono e dedizione, può servire a fare nella mente il vuoto e a creare la sospensione di memoria e desiderio (entrambe i fenomeni di per se stessi terapeutici).
Siamo fatti per camminare (o per correre) e l'Homo sapiens si è evolluto proprio svolgendo queste due fondamentali attività che rappresentano lo strumento fondamentale di presa di contatto e di dominio della realtà.
E camminare, come correre o anche l'andare in vbicicletta, sono tra le poche attività autenticamente "anarchiche": nel senso che per svolgerle non c'è da chiedere il permesso a nessuna istituzione, nè c'è alcuna tassa da pagare.

Dopo un volume di meditazione sul silenzio, Erling Kagge ci propone - con altrettanta incisività - un breviario di pensieri sul camminare, maturato e filtrato attraverso la sua peculiare esperienza di grande ed instancabilmente camminatore. Si tratta di Camminare. Un gesto sovversivo (nella traduzione di Sara Culeddu), pubblicato da Einaudi(Stile libero Extra) nel corso del 2018
 

Erling Kagge

(dalla quarta di copertina) Dall'autore del best seller mondiale Il silenzio, un gesto d'amore per il pianeta, un viatico per chi vuole accordare il corpo al ritmo dell'anima.
Camminare è diventato un gesto sovversivo. Non serve essere atleti professionisti, aver scalato l'Everest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria piú efficiente, è piú creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la piú semplice esperienza in un'avventura indimenticabile.
«Con un senso di stupore e meraviglia, Kagge vaga piú che narrare, muovendosi tra filosofia, scienza ed esperienza personale...È sempre bene ricordare le antiche verità. E Kagge sa come farlo». Los Angeles Review of Books
L'autore. Erling Kagge (Oslo, 1963) è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest.
Per Einaudi ha pubblicato Il silenzio (2017), che è stato venduto in 35 Paesi, e quest'ultimo volume sul Camminare (2018).

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17 maggio 2018 4 17 /05 /maggio /2018 07:50
Blue Heart

La Compagnia dei Cammini ha ospitato, martedì 15 maggio 2018 a Colle Val d’Elsa (SI), la proiezione del film documentario realizzato da PatagoniaBlue Heart. Salviamo i fiumi selvaggi d’Europa, in collaborazione e con il circolo Arci Il Cipollino Felice. Ha fatto seguito discussione con Luca Gianotti e  con alcuni rappresentanti della Compagnia dei Cammini.
Più di 3.000 dighe e derivazioni sono attualmente in fase di realizzazione o progettazione nei Balcani, sugli ultimi fiumi incontaminati d'Europa.
Queste centrali idroelettriche provocheranno danni irreversibili ai fiumi, alla fauna selvatica e alle comunità locali. Blue Heart documenta la lotta per difendere il Vjosa, in Albania, il più grande fiume incontaminato d'Europa, gli sforzi profusi per salvare la lince dei Balcani in via di estinzione in Macedonia e la protesta delle donne di Kruščica, in Bosnia ed Erzegovina, condotta 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per proteggere l'unica fonte di acqua dolce della loro comunità.
Il film ha una durata film 40 minuti.
Prodotto da Patagonia, in collaborazione con le ONG della regione balcanica e di tutta Europa, diretto da Britton Caillouette (Farm League) e con musiche di Andrew Bird, il film è uno strumento cruciale della lotta volta ad aumentare la consapevolezza globale della campagna Save the Blue Heart of Europe. Nel film e per tutta la durata della campagna, Patagonia chiede alle persone di scendere in campo e firmare una petizione online per fare pressione sugli sviluppatori e sulle banche estere che stanno finanziando progetti di costruzione di dighe, anche all’interno di aree protette. Blue Heart è stato lanciato in tutto il mondo il 28 aprile 2018. La prima mondiale del film si è tenuta a Idbar Dam in Bosnia-Erzegovina, seguita da proiezioni nella penisola balcanica e nelle principali città del mondo.
Il film sarà anche disponibile su iTunes a partire dall’8 agosto 2018.

