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8 dicembre 2012 6 08 /12 /dicembre /2012 00:48
town-of-runners.jpgIl CUAMM Varese invita con largo anticipo i suoi sostenitori all'anteprima in Italia del film "Town of Runners".
 
All'interno del progetto CUAMM  "Run for Africa, Run with Africa"martedì 11 dicembre alle ore 21 presso la Sala Montanari (ex Cinema Rivoli) in via dei Bersaglieri a Varese, sarà presentato il film documentario "Twon of Runners", davvero toccante che da uno sguardo profondo sull'Africa e sulla voglia di correre della sua gente.
In 85 minuti viene tratteggiato l'ambiente unico e affascinante dove nascono, crescono e si allenano tanti campioni ... e dove Medici con l'Africa CUAMM opera!
 
Town of Runners - di J. Rothwell (Uk, 2012). Bekoji, nell'Etiopia centrale, 2800 metri d'altitudine, da sempre è una città in corsa che sfodera atleti olimpionici: 30mila abitanti e decine di atleti professionisti. Un tasso molto alto. Ma perché sin dalla prima infanzia tutti si mettono in moto? Semplice, correre è una via d’uscita e di riscatto dalla miseria e per molti, l’unica a portata di mano. Dunque bisogna almeno provarci, come dimostrano le tenere storie di queste due giovanissime etiopi, Hawii e Alemi.

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6 dicembre 2012 4 06 /12 /dicembre /2012 14:28

La-legge-della-Giungla-Brizzi.jpgE' fresco di stampa il nuovo volume di Enrico Brizzi (La legge della giungla, Laterza, 2012) in cui  l'autore - che è anche un grande camminatore e trekker - racconta la vita quotidiana al tempo dei lupetti, fra uscite all'aria aperta, scoperte e promesse non sempre facili da mantenere, quando da piccolo ebbe modo di sperimentare il tirocinio dei Boy-scouts.
Come nasce uno scrittore? Come nasce un camminatore?
 Nel caso di Enrico Brizzi le due hanno una stessa origine. Tutto nasce dall'esperienza con i boy scout. Si, proprio i boy scout, i tanto vituperati, derisi, ma anche tanto amati, “scau” come li chiama il giovane Brizzi in questa divertente autobiografia.

Il libro ci parla del “cinno” Enrico e della sua educazione nella Bologna di fine anni settanta primi anni ottanta.
Ci racconta quel mondo visto dagli occhi di un bambino. Un bambino che non vede l’ora di diventare scout, e quando lo diventa deve scegliere un argomento in cui specializzarsi, e sceglie la specialità di “giornalista”; ecco allora che con l’aiuto del padre professore prepara, scrive e impagina il giornalino del suo reparto. Da qui l’occhio gli si fa attento a osservare dall’esterno le persone e le situazioni che sta vivendo, ed ecco nascere lo scrittore.

Il passaggio da boy scout a camminatori adulti è una esperienza più condivisa: quanti di colori che da adulti diventano camminatori vantano un passato scout? Tanti. Magari nell’adolescenza hanno rifiutato quel mondo, quel contatto con la natura ( che in qualche cosa era eterodiretto, cioè imposto dai pdri e dai genitori in genere).
Per poi riscoprire quei valori da adulti, assieme a quel bisogno seppellito di natura, di avventura, di poter scoprire il mondo camminando.

Proprio per questo, Enrico Brizzi (forte delle sue ampie e variegate esperienze di "cammini" di ampio respiro), ha deciso di provarsi nel ruolo di accompagnatore di alcuni cammini (i cosiddett "Cammini d'Autore") con lo spirito giovanile e entusiasta di un capo reparto degli Scout. Lasciatevi accompagnare da lui sulle orme dell’anarchico Lazzaretti in Amiata oppure come foste Psicoatleti (gli scout diventati adulti) nelle Foreste Casentinesi, e per prepararvi all’esperienza leggete senz’altro La legge della giungla.

 

Dal risguardo di copertina. Sul cartone giallo erano state tracciate le verdi parole della Legge: «Il lupetto pensa agli altri come a se stesso. Il lupetto vive con lealtà e con gioia assieme al branco». Era composta da questi soli due articoli e, pur di ricevere anch'io la mia divisa, mi sentivo già pronto a sottoscriverli col sangue.

L'infanzia trascorsa a Bologna nello stabile centrale del lotto Iacipì, sotto l'ala protettiva di una nonna cattolicissima, una combriccola di zii comunisti e due genitori insegnanti, convinti che la società italiana sia conformista e superficiale; un matrimonio a quattro anni con Sissi la Piagnona e giochi all'aperto turbolenti e scalmanati; anni divertenti, senza dubbio, ma fuori dal cortile ci sono troppi pericoli.

È per questo che il narratore viene catapultato nell'avventuroso mondo inventato da Baden-Powell, in compagnia di Akela, Bagheera, Balù e un intero branco di nuovi amici: dopo La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco eLa vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, è la volta della vita quotidiana al tempo dei lupetti, fra uscite all'aria aperta, scoperte e promesse non sempre facili da mantenere.

Enrico Brizzi – “La legge della giungla”, Editori Laterza 2012 – 14 euro

 

 


 

Brizzi.jpg(Dal sito web della casa editrice) Parola di lupetto! Il mondo Scout raccontato da Enrico Brizzi

Nello storico gruppo "Bologna 16" Enrico venne mandato, bambino, per imparare a vivere secondo la "legge della giungla", quella contemplata dallo scautismo di tutto il mondo e che proclama solennemente "Il lupetto pensa agli altri come a se stesso. Il lupetto vive con lealtà e con gioia assieme al branco": «La legge era composta da questi soli due articoli e, pur di ricevere anch’io la mia divisa, mi sentivo già pronto a sottoscriverli col sangue».

In La legge della giunglaEnrico Brizzi racconta la vita quotidiana al tempo dei lupetti, fra uscite all'aria aperta, scoperte e promesse non sempre facili da mantenere.


Proprio non potevo immaginare, in seconda media, con quale voce avrei parlato a quindici anni, da caposquadriglia, né sarei stato in grado di figurarmi nei panni di un rover ventenne, in viaggio a piedi col suo clan nell'aereo sacrario scout della Val Codera.

Men che meno, in quella stagione immediatamente successiva all'uscita dal branco, avrei potuto ammettere che sì, la storia si ripete, e un giorno sarebbe toccato a me dare la sveglia ai più piccoli intonando «Lupo salta su»: loro mi avrebbero chiamato Fratel Bigio, e io avrei fatto del mio meglio per amarli e difenderli dal primo all'ultimo. 
L'Akela di quel branco, intorno alla metà degli anni Novanta, sarebbe stato Santos, e i ragazzi che furono nostri lupetti oggi vanno per i trent'anni, e portano di lui un ricordo indelebile come noi dei nostri capibranco. Sono loro che ci hanno insegnato cosa significano le parole «legge» e «lealtà», e come la preda inaccessibile a un solo lupo possa essere cacciata con successo dal branco unito.

Per chi trova immorale, o fuori tempo massimo, la metafora della caccia, vale la pena ricordare che l'educazione all'ecologia è un tema chiave della proposta educativa scout; a chi invece rabbrividisce al solo sentire la parola «branco», mi piace rammentare come il lupo sia un animale nobile, certo più dei mostruosi centauri mutanti dai nomi esotici, dei pony color lavanda o dei criceti a batterie, le bestie meccaniche che la pubblicità propone ai più giovani in questo scorcio di XXI secolo.

I bimbi d'oggi sono creature sveglie, lo dicono tutti, e nonostante la familiarità con le diavolerie elettroniche, capiscono ancora benissimo la differenza fra un lupo e una scimmia. 

Per lungo tempo non ho più frequentato l'Associazione; in compenso la settimana scorsa sono entrato nella nuova sede della Cooperativa scout «Il Gallo», e mi sono trovato a ordinare una divisa completa da lupetta, taglia otto anni: la mia figliola maggiore ha iniziato da un paio di mesi la sua vita in branco e, anche se il fazzolettone che portano a Chiesanuova è diverso da quello bipartito del Bologna 16, è impossibile non riconoscere nei suoi occhi di scolara delle elementari lo stesso entusiasmo che provò suo padre da cucciolo.

Chiediamo ai Vecchi Lupi di badare ai nostri piccoli e scortarli per un tratto di sentiero che non possiamo percorrere con loro, e non per mancanza di tempo o di voglia, ma proprio perché siamo i loro genitori: possiamo fare l'essenziale per i nostri bambini, ma non è insieme a noi che si divertono a giocare a rugby-lupetto, o alla cassa del pompiere.

A noi i figli chiedono altro, ed è forse questa l'unica condanna che comporta mettere al mondo delle creature meravigliose: non poter tornare, nemmeno per un pomeriggio, di nuovo bambini insieme a loro. 

(Enrico Brizzi, La legge della giungla, pp. 298-300)

 

Nota bio-bibliografica. Enrico Brizzi, bolognese classe 1974, si è fatto conoscere giovanissimo col romanzo d'esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994). In tempi più recenti, la pratica dei viaggi a piedi gli ha ispirato la trilogia composta daNessuno lo saprà (2005), Il pellegrino dalle braccia d'inchiostro (2007) e Gli Psicoatleti (2011).
Con L'inattesa piega degli eventi (2008) e La Nostra guerra (2009), Brizzi ha invece dato vita a un vero e proprio 'mondo alternativo' dove l'Italia è uscita vincitrice dalla seconda guerra mondiale.
Per i tipi di Laterza sono usciti La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (20094) e La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio (20102), altrettanti ritorni al mondo colorato e intriso di magia dell'infanzia e della prima giovinezza, dei quali La legge della giungla costituisce l'ideale antefatto.

 


www.enricobrizzi.it.

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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 09:20

San_Carlo-Arona_01.JPGCamminare sulle orme dei santi. Nel volume "Il Cammino di San Carlo” di franco Grosso (Tipografia Botalla, 2011) viene presentato un cammino nato dalla volontà di un appassionato, come spesso accade.

Sulle orme di San Carlo Borromeo. Grosso ha collegato i luoghi importanti della vita di San Carlo, Arona, dove è nato e dove è noto come luogo devosionale il Sacro Monte di Arona, i tre Sacri Monti piemontesi, Orta, Varallo e Oropa, iscritti dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità, per dodici giorni di cammino fino a incontrare la Via Francigena a Viverone.

Un cammino di circa 200 chilometri che attraversa cinque province del Piemonte (Novara, Vercelli, Verbania, Biella e Torino), coniugando natura, cultura e fede.
Il territorio è pieno di chiese, dipinti, immagini sacre dedicate al santo Borromeo: già dopo soli 20 anni dalla sua morte, a soli 46 anni, il culto divenne forte, e nei luoghi del passaggio di Carlo si lavorava per costruirne il ricordo.

L’ultima tappa passa dalla comunità di Bova, fondata da Enzo Bianchi, il luogo merita una visita, ed è possibile anche essere ospitati.
Il libro è corredato anche da un nastro rosso per farsi riconoscere come camminatori pellegrini, e da una tessera del buon cammino, da far timbrare nei posti tappa; si può acquistare on line, o ordinare direttamente all’autore, tramite mail a francogrosso.studio@tin.it o anche al telefono 335 7852310.

Franco Grosso –  Tipografia Botalla 2011 – 18 euro

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26 ottobre 2012 5 26 /10 /ottobre /2012 10:53

Tor des Géants. Valle d'Aosta, Sime Books, 2012Forse non tutti sanno che una casa editrice trevigiana (SIME BOOKS - Torrione Publishing), con il contributo straordinario della Regione Autonoma Valle d'Aosta ha pubblicato - nel corso del 2012 - uno splendido volume di immagini sul Tor des Géants, la grande  - già mitica - gara trail valdostana di 330 km in tappa unica (dal titolo: Tor des Géants. Valle d'Aosta).
I
l volume è di grande formato ed è quasi esclusivamente fatto di immagini, molte delle quali a piena pagina.
La parte testuale è ridotta all'essenziale. 

Le immagini parlano da sole e raccontano molte storie, evocano scenari e fanno innamorare a prima vista di questa fantastica gara (allo stato attuale, è il trail su tappa unica più lungo al mondo, con un dislivello altimetrico positivo di oltre 22.000 metri che, prima ancora di essere una competizione agonistica, è un viaggio interiore che realizza pienamente alcune delle caratteristiche del viaggio a piedi di lunga durata in solitaria o del pellegrinaggio, come bene esprime Emeric Fisset nel suo libricino "L'ebbrezza del camminare. Piccolo manifesto del viaggio a piedi (Ediciclo, 2012), aggiungendo a tale dimensione l'aspetto competitivo edel confronto con altri.
E' un volume da tenere con sé e da sfogliare più volte, perchè ogni foto è evocativa e racconta una storia, da quelle di paesaggi grandiosi e mozzafiato, a quelle dei volti dei trailer, scavati ed intensi come le montagne tra le quali corrono.
E' un libro che, se sfogliato, potrà mettere ben più di qualche pulce nell'orecchio agli appassionati di podismo e dei trail più impegnativi, ma anche offrire agli amanti della montagna una versione inedita di alcune tra le più belle montagne valdostane.

Il racconto fotografico è statro composto con le immagini del fotografo Stefano Torrione; i testi sono di Paola Pignatelli, mentre le illustrazioni sono state realizzate da Monica Parussolo.

I testi sono in versione trilingue (in Italiano, in Francese, in Inglese).  

Stefano Torrione è un fotografo valdostano, autore di libri e collaboratore di diverse riviste, per le quali ha viaggiato in moti paesi del mondo.
Ha seguito il Tor des Géants fin dalla prima edizione, restandone affascinato e scoprendo per il suo tramite un'inedita Valle d'Aosta.  

 

 

Sime Books
Viale Italia 34/e
31020 San Vendemiano (TV), Italy
www.sime-books.com

 

 

 

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11 ottobre 2012 4 11 /10 /ottobre /2012 08:19
Joyce--L-imprevedibile-viaggio-di-Harold-Fry.jpgL'imprevedibile viaggio di Harold Fry (Rachel Joyce, Sperling&Kupfer, 2012) è una storia lieve e profonda. 
Harolfd Fry riceve una lettera da una vecchia amica (Queenie) che tanto prima aveva fatto qualcosa per lui e apprende che è morente, ricoverata in un ospedale a Berwick upon Tweed. 
Harold vive nella piccola cittadina di Knightsbridge, nel Sud in Cornovaglia.
Scrive - addolorato - una lettera di risposta, ma si rende conto che le parole non bastano per dire ciò che prova. Esce di casa per andare ad imbucare la lettera. Ma continua a camminare, da una cassetta delle lettere alla successiva.
E a questo punto scatta qualcosa dentro di lui: si forma la convinzione inflessibile che, sintantochè camminerà, la sua amica vivrà e e che se riuscirà ad arrivare sino al suo letto, questo suo cammino la farà vivere.
Harold Fry inizia così, quasi casualmente e senza alcuna attrezzatura, una camminata di oltre 800 km che compie in poco più di 100 giorni.
L'imprevedibile viaggio di Harold Fry è chiaramente un romanzo di formazione, come lo è stato quello scritto dallo statunitense Ron McLarty, Sognavo di correre lontano (sempre per i tipi di Sperling&Kupfer, ma pubblicato nel 2006, il cui protagonista Smithy Ide, frustrato ed infelice per i suoi errori di una vita, obeso e sedentario, riceve la notizia che la sorella morta aspetta sepoltura in una Funeral home della West coast e, quasi per caso, inforca una vecchia bicicletta e parte dalla costa orientale per un lungo viaggio ciclistico attrabverso gli Stati Uniti. Mentre pedala, riflette su se stesso e sulla vita, sulle scelte e su i suoi fallimenti, fa degli incontri cruciali e parla con tante persone diverse: a poco a poco si trasforma, cresce. Alla fine del suo viaggio sarà diverso da come era alla sua partenza.
Camminare, correre, pedalare, remare per lunghissime distanze sono in realtà altrettante declinazioni del pellegrinaggio - in questi due casi dei pellegrinaggi "laici", eppure dotati di senso profondo - che mettono in forma la vita e la orientano, consentnedo impensabili metamorfosi.
"Harold era un uomo vecchio. Non era un podista, tanto meno un pellegrino: Chi sperava di far fesso? Aveva trascorso la sua vita da adulto in spazi confinati: La sua pelle si stendeva come un mosaico formato da un milione di tessere sopra i tendini e le ossa: Pensò a tutti i chilometri che lo separavano da Queenie, e a Maureen che gli aveva detto che a piedi non era arrivato mai più in là della macchina. Pensò anche alle risate del tiziocon la camicia hawayana, e allo scetticismo dell'uomo d'affari. Non avevano tutti i torti. Non sapeva niente di esercizio fisico, o di carte topografiche, e nemmeno di spazi sconfinati. (...)" (ib., pp 34-35).
Questi due libri romanzeschi parlano della realtà interiore, ma anche di ciò che accade - in alcuni casi - nella realtà vera.
Un pellegrinaggio simile lo compì, parecchi anni addietro il cineasta tedesco Werner Herzog, camminando da Monaco a Parigi, per andare a trovare una carissima amica ricoverata in ospedale, in fase terminale per una malattia tumorale, Lotte Eisner, storica e studiosa del cinema tedesco.
Affrontò il viaggio a piedi in inverno tra neve, ghiaccio e fango, camminando con la fede incrollabile che se fosse arrivato a Parigi a piedi, con le sue sole forze, l'amica avrebbe vissuto ancora. 
Una testimonianza d'affetto che, secondo Herzog, avrebbe dovuto contribuire a tenere in vita una persona cara.
Successivamente raccontò di questa avventura spirituale in un suo libro autobiografico, Sentieri di Ghiaccio (recentemente riedito da Guanda, nel 2008).

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16 agosto 2012 4 16 /08 /agosto /2012 16:12

Tre-atti-in-due-tempi-Giorgio-Faletti.jpgI romanzi sono spesso un ottimo modo per entrare nel vivo di problematiche attuali e per attivare delle riflessioni, in modo molto più efficace di quanto non facciano i servizi di cronaca nei quotidiani e gli approfondimenti tematici ed eventuali inchieste giornalistiche nei settimanali e nella Radio/TV.

