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1 aprile 2018 7 01 /04 /aprile /2018 10:12

L'ultima luce del giorno, quella che allunga le ombre sulla polvere, è la più preziosa. La sola a svelarti il mistero del camminare, a dare un senso a quell'istinto ottimista e avventuriero di appoggiare un piede davanti all'altro per scoprire cosa ci sarà oltre quel ponte, quelle case, quella collina.

Riccardo Finelli

Riccardo Finelli, Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi, Sperling&Kupfer, 2017

Riccardo Finelli, giornalista e scrittore modenese, ha cominciato raccontare dei suoi cammini nel 2012, quando pubblicò “Coi binari fra le nuvole” (Neo), in cui narrava il suo cammino lungo la ferrovia dismessa che collega Sulmona a Carpinone, la Transiberiana d’Italia. nel 2016 invece ci ha raccontato il suo Cammino di Santiago in “Destinazione Santiago”. (Sperling&Kupfer).

Pochi mesi fa è uscito invece “Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi” (Sperling&Kupfer, 2017), che contiene il racconto del cammino di Finelli camminò da Milano a Roma non percorrendo la Francigena o altri cammini noti, ma un itinerario personale, da lui studiato, cioè seguendo i corsi dei fiumi, in un viaggio a piedi di circa ottocentocinquanta chilometri.
Dal Naviglio al Ticino, poi il Po, e dove si aggancia il Trebbia, quindi via verso l’Appennino lungo questo fiume. Poi l’Aveto, il Penna, il Taro, il Verde, il Magra, il Lucido, il Serchio, l’Arno, l’Elsa fino a Siena, l’Arbia, l’Orcia e il Paglia, fino alla confluenza di questo con il Tevere. E gli ultimi chilometri in barca per entrare a Roma dall’acqua.
In Italia, i fiumi sono dimenticati, abbandonati, spesso torturati e violati, ma sono un mondo da scoprire. E Finelli vive belle scoperte, al tempo stesso incontrando sul suo cammino persone e storie da raccontare.
E il fatto che abbia inventato un cammino originale, in luoghi dove veder passare un camminatore era una sorpresa, gli ha consentito di vivere una esperienza senz’altro più ricca che non quella di camminare su un percorso in cui le persone del luogo si sono assuefatte ai viandanti.
La sua conclusione è interessante e vale la pena di citarla: “Mi sono convinto che non viaggiamo per raggiungere qualcuno o qualcosa, ma per soddisfare una pulsione primaria scolpita nei meandri del nostro DNA, come fosse il bisogno di bere o respirare. E ho cominciato a considerare gli abituali sogni a occhi aperti davanti a un atlante non solo come una mia personale fissazione, ma la naturale attitudine del pronipote di una stirpe quadrupede”.
In altri termini, attraverso queste parole emerge l'essere nomadi per bisogno ancestrale, e anche una sorta di diritto inalienabile a essere nomadi. (LG)
(dal risguardo di copertina) Cosa spinge un uomo a riempire uno zaino e percorrere a piedi quasi novecento chilometri da Milano a Roma? Sulle spalle l'essenziale, davanti nessun sentiero, nessun compagno, nessuna prenotazione, affidandosi all'antica leggerezza del viandante. Dopo anni di itinerari predefiniti, Riccardo Finelli ha deciso di uscire dalle strade battute e tracciare il proprio cammino, seguendo una via dimenticata: il corso dei fiumi, che un tempo muovevano uomini, merci e mulini, e oggi scorrono pigri e abbandonati. Dal Naviglio Pavese al Tevere, passando per il Po, il Trebbia e l'Elsa riaffiora un'Italia di piccoli centri e borghi arroccati, malinconica, generosa e accogliente. Ne fanno parte Alessio, che tiene faticosamente in piedi l'oasi di Alviano; Lino, erede di una generazione di barcaioli che parla ancora la grammatica dell'acqua; o Francesca, che ogni giorno si muove sulle sponde che uniscono Lunigiana e Garfagnana. Ma un viaggio è fatto soprattutto di osservazione lenta e minuziosa, lunghi silenzi, sospensione di giudizio. In questo spazio di solitudine e libertà, emerge la vera vocazione del camminatore: non raggiungere la meta ma esplorare la strada, riscoprire località cancellate dalle mappe, prendersi il piacere di deviare verso la bellezza insospettata dell'ordinario. In questo libro, Finelli ci invita a seguirlo e a ritrovare quell'istinto vagabondo e transumante che per millenni ha accompagnato l'umanità.