 

Blue Heart


Save the Blue Heart of Europe

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7 maggio 2018 1 07 /05 /maggio /2018 09:15
Biagio D'Angelo, Non ci resta che correre. Una storia d'amore e di resistenza, Rizzoli, 2017

Biagio D'Angelo nel suo primo libro Non ci resta che correre. Una storia d'amore e di resistenza (Rizzoli Editore, 2017) è riuscito a raccontare egregiamente e senza retorica quello che può essere il viaggio dentro il pianeta della corsa di lunga durata, a partire da un primo aprroccio casuale e da spettatore, quando si ritrovò da turista a osservare dall'esterno i tantissimi corridori che sfilano per le strade della grande Mela, in occasione dell'appuntamento annuale con la Maratona più celebre del mondo. Del tutto casualmente, dopo quell'esperienza, Biagio prende a correre e inizia un lungo viaggio che lo porterà a correre la sua prima maratona, a Venezia.

Come sanno tutti quelli che si sono sperimentati in questo campo, di un vero e proprio viaggio si tratta: tra passaggi da luoghi dove non si sarebbe mai andati senza la scusa della corsa e incontri con tantissime persone, praticanti e non, che hanno da raccontare delle storie. Come sottolinea Kagge, nel suo libro sul camminare, anche la corsa specie quella lenta (non quella dei top runner, per intenderci) è una corsa che porta verso se stessi, che spinge a pensare e a riflettere, ad elaborare un pensiero creativo, ad osservare il mondo con freschezza e a incontrare gli altri, a raccontare le proprie storie e ad ascoltare quelle di altre. Il libro di Biagio è così tante cose assieme: viaggio, avventura, introspezione, scoperta di luoghi e di persone. E, intanto, con il passare dei capitoli, Biagio accumula sempre più chilometri corsi, comincia a sperimentarsi sul terreno delle non competitive e non, sino alla sua prima Mezza maratona e oltre.

E, ad ogni singolo  step di questo percorso, egli si ritrova a scoprire, con meraviglia, mondi sempre nuovi, mondi di cui avrebbe continuato ad ignorare l'esistenza se fosse rimasto nel chiuso di una palestra. Ed è davvero una splendida avventura quella che egli persegue successivamente nel passaggio dalla Mezza alla Maratona.
Il lettore attento si accorgerà che il libro si conclude con lo start della Maratona di Venezia che, al momento di chiusura del volume, dovrebbe rappresentare il culmine della sua esperienza podistica. Manca il racconto della Maratona di venezia: cosa avrà visto, cosa avrà sentiti, quali emozioni avrà sperimentato lungo i fatidici 42 e 195 metri, quale sarà stato il suo stato d'animo quando ha tagliato il suo primo traguardo di maratona. Tutto questo rimane in sospeso e avvolto in un silenzio che può riservarsi soltanto alle esperienze indicibili o a quelle che ti riempiono così tanto che, almeno inizialmente, debbono rimanere come una pagina non scritta del proprio diario di bordo.

E' un libro in cui chiunque abbia fatto l'esperienza della corsa amatoriale può riconoscersi: apprezzando con piacere che egli si rivolge a quelli come lui, cioè a coloro che amano la corsa lenta. Volutamente egli non si occupa della corsa agonistica dei top runner, lasciando quest'aspetto ai cronisti sportivi. Lui, come tanti, vuole essere un podista lento e come tale può divertirsi nel senso più puro del termine e sperimentare sempre cose nuove con freschezza d'animo.

Vorrei spendere alcune parole per spiegare come mi sono imbattuto in questo libro.

Edoardo Vaghetto alla 6 ore di Mondello 2017 (foto di Maurizio Crispi)

Alla 6 ore di Mondello 2017, l'8 dicembre, ho incontrato Edoardo Vaghetto uno dei personaggi della corsa di lunga durata che popolano le pagine di Non ci resta che correre a cui Biagio D'Angelo ha dedicato un intero capitolo dal titolo "La Corsa di Edoardo" (e in quell'occasione, Edoardo, ovviamente, inossidabile come sempre, benchè già a metà strada tra i 75 e gli 8o anni, partecipava).

