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17 febbraio 2012 5 17 /02 /febbraio /2012 08:14

zen Arco frecciaLo Zen, l'Arco, la Freccia è un volume che è indicato per i cultori delle filosofie e delle religioni orientali, della disciplina del tiro con l'arco (molti avranno letto o sentito nominare  Lo zen e l'arte del tiro con l'arco del tedesco Herrigel che fu discepolo di Awa Kenzo, ma anche per tutti coloro che praticando altri sport - e soprattutto specialità di endurance - hanno la necessità di costruire dentro di sé una disciplina mentale che possa aiutarli a governare meglio la loro applicsazione muscolare e psico-somatica di lunga termine, ressitendo alle crisi e ai segnali periferici che, si attivano sulla base di meccanismi fisiologici "salva-vita".

Il volume è ricco di aforismi e di frasi di grande impatto, ai fini di una ricerca interiore e della collocazione del proprio impegno sportivo in una più vasta contestualizzazione mentale ed energetica, come - ad esempio - questi due:

 

Un giorno di sforzo è un giorno di beatitudine;

Un giorno di pigrizia è un secolo di rimpianti.

   

Se guardi al bersaglio come al tuo nemico,

non farai mai progressi.

Il bersaglio è un tuo punto di riferimento, non il tuo avversario.

 

awa11Per la collana “Sapere d’Oriente” le Edizioni Mediterranee hanno pubblicato un volume di John Stevens dal titolo Lo Zen, l’Arco, la Freccia: vita e insegnamenti di Awa Kenzo. La pubblicazione di questo volume è un evento importante, poiché per la prima volta è possibile leggere in lingua italiana alcuni scritti di colui che fu il maestro di tiro con l’arco di Eugen Herrigel, autore de Lo Zen e il tiro con l’arco. Si tratta in effetti di una sorta di completamento ideale di quest’ultimo libro, poiché fornisce un certo numero di approfondimenti e dettagli sui contenuti e sullo stile di insegnamento di Awa sensei, quasi evocando l’atmosfera irripetibile e speciale di quei tempi così lontani.

KenzoAwaL’autore struttura il volume in una prima parte, in cui tratteggia la vita di Awa Kenzo ed espone i punti fondamentali della sua dottrina (il Daishado-kyo, ovvero la “Dottrina della Grande Via del Tiro”), e una seconda ove viene presentata una scelta di aforismi, tratti dai numerosi scritti del maestro.

Questa edizione italiana è arricchita da una Premessa del Preside dell’Accademia Romana Placido Procesi, e da una postfazione, in cui il traduttore, anch’egli membro dell’Accademia, sviluppa alcune considerazioni sulla presenza, nell’ambito del Kyudo contemporaneo, di elementi provenienti dalla dottrina di Awa sensei  e, più in generale, sugli aspetti sapienziali inerenti allo Shaho, ovvero al complesso dei Principi del Tiro, così come sanciti dalla All Nippon Kyudo Federation ed esposti nei volumi del Kyudo Manual, che rappresentano la documentazione ufficiale della medesima Federazione.

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1 febbraio 2012 3 01 /02 /febbraio /2012 16:29

cover-brizzi-italica--300x145.jpgItalica 150, la camminata di Enrico Brizzi and friends, diventa libro. A dir la verità già un altro libro era stato costruito su questa camminata, il romanzo di Brizzi "Gli psicoatleti".

Questo invece è il libro-documentario di questo viaggio in stile rock dalla Vetta d’Italia in Alto Adige a Capo Passero nel Sud della Sicilia.

Brizzi ha scritto la prima parte, il racconto del viaggio stesso.

Ecco un estratto che ben sintetizza lo stile del viaggio: « La Calabria è lunga in moto - ci ammonisce un centauro tedesco in pausa-pranzo. "Ve lo dico io, a piedi diventerete pazzi." Per un attimo valuto di spingerlo oltre il parapetto sul quale è appollaiato a bere latte e masticare gallette, giù per la scogliera scalata nottetempo dai Saraceni, verso il blu senza fondo del Tirreno; mi trattengo, invece, e con il fido fotografo Franz scavalco il guard-rail per aggirare la galleria della Statale lungo la vecchia strada panoramica. Il cartello presso l’imboccatura ci informa che la galleria è lunga un certo numero di metri e si chiama "Apprezzami l’asino".
"Apprezzami l’asino" grido allora, rivolto al tedesco immobile con le sue gallette e il tetrapak di latte. »

Il libro prosegue con i contributi degli altri camminatori del manipolo psicoatletico. Marcello Fini ha scritto gli approfondimenti storico-letterari. La terza parte sono le foto di Francesco Monti. Conclude il libro una serie di interessanti interviste di Samuele Zamuner fatte a personaggi noti, a cui chiedere lo stato dell’arte dell’Italia oggi, e i cambiamenti rispetto al passato. Tra loro le giovani politiche Giorgia Meloni e Debora Seracchiani, il giornalista Olivero Beha, l’esperto di ambiente e di clima Luca Mercalli e don Andrea Gallo.