I romanzieri, infatti, pur procedendo spesso in modo simile ai giornalisti d'inchiesta allo scopo di raccogliere elementi che rendano credibile e solidamente fondata la propria storia, sono molto più liberi nell'esporre i fatti, perché puntano pur sempre alla costruzione di una fiction e, all'interno di questa cornice, possono dire delle cose anche vere (sempre verosimili però, all'interno di alcuni assunti di base o di un teorema che intendono esporrre), ma senza i vincoli restrittivi che spesso rendono la stampa cartacea e multi-mediatica, come si suol dire "enbedded".
In più, hanno il vantaggio indubitale di poter raccontare utilizzando uno o più vertici d'osservazione "in soggettiva", spesso con l'atttivarsi di una riflessione etica e morale sulle azioni di altri personaggi: cosa che nemmeno sarebbe possibile fare nella stampa d'informazione che, giustamente, vuole evitare i punti di vista soggettivi e le prese di posizione a priori viziate (almeno apparentemente) da moralismi.
Infine, lo scrittore può prendersi la libertà di immaginare ipotesi di riscatto e di metterle a prova, così come quella di proporre dei possibili finali alternativi che, in qualche modo, riportino le storture segnalate e descritte, sotto il dominio di valori morali più ampiamente condivisi.
 
Faletti, nel suo ultimo romanzo (Giorgio Faletti, Tre atti in due tempi, Einaudi, 2012), si muove in un mondo a lui inusuale, ma lo fa in modo egregio (nella pagina dei ringraziamenti, menzionerà i nomi dei suoi "consiglieri" (tra cui anche Alex Del Piero): entra nel mondo del calcio scommesse, delle partite tarcoccate e, in generale, dello sport "truccato", con una vicenda che in qualche modo bigenerazionale.
Un padre, ex-pugile promettente che ha distrutto la sua carriera per un incontro di box truccato e che ora lavora come magazziniere d'una squadra di Calcio di B di una piccola cittadina di provincia (che forse ha l'opportunità di salire nella prima serie in un incontro decisivo), scopre per una serie di coincidenze la compromissione del figlio, giocatore di punta della squadra, in un giro di calcio-scommesse.
Alla luce di questa scoperta sconvolgente che lo riporta a confrontarsi con il suo discutibile passato, Silvano - conosciuto tra gli amici come "Silver" - farà di tutto per impedire che il figlio rovini la sua carriera e la sua vita.
E lo fa, dopo un preambolo o antefatto, nell'arco dei due tempi di una partita di calcio.

Di più non si può dire per non rovinare il piacere della lettura.
Il libro porta - in maniera vivacissima e con uno stile asciutto, molto nello stile hard boiled - l'attenzione sul problema del "marcio" esistente nel mondo del Calcio, problematiche trattate in modo insolente e provocatorio (ma sempre alla ricerca della vertà) nei volumi di Carlo Petrini, oppure più con i toni dell'inchiesta giornalistica in volumi come "Lo stalliere del Re. Fatti e misfatti di 30 anni di Calcio" (di Dario Canovi e Giacomo Mazzocchi, Baldini Dalai, 2011) o ancora "Lo Zingaro e lo Scarafaggio" (di Giuliano Foschini e Marco Mensurati, Mondadori, 2012).

(Dalla quarta di copertina) «Io mi chiamo Silvano ma la provincia è sempre pronta a trovare un soprannome. E da Silvano a Silver la strada è breve». Doveva capitare, prima o poi, che ci incontrassimo qui. La fortuna ha voluto che fossimo soli. Lui mi guarda e ha la forza di non abbassare gli occhi. Io lo guardo e ho la debolezza di non distogliere i miei.

(Dal risguardo di copertina). Con la sua voce dimessa e magnetica, sottolineata da una nota sulfurea e intrisa di umorismo amaro, il protagonista ci porta dentro una storia che, lette le prime righe, non riusciamo piú ad abbandonare. Con Tre atti e due tempi Giorgio Faletti ci consegna un romanzo perfetto come una partitura musicale e teso come un thriller, che toglie il fiato con il susseguirsi dei colpi di scena mentre ad ogni pagina i personaggi acquistano umanità e verità.
Un romanzo che stringe in unità fili diversi: la corruzione del calcio e della società, la mancanza di futuro per chi è giovane, la responsabilità individuale, la qualità dell'amore e dei sentimenti in ogni momento della vita, il conflitto tra genitori e figli. E intanto, davanti ai nostri occhi, si disegnano i tratti affaticati e sorridenti di un personaggio indimenticabile. Silver, l'antieroe in cui tutti ci riconosciamo e di cui tutti abbiamo bisogno.
Hanno detto
«C'è morbidezza di toni, nel libro, malinconia; e anche, accanto alla trama a suspense, una delicata storia d'amore appena sfiorato ma che ci commuove...Eccellente sorpresa, insomma» (Giovanni Pacchiano, « il Fatto Quotidiano»).
«(...) con Tre atti e due tempi, Faletti conferma la sua volontà di confrontarsi con temi più legati al nostro vissuto quotidiano: il conflitto tra le generazioni, la difficoltà di essere giovani, il ritorno al rispetto delle regole morali, la qualità dei sentimenti e la necessità dell'amore» (Santa Di Salvo, «Il Mattino»)

L'autore. Giorgio Faletti, astigiano, dopo il successo come talento comico, è diventato anche brillante autore di canzoni e in seguito scrittore thriller di enorme fortuna: Io uccido (2002) ha venduto piú di tre milioni di copie. Sulle stesse orme i romanzi Niente di vero tranne gli occhi (2004) e Fuori da un evidente destino (2006). Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Pochi inutili nascondigli. Ha scritto due racconti per le antologie Crimini (Einaudi Stile libero, 2005) e Crimini italiani (Einaudi Stile libero, 2008) e, nel 2011, ha pubblicato Tre atti e due tempi (Einaudi Stile Libero Big)
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25 luglio 2012 3 25 /07 /luglio /2012 08:03
Oro-Incenso-e-Birra.jpgAntonio Caprarica, scrittore e giornalista, attualmente Dirigente delle sede RAI di Londra, racconta nel suo libro uscito recentemente (e con molta tempestività) per i tipi di Sperling&Kupfer (Oro, argento e birra) le tre Olimpiadi di Londra (1908, 1948, 2012).
Una peculiarità che Caprarica sottolinea con il solito brio: gli Inglesi sono stati gli inventori (o i codificatori) della maggior parte degli sport delle moderne olimpiadi. Il sottotitolo recita infatti: "Le Olimpiadi di Londra. I Giochi di ieri e di oggi nel Paese che ha inventato lo sport". 
Le Olimpiadi del 2012 sono in qualche modo storiche perché, dopo poco più di un secolo - 104 anni - rappresentano la terza volta dei Giochi Olimpici disputati a Londra (che così raggiunge un autentico primato, poiché nessun'altra capitale ha mai ospitato per tre volte I Giochi).
1908 - Quelle del 1908 furono le prime "vere" olimpiadi moderne (che videro tra l'altro l'impresa di Dorando Pietri);
1948 - le Olimpiadi disputate nel clima austero e spartano dell'immediato dopo guerra ( e di nuovo tanti personaggi tra cui il mitico Zatopek, venuto dalle brume dell'Est);
2012 - I Giochi olimpici di una nuova sobrietà (dopo lo sfarzo inaugurale delle Olimpiadi di Pechino del 2008), con molti atleti trasformati in personaggi da copertina e da riviste patinate, divenuti testimonial di questo e quel prodotto (abbigliamento non necessariamente sportivo, cosmesi, stile di vita).
Il libro è diviso in quattro blocchi: nella prima parte si parla dell'attitudine del popolo inglese per lo sport, mentre ciascuna delle altre parti è dedicata alle Olimpiadi del 1908, del 1948 e del 2012 (quest'ultima parte, in forma ovviamente di anticipazione).
Ogni sezione del volume è ricca di aneddoti raccontati nello stile di Caprarica in modo brioso e divertente e ciò nondimeno l'Autore ci conduce in un percorso interessante che mostra cosa è rimasto identico, quali sono gli immutabili fili conduttori dei Giochi Olimpici e cosa, invece, sia cambiato.
Un libro che ogni sportivo potrebbe leggere, divertendosi ed apprendendo.
Dal risguardo di copertina. Per ben tre volte - da quando, nel 1896, si svolsero le prime Olimpiadi dell'età moderna - Londra è stata scelta come sede dei Giochi. E non a caso, sostiene l'anglofilo autore di questo libro. Infatti, se si scorre un elenco delle discipline più popolari e praticate al mondo, si scoprirà, per la maggior parte di esse, una inconfutabile genealogia inglese: calcio e baseball, tennis e ippica nascono nell'Isola, per esempio, e hockey, boxe e polo devono le loro regole ai sudditi di Sua Maestà. Per non parlare dello spirito che dovrebbe ispirare la più pura condotta agonistica e che, in tutto il mondo, si definisce con una tipica espressione anglosassone: fair play. Raccontare le edizioni londinesi dei Giochi Olimpici diventa così l'occasione per indagare la storia e le curiosità di questa passione nazionale e per rivivere le emozioni di sfide epocali: il dramma di Dorando Pietri, il garzone emiliano che nel 1908 entrò nella leggenda perdendo di un soffio la maratona ma commuovendo fino alle lacrime la regina Alessandra; la gara di tiro alla fune che, nello stesso anno, provocò quasi una guerra fra inglesi e statunitensi; l'incredibile rimonta dell'olandese Fanny Blankers-Koen che, dopo aver vinto tre medaglie d'oro, rischiò di perdere la finale della staffetta 4x100 del 1948 attardandosi a fare shopping! Le storie dei trionfi, delle cadute e delle epiche prodezze dei campioni di un tempo si susseguono con il ritmo scattante di una corsa per il podio e arrivano fino alla cronaca dei preparativi per i Giochi del 2012. Un racconto ricco di sorprese e di umorismo, che delizierà gli amanti dello sport, della Storia e della vecchia Inghilterra, con l'immancabile contorno di un inserto fotografico che completa la narrazione con gustose immagini d'epoca.


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23 luglio 2012 1 23 /07 /luglio /2012 10:42
nati-per-correre.jpgIl giornalista britannico Adharanand Finn, collaboratore per numerose testate come The Indipendent,Runner's World UK e The Guardian, è anche un runner appassionato e ha coltivato un sogno: quello di allenarsi e correre con i Kenyani nei loro luoghi.
E' stato così che, per realizzare questo sogno, assieme a tutta la famiglia (moglie e due figli) si è trasferito in Kenya per prendere casa negli altopiani, rimanendo lì per sei mesi interi e condividendo sue giornate sia con i campioni in erba sia con campioni già affermati.
Non si è limitato ad osservare la fabbbrica dei campioni di Eldoret e dintorni, ma ha preso ad allenarsi lui stesso, con rinnovata assiduità, con un obiettivo specifico: al termine della sua permanenza in Kenya, correre una maratona (la scelta è caduta sulla Maratona di New York), con un crono inferiore alle 3 ore (considerando che, sino a quel momento, il muro delle 3 ore era risultato per lui invalicabile). 

Dalla sua esperienza di osservazione "partecipante" è scaturito un bellissimo libro che si legge con passione e tutto d'un fiato: e anche il lettore non praticante del running potrà trovarvi motivi di interessse.
Il titolo italiano (Nati per correre) si discosta da quello originale inglese che era "Running with Kenyans":  ma il titolo originale inglese viene ripreso ed ampliato nel sottotitolo che fa: "La mia avventura in Kenya per scoprire i segreti degli uomini più veloci del mondo" (Sperling&Kupfer, 2012). 
Come si legge dal capitolo che fa da epilogo, l'obiettivo che Finn si è posto sarà raggiunto, con un netto abbatimento dei suoi personal best precedenti nei 10.000 metri, nella Mezza e nella Maratona.
Dunque, la conclusione è che la "fabbrica dei campioni" ha funzionato anche lui.
Ma il senso del libro va ben al di là del racconto di come Finn sia riuscito ad abbattere i suoi limiti della corsa: il suo racconto ci trasmette la meraviglia di essere in questi luoghi e a stretto contatto con questi individui che sia per dotazione genetica sia per abitudini di vita sembrano essere proprio "nati  per correre".
Adharanand-Finn-watches-t-007.jpgDal risguardo di copertina. Lewa, Kenya: una riserva protetta, fatta di strade sterrate, paesaggi straordinari e animali in libertà; a 1.676 metri, in un clima infuocato tra gazzelle e leoni, si svolge una delle maratone più spettacolari al mondo, che attira corridori e turisti da ogni parte del globo.
Partecipare a questo evento è il sogno di Adharanand Finn, giornalista-runner che decide di trasferirsi nel cuore del Kenya per sei mesi, allenarsi per i 42 chilometri più importanti e duri della sua vita e... carpire i segreti dei leggendari e invincibili campioni keniani.
Insieme con la moglie e i figli si reca a Iten, un piccolo centro noto per essere la "fabbrica dei corridori"; qui, dove gli atleti invadono le strade e impediscono alle macchine di passare, entra in contatto con un ex campione di maratona e inizia la sua avventura sportiva tra usanze misteriose e lunghe ore di preparazione.
Nel Paese degli elefanti mangerà solo il cibo locale, dormirà nei campi d'allenamento, intervisterà i grandi allenatori. Tra un fartlek (l'alternare un minuto di corsa veloce a uno di jogging) e il correre a piedi nudi, tra bevande inimmaginabili e alimenti dal potere rigenerante,
Adharanand riuscirà a capire ciò che studiosi e ricercatori venuti da tutto il pianeta non hanno ancora scientificamente compreso: il segreto degli uomini più veloci al mondo.