Mi ha chiesto se avessi già letto questo libro. Io gli risposi: No, non ancora! (bluffando sul fatto che il suo passaggio dalle librerie mi fosse sfuggito)! Solitamente, seguo molto da vicino tutte le new entry editoriali in questo campo, perchè mi piace leggere e poi scrivere le recensioni per il mio magazine. 
Lui mi disse (senza menzionare il fatto che  ci fosse un capitolo a lui dedicato: un bell'esempio di modestia) che nel tuo libro si parlava anche di Enzo Cordovana e che lui intendeva portarne una copia ai familiari. Enzo ci ha lasciato dopo una breve, inattesa, malattia un paio di anni fa. Anche lui, come me psichiatra, quando - senza aver mai partecipato ad una gara podistica e senza aver mai corso - gli venne la voglia improvvisa di cimentarsi nella sfida dei 100 km, si rivolse a me per chiedermi dei consigli. Allora, in Sicilia (siamo alla fine degli anni Novanta) quelli che avevano già corso delle 100 km erano delle autentiche mosche bianche e i neofiti si ispiravano - chiedendo eventualmente guida e consigli - a quei pochi che già vi si erano sperimentati.
Io molto volentieri gli diedi le dritte necessarie: fu così che diventammo rapidamente amici e compagni di corse e di viaggi per una stagione durata diversi anni.
Tramite Enzo il Verbo delle Ultramaratone si diffuse anche ad altri del suo entourage professionale ed egli diivenne per questo motivo ispiratore anche di Edoardo: si erano conosciuti per affinità di residenza - Enzo abitava a Ficarazzi e Edoardo a Bagheria, ad un tiro di schioppo, praticamente.
Per la prima 100 km di Edoardo (il suo "battesimo") partimmo, infatti, in tre: io, Enzo (che aveva già superato con successo la fase di neofita e che mi spingeva verso altre e più impegnative imprese di ultramaratona) e l'esordiente Edoardo.
Dopo questo breve colloquio con Vaghetto, ho preso nota mentalmente del titolo del libro di Biagio D'Angelo e dì lì a poco l'ho acquistato. 
Sin dalle prime battute, ho sentito che questo libro mi avrebbe spinto a scrivere una recensione "ispirata", poichè vi ho potuto leggere il mio percorso attraverso la corsa e attraverso le mie esperienze di scrittura di cose di corsa (se penso, ad esempio, agli anni di collaborazione con podisti.net...), con un'attenzione - direi minuziosa ed empatica, alle persone e ai luoghi.
A me che già scrivevo, la corsa diede uno straordinario impulso alla scrittura, spingendomi a sperimentarmi in territori diversi dalla saggistica scientifica: non so perchè ciò accadesse. 
Dovevo scrivere di tutto: la partecipazione ad una gara di corsa (oppure il compiere un semplice allenamento) mi imponeva come sottoprodotto quasi necessario (per il compimento di un'elaborazione interiore) un intenso impegno di scrittura per raccontare la gara, la sua atmosfera, la mia esperienza, i miei stati d'animo, cosicchè ogni allenamento, ogni gara, si trasformavano in una sorta di viaggio meraviglioso.
Credo che sia proprio questa l'essenza della corsa che - se si riesce a evitare di viverla come una non-esperienza, cioè come una attività coatta (come a tanti capita: e sono tanti, forse troppi, gli amatori che la trasformano in un secondo lavoro) - possa essere un'occasione di perfetta sintesi di conoscenza del proprio corpo (inteso come psico-soma), delle proprie emozioni e di affinamento della capacità di osservazione interna ed esterna e, non ultima cosa - di slatentizzazione del senso della meraviglia (o, se vogliamo, di recupero del nostro sguardo dei bambini che fummo sulle cose).
Il libro mi è piaciuto, senza deflessioni, nel passaggio da un capitolo all'altro. Mi è piaciuta, in particolare, questa continua alternanza tra il punto di vista interiore, i bozzetti di realtà filtrati dallo sguardo dello scrittore e le narrazioni concernenti altri personaggi della corsa, accolte da Biagio con curiosità empatica.
Quando si entra nel mondo della corsa si può avere l'impressione di entrare in un pianeta a se stante, o forse meglio, in un universo, un intero macroverso che si fa microverso, attraverso la raccolta di microstorie individuale, ciascuna delle quali può acquistare delle valenze universali e può insegnare tante cose. E la stessa sensazione la si può avere se si passa dall'esperienza della Maratona a quella delle Ultra, partendo dalla 100 km per approdare alla realtà delle Ultra a tempo su circuito.
La corsa è un'occasione preziosa per stare con se stessi (forse anche per riconciliarsi con il proprio Sè interiore) e per incontrare altri, che si presentano il più delle volte a nudo, con sogni e speranze che non è possibile vedere quando si indossa la corazza protettiva della vita di tutti i giorni.

 

Biagio D'Angelo

(dal risguardo di copertina) Con il suo primo libro, Biagio D’Angelo scrive una dichiarazione d’amore coinvolgente, commovente e autoironica, che appassionerà tanto i runner di lungo corso quanto i neofiti alle prese con i primi chilometri

«Facciamo un brindisi» dice allora la Vale a voce alta. «Alla maratona.» Come altri brindano alla pace nel mondo, al futuro, all’anno nuovo, all’amore, alla bellezza o ad altre cazzate che salveranno il mondo, noi brindiamo alla maratona. È già qualcosa.

Il momento in cui ti innamori, anche se mentre lo vivi non te ne rendi conto, innesca conseguenze impreviste e irreversibili. È ciò che succede anche al protagonista di questo libro, quarantacinque anni, padre separato, quando un sabato pomeriggio di marzo mette su la prima maglietta di cotone che gli capita, un paio di vecchie scarpe e invece di andare in palestra tira dritto e comincia a correre lungo il Naviglio: due chilometri all’andata e due al ritorno. Perché sì, è della corsa che si innamora. Di quella cosa che “si fa per non impazzire”, per tornare bambini o per preparare “il viaggio più bello della vita”: la prima maratona. Ed è così che nasce questo libro che parla di running, da leggere tutto d’un fiato come un romanzo. Perché a dare il passo all’autore ci sono tanti personaggi incredibili: per esempio c’è Edoardo, che scopre la corsa a sessant’anni sotto gli sguardi irridenti dei suoi compaesani e che oggi, a settantotto, è il secondo ultramaratoneta al mondo della sua categoria; c’è Constantin, che corre in stampelle dopo l’amputazione di una gamba; c’è Mahanidhi, prototipo del corridorecercatore; c’è persino Chet Baker, che appare come una visione in un’alba nebbiosa alle porte della città. E c’è appunto Milano, la Milano del Parco Sempione e quella delle periferie, di tanti luoghi nascosti e tanti sguardi possibili solo all’occhio di chi li attraversa correndo.ù

L'autore. Biagio D'Angelo è nato a Messina e vive a Milano. Da oltre vent'anni si occupa di comunicazione, collaborando con diversi marchi nazionali e internazionali. Dal 2016 con l'agenzia K words realizza progetti di welfare aziendale. Non ci resta che correre (Rizzoli 2017) è il suo primo libro. Il suo sogno è quello di poter scrivere un giorno un romanzo: d'altra parte corsa e scrittura si coniugano perfettamente come ci ha mostrato Haruki Murakami, nel suo "L'Arte di Correre", in cui la corsa quotidiana alimenta la scrittura e viceversa in un circolo in cui è difficile poter dire cosa abbia originato cosa.

... la corsa su lunghe distanze mi ha insegnato la disciplina e la pazienza necessarie per scrivere. Si tratta di una cosa che ho sempre fatto, anche per lavoro (ho un'agenzia di comunicazione), ma da lettore accanito ho sempre sognato un giorno di poter raccontare qualcosa attraverso delle storie.
La corsa è stata per me un viatico sorprendente per iniziare. E anche adesso, che sono impegnato a scrivere un nuovo libro, che non parla di corsa, un romanzo vero e proprio, è proprio grazie a quel poco che ho imparato nelle corse su lunghe distanze (quella cura nell'essere presenti a se stessi, di cui mi parli, nel sapere che l'unico modo per procedere è mettere un passo avanti all'altro, trovando il proprio ritmo, come si fa con le parole, con calma e tenacia) che piano piano, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, sto portando avanti anche questa piccola impresa.

Biagio D'Angelo, in risposta ad una mia mail

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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