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25 ottobre 2013 5 25 /10 /ottobre /2013 07:57

(Maurizio Crispi) Sto appena cominciando a leggere Lo Sport del Doping. Chi lo pratica, chi lo subisce (EGA Torino, 2013), scritto da Alessandro Donati, ex-tecnico federale responsabile del mezzofondo veloce, appena adesso. 
Intanto, però posso anticipare queste brevi considerazioni: l'entusiasmo che sto sperimentando nel primo approccio ad esso mi spinge a farlo irresistibilmente.
Sin dalle prime pagine si legge come se fosse un romanzo, tanti sono i colpi di scena che l'autore propone e tante sono le situazioni di intrigo e di imbroglio che vi vengono raccontate. Alessandro Donati è stato un "puro" e non ha mai esitato tra lo scegliere la via dello sport pulito e quella fatta di scorciatoie per ottenere il risultato: inteso come "medaglia" e "posto sul podio", mai come piazzamento dignitoso. Donati che è stato anche a scuola dell'allenatore di Mennea ha sempre impresso questo sigillo al suo stile di allenatore: mai i mezzi innaturali, saldi princpi morali e, soprattutto, assoluta sincerità con i suoi atleti. Il suo racconto si sviluppa dai primi anni Ottanta, quando all'interno della FIDAL impazzava il "verbo" di Conconi: un metodo basato sulle auto-emotrasfusioni e, naturalmente, molto altro. Molto altro, indubbiamente: perché quando si comincia ad investire su di u atleta per farlo diventare vincente, allora ogni mezzo diventa lecito, anche se l'atleta dovesse morire o risentirne in modo invalidante.
Questo saggio si inserisce sulla scia del precedente volume di denuncia, scritto da Donati "Campioni a perdere", andato a ruba e ormai purtroppo esaurito.
Donati ha pagato per il fatto di voler essere puro sino all'ultimo: essendo un personaggio scomodo ed imbarazzante, in un momento in cui tutti volevano il metodo Conconi (e chissà che altro!) è stato estromesso - all'interno della FIDAL - dal suo ruolo di responsabile della squadra di atleti del Mezzofondo veloce (800 e 1500 metri piani) e relegato a fare un oscuro lavoro burocratico in un sottoscala della Federazione.
Ha avuto la forza e il coraggio di portare avanti la forza delle sue idee e dei suoi principi. Tra la possibilità (che gli era offerta di scrivere un libro teorico sul Doping e sui suoi pericoli, ha preferito raccontare la sua storia, intessuta delle sue personale esperienze, nella qualità di "testimone" dissidente e pertanto scomodo, e di altri racconti appresi dal suo personale vertice di osservazione.
E dallla lettura del suo libro vengono fuori tanti nomi eccellenti, legati ad un periodo in cui sembrava che l'Atletica italiana grazie all'imbroglio, alla sottomissioni alle suggestione chimica e alla sistematica applicazione di mezzi di allenamento illecito potesse avere un grande e straordinario sviluppo.

Gli effetti delle pratiche dopanti praticate agli alti vertici dell'Atletica italiana, purtroppo, sono stati contrari e devastanti: le vie rapide, le scorciatoie si ritorcono contro chi le pratica e, come soleva dire il compianto Mennea, grande e strenuo alfiere della lotta contro il Doping, gli atleti dopati hanno la vita breve, si infortunano dopo pochissimi anni di attività e finiscono con lo scomparire di scena ed essere dimenticati. 

Le vie brevi, il risultato eccezionale conseguito con mezzi artificiali (ed innaturali), sono come una droga, provocano euforia ed eccitazione e finiscono con il generare una forma di speciale addiction mentale, che colpisce irrimediabilmente sia gli atleti che vengono sottoposti a queste pratiche sia i dirigenti collusi, sia i "tecnici" che oltre alla gratificazione demiurgica sdi riempono le tasche di lauti compensi. E tutto ciò diseduca dal duro lavoro necessario per perfezionare la forma fisica di ciascuno atleta, per limare la loro performance, per "costruirli" passo dopo passo in un percorso che può durare anni: e qui, ancora una volta mi vengono in mente le parole di Mennea, quando raccontava dei duri sacrifici a cui dovette sottoporsi nel lungo viaggio che lo portò a conquistare il record del Mondo nei 200 metri piani.
Ma il guaio è stato anche che, assieme al "demiurgo" e dispensatore di falsa moneta Conconi (poi sottoposto a un procedimento penale per pratiche illecite nello sport), è tramontata un'era dalla quale ancora oggi l'Atletica italiana stenta a riprendersi.
Ma Donati illustra nel suo volume anche la diffusione delle pratiche dopanti anche tra gli sport amatoriali, facendoci intravedere un iceberg di cui la parte emergente è solo una minima parte.
Per tutti questi motivi "Lo Sport del Doping" ha avuto uno straordinario successo: oltre 4 le ristampe della 1^ edizione (2012) e nel 2013 una seconda edizione ampliata.
Ma oltre a questo semplice dato, vi è quello ben più significativo del numero di volte in cui Alessandro Donati è stato chiamato a presentare il suo libro a uditori interessati.

(Dal risguardo di copertina) Gli scandali del doping si susseguono coinvolgendo campioni di primissimo piano. E' ormai consapevolezza diffusa che in diverse discipline sportive il ricorso al doping coinvolge gran parte degli atleti di vertice e altera i risultati delle maggiori competizioni sportive, favorito da dirigenti che guardano solo al numero delle vittorie e da una stampa sportiva che preferisce non vedere e non sentire. Pochi sanno, invece, che tutto questo ha fatto 'scuola' e che molti praticanti di livello amatoriale affollano gli ambulatori dei medici dei 'campioni' per farsi prescrivere la 'cura' miracolosa che può consentire loro di battere in gara il collega di ufficio o il vicino di pianerottolo. Così il doping è diventato fenomeno di grandi numeri, con molti punti di contatto con la droga e sta generando traffici internazionali manovrati dietro le quinte dalle multinazionali farmaceutiche.


Sono certo che, in seguito, quando avrò portato a termine la lettura del volume di Donati ne scriverò ancora.

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25 settembre 2013 3 25 /09 /settembre /2013 19:54

The North Face®Ultra-Trail du Mont-Blanc® 2013 (11^ ed.). Ieri, l'anteprima su Bike Channel del film dell'Ultratrail du Mont Blanc (UTMB®), The extraordinary StoryIeri 24 settembre alle 22.45, è andato in onda su "Bike Channel" in anteprima il film-documentario “The extraordinary story" che racconta l’Ultra Trail du Mont-Blanc (UTMB®), inaugurando la nuova linea editoriale del canale 214 di Sky.

 

“The Extraordinary Story”, emozionante docu-film che narra la fatica e la caparbietà degli atleti che hanno partecipato all’edizione più dura e impegnativa dell’Ultra Trail du Mont-Blanc, è di scena in anteprima su Bike Channel (canale 214 di Sky), martedì 24 settembre 2013, alle ore 22.15.