Per capire che fa adesso Enrico Brizzi di bello, come vive il camminare, lo scrivere e il rock, la Compagnia dei Cammini lo ha intervistato in esclusiva.

 

Ecco  l'intervista completa (di Luca Gianotti).

 

Vedi anche: L'Italia dopo 150 anni. Enrico Brizzi racconta com'è

 

Enrico Brizzi, Marcello Fini, Samuele Zamuner – "Italica 150. Cronache e voci di un Paese in cammino", Pendragon 2011 – 15 euro

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31 gennaio 2012 2 31 /01 /gennaio /2012 11:59

londra in biciclettaEsce per i tipi di Ediciclo, il volume di Michele Monina, Londra in bicicletta: nell'anno delle Olimpiadi, Ediciclo non poteva perdere l'occasione di pubblicare un volume così. Ecco una guida sentimentale alternativa a Londra, ovviamente in bicicletta!

La bici, il rock, il Tamigi, il glamour metropolitano… questi tutti gli ingredienti per un racconto della capitale inglese del tutto inedito.

Michele Monina, scrittore e critico musicale, biografo di Vasco Rossi, Dalla, Fabri Fibra ma anche di Ibrahimovic, Milito e tanti altri, dà vita a una guida sentimentale alla città più cosmopolita d’Europa attraversata in bicicletta.
Michele Monina, scrittore e critico musicale, monta in bicicletta e attraversa la città che si sta vestendo a festa per le Olimpiadi, per fotografare dal punto di vista privilegiato delle due ruote Londra, la culla del rock, stavolta impegnata a farsi casa dello sport mondiale. Nel farlo decide di farsi accompagnare da suo figlio Tommaso, di neanche sei anni. Anche lui in sella e del tutto intenzionato a scoprire questo gigante fatto di strade e acqua.
Sì, perché il fil-rouge che i due si troveranno a srotolare chilometro dopo chilometro, pagina dopo pagina, sarà il Tamigi, il grande fiume che taglia la città in due, in un percorso psico-geografico che deve tanto a AIain Sinclair quanto ad Alan Moore.
Il libro che nasce da questo “percorso nel cuore rock della città” è un “on the river” fatto al passo di pedale; diventa, al tempo stesso, un viaggio nella Londra pre-olimpiadi e un viaggio metaforico che ricalca il celebre Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig: un padre e un figlio che lasciano alla strada e a un fiume il compito di raccontare loro la vita.

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14 gennaio 2012 6 14 /01 /gennaio /2012 10:19

persevareumano_Trabucchi.jpgE' uscito nelle librerie il 12 gennaio, il nuovo libro di Pietro Trabucchi, Perseverare è umano. Come aumentare la motivazione e la resilienza nelle organizzazioni. La lezione dello sport, Corbaccio Editore, 2011.

Pietro Trabucchi,  multi-sportivo, ultrarunner e psicologo dello sport, ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche e molti libri, tra cui il recente "Resisto dunque sono", pure pubblicato per i tipi di Corbaccio, che approfondisce in maniera inedito un discorso sul concetto di resilienza applicato agli sport di endurance a partire da storie di vita di sportivi da lui seguiti personalmente.

Tra le tante esperienze di consulenze e di supporto psicologico a sportivi di varie discipline che praticano sport di endurance, Trabucchi negli ultimi anni ha svolto preziose attività di consulenza per conto della IUTA con gli atleti itailani selezionati a far parte della Nazionale azzurra 100 km su strada e 24 ore su strada e, proprio a questi atleti, il volume è dedicato.

Il saggio (che scaturisce dall'osservazione "clinica" di situazioni correlate agli sport di endurance) fornisce un'importante apporto di riflessione sui modi in cui migliore il livello di motiviazione e di resilienza nelle organizzazioni, a partire dalla lezione dello sport.