L'autore. Riccardo Finelli, giornalista e scrittore, esplora da dieci anni luoghi inediti e viaffi a passo lento. Ha pubblicato Destinazione Santiago (Sperling & Kupfer, 2016), Il cammino dell'acqua (Sperling & Kupfer, 2017); per Incontri sono usciti Storie d'Italia (2007), C'è di mezzo il mare (2008), 150 anni dopo (2010), per Neo Edizioni Coi binari fra le nuvole (2012) e Appeninia (2014).

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8 gennaio 2018 1 08 /01 /gennaio /2018 07:47
Andrea Bianchi, Il Silenzio dei Passi. Piccolo elogio del camminare  a piedi nudi nella natura, Ediciclo, 2016

Nel 2011, Andrea Bianchi, da sempre affascinato dalle ascensioni verso le grandi altezze montane come simbolo della ricerca interiore dell'uomo, durante un'escursione in altitudine, si è tolto le scarpe e ha scoperto che camminare a piedi nudi può essere un'esperienza di grande benessere e di riconnessione con la natura. Dopo la prima, timida e casuale prova, si è andato sperimentando in contesti di terreno sempre più difficili e sempre più a lungo, anche nella pratica escursionistica su sentieri impervi. Il suo camminare a piedi scalzi è assieme una "pratica" e una filosofia di vita che sconfina in una relazione con la natura tesa a coglierne lo spirito vitale e l'energia.
Da allora non ha più smesso e, con una serie di articoli che si sono trasformati in libri, ma anche con la il suo insegnamento diretto, ha tentato di trasmettere ad altri la sua visione.
Non possiamo dimenticare, ovviamente, che il suo camminare a piedi nudi, è un ritorno alla semplicità francescana e, più in generale, ad una filosofia di vita in base alla quale, per il raggiungimento di un pieno benessere, in tutte le nostre abitudini/attitudini occorra semplificare, ridurre drasticamente l'utilizzo di tutti quegli oggetti di cui ci siamo circondati e di cui siamo dipendenti sino all'osso, lasciando  invece solo ciò che è essenziale.

Ma d'altronde in questa pratica ci sono degli antecedenti illustri, come ala pratica dello sport a piedi scalzi tra i quali il cosiddetto "gimnopodismo" ha molteplici rappresentanti illustri (e non illustri), per non parlare delle pratiche ancestrali dei Tarahumara che usano correre ritualmente su i montagnosi sentieri della Sierra, praticamente a piedi nudi - solo con la protezione della sottile intercapedine di sottili sandali che essi stessi (come parte del percorso iniziatico tribale) si sono costruiti: pratica ampiamente descritta da Christopher McDougall e riportata al grande mondo del podismo attraverso il volume interessantissimo - e di grande successo su scala planetaria - Born to Run.

Lo snello, ma succoso volume Il silenzio dei passi. Piccolo elogio del camminare a piedi nudi nella natura, pubblicato nel 2016 da Ediciclo nella Collana Piccola Filosofia di Viaggio, contiene appunto il percorso scalzo di Andrea Bianchi e la sua "filosofia di viaggio".

Mi sono ritrovato molto in ciò che Andrea Bianchi scrive e trovo pienamente condivisibili le sue considerazioni: non è così semplice mettere in pratica questo Verbo, poiché come lo stesso autore avverte ci sono, attorno al camminare  e al correre a piedi nudi, molti pregiudizi culturali che è difficile abbattere. Bianchi, nel corso della sua esposizione che ha l'autorevolezza derivante dalla pratica diretta e da una lunga esperienza, controbatte puntualmente tutte le possibili obiezioni (in maniera garbata e non fondamentalista), nello stesso tempo invitando tutti i suoi lettori non del tutto convinti a provare in prima persona, cominciando ovviamente con situazione relativamente protette e comode, per passare poi ad impegni via via più hard ed ambiziosi, in un percorso che diventa viaggio e filosofia di vita.

Andrea Bianchi, A piedi nudi. Il cammino silenzioso dalla A alla Z, Ediciclo, 2017

Io stesso dopo aver letto le sue pagine, visto che non corro più, mi sono ritrovato a fare una parte dei miei lavoretti in campagna a piedi scalzi, ritrovando un forte stimolo vitale nel contatto diretto dei miei piedi con la terra e con la pietra: ritrovando le sensazioni adrenaliniche ed energetiche che avvertivo in me, quando - più giovane - correvo a piedi nudi, sulla spiaggia o anche sugli sterrati e sull'asfalto., oppure, al mare, saltabeccando da uno scoglio all'altro.