 

 

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11 luglio 2012 3 11 /07 /luglio /2012 12:32

ebbrezza-del-camminare.jpgEsce nelle librerie per i tipi di Ediciclo, il volumetto di Emeric Fisset, L'ebbrezza del camminare. Piccolo manifesto del viaggio a piedi (2012).
E' un piccolo e prezioso libro che stabilisce alcuni principi su cui si fondano il viaggio a piedi, l'etica del camminare, ma soprattutto il loro potere euristico e di strumento per la ricerca interiore e trascendente.

Nell'epoca in cui vanno di moda le forme di viaggio rapide e facili, perché l'andare a piedi resta un modo privilegiato di relazionarsi con il mondo?
Perché permette una più intensa sottigliezza dello sguardo sulla natura e una più grande disponibilità verso gli altri?
Quali sono i luoghi del pensiero ai quali accede il camminatore di lungo corso?
Grazie alla diversità dei terreni e del clima che egli affronta, al rapporto specifico che intesse con i luoghi che attraversa, il viaggiatore a piedi prova scoperte e sensazioni particolari, intimamente legate all'ascesi e alla semplicità della propria vita nomade: l'incontro umano, che il cammino rende più sincero, il confronto con la fauna selvaggia, che l'andare a piedi consente di avvicinare meglio, un ritorno meditativo su di sé infine, sono le ricompense per chi fa lo sforzo di camminare liberamente e di prendere il suo tempo.
‎"Non temere niente, né l'abbandono dei tuoi né quello della tua vita di oggi, né ciò che ti riservano i futuri giorni di cammino. Prendi lo zaino e traccia la tua strada, anche per un giorno, una settimana, un mese o una vita. Così, quando la pioggia del cielo diventerà per te dolce come l'acqua di sorgente, il rumore del temporale prezioso come il rimbombo delle cascate, quando la danza delle fioriture e delle stagioni ti porterà via, quando il caldo e il freddo ti saranno indifferenti, quando invocherai la brezza o l'harmattan perché ti diano il gusto dell'andare oltre, quando desidererai la neve perché ti faccia ritrovare il desiderio di purezza e i deserti perché affinino la tua essenzialità, conoscerai l'ebbrezza del camminare, un'ebbrezza che non fa mai male, un'ebbrezza che non finisce"

Emeric Fisset, L'ebbrezza del camminare. Piccolo manifesto del viaggio a piedi, Ediciclo, 2012

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22 maggio 2012 2 22 /05 /maggio /2012 09:05

insistenibile-leggerezza-della-bicicletta--1-.jpgE' uscito nelle librerie dal 17 maggio 2012, il volume di Claudio Marthaler, L'insostenibile leggerezza della bicicletta (Ediciclo, 2012): si tratta di un libro di memorie e ricordi di una vita in bicicletta e di incontri con personaggi che con la bici hanno lasciato un segno o per un'impresa o per uno stile di vita

Sinossi del volume. C'è chi sogna una bici galleggiante, una casa a pedali, una bicicletta leggera che voli nell'aria; c'è chi monta in sella e non torna più, come Heinz Stücke, ormai una leggenda vivente per tutti i cicloviaggiatori; c'è chi partorisce pedalando, e fermandosi dove sente il richiamo della natura; c'è chi fa della bici la sua salvezza, adattandola alla propria invalidità; c'è chi viaggia con tutta la famiglia, per un'esperienza totale e una scuola di vita; c'è chi guarda il mondo attraverso i raggi, fotografandolo o raccontandolo pedalando; c'è chi mena i pedali per lavorare, nel traffico caotico del Cairo, di Città del Messico, o spingendo a fatica nell'aria rarefatta del Tibet... Il mondo della bicicletta è fatto di esploratori, sognatori, lavoratori, non soltanto di sportivi e insostenibile-leggerezza-della-biciclettA.jpg"fissati" preoccupati solo di lucidare il mezzo, di migliorare le proprie prestazioni. Claude Marthaler, ciclonauta svizzero che ha al suo attivo un giro del mondo e tanti viaggi ed esperienze a pedali, ci racconta i personaggi che ha incontrato durante il suo errare a due ruote, alle prese con l'insostenibile leggerezza della bicicletta.

Dicono di lui:

"Claude ha l'anima di uno per cui la meta non esiste, come una stella filante. Va, e si sente a casa nel mondo." (Emilio Rigatti)

Avventuriero ed ecologista globale: un esploratore del nuovo millennio. (Style, Il Corriere della Sera)

Marthaler racconta la leggerezza dell’andare (Il Sole 24 ORE)

Ha un’incredibile energia nelle proprie gambe e nello spirito (Trekking Italia) 

Marthaler è stato in Italia per una mini tournée di presentazione del suo volume, nella prima decade di maggio.


 

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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