La pellicola, prodotta da Sportmaker S.r.l., inaugura in grande stile la nuova linea editoriale intrapresa dal canale Sky. Bike Channel infatti dallo scorso 16 settembre, con il passaggio sul canale 214 visibile a tutti i clienti Sky, aggiunge alla numerose produzioni dedicate esclusivamente all’universo della bicicletta tanti contenuti legati al mondo dell’endurance.

The Extraordinary Story” è il primo di questi contenuti e racconta attraverso spettacolari immagini le fatiche che corridori non professionisti hanno fronteggiato, passo dopo passo, nella gara regina delle ultra maratone europee, l’Ultra Trail du Mont-Blanc (UTMB). Vibram, infatti, azienda italiana leader mondiale nella produzione e commercializzazione di suole in gomma ad alte prestazioni, in occasione della gara svoltasi nel 2011, ha selezionato 5 persone normali – non atleti - e le ha messe nelle condizioni di compiere un’impresa straordinaria: superare i propri limiti mentali e fisici per portare a termine la corsa più dura di tutta Europa.

 “The Extraordinary Story” narra proprio l’avventura del team Vibram, persone ordinarie che sono riuscite a portare a termine un’impresa davvero unica: 169 kilometri, tre paesi da attraversare - Francia, Italia e Svizzera - 9.700 metri di dislivello, temperature molto rigide spesso sotto lo zero termico e un percorso estenuante da terminare entro il tempo limite di 46 ore. Queste le condizioni estreme che hanno dovuto affrontare tutti i 2400 partecipanti dei quali però solo la metà ha raggiunto il traguardo nel tempo stabilito. 

La pellicola è anticipata da immagini in anteprima della quarta edizione del celebre Tor des Géants (che si è conclusa lo scorso 15 settembre) e da un’intervista in esclusiva a Franz Rossi, blogger, scrittore ed editore del blog XRun, e a Pietro Trabucchi, psicologo dello sport, ex allenatore della nazionale italiana di Sci e autore del libro “Resisto dunque sono”, due professionisti italiani che hanno affrontato la gara dei quattro Giganti.

Bike Channel comunque non tradisce le sue origini e continua a proporre nel suo palinsesto numerosi programmi legati al mondo della bicicletta: bici da corsa, mountain bike, downhill, freeride, gare, eventi Red Bull e cicloturismo. Il tutto con la supervisione editoriale del due volte vincitore del Giro d’Italia Paolo Savoldelli.

 

Tutte le novità, la programmazione e gli aggiornamenti sono segnalati su www.bikechannel.it

 

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14 settembre 2013 6 14 /09 /settembre /2013 08:45
Delitto-alle-olimpiadi.jpg(Maurizio Crispi) Un paio di mesi fa ho scoperto casualmente in libreria il volume con la terza indagine del Commissario Igor Attila (Paolo Foschi, Il Killer delle Maratone, 2013), l'ho letto con enorme piacere e mi sono subito procurato le prime due "avventure" del Commissario, di nobili origini russe nonché ex-olimpionico a Seul.
"Delitto alle Olimpiadi. Un'indagine del Commissario Attila" (Edizioni e/o 2012) introduce il commissario Igor e la sua squadra (la "Sezione Crimini Sportivi" della Polizia di Roma) che, dopo un lungo periodo di inattività viene coinvolta in una prima indagine delicata e presto dai risvolti internazionali. 
Da Roma, infatti, il Commissario dovrà spostarsi a Londra dove sono in corso i Giochi Olimpici per tenere d'occhio alcuni sospettati dell'omicidio della bella ostacolista azzurra Marinella Paris trovata uccisa a colpi di spranga sul lido di Ostia.
La squadra del Commissario Attila è composta da diversi bizzarri personaggi ciascuno dei quali, tuttavia, per esperienze vissute possiede delle specifiche competenze in diversi campi dei crimini sportivi e ciascuno di essi, pertanto, può fornire un contributo originale e fondamentale al dipanarsi delle indagini che procedono con un loro ritmo, mentre i vertici della Polizia e della Questura dopo aver richiesto di procedere con diplomazia per non alterare il clima di serenità pre-olimpico, da un certo momento in poi vogliono che una testa cada e che, anche con clamore mediatico, un arresto sia compiuto.
Il Commissario procede lungo la sua strada, stritolato da opposte tensioni, mentre - nello stesso tempo - è tormentato da una storia d'amore appena conclusa e dai fantasmi del suo passato di boxeur olimpico che, a causa della corruzione coreana, 25 anni prima, aveva sfiorato l'oro olimpico e lo aveva poi perso, perché a tavolino era stato deciso che dovesse vincere un  Coreano.
Anche questo romanzo di Foschi è un poliziesco classico, scritto - bene anche se in maniera leggera - e dimostra una conoscenza profonda da parte dell'autore del mondo sportivo e delle sue "debolezze" e criticità: in questo romanzo, si potrà anche ritrovare un'interessante incursione nel mondo del Doping e delle scommesse clandestine e, qua e là. qualche flash su temi sociali (come ad esempio nella sequenza in cui il Commissario viene coinvolto nella protesta degli abitanti della piccola borgata marinara di Ostia sfrattati in nome della speculazione edilizia) o su eventi attuali (come accade con la pittoresca e colorata descrizione della Londra dei Giochi Olimpici 2012). 
E' la lettura adatta per un giorno di vacanza e di relax, magari proprio dopo una fatica sportiva.
(Un commento di ElisaB. su IBS del 04-05-2013) "Delitto alle Olimpiadi" è la prima prova letteraria dell'autore Paolo Foschi, una prima prova piuttosto buona e con un'idea del tutto originale alla base: la squadra della Sezione crimini sportivi della Questura di Roma, costituita da un gruppo di ex-atleti tutti con alle spalle qualche "fallimento" sportivo. Una squadra eterogenea in cui ogni membro ha una sua peculiarità, che si dimostrerà molto utile nello svolgimento delle indagini sull'omicidio di un'atleta olimpica. La Sezione è guidata dal commissario Igor Attila, ex-pugile medaglia d'argento alle Olimpiadi di Seul, il quale mostra all'apparenza una personalità burbera e insofferente, ma che si rivela -  nel corso della lettura - un uomo molto sensibile e romantico, ferito dalle ingiustizie subite e da un amore complicato e che deve, inoltre, sottostare alle angherie dei propri superiori. E' un commissario non solo amante dello sport pulito, ma un vero intenditore in fatto di musica, elemento che lo accompagna durante tutta l'inchiesta. Con gli occhi del commissario Igor Attila, l'autore ci porta non solo a seguire l'indagine per l'omicidio dell'ostacolista Marinella Paris fra palestre, centri sportivi e le imminenti Olimpiadi di Londra, ma ci mostra anche molte delle contraddizioni e degli scempi che vengono portati avanti nel nostro Paese, come gli abusi edilizi, o gli aspetti più negativi dello sport, come ad esempio il doping e le scommesse illegali. E' un libro piacevole, ben scritto e facile da leggere, non soltanto per il genere che cattura l'attenzione, bensì perché si rivela tutt'altro che noioso o lento e in questo l'autore è facilitato dalla sua professione di giornalista, che gli consente di dare al racconto un bel ritmo, ma anche da una sua verve ironica che trasferisce nella storia e nei diversi personaggi. Igor Attila non un eroe, ma un uomo come tanti che nella vita affrontano ogni giorno il mondo del lavoro, le amicizie e i rapporti con i capi a testa alta e per questo piace. Come i commissari Montalbano e Manara!
(Dalla 4^ di copertina) Giovane, bella e famosa. L'ostacolista Marinella Paris è la stella della squadra azzurra di atletica per le Olimpiadi di Londra. Alla vigilia della partenza per l'Inghilterra viene trovata morta, nuda e con la testa spaccata, sulla spiaggia di Ostia, dove la nazionale è in ritiro per rifinire la preparazione. Non ci sono sospettati. Non si trova l'arma del delitto. L'unico indizio è un misterioso flacone di pillole bianche scoperto nella camera dell'atleta. L'inchiesta viene affidata al commissario Igor Attila, ex pugile a sua volta medaglia d'argento alle Olimpiadi di Seul del 1988, che vive sospeso fra la frustrazione per il mancato oro e le speranze legate alla travagliata storia d'amore con In Titta. Igor Attila, discendente dell'ultimo zar di Russia, è un poliziotto burbero e romantico che sfoga la rabbia prendendo a pugni il sacco da boxe appeso in ufficio. Guida la Sezione crimini sportivi della questura di Roma, composta da quattro agenti con fallimentari trascorsi da atleti alle spalle.


Nota biografica sull'autore. Paolo Foschi 
è un grande appassionato di nuoto  e nuotatore master con il Flaminio Sporting Club di Roma, felicemente sposato con Maria Teresa, collega anche lei, e padre felicissimo di Viola. La passione per lo sport per Foschi è di antica data: egli è infatti diplomato all’ISEF.
Svolge attività giornalistiche. 
Igor Attila è stato protagonista di un'altra indagine poliziesca (oltre alle due citate qui), in "Il Castigo di Attila", sempre pubblicatoda e/o.
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8 settembre 2013 7 08 /09 /settembre /2013 12:46

 

The Unknown Runner. Il film sulla storia di Geoffrey Kipsang, presto proiettato in prima assoluta a BerlinoPresto, a Berlino, il 25 settembre, verrà proiettata la prima del film The Unknown Runner che racconta la storia di Geoffrey Kipsang, presetanta come "a story of struggle, sacrifice and dedication. Follow him on his journey up to the Marathon debut".
The Unknown Runner follows the story of Kenya’s Geoffrey Kipsang on the long road to his marathon debut.
Quella che segue è un'intervista rilasciata qualche mese fa dal regista del film.

SPIKES speaks exclusively to Dutch director Boudewijn De Kemp, to find out what the film can teach us about the most successful nation of distance runners on the planet.
How did you get involved in the project? I’m a director with roots in advertising but I’m also an avid runner. I really enjoy running at a recreational level and competing in road races, just for fun. My interest was triggered by the fact that the top African runners seemed to come out of nowhere. I had seen a piece about Jos Hermens [the founder of Global Sports Communications, one of the world’s biggest athletics management agencies] talking about training camps in Africa, and this started an idea brewing in my head. I thought, wouldn’t it be interesting to see the background story of an African runner? I called the film The Unknown Runner because they [the African athletes] are almost faceless. They are achieving amazing things but don’t get the recognition. I thought, we should follow a talented runner through to his marathon debut and show his background story.
How did Geoffrey come to be the central character in the film? I went to Global Sports Communication and said I would like to follow an athlete towards his international marathon debut. They provided me with a few names but, to me, Geoffrey was the interesting one.
Why was his story worth telling? His story was typical of many other Kenyan runners who come to Europe to win. They grow up and have little else to do besides farming. It is a harsh life. Athletics provides them an escape route from this life.
What were the biggest challenges you faced? The biggest challenge was the modesty of the Kenyan people. In their eyes Geoffrey hasn’t achieved anything. Of course, he is a great talent but it is unusual in Kenya to film somebody who isn’t that well known. I think Geoffrey was a bit embarrassed to be filmed. For us in the west this would be a normal concept but in Kenya they asked, “why aren’t you filming Eliud Kipchoge [the 2003 world 5000m champion], or an athlete who has won more?” In the end it all worked out perfectly. We didn’t interfere. We were a fly on the wall, which is always what we said we should be.
Do you have a personal highlight from the project? Yes. I met another athlete in the camp who was a Ugandan. He chatted to us in the camp and helped us settle in with the other athletes. That athlete was Stephen Kiprotich, who went on to win the Olympic marathon title in London. I recall watching the race and going crazy. It was great that we had got to know him.
Who will the film appeal to? It isn’t just a sports documentary. It is much bigger than that and it will appeal to runners worldwide. We also focus on the general development of athletics in Kenya. For instance, we also take a look at Geoffrey’s coach, Patrick Sang, the Olympic 1992 steeplechase silver medalist who was one of the first generation of Kenyan runners who made some money. After retirement he helped build the camp with Jos. The sport has seen a lot of change in Kenyan over the past 30 years. When Patrick used to train he did so covertly by night or very early in the morning, because people saw running as something only for dumb people. Attitudes have changed to the extent that the top Kenyan runners are now regarded as national heroes. 
When is the film due to be released? We are still in the post-production phase and we still need some funds before it is released. I would expect it to be [released] in the second quarter of this year. Of course, we would like to go in the cinemas but documentaries are a hard market for that. If Geoffrey is running in London. for instance. we can release the film a week prior to the London Marathon. The other route is through the app and as a DVD to watch on the iPad.
Find out more about the film at theunknownrunner.com or watch the trailer below.

 

 

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25 agosto 2013 7 25 /08 /agosto /2013 13:44
(Maurizio Crispi) La Corsa (titolo originale inglese: Once a runner, 1978, 1990), di recente pubblicato in Italia da Ultra (Lit Edizioni, 2013), il romanzo-cult di John L. Parker  è una storia che tutti gli appassionati di running dovrebbero leggere non solo perchè parla di corsa - e di corsa ad alto livello - ma anche perchè ha qualcosa da insegnare.
John L. Parker vi trasfonde la sua passione della corsa e le sue esperienze personali di corridore di alto livello sulla distanza del miglio (una distanza inusuale per noi Italiani, ma che è considerata il top del Mezzofondo nei paesi anglosassoni).
E' la storia di Quenton Cassidy, studente e atleta di ottimo livello nella non essitente università di Kernville in Florida che, dotato di straoridiario talento, intraprende un percorso di crescita atletica sotto la guida dell'ex-campione Bruce Denton che, avendone intravisto il talento, diviene il suo mentore, guidandolo nel percorso verso l'eccellenza che, per Cassidy, significherà scendere  sotto i 4' nel miglio.

La trama è lieve, eppure intrigante, piena di verosimiglianza, non solo nella descrizione del mondo degli atleti universitari USA che rappresentano qualcosa di assolutamente diverso rispetto a quanto accade in Italia e che sono -per l'Atletica ed altri sport individuali e di squadra - il miglior "vivaio" di atleti di punta, ma anche nella minuta e profonda analisi delle sensazioni che prova un atleta nella preparazione delle sue prove competitive, con un'incursione nel mondo delle sue motivazioni, dei suoi pensieri (si è sempre curiosi di sapere cosa pensa un atleta di alto livello mentre si allena o mentre è impegnato in una gara) e sulle emozioni che affollano la mente del runner nei diversi momenti dela sua stringente relazione con la corsa.
Spremendo il succo del romanzo  - se si ha l'accortenza di evidenziare alcuni memorabili passaggi - si potrà raccogliere alla fine il distillato di un'articolata filosofia della corsa che potrà andare bene sia per i podisti per diletto, sia per quelli di fascia performativa medio-alta, sia infine per i top runner di livello "superiore" e ch, eventualmente, hanno come traguardo l'eccellenza.
Se qualcuno - specialmente un runner  sulle lunghe distanze -, accostandonsi alla lettura di questo libro, si trovasse a dire "Non mi interessa, perchè vi si parla di uno specialista di corsa sul miglio", farebbe un grosso errore epistemologico, poichè anche il runner di mezzofondo è, in realtà, nella sua routine di allenamenti quotidiani un runner di ultra-distanze, se si considera che il nostro Quenton Cassidy (non discostandosi dal vero) arriva a carichi di lavoro settimanali che superano le 140 miglia, per non parlare di sedute di massacranti ripetute.
Se ne trae l'insegnamento che per arrivare a delle performance ottimali bisogna soffrire tanto, tantissimo, in allenamento, all'insegna del principio basilare "No pain, no gain", magari ridendo e scherzando qualche volta, sperando sempre, ma sempre portandosi a casa il proprio carico di miglia quotidiane.
in questo libro c'è una bella combinazione di fantasia (i personaggi e i luoghi sono fittizzi) e di rispetto della realtà: in fondo, l'Autore, con uno spostamento da sé ai suoi personaggi, non fa che parlare delle sue esperienze personali di podista d'eccellenza sul miglio.
Scrive John L. Parker nella postfazione: "...tanti anni fa sentii il bisogno di leggere un libro, come "La Corsa" e scoprii che non esisteva. Era strano trovarsi a desiderare un libro che ancora non era stato scritto, ma presto mi venne in mente che avrei potuto fare qualcosa al riguardo. Mi convinsi che fosse possibile catturare un po' del dolore e della bellezza dolce-amara dell'estenuante ricerca dell'eccellenza  fisica. 
Finito di scriverlo, pensai che potesse valere qualcosa, ma scoprii che molte, molte persone che avevano a che fare con la pubblicazione e la vendita dei libri non erano d'accordo con me. Pertanto il libro che stringete in mano rischiò seriamente di non uscire mai.
Ma chi corre su lunghe distanze è tutto fuorché poco determinato, e così anni fa il libro ha visto la luce" (p. 252).
Il volume venne inizialmente stampato in proprio (nel 1978) e messo in vendita in occasione delle gare podistiche e dei meeting di Atletica cui lo stesso Parker partecipava dal portabagagli dell'auto (fu nei primi anni della sua vita un "boot-book").
Poi, soltanto dopo che il romanzo ha cominciato a diffondersi come volume-cult tra gli studenti di università e tra i praticanti dell'Atletica leggera, nel 1990 ha visto la luce presso una casa editrice regolare e ha cominciato ad avere una sua distribuzione per canali più adeguati, arrivando infine - come meritava - al grande pubblico.

Con oltre un ventennio di ritardo rispetto alla sua pubblicazione "regolare", è arrivato anche in traduzione di Paolo Bassotti, anche per il pubblico italiano.
Da leggere, decisamente, perchè -come ha commentato Runners World - è "Il miglior romanzo sulla corsa mai scritto".

.L'autore. John L. Parker, tre volte campione del mondo nella Southeastern Conference, si è laureato in giornalismo e poi in Legge all'Università della Florida ed è diventato avvocato e reporter, fino a coprire la carica di direttore editoriale del magazine "Running Time". E' autore anche di diversi altri libri che rientrano nella tipologia dei manuali e delle guide al training nella corsa, con un target che spazia dai "Runner d'élite" ai runner "totalmente idioti".
La Corsa , di cui nel 2010 ha pubblicato il sequel de La Corsa, Again to Carthage, è il suo primo libro ad essere tradotto in lingua italiana.
(Dal risguardo di copertina) Quenton Cassidy, giovane promessa della corsa sul miglio, viene espulso dalla sua squadra ed escluso dal meeting annuale del suo college per aver firmato una petizione contro il rigido codice di condotta del dipartimento di atletica. Seguendo il consiglio del suo preparatore, l'olimpionico Bruce Denton, Cassidy abbandona la carriera scolastica, la fidanzata e forse anche il suo stesso futuro e per dedicarsi esclusivamente alla corsa, in una sorta di ritiro monastico in campagna.
La solitudine e il rigore di questo stile di vita lo portano molto vicino ai propri limiti fisici e mentali, ma quando Bruce gli sottopone un programma di allenamento che potrebbe consentirgli di competere con il campione del mondo del miglio, tutto ciò sembra finalmente assumere il suo vero significato.
E quella diventa la Corsa verso la quale Quenton può lanciare tutto il suo essere, l'unico traguardo che non può mancare di raggiungere.
Pubblicato in proprio dall'autore nel 1978 e venduto per anni dal baule della sua auto in occasione delle gare a cui partecipava, "La corsa" ha cominciato a diffondersi come libro di culto fra gli atleti dei licei e dei college americani.
Dopo decenni in cui è stato uno dei pezzi più ricercati del mercato americano dei fuori catalogo, la nuova edizione del 2009 ha dato inizio alla sua seconda vita, consentendogli di esprimere in tutto il mondo le sue grandi potenzialità di bestseller di ottima qualità letteraria.
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28 luglio 2013 7 28 /07 /luglio /2013 08:10
Il Commissario Igor Attila sulla tracce di un killer di maratoneti nel romanzo di Paolo Foschi(Maurizio Crispi) Il Killer delle Maratone é un giallo scritto da un giornalista italiano, alla sua terza opera che ha come protagonista il commissario di polizia Igor Attila, ex-pugile olimpionico (che ha perso per un pelo l'Oro olimpico a Seul), un personaggio tornmentato che riversa nella pratica sportiva e nelle corso in moto a cavallo della sua Hornet, la sua rabbia e i suoi turbamenti esistenziali.
Quella di cui leggiamo in questo volume è la terza inchiesta del commissario Atttila e della sua squadra.
La serie è rimarchevole non solo perchè, a giudicare da quest'ultimo che ho letto, è ben scritta e ben congegnata, ma anche perchè il suo autore oltre che essere giornalista di cornaca è uno sportivo amatoriale di grande valore, nell'ambito del nuoto.
Igor Attila, responsabile della "Sezione crimini sportivi" della PS di Roma, con la sua squadra, viene incaricato di indagare sulla morte di un maratoneta, ucciso con un dardo scoccato da una micidiale balestra da un killer senza volto durante la Maratona di Roma e, dalle evidenze, emerge la supposizione che possa trattarsi d'un killer seriale, pronto a colpire ancora. 

Dove? Quando? Chi? Tutti enigmi che dovranno essere risolti durante l'indagine che parte, con mille difficoltà - anche di ordine burocratico e di opportunismi politici - intersecate con altre indagini minori e con piccoli flashback sulla vita di Igor Attila e sulle sue imprese sportive, oltreché con excursus agili e godibili sull'uomo, la sua vita privata, le sue preferenze e le sue debolezze.
Alla fine il colpevole verrà acciuffato, ma non dico come per non sciupare il piacere della lettura.
Il libro godibilissimo, da leggere nell'arco di una giornata a riparo di un ombrellone sulla spiaggia, è stato scritto da Paolo Foschi (1967), giornalista al Corriere della Sera e appassionato di sport, musica e letteratura. E' stato pubblicato dalla casa editrice e/o ed è ancora fresco di stampa (febbraio 2013).
 
Paolo Foschi, in particolare, è un grande appassionato di nuoto  e nuotatore master con il Flaminio Sporting Club di Roma, felicemente sposato con Maria Teresa, collega anche lei, e padre felicissimo di Viola, che presto avrà una compagnia! La passione per lo sport per Foschi è di antica data: egli è infatti diplomato all’ISEF.
Igor Attila è stato protagonista di altre due indagini poliziesche, rispettivamente in "Delitto alle Olimpiadi" (pubblicato nell'estate 2012, a ridosso della kermesse olimpica londinese)e in "Il Castigo di Attila", sempre pubblicati da e/o.
Tanto mi è piaciuto questo "Il killer delle Maratone" che mi affretterò ad acquistare gli altri due. Non vedo l'ora di leggerli.
(Dalla 4^ di copertina). La terza inchiesta del commissario Attila e della Sezione Crimini Sportivi ci porta nel mondo delle gare podistiche. Roma, Cosenza, Genova e Milano: un misterioso killer semina il panico nel mondo delle corse su strada. Ovunque c'è una gara, l'assassino si rende invisibile, si apposta lungo il percorso, colpisce con spietata precisione. E l'arma utilizzata rende il mistero ancora più fitto: una balestra.
L'inchiesta viene affidata al commissario Igor Attila, ex pugile professionista e a sua volta corridore amatoriale, responsabile della strampalata ma efficiente Sezione crimini sportivi della questura. Le indagini però si arenano subito. Nessun legame, a parte la corsa, fra le vittime.
Nessun movente. Nessuna traccia. Il commissario Attila, peraltro travolto dagli imprevedibili sviluppi della sua tormentata love story con Titta, è in difficoltà.
Il governo pretende l'immediata cattura dell'assassino. Così, dopo poche settimane, l'inchiesta viene tolta a Igor Attila, che si ritrova dunque a fare i conti con l'ennesimo fallimento della sua vita e viene spedito a indagare su alcuni furti di magliette nel campo di allenamento della Roma a Trigoria. Ma proprio quando la deriva sembra inarrestabile, il commissario, in maniera del tutto casuale, scopre una nuova pista, che porta nell'Afghanistan dilaniato dalla guerra.

 

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22 luglio 2013 1 22 /07 /luglio /2013 20:50
La Grande Corsa. Il Sogno e l'Avventura. Un grande omaggio al Tor des GéantsE' arrivato proprio in questi giorni un libro nella forma del "travelogue"(1) di cui sentivamo la mancanza e che sicuramente colmerà una lacuna negli scaffali delle librerie dei podisti-lettori.
La grande corsa. Il sogno e l'avventura di Francesco Prossen (Eidon, Collana San Giorgio, 2013) si presenta come un'entusiasmante cavalcata tra i monti della Val D'Aosta immersi nella natura, lungo il percorso del Tor des Géants, scritta da uno che questa gara l'ha fatta.
Il Tor des Géants,  oltre ad essere una grande corsa (oltre 330 km in tappa unica, con più di 20.000 metri di dislivello positivo complessivo), oltre ad essere una sfida di tutto rispetto che ai primi posti viene combattutta con spirito agonistico, mentre da molti altri runner come semplice "esperienza" per quanto "estrema" (fatta per testare la propria resilienza evincere la propria personale sfida con se stessi), è un potente strumento per guardarsi dentro fino in fondo all'anima. Parteciparvi stimola gli atleti a sentirsi completamente parte della natura, abbracciati ad essa in un contatto totalizzante e osmotico.
Lo sforzo quasi "epico" dei partecipanti consente di sperimentare questa sensazione anche al lettore che dovesse accostarsi al libro e che viene sempre più coinvolto, pagina dopo pagina, nell'avventura che vi viene narrata.
Francesco Prossen oltre a farci "correre il trail", attraverso la lettura del suo libro, ci consente di fare nostri i suoi sforzi e nostre le sue sensazioni.
Emozionante l'incontro ravvicinato sul Col Loson all'alba con gli stambecchi.

(Dal risguardo di copertina) Il Tor des Geants: la gara più dura del mondo! Un'avventura affrontata faccia a faccia con la natura e la fatica all'interno di uno degli scenari più selvaggi e incontaminati del mondo: il Monte Bianco, il Gran Paradiso, il Monte Rosa e il Cervino.
Una grande corsa di 330 km non stop su e giù per montagne di oltre 3000 metri. Una grande corsa dell'anima, dove fatica, infortuni, mancanza di sonno e di adeguata alimentazione, rischi fisici, comunanza con uomini e natura, aprono scenari interiori spettacolari e magnifici.
Esperienze, emozioni e intuizioni creano un solco, una traccia nuova nel rapporto con noi stessi e la vita intorno. Cosa si prova, chilometro dopo chilometro? Come si assapora la bellezza dell'impresa? Iniziamo il viaggio.
(1) - Travelogue ("diario di viaggio" in lingua inglese) può riferirsi nel cinema ai documentari di viaggio o, nella letteratura, alle diverse forme di narrativa di viaggio. La narrativa di viaggio, o letteratura odeporica (dal greco ὁδοιπορικός), è un genere letterario che si occupa del viaggio, delle motivazioni e dei processi del viaggiare. Generalmente si riferisce all'atto di spostarsi da un luogo all'altro compiendo un certo percorso. Raramente si riferisce a uno spostamento immaginario o onirico o a un itinerario fantastico come quello dell'allucinazione dovuta all'effetto degli stupefacenti.
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18 luglio 2013 4 18 /07 /luglio /2013 07:35
Lo Zen, la Corsa e l'Arte di Vivere con il Cancro. Un testamento spirituale e una lezione di vita che tutti - e non solo i runner - dovrebbero leggere(Maurizio Crispi) Il libro di Simone Grassi  Lo Zen, la Corsa e l'Arte di Vivere con il Cancro, Youcanprint, 2013) possiede una forza incredibile: con i suoi tre diversi piani narrativi (tutti autobiografici, anche quello in vena immaginifica SF) ti colpisce nel profondo. E non solo se ci si accosta alla sua lettura da runner, avido di conoscere le esperienze di corsa, fatte da un appassionato che, nella sua breve vita podistica, è riuscito ad essere ad alto livello (un 8h10'48, alla sua prima esperienza alla 100 km del Passatore, maggio 2010). 
Ti colpisce anche su di un piano semplicemente umano, per la lucidità con cui una malattia che non perdona (la prima diagnosi proprio nel 2010, poco dopo il Passatore) viene raccontata dal momento del primo svelamento ad un punto in cui tutto sembra essere in un equilibrio (che in realtà attiene al raggiungimento di quella fase che alcuni studiosi che si sono occupati del "morire", cioè all'"accettazione" di ciò che ti sta capitando. 
Poco dopo la pubblicazione a stampa del volume che, inizialmente, aveva visto la luce in forma digitale, Simone Grassi non ce l'ha fatta e ci ha lasciato (il 22 gennaio 2013). 
Con questo libro che è, in qualche modo, un suo testamento spirituale, un suo lascito, egli innegabilmente - e ciò si può dire senza alcna retorica - continua a vivere in una maniera forte ed intensa, continua a camminare con noi e a correre tra noi, compagno di corse e di avventure (ed anche, senza averlo voluto perché non era nel suo stile, maestro di vita). 
Lo Zen, la Corsa e l'Arte di Vivere con il Cancro. Un testamento spirituale e una lezione di vita che tutti - e non solo i runner - dovrebbero leggereUno che l'ha conosciuto personalmente e lo ha visitato spesso negli ultimi mesi di vita rievoca: "Ogni volta che sono andato a fargli visita, durante la sua malattia, mi sono stupito di quanto ricevevo da lui e del fatto che era lui a incoraggiare me. L'ultima volta che l'ho visto spendeva gli ultimi spiccioli di vita, ma continuava a trovare, in qualche angolo della sua infinita umanità, la forza per un ammiccamento, per una mezza risata, che pagava poi con una lunga serie di dolorosi colpi di tosse".
Il suo modo di essere continua a influenzare positivamente tante, tantissime persone.
I suoi resoconti di corsa sono vivi e palpitanti e fanno parte del Simone di "prima", cioè prima dell'avvento della malattia, a cui fanno da contrappunto i brevi capitoli che raccontano la storia di quel carcinoma polmonare assurdo ed insensato che lo ha colpito subdolamente in troppo giovane età e quelli sul futuristico Sigi (che nell'intenzioni dell'auturo, incarna un Simone dei desideri che vive in un immaginario - e lontano - futuro).
Ma - per comprendere meglio come è fatto il suo libro - lasciamo parlare lo stesso Simone, citando quasi nella sua integrità la breve nota che precede il testo con il titolo "Avviso ai naviganti", estremamente importante - come lo sono, in genere, tutte le cosiddette "soglie" del testo -, perché ci dà un'idea sull'architettura del testo e sulle sue ripartizioni che ne consentono sia una lettura sia diacronica, sia sincronica: essendo in ultima analisi il lettore libero di scegliere il modo di approcciarsi al testo che sia a lui più congeniale.
"(...) Scrivendo mi è venuto spontaneo ballonzolare da un racconto più o meno cronologico del mio primo anno da malato a quello delle esperienze rilevanti della mia pratica sportiva. Nella parte che riguarda la malattia sono entrati spontaneamente alcuni eventi della mia vita i cui ricordi sono emersi rivivendo le sensazioni vissute durante l'ultimo anno da paziente oncologico. L'associazione fra elementi di vita, malattia e corsa, è a volte spontanea e naturale, a volte spero che emerga a seconda della sensibilità del lettore.
Anche il racconto di fiction a sua volta è nato spontaneamente, con la voglia di raccontare una storia nella quale avevo la libertà di inserire eventi non realmente accaduti, per completare la parte autobiografica. E' emerso quindi questo modo di separare ogni singolo capitolo in tre parti, ognuna con il proprio titolo. Spero che la normale lettura dalla prima all'ultima pagina venga naturale e spontanea, anche se pare che qualche lettore abbia finito per leggere prima tutte le prime parti, con tema centrale la mia vita nel primo anno da malato di cancro, o tutte le seconde parti, cioè un'ordine sparso di esperienze di corsa, oppure infine, tutte le terze parti, dove certamente c'è la storia più organica e cronologicamente lineare del libro, il racconto di fiction in cui il nostro amico Sigi è protagonista. Dall'inizio alla fine o altrimenti, l'ordine sceglietelo voi."
Lo Zen, la Corsa e l'Arte di Vivere con il Cancro. Un testamento spirituale e una lezione di vita che tutti - e non solo i runner - dovrebbero leggereLeggendo le sue pagine ci s'interroga: "Che farei al suo posto? Come reagirei? Sarei capace di affrontare la disperazione, cercando di tenere il controllo della mia vita?"; si soffre con lui e con lui si gioisce e, intanto, s'impara qualcosa, indubbiamente: qualcosa che un giorno ci potrà fortificare.
Ed anche s'impara che la corsa, fatta con passione con lo scopo principale di arrivare al traguardo che ci siamo prefissati, ha ben altro scopo: quello di prepararci ad affrontare altri traguardi della vita e sostenere altre sfide.
Confesso che in certi momenti, soprattutto affrontando le pagine che trattano dell'andamento della malattia, ho palpitato e ho sofferto assieme a Simone, ricordando alcune mie limitate (e circoscritte) esperienze di malattia e rivivendo in pieno le ansie ipocondriache che accompagnarono tutti i miei studi di medicina, ma alla fine di ogni breve episodio Simone mi ha ricondotto gentilmente fuori dall'angoscia, nello stesso modo in cui lui stesso nei momenti più cupi si è ritrovato a relativizzare la sofferenza e la caduta secca della prospettiva di vita, trovando degli spunti positivi, e concentrandosi su traguardi limitati, raggiungibili e sostenibili: recuperando in altri termini un atteggiamento positivo e costruttivo.
La filosofia Zen c'è e pervade in maniera a-confessionale tutto il volume e sta proprio nella capacità di Simone di guardare altro e soprattutto identificare le possibilità che si aprono, anzichè rimanere bloccato dal "limite" e piuttosto che rimanere ossessivamente legato all'"ora", soffermarsi ad esaminare l'ieri, alla ricerca di un ricordo dimenticato, di una sensazione positiva, o nella rievocazione - in ordine sparso - delle entusiasmanti (e formative) esperienze di corsa, oppure il domani avveniristico ed improbabile di un S.G. (il "nostro" amico Sigi) proiettato in un futuro lontano in cui le malattie degenerative legate alle mutazioni cellulari causate dal bombardamento di radiazioni spaziali possono essere curate e perfino guarite (o, non ultimo caso, addirittura, regredire spontaneamente). 
Lo Zen, la Corsa e l'Arte di Vivere con il Cancro. Un testamento spirituale e una lezione di vita che tutti - e non solo i runner - dovrebbero leggereEd è bello che la sua storia polifonica si chiuda con la rievocazione di un momento della malattia (all'incirca un anno dopo la prima diagnosi) in cui la ripresa sembra essere possibile e in cui Simone tenta qualche leggera corsetta, all'insegna del desiderio di sperimentare i nuovi limiti del proprio corpo, trovando dunque un nuovo equilibrio.
E in questa chiusura i tre Simone del racconto si completano e si integrano e la storia finisce, perchè in una maniera indelebile il messaggio è stato trasmesso al lettore e non c'è quindi bisogno di dire altro. 
Per motivi di interesse professionale ho letto molti libri sul "morire", sia saggi di studiosi che si sono occupati dell'argomento, sia resoconti autobiografici.
E devo riconoscere che ciò che Simone ci ha lasciato ha, nell'ambito della letteratura esistente,un valore inestimabile sia come testimonianza sia come lezione di vita.
Un'ultima notazione personale: non ho mai incontrato di persona Simone Grassi e mi dispiace.
Con lui, al tempo dell'uscita del libro in formato e-book, abbbiamo avuto soltanto un breve scambio epistolare.
E, alla luce di ciò che ho letto, mi rammarico intensamente di non averlo mai incontrato di persona e di non avere avuto occasione di frequentarlo.


(Dalla prefazione di Stefano Montanari)."Il libro è di una serenità che, se non fosse vizio capitale, definirei invidiabile. Sono due romanzi intrecciati, diversi tra loro ma tra loro indissolubili come gemelli siamesi, anche se i due, fuori di ogni possibilità, vivono su pianeti diversi. Questo è un libro in qualche modo terribile, in qualche modo divertente, in qualche modo appiccicoso: ti resta dentro e non ce la fai ad eliminarlo dalla tua vita. E, allora, un consiglio: chi non vuole sapere che cos'è una maratona corsa contro un avversario che bara e che vuole nientemeno che la tua vita, chi vuole continuare a credere che quelle cose capitano solo agli altri, non lo legga".
Su Simone Grassi su questo magazine online leggi anche:
 
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12 luglio 2013 5 12 /07 /luglio /2013 08:31

Andare a piedi. Filosofia del Camminare. Un bel libro che tutti i E' uscito per i tipi di Garzanti (2013) un bel libro che tutti coloro che amano camminare dovrebbero leggere: si chiama "Andare a piedi. Filosofia del camminare" ed è stato scritto da Fréderic Gros: un libro per chi è già in cammino (e per chi non è ancora partito); un libro per chi vuole arrivare a destinazione (e per chi preferisce godere del tragitto); un libro per chi si impone una disciplina (e per chi vuole respirare libertà). 

Camminare è sicuramente una delle azioni più comuni delle nostre vite. 
Ma Frédéric Gros, con un libro originale e delicato, ci fa riscoprire la bellezza e la profondità di questo semplice gesto e il senso di libertà, di crescita interiore e di scoperta che esso può riuscire a suscitare in ciascuno di noi. Attraverso la riflessione e il racconto magistrale delle vite di grandi camminatori del passato – da Nietzsche a Rousseau, da Proust a Gandhi che in questo modo hanno costruito e perfezionato i propri pensieri –, Andare a piedi propone un percorso ricco di curiosità, capace di far pensare e appassionare. Nella visione limpida ed entusiasta di Gros, camminare in città, in un viaggio, in pellegrinaggio o durante un'escursione, diventa un'esperienza universale che ci restituisce alla dimensione del tempo e ci consente di guardare dentro noi stessi. Perché camminare non è uno sport, ma l'opportunità di tornare a godere dell'intensità del cielo e della forza del paesaggio.

Nota bio. Frédéric Gros è docente di Filosofia all'Università di Parigi-XII e all'Istituto di Studi Politici di Parigi. Si è occupato di storia della psichiatria, di filosofia del diritto e del pensiero occidentale sulla guerra. Studioso ed esperto dell'opera di Michel Foucault, ha curato l'edizione degli ultimi corsi da lui tenuti al Collège de France. Naturalmente, camminare è una delle sue passioni. Uscito in Francia nel 2009 e divenuto un sorprendente bestseller,Andare a piedi è in corso di pubblicazione in sei paesi. 

(Di seguito la recensione comparsa sulla Newsletter "Il Cammino") - Seguivo Frédéric Gros da qualche tempo perché un amico mi aveva parlato del suo libro. Bel colpo averlo tradotto in italiano! Bel colpo per noi camminatori, perché abbiamo con questo libro l’opportunità di fare nuove riflessioni sulla nostra passione. Gros è docente di filosofia all’Università di Parigi, ed è appassionato di camminare. Ecco che il suo libro mette insieme le due competenze e ci parla, a capitoli quasi alterni, di grandi pensatori, filosofi, scrittori, poeti del passato per i quali il camminare era importante, ma ci parla anche di come Frédéric Gros ha saputo costruire una sua filosofia del camminare.
Diciamolo subito: il libro è molto leggero, non è un trattato che si prende troppo sul serio, Gros ha il dono della divulgazione. E racconta filosofi come Rousseau, Nietzsche o Thoreau partendo dalle loro vite private, dalle lettere o dagli appunti, per mostrare come per costoro il camminare fosse alla base del loro pensiero, cosa che a scuola nessuno ci aveva raccontato. Senza il camminare, insomma, Rousseau, Nietzsche, Thoreau, Rimbaud, ma anche Kant e Gandhi, non sarebbero stati loro, cioè non avrebbero espresso la loro creatività.
Una analisi interessante Gros la fa partendo dalla filosofia greca. Non è vero, secondo lui, che i filosofi greci amavano camminare. Peripatetici solo di nome, ma nei fatti stanziali. Gli unici che hanno uno spirito da camminanti sono i cinici. Sempre a vagare, a vagabondare di città in città. Bastone in mano, come vestito un pezzo di stoffa, bisaccia quasi vuota. È a loro che assomiglierà il pellegrino medievale. Predicando una filosofia molto in sintonia con il camminare. Esiste solo “l’elementare”: il sole, il vento, la terra, il cielo. E la natura come crudezza: selvaggia, spudorata. Per i cinici, poi, la conquista è di saper dar valore solo al “necessario”:

Un giorno Diogene vede, alla fontana, un bambino che per bere unisce a coppa i palmi delle mani. Il cinico si ferma di botto, sbalordito, e dichiara: un fanciullo mi ha dato lezione di semplicità. Allora estrae dalla magra bisaccia una coppetta di legno e la butta via con un sorriso di trionfo. Felice perché ha trovato il modo di alleggerirsi.