I podisti che adoperano scarpe tecniche altamente protettive perdono la finissima capacità propriocettiva del piede e la sua capacità di adattamento naturale ad ogni tipo di terreno. Camminare o correre a piedi nudi ci consente di trovare un rinnovato equilibrio e una maniera più naturale di articolare con un appoggio prevalente sull'avampiede: cosa che nel lungo termine consente di curarsi da inspiegabili malanni che affliggono i camminatori o i runner calzati e che non hanno riscontri strumentali significativi.

Provare per credere.

Questo libretto trova il suo ideale complemento nel volume sempre di Andrea Bianchi, A piedi nudi-Il cammino silenzioso dalla A alla Z (Edicliclo, 2017, collana Ciclostile)
 

(nota editoriale) Togliersi le scarpe e percorrere scalzi un piano sentiero boscoso, un prato umido di rugiada, o i gradini naturali di un sentiero d’alta quota e imparare a percepire sotto le piante dei piedi nudi il flusso di calore della pietra esposta al sole e le sue diverse tessiture: tutto questo è alla portata di ognuno, appartiene alla preistoria e alla storia dell’umanità, eppure è anche una cosa che oggi è diventata rara nella vita di molti. Basta invece poco per re-imparare a camminare scalzi, e ritrovare una dimensione in cui si intrecciano la meccanica del piede umano, le connessioni benefiche con l’elettromagnetismo terrestre, l’arte di passare dal freddo al caldo che Kneipp elevò al rango di terapia, i milioni di stimoli sensoriali che si accendono nella mente, fino alla scoperta di aspetti più sottili, come l’invisibilità delle tracce e il silenzio che accompagna questo passo leggero, quasi felpato, che mai si impone ma sempre trova il suo personale e unico percorso.

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30 novembre 2017 4 30 /11 /novembre /2017 09:00

Se vuoi puoi. Quello che sembrava impossibile, se lavori duramente non è più impossibile. È questa la visione. Come un esploratore la va a cercare, un musicista la canta, un pittore la dipinge, uno scrittore la mette in parole, così un corridore la corre.

Quarta di copertina

Folco Terzani con Michele Graglia, Ultra. La libertà é oltre il limite, Sperling&Kupfer, 2017