In questo senso, Perseverare è umano può essere di preziosa lettura anche per chi si occupa della gestione di organizzazioni sportive e desidera migliorarne il livello di efficienza operativa.

trabucchi.jpgDal risguardo di copertina.

L'uomo per natura non è un centometrista, è un maratoneta: questo è il risultato di due milioni di anni di adattamento all'ambiente circostante come dimostrano le più recenti teorie scientifiche sull'evoluzione umana. Il suo scatto non gli consentirà mai di raggiungere un'antilope, ma la sua resistenza e la sua motivazione sì. Purché sappia coltivarle e mantenerle salde nel tempo. Questa è la lezione che Pietro Trabucchi, psicologo e coach di atleti che praticano le discipline più dure dell'universo sportivo, come l'ultramaratona, ci insegna in questo libro. Il problema è che nella vita e nella società di oggi, la nostra più intima natura viene ostacolata da elementi estranei e fuorvianti come il mito del talento, la sopravvalutazione del potere degli incentivi o la leggenda dei motivatori esterni.

Sempre più spesso crediamo che sia possibile avere successo in qualcosa - nello sport, nello studio, nel lavoro - solo se "siamo portati" oppure se riceviamo una spinta o una ricompensa che prescindono dall'intima soddisfazione di svolgere bene ciò che ci prefiggiamo. Siamo motivati, certo, abbiamo delle ambizioni, degli scopi, ma molto spesso non riusciamo a mantenere con costanza la nostra motivazione. Ci sentiamo frustrati perché non abbiamo subito successo, ci sentiamo demoralizzati se qualcuno non ci incita continuamente, ci sentiamo defraudati se non riceviamo un "premio" per i nostri sforzi.

In sostanza sempre più spesso siamo condannati a sentirci dei falliti. E cerchiamo la causa del nostro fallimento fuori da noi, invece che dentro di noi, nel fatto che non "alleniamo" adeguatamente la nostra "resilienza" ovvero la nostra capacità di far durare la motivazione nel tempo.

Come coach, Pietro Trabucchi insegna in primo luogo a trovare e mantenere in se stessi la forza di raggiungere un obiettivo; e a costruire con gli altri, compagni e allenatori, ma anche colleghi e superiori, figli e genitori, un sistema sano di relazioni in cui ognuno trova il suo ruolo, mostra le sue capacità e ottiene i suoi obiettivi aumentando la propria autostima e migliorando la qualità della propria vita e quella del gruppo in cui si muove, sia esso un team sportivo, un'azienda o una famiglia.

 

Vai al sito web di Pietro Trabucchi

 

Booktrailer

 

 


 
 
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5 gennaio 2012 4 05 /01 /gennaio /2012 07:35

Indian-la-grande-sfida.jpgIndian. La grande sfida (un film di Roger Donaldson, Nuova Zelanda-USA, 2005) con un sempre bravo Anthony Hopkins nei panni di Burt Munro, un uomo ormai attempato con la passione della velocità sulle due ruote, dopo un passaggio poco attenzionato sul grande schermo,  è andato in programmazione su RAI3 il 4 gennaio 2012.
E' stato davvero un bel regalo di anno nuovo per tutti gli sportivi e non certamente per i soli appassionati di motociclismo, dato che, anche se la storia è quella di un uomo che con pervicacia insegue il sogno di realizzare il record del mondo di velocità su terra con le due ruote, con sua moto, una vecchia Indian USA carenata, prodotta negli anni Cinquanta, la storia è all'insegna di valori universali.
Burt abita molto lontano dalla mitica  Bonneville Salt Flats a Salt Lake City nello Utah (USA), il luogo in cui grazie ad una distesa di sale completamente piatta che si estende per chilometri (originata dal prosciugarsi di un enorme lago salato) sono stati realizzati i più importanti record di velocità del mondo su terra, tra cui qello mitico di  Malcom Cambell, il primo a superare le 200 miglia orarie sulla sua Bluebird a quattro ruote. Burt vive in un posto sperduto della Nuova Zelanda e ciò nonostante carezza il suo sogno, lavorando giorno per giorno alla sua moto per "migliorarla" e renderla più veloce.
Alla fine, Burt si decide di andare: e la decisione è presa, quando si rende conto che i suoi gironi non sono illimitati e che potrebbe morire anzitempo (un'improvvisa sintomatologia anginosa è il campanello d'allarme del possibile declino) e decide di imbarcarsi in un'impresa che potrà anche avere un esito incerto ("Ora o mai più", sembra dire tacitamente a se stesso).
Nessuno dei suoi paesani sembra "credere" in lui.
Ciò nonostante Buzz parte e si mette on the road: e già solo compiere questo primo passo è l'impresa.
Il viaggio sino agli Stati Uniti è lungo e avventuroso per uno come Burt che si è mosso dalla Nuova Zelanda solo quando era stato soldato nel Primo conflitto mondiale.
Alla fine Burt, vincendo mille difficoltà, ma spinto dalla sua passione, riuscirà nella sua impresa, ma per i dettagli della sua realizzazione sospendiamo il racconto per lasciare a chi vorrà vedere il film il piacere della sorpresa.
Ciò che conta però, come dice lo stesso Burt - citando Theodore Roosevelt - al ragazzetto figlio dei vicini di casa, l'unico a credere appassionatamente in lui: "L'eroe si distingue nel fatto non di vincere, ma per aver avuto il coraggio di scendere nell'arena. E solo in ciò sta la sua grandezza".
La vera forza dell'eroe sta dunque nel progettare la sua impresa e poi avere la forza di cimentarsi a dispetto di tutti i dubbi e le incertezze che possono attanagliare il suo animo, sapendo in anticipo che della vittoria non ci può mai essere alcuna certezza, mentre l'unica presa salda la si può avere solo sulla consapevolezza di aver tentato e di essersi esposto al rischio - sempre possibile - di un clamoroso fallimento.
E' una bella lezione morale per tutti gli sportivi che desiderano prendere un cimento, innnanzitutto con se stessi; è un bel film da vedere, anche se con uno script un po' buonista - come hanno detto alcuni critici DOC sempre pronti ad azzanare: ma è risaputo che i critici cinematografici non amano il buonismo e la melassa dei buoni sentimenti e vogliono storie sofferte o enigmatiche, ma a noi cultori di bocca buona  del cinemache sia vero ed autentico intrattenimento intelligente e desiderosi di vedere belle storie non possiamo che apprezzare la bella lezione morale che Indian ci trasmette.

Lo script peraltro segue le vicissitudini dell'omonimo personaggio (Herbert James "Burt" Munro - conosciuto come Bert in gioventù; 25 marzo 1899 – 6 gennaio 1978), realmente vissuto e primo uomo a infrangere il muro delle 200 miglia orarie su terra su moto sotto i 1000 cc con carenatura.


 

Scheda film
Indian, la grande sfida
Regia: Roger Donaldson.
Interpreti: Anthony Hopkins, Chris Bruno, Juliana Bellinger, Jessica Cauffiel, Martha Carter, Brian Clark, Campbell Cooley, Wesley Dowdell, Todd Emerson, Phoebe Falconer, Tim Farmer
Titolo originale The world's fastest indian.
Avventura, durata 127 min. -
Nuova Zelanda, USA 2005. uscita venerdì 7 aprile 2006
    

Trailer




Montaggio delle scene più belle


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23 dicembre 2011 5 23 /12 /dicembre /2011 23:30

Ragazzo-che-cavalcava-il-vento.jpgE' uscito il primo romanzo di Leonardo Soresi, direttore di SpiritoTrail (la rivista online del Trail), dal titolo immaginifico ed evocativo "Il ragazzo che cavalcava il vento"  (Editore: Spirito Trail ASD)
Javier Buendia, giovane indio tarahumara, si sta affacciando alla vita, quando è costretto ad assistere impotente alla violenza dei narcotrafficanti che si impossessano della sua terra. Inizia da qui una storia di riscatto e di crescita personale, in cui sarà guidato da un misterioso americano che ha scelto di lasciare gli Stati Uniti per venire a vivere nei canyon della Sierra del Messico. Sarà la corsa, con le sue fatiche, i momenti di debolezza e di esaltazione, a forgiarne il carattere e a portarlo fino in California per correre la Western States e far così conoscere a tutto il mondo il drammatico destino degli Indios Tarahumara.
leonardoSoresiL'autore. Leonardo Soresi, nato a Udine nel 1973, è commercialista a Spilimbergo (PN) dove vive con la moglie e i tre figli. Dal 2002 collabora con la rivista "Correre" mentre dal 2008 è redattore della rivista Spirito Trail. Appassionato di corsa in natura, nel 2009 è diventato il primo italiano ad aver portato a termine la Western States Endurance Run. Esordisce nella narrativa nel 2004, vincendo il premio Chatwin per la letteratura di viaggio. Nel 2007 vince il premio "Graphie", concorso nazionale di Narrativa per autori "under 35".  "Il ragazzo che cavalcava il vento" è il suo primo romanzo.

Per acquistare il volume:

Dopo aver compilato il modulo on line, spedisci la ricevuta di pagamento di 16,00 Euro (spedizione inclusa):
- via e-mail a leonardo.soresi@spiritotrail.it
- o via fax allo 0427/926605 Il pagamento può essere effettuato tramite:
 
1) bonifico bancario
Poste Italiane SPA
IBAN    IT09 C076 0102 8000 0009 3547 305
BIC (Swift Code):  BPPIITRRXXX  (solo per bonifici dall’estero)
intestato a:
Spirito Trail A.S.D.   
Via Bezzecca 7   
50139 Firenze
Causale:  acquisto libro Soresi



2) bollettino postale
C/C POSTALE   93547305  
intestato a Spirito Trail A.S.D.
Causale: acquisto libro Soresi

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23 dicembre 2011 5 23 /12 /dicembre /2011 15:15

ediciclo_auguri.jpgEdiciclo, la nota casa editrice specializzata quasi esclusivamente in titoli che riguardano la pratica dell'andare in bici, l'escursionismo e i viaggi a piedi, il trekking e il camminare in genere, augura a tutti un Natale tutto da pedalare con il racconto autobiografico di Stefano Bruccoleri e con il Calendario da scaricare ispirato a "La musica della neve" di Davide Sapienza.

(Stefano Bruccoleri) "Avevo cinque anni quando le condizioni economiche della mia famiglia originaria suggerirono un affidamento temporaneo che col tempo si sarebbe tradotto in un’adozione. Poi, un giorno vidi mamma arrivare dal vialetto
della casa. Io ero in giardino a giocare e la prima cosa che urlai dentro fu: «No! Non adesso. Non ti voglio, mamma. Non ti voglio vedere». Mamma aveva trentasei anni, a me appariva vecchia, consumata, pesante, ingombrante.
Era chiaro che veniva a riportarci a casa.
A distanza di trentasette anni quello resta il ricordo più nitido della mia infanzia.
La detestai, ricordo il cappotto che indossava, le arrivava sotto le ginocchia, e le scarpe impolverate di terra che raccontavano chiaramente della miseria che ci stava attendendo. La famiglia affidataria era benestante e in giardino c’era una bicicletta per ogni bambino della casa.
Io avevo la mia.
Quando mamma ci portò via, quella bicicletta non venne con me e ho passato la vita a rivolerne una, a rivolere quella bicicletta.  «La bicicletta non ha cassetti, i sogni li appoggi direttamente sui pedali».
A diciassette anni addolcivo la tristezza viaggiando su un vecchio atlante. Immaginavo di pedalare lungo le rive del fiume Po partendo da Torino e poi via via verso la Pianura Padana, fin dove il fiume si perde nel mare.
Oggi non m’interessa sapere perché in tutti questi anni non mi sia deciso a viaggiare in bicicletta nel mondo che sognavo piegato sull’atlante, quel che conta è che ora sono qui a riprendermi i sogni che erano miei"

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22 dicembre 2011 4 22 /12 /dicembre /2011 07:40

Denaro-in-testa_Andreoli.jpg(Guido Ghidorzi) "Il denaro in testa" (Rizzoli, 2011) è il titolo del recente libro dello psichiatra Vittorino Andreoli.

Il testo, nelle sue diverse articolazioni, ricorda che il denaro, quello che va oltre le necessità d'un decente sostentamento, ci inquina il cervello ed è, secondo l'Autore, la base della patologia dell'Anima della nostra civiltà. La sua proposta è di considerare centrale questa questione, portandola pure in quel laboratorio di salute che sono gli incontri di psicoterapia.

Nella sua recensione al volume Guido Ghidorzi, anche lui psicoterapeuta e appassionato praticante del camminare consapevole, ha ricordato un'esperienza raccolta tempo fa (un racconto che ha raccolto nella sua pratica terapeutica).

"Siamo in ambito cattolico di base, dove il camminare è da sempre considerato metodo educativo, non solo nel pellegrinaggio. Si proponeva a singoli o a gruppi ristretti, di massimo 2 o 3 persone, di partire per un viaggio a piedi, senza una precisa destinazione e... senza denaro. C'era da mettere alla prova la solidarietà umana.

Per mangiare e dormire e qualsiasi bisogno si doveva chiedere alle persone che si incontravano sulla strada".

Chi mi ha raccontato ciò, - continua Ghidorzi - sosteneva di non aver mai ricevuto rifiuto d'aiuto, una volta che si spiegava ciò che si stava facendo. Riflettendoci ora, di fronte alla crisi materiale e di valori che tutti ci attraversa, mi sembra un'idea semplice, radicale, terapeutica addirittura. La devastazione del pensiero umano, di cui parla Andreoli, necessita di antidoti.

Noi che amiamo viaggiare a piedi, e sappiamo la ricchezza che ci può donare, possiamo sperimentare, al di là di essere o meno credenti, il "cammino povero"?

Partire per un cammino... senza nient'altro che la nostra umanità.

Ad esempio, - conclude Ghidorzi - potremmo chiedere ospitalità come dono, come messaggio di apertura all'altro. In cambio, offriremo di ricambiare con la nostra ospitalità quando lo gradiranno. Un credito di fiducia.

Per essere concreti, potremmo creare una rete di indirizzi, le nostre case, mettendole a disposizione dei viandanti che condividono lo spirito di quest'iniziativa. Sarebbe un concretizzare il viaggiare gratuito, responsabile, solidale... e fare così, con questa piccola cosa, del mondo  un luogo veramente migliore".

 

Dal risguardo di copertina

Il denaro sul "lettino" dello psichiatra: un personaggio capace di riempire la testa dell'uomo come in una possessione che cancella ogni identità e ogni norma di comportamento civile. Il denaro nell'analisi di uno psichiatra e non di un economista, dunque di chi si occupa di salute della mente e non di tecniche per garantire il benessere economico dell'individuo e dell'intera comunità. E in questa invasione di campo si scopre che il denaro è fonte di malattia. Per chi è povero ma anche per chi ha i forzieri pieni. Vite che ruotano intorno ai soldi, al desiderio di possederli, alla paura di perderli: l'ossessione, la dipendenza, l'angoscia, il lutto... si finisce per ridurre una società al denaro come misura del valore non solo delle cose, ma della stessa persona. L'uomo a una sola dimensione. Nella follia da denaro si corre il rischio di sostituire le banconote agli affetti, che assumono un prezzo in euro. In questa situazione emerge un bisogno di felicità che non è direttamente legato a stati di ricchezza o povertà. Non si tratta di una strategia consolatoria in un momento di crisi dell'economia nazionale e mondiale, ma di un modo per ritrovare il significato della vita e delle relazioni interpersonali.

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4 dicembre 2011 7 04 /12 /dicembre /2011 00:02

UBM-67.jpgI bike messenger (o, per l'esattezza, Urban Bike Messenger) sono delle creature quasi "mitologiche", metà uomo e metà bicicletta, che da anni sfrecciano per le strade di tutto il mondo, destreggiandosi tra i palazzi e il traffico cittadino macinando chilometri nella giungla urbana, lottando nello smog e nelle nuvole invisibili di gas di scarico e di polveri sottili e, in sostanza, svolgendo il lavoro del corriere espresso, ma "bici-montato". I Bike messenger hanno cominciato ad operare nelle aree metropolitane degli USA (Chicago, New York, San Francisco, Los Angelee) e, dopo qualche anno sono arrivati anche in Europa e in Italia. Adesso operano in molte città italiane, di cui l'antesignana è stata Milano. Il servizio di Bike messenger è arrivato anche a Palermo con Cicloop.

Quello del bike messenger è un lavoro già - di per sé - affascinante che può trovare adepti tra coloro che amano la bicicletta e che, così, trovano la possibilità di coniugare un'attività lavorativa con la possibilità di fare ciò che piace.

Di recente è uscito un volume che in cui Roberto Peia, ex-giornalista, racconta la sua esperienza personale di BM e quella del movimento degli Urban Bike Messenger a Milano, di cui è stato un "padre" fondatore e pioniere.

Tutta-mia-la-citta-192x300.jpgSi tratta di "Tutta mia la città – Diario di un bike messenger” (Edizioni Ediciclo, 2011). Il volume, accanto al racconto di consegne e pedalate nel traffico urbano, riporta altre storie di luoghi e di personaggi della Milano a pedali: dal Vigorelli che non c’è più, alle ciclabili che non ci sono mai state; dai Tetes de Bois ai Talking Heads; dal pavè alle bici rubate… Ci si può fare un’idea del libro ascoltandone dei brani sul podcast di Fahrenheit , la storica trasmissione sui libri di Rai Radio 3.
Dal risguardo di copertina. Il primo servizio di consegne in bicicletta è milanese. Gli Urban Bike Messenger, messaggeri urbani a pedali, oggi hanno il volto di Roberto Peia, ex giornalista ora devoto alle due ruote e al suo uso metropolitano come mezzo per una mobilità alternativa ecosostenibile e silenziosa. Dopo due anni e mezzo di consegne, con alle spalle la certezza di un lavoro che è ormai garantito e apprezzato da molte aziende, l'autore ci racconta la sua esperienza a cominciare dalle corse pazze per la città, gli incontri e gli scontri; riesce così a raccontare da un punto di vista inedito, luoghi e persone, fatti di cronaca e a intrappolare nei raggi della sua bicicletta i mille volti di una Milano che è per definizione in continuo movimento. Il suo è uno stile meticcio, forgiato dalla strada, che va dal resoconto giornalistico alla narrazione pura, con un tono a volte arrabbiato a volte sognante, che fa restare il lettore attaccato alla terra per volare con la mente. La prefazione al voume è di Chris Carlsson, padre fondatore della "Critical Mass".

Il messaggeroUna lettura indispensabile da accoppiare al bel libro di Peia è Il messaggero. Come è nata la Massa critica, scritto dall'americano Travis H. Culley  (Garzanti editore 2004, tuttora in catalogo per chi osse interessato) che racconta la storia dei Bike Messenger USA e di come il loro movimento si è intrecciato con lo svilupparsi di quello della Critical Mass".
E' un libro di grande valore, perché - "dall'interno" e utilizzando il vertice di osservazione d'un bike-messenger in una delle più grandi metropoli americane (Chicago)- analizza lo strapotere del trasporto meccanizzato su gomma nelle grandi città (americane, prima, e del mondo poi) che - per volere delle grandi aziende automobilistiche - ha preso il dominio su altre modalità di gestione del movimento più economiche, più a misura d'uomo e, in definitiva, più sostenibili. Culley, in modo appassionante, nel mostrarci lo strapotere dell'auto sull'uomo, illustra quanto l'utilizzo della bici nelle città possa tradursi in un gesto autenticamente anarchico e liberatorio rispetto al vincolo delle regole economiche. Nelle grandi città americane, i bike-messenger sono stati la punta emergente del cosiddetto movimento della "massa critica" che ha cercato (e sta cercando tuttora) di condizionare le scelte degli amministratori locali, orientandole verso un ritorno all'urbanizzazione a misura d'uomo, all'idea di luoghi di lavoro raggiungibili con le proprie forze, di città fruibili a piedi o in bici, con l'effetto di una loro ripopolazione e della bonificazione dei ghetti e delle ex-aree industriali, oggi in uno stato di degrado e abbandono. Il movimento della "massa critica" - fatto di cittadini che vogliono essere dei semplici "pendolari" della bici oppure suoi fruitori "per diletto" negli spazi urbani - dimostra, con l'effetto moltiplicatore della massa di ciclisti che si radunano e che assieme e pacificamente, si muovono lungo le strade cittadine, il teorema secondo cui le vie e gli spazi urbani devono essere di tutti, non disegnati solo per le automobili fatte per trasportare singoli individui, il più delle volte arroganti. Il racconto di Culley offre una panoramica sulla storia delle origini del movimento della "massa critica" e dell'attivazione delle coscienze sul tema della necessità di svincolo dal nefasto dominio delle auto, ma anche un'interessante sintesi dei motivi per cui le città sono divenute ciò che sono.
Scheda del libro. Travis Hugh Culley guarda il mondo da una bicicletta lanciata a tutta velocità attraverso le strade della metropoli. Consegna pacchi e buste girando dai ricchi palazzi del centro alle fabbriche e ai capannoni delle periferie. Il suo è un punto di vista insolito, ma utilissimo per capire i meccanismi che governano la vita metropolitana: schemi di comportamento che non riusciamo più a vedere. Così Travis Hugh Culley non racconta solo il piccolo mondo di cui ha fatto parte, quello dei "bike messengers", ma osserva anche con sguardo lucido e spietato i flussi delle nostre città, e ci offre qualche consiglio per renderle più ospitali per gli uomini e le donne che le abitano. Da questa esperienza è nato il movimento Massa Critica.

 

Vedi anche il seguente articolo

I corrieri ecologici invadono Milano

 

Ed anche questo video, sull'esperienza "Ecopony" a Firenze

 

 


 
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17 novembre 2011 4 17 /11 /novembre /2011 23:36

Marco-Aime-Rubare-l-erba_display.jpgMarco Aime nel suo nuovo libro "Rubare l'erba. Con i pastori lungo i sentieri della transumanza" (Ponte alle grazie, 2011) racconta - in una breve opera a metà tra il saggio antropologico e un amarcord, la vita dei pastori conosciuti nella sua infanzia, quando passava le vacanze dai nonni a Roaschia (Piemonte) che, a quel tempo, era il "posto dei pastori". In genere non è ortodosso il coinvolgimento emotivo in uno studio antropologico, ma in questo caso il risultato è stato affasciante, a metà tra una ricerca e un racconto poetico.

Quando il giovane Marco era bambino e non voleva mangiare, i nonni gli dicevano "Dovresti andare un po' con i pastori, vedi che impareresti!". Perchè la vita dei pastori era dura, sempre a viaggiare, dal paese scendevano nelle Langhe, nel Monferrato fino alla pianura dalle parti di Piacenza, per "rubare l'erba" di altri, sempre stranieri e sempre visti come invasori. E questi pastori sono uguali a tanti altri: i pastori abruzzesi in cammino verso la Puglia non erano molto diversi.

I pastori sono camminatori per forza.

Poichè le pecore non hanno erba tutto l'anno negli stessi posti, i pastori si devono spostare e lo sanno fare: "Uno dei saperi del pastore, che tu non sai: conoscere la strada, trovarla sempre".

Il vecchio Toni, che racconta la sua vita ad Aime, racconta i pastori come persone di cui gli stanziali (i contadini, gli "uvernenc") sospettavano, dice "Noi pastori eravamo sempre dalla parte del torto, perchè rubavamo l'erba". Nelle sue parole c'è rassegnazione, la rassegnazione di chi sa di dover subire per forza qualche discriminazione, qualche insulto. I pastori si sentivano fratelli con gli zingari. Venivano chiamati i "gratta" dai contadini.

"Si cercava di passare nei posti non troppo affollati, di nascondersi un po', sempre in colpa, sempre dalla parte del torto, lungo strade poco battute dove, magari, incontravi altri come te. Altri con le pecore, altri che venivano dalla montagna, altri che andavano".

Dal libro di Aime esce la nostalgia per i pastori erranti, erano brava gente che sopravviveva alla povertà senza aspettarsi altro dalla vita.

E' un libro consigliato a tutti quelli che vogliono camminare sulle tracce dei pastori, nelle valli piemontesi, ma anche sui tratturi d'Abruzzo o nei supramonti sardi.

Luca Gianotti della Compagnia dei Cammini ha intervistato in esclusiva Marco Aime  che ha parlato anche di turismo responsabile, di cui è esperto.

L'intervista.

 

Dal risguardo di copertina

Marco_Aime_display.jpg"Partivano. La gente di queste parti è sempre partita". I ricordi di Toni e Margherita, un anziano pastore e sua moglie, disegnano a tratti scarni ma decisi la loro storia, la storia della gente di Roaschia, nel Piemonte rurale di oltre mezzo secolo fa. Pastori, acciugai, venditori di capelli, uomini perennemente in viaggio: l'etnografo si chiede se abbia senso parlare di "radici", quando esistono "terre dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre", quando si è costretti a fuggire dal proprio villaggio per scampare alla povertà, per sopravvivere, "rubando l'erba" per le proprie pecore. Eppure continuiamo a pensare che il nomade, il randagio, il bastardo, siano l'eccezione, e che il sedentario sia la norma.

Marco Aime, che in quelle terre è nato e cresciuto, stempera il "dato" antropologico e oggettivo in un racconto vivido, "in prima persona", e proprio per questo vitale, nonostante la patina del ricordo e della nostalgia. La vita del pastore, segnata dall'universale diffidenza che i sedentari covano per i migranti di ogni tempo e luogo, diventa l'emblema - e la guida - di tutte le nostre peregrinazioni: "È quello il suo sapere, uno dei saperi del pastore, che tu non sai: conoscere la strada, trovarla sempre".

 

Marco Aime, "Rubare l'erba", Ponte alle Grazie, 2011, 12 euro

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  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
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