Anche Gros impara tanto dal camminare, e noi dal suo libro per esempio impariamo una riflessione importante sul fatto che in cammino si provano tutti gli stati del benessere, in modo diverso, ma in modo completo: gioia, piacere, serenità, felicità. Perché il piacere è un benessere fisico, dato dall’incontro, mangiare mirtilli o more, per esempio. La gioia è atto attivo ed esigente e in cammino la gioia è un basso continuo, pienezza, gioia di esistere. Lafelicità è un attimo, irripetibile, per questo fragile. La serenità è distacco, nell’alternanza di riposo e movimento. La serenità è legata alla lentezza del cammino, al suo carattere assolutamente ripetitivo, bisogna rassegnarcisi. Non resta altro da fare che camminare, nient’altro.
Insomma, si tratta di un libro che entra di diritto nella biblioteca dei camminanti.
Unica nota dolente: i traduttori continuano a fare un errore nella traduzione di “marche” dal francese. Errore fatto in passato con il libro di Le Breton da Feltrinelli (Elogio della marcia), errore fatto adesso fortunatamente non nel titolo (che da “Marcher, une philosophie” poteva erroneamente diventare “Filosofia della marcia”) ma nel testo spessissimo si parla di marcia, dove è chiaro che in italiano si deve intendere cammino, camminare, camminatore, camminante, ecc. Con la marcia noi non centriamo niente, la marcia è militare o è sportiva, noi no.

Frédéric Gros – “Andare a piedi. Filosofia del camminare”, Garzanti 2013 – 14,90 euro


 

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7 giugno 2013 5 07 /06 /giugno /2013 08:36
In (Maurizio Crispi) E' uscito poco tempo fa, per i tipi di Kowalski, il volume scritto dal runner-cabarettista genovese Roberto Giordano, dal titolo Correndo per il mondo. Storie, aneddoti e consigli di corsa (2013).
Il volume, nasce come una miscellanea dei diari di corsa di Roberto Giordano, scritti nella preparazione delle diverse puntate della rubrica televisiva da lui tenuta (Correndo per il mondo, in onda su Rete4 e Marco Polo) o utilizzando il materiale di aneddoti e ricordi. 
La sua passione (il Nostro corre praticamente da sempre, dopo un breve esordio calcistico, anche se a livelli di professionalità) e la sua rubrica lo hanno condotto in giro per il mondo a partecipare alle più spettacolari (e talvolta anche insolite) maratone: e, successivamente, anche ad alcune selezionate ultramaratone.
Se il volume può interessare i seguaci della sua trasmissione, potrà anche essere di grande interesse per chiunque voglia girare il mondo, correndo le maratone: in fondo, la voglia di maratone e di ultramaratone ciascuna delle quali in se stessa già rappresenta un diverso viaggio, racchiude ed incanala la nostra voglia di viaggiare.
E quindi il volume si presenterà come uno scrigno ricco di sorprese per chi è neofita delle maratone e delle gare di lunghissimo corso, ma anche per chi è entrato da tempo in quest'affascinante universo, offrendo esperienze di corsa le più disparate ed anche una vissuta panoramica delle più affascinati gare dalle maratone (sia quelle affollate, sia quelle in luoghi esotici e per pochi iniziati soltanto), alle gare a tappe, passando per le ultramaratone.  Ma vi è anche un accenno alle due successive esperienze del "Giro d'Talia" di corsa che sono state oggetto di un precedente volume (Roberto Giordano, Ma dove corri?, Genova, 2005)
Infine, come tutti i volumi che nascono come una ripresa di temi già trattati in articoli già scritti o in trasmissioni destinati al grande pubblico presenta un ulteriore elaborazione di materiale già noto ed un suo arricchimento, compresi i consigli sulle cose da non fare per correre una marartona o un'ultramaratona, oppure delle interviste da parte di runner molto noti che arricchiscono ed impreziosiscono il volume, come ad esempio Katia Figini, Giorgio Calcaterra, Marco Olmo, oppure di tecnici e consiglieri vari, tra i quali spicca Fulvio Massa, uno di quelli che hanno creduto in Roberto.
L'arguzia di Roberto Giordano si combina con la sua grande capacità di runner "istintivo" che corre per il piacere di correre e per divertirsi, ma che - senza nemmeno accorgersene e con una grande "testa" - riesce a far bene, classificandosi spesso e volentieri nelle prime posizioni.
Diciamo pure che il suo approccio alla corsa é quello di un runner "anti-runner", perchè Roberto Giordano è abilissimo a fare tutte le cose che "non" si dovrebbero fare e a dimenticare tutte le cose che invece si dovrebbero portare con sé durante una corsa di lunga durata.
Ma la sua anti-corsa è efficace, lo porta lontano e lo fa divertire: e i suoi racconti sono divertenti e ci fanno vedere un diverso approccio sostenibile alla corsa di lunga durata, dalla maratona in su, ma instillano nel lettore una grandissima voglia di viaggiare di girare per il mondo. 
E' un libro che ti tiene compagnia. Chi abbia partecipato ad alcune delle gare che racconti, si ricorda di tante cose che ha vissuto, chi non le ha fatte si sente stimolato e, in più, la cosa più bella è la miscela esplosiva di viaggio e sport che vi si propone.
Io credo profondamente che la maggior parte dei podisti che intraprendono la via delle maratone e delle ultra sono in realtà dei "viaggiatori": pensano di essere degli sportivi e dei runner, ma la loro vera e profonda vocazione è quella di essere viaggiatori, solo che non ne hanno piena consapevolezza.
Questo libro, in qualche misura, colma il gap esistente tra il piano delle rappresentazioni inconsapevoli e ciò che viene dichiarato consapevolmente.
E' un libro davvero da non perdere. Dunque, cominciate a correre e correte in libreria ad acquistarlo! 
 
In (Dal risguardo di copertina) La corsa è la grande passione di Roberto Giordano che ha iniziato a praticarla nel 2005 e non ha più smesso.
Ha partecipato sia alle più spettacolari maratone mondiali sia a quelle più sconosciute: da quella celeberrima di New York fino al deserto del Sahara e alle foreste pluviali del Costarica.
La sua passione è poi diventata anche un programma televisivo in onda su Rete 4 e Marco Polo.
Con il sorriso, l'entusiasmo e l'umanità di un grande sportivo, in questo libro Giordano ripercorre le sue emozioni più forti e - in modo semplice, esaustivo, affascinante - dispensa anche consigli per diventare un corridore sia amatoriale sia professionista.
Giordano ci fa scoprire quanto sia importante avere - non solo un fisico e una mente allenati - ma soprattutto la passione e l'amore per uno sport tra i più democratici, in grande ascesa sia tra i giovani sia tra gli adulti: bastano infatti un paio di scarpe e l'avventura può iniziare. 
A "DeeJay chiama Italia", oggi venerdì 7 giugno 2013, Roberto Giordano presenterà il suo volume "Correndo per il Mondo" (Kowalski, 2013).
Questo il messaggio di Roberto Giordano. 
[Roberto Giordano] Ciao, venerdì 7 giugno 2013, alle ore 11.30, sarò ospite di Deejay Chiama Italia", per presentare il mio libro"Correndo per il mondo.
Oltre a Linus, ci sarà Aldo Rock, uno dei due mie "vati"della corsa, insieme a Marco Olmo.
I loro racconti e le loro imprese nel 1996 mi fecero pensare che la corsa, oltre che un piacere, poteva diventare sfida con se stessi.
Durante la trasmissione, se volete, potete mandare delle mail a diretta@deeyaj.it.
E se qualcuno ha la possibilità di vedere i canali Sky, alle 10.00 sempre di venerdì sarò a tgSkySport24 (canale 200).
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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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