Ha conosciuto Michele Graglia  in occasione della prima edizione della Ultra Milano-Sanremo, dove - ancora poco conosciuto nel mondo degli ultramaratoneti italiani - arrivò, sgominando alcune grandi firme dell'ultramaratona mondiale ed europea, inaspettatamente da vincitore alla prima edizione della ultracorsa su strada Milano-Sanremo, avviata nel 2014 sulla falsariga (stesso identico percorso) della classica di ciclismo su strada Milano-Sanremo, tenuta a battessimo nel 2014: un'impresa da giganti con i suoi oltre 280 km in tappa unica, con notevoli difficoltà altimetriche.
E' arrivato da pochi mesi nelle librerie un volume in cui Michele Graglia racconta la sua storia e la sua avventura nel mondo dell'Ultra (Folco Terzani con Michele Graglia, Ultra. La libertà é oltre il limite, Sperling&Kupfer, 2017), con il confronto non solo tecnico ma anche amicale di Folco Terzani, nella veste di scrittore e giornalista, ma anche di appassionato della corsa e dunque pienamente titolato per comprendere appieno il lungo racconto di Michele.
Del suo passato sportivo Michele tace: evidentemente, per lui le piccole imprese giovanili di atletica (per le quali era comunque dotato) e poi una veloce incursione nel mondo del Thriathlon non sono stati rilevanti dal punto di vista della sua "conversione" al Verbo dell'Ultra.
Sì, perché di vera e propria conversione si è trattato, quando un bel d' nel bel mezzo della sua carriera "per caso" di modello fotografico di alto profilo, prima a Miami e successivamente a New York, Michele decise di cimentarsi nella sua prima impresa di ultra della sua vita.
E sin da subito, come quando si aderisce ad una nuova fede a qualsiasi costo e con totale 
abnegazione, la sua scelta è stata immediatamente assoluta ed estrema, con un un tuffo istantaneo - e a capofitto - nelle esperienze di ultramaratone con elevatissimo coefficiente di difficoltà.
Michele Graglia ha voluto subito inebriarsi delle difficoltà maggiori, sulla base di un'adesione assoluta e senza mezzi termine, senza aver prima costruito un'esperienza per gradualità successive: e ciò che viene sottolineato, ai fini del compimento di queste imprese estreme, è l'importanza della volontà e della determinazione, della Mente e del Cuore, come ingredienti essenziali ed ineliminabii, prima ancora della assoluta certezza nella propria capacità fisica.
Sin da subito, ispirato da alcune delle imprese dell'eroe americano di Ultra Dean Karnazes, il suo obiettivo è stato quello di andare oltre il limite, addirittura di porsi dei limiti impensabili e, ragione con il raziocinio, assolutamente irraggiungibili.
Nella filosofia di Graglia, quanto più distante è il limite da raggiungere e da conquistare, tanto maggiori sono la forza della motivazione e la spinta ad andare avanti: e tanto maggiore ovviamente è la possibilità di rimettere in forma la propria vita, indebolita dalla mancanza di un "vero" scopo.
Capitolo dopo capitolo, con qualche intermezzo in cui Folco Terzani racconta dei suoi incontri con MIchele (è implicito, ma evidente, che tra i due sia scattata subito la molla di un amicizia forte), sentiamo il dipanarsi della storia di Michele, novello Saulo sulla via per Damasco: la pratica dell'Ultra diviene per lui una vera e propria religione della mente, in primo luogo.
E siccome Michele scopre anche - strada facendo - di essere dotato e di potere ottenere buoni risultati  - come nel caso dell'avvio della carriera di modello, quasi per caso - ha una spinta in più a perseverare e ad impegnarsi: le eventuali "cadute" e i fallimenti servono semmai a rinsaldare la motivazione.
Ma i traguardi raggiunti sono per Michele - semmai - i punti di partenza per nuove e più ambiziose mete da conquistare (e prima ancora da sognare).
Cosa rimane dopo aver fatto propri (e aver messo in archivio) alcune delle più impegnative gare Ultra su strada e trail? Forse, dice Michele, mettere in cantiere un giro del mondo a piedi (o di corsa), ma senza mettere a repentaglio la propria vita (principio che apprende egli stesso, strada facendo, in corpore vili).
In questo libro ci sono dentro tante cose e tra le cose più specificatamente sportive spiccano i valori degli affetti familiari e quelli dell'amicizia: senza di questi, le imprese di Michele forse non sarebbero state possibili, poiché quasi sempre - qualche gara dopo il suo "lancio" - ha potuto contare sul supporto costante di un team di amici e familiari.
Uno spazio particolare è dedicato - ovviamente - alla sua "creatura", l'Ultra Milano-Sanremo e alla sua vittoria.


(dal risguardo di copertina) Michele ha una folgorante carriera da modello a Miami e New York, macchine sempre più grandi, tanti soldi per pagarsi ogni capriccio, feste tutte le sere, una moglie bellissima. E bellissimo è anche lui, tanto che viene presentato a Madonna come «The Abs», gli addominali. Però, una sera, si trova sul davanzale del suo appartamento al quindicesimo piano a chiedersi che farsene di tutto quel lusso e degli eccessi. Se non è quella la sua strada, allora qual è? La risposta arriva come un colpo di fulmine, nascosta dentro un libro: l'ultramaratona. Nel giro di un anno diventa uno dei campioni più forti al mondo, ma vincere per lui non conta. L'ultra è una sfida con se stessi, non con gli altri: correre per centinaia di chilometri, in tutte le condizioni atmosferiche, tra i ghiacci del Canada o con cinquanta gradi nella Valle della Morte, spingendo il corpo e la mente oltre ogni limite immaginabile. Passo dopo passo, mentre le gambe cedono e i muscoli si disfano, nella solitudine di una corsa infinita, Michele vive gli opposti: la sua fragilità estrema di fronte alla natura e la forza della sua volontà, che si libra oltre la fisicità, per esplorare cosa c'è dopo la fatica e il dolore. In questo libro, Folco Terzani racconta la straordinaria storia di un ragazzo che aveva tutto ma non era niente, e nel ritorno all'atto primordiale della corsa ha trovato la sua libertà, il suo coraggio, il suo essere più puro. Perché alla fine l'ultra non è più uno sport: è un mezzo per arrivare alla natura e a se stessi.

 

Michele Graglia e Folco Terzani

Gli autori. Folco Terzani, figlio del famoso giornalista Tiziano Terzani, scomparso nel 2004, è nato a New York nel 1969 e ha vissuto la sua infanzia tra vari paesi, seguendo gli spostamenti del padre. Ha frequentato scuole in tutto il mondo, inclusa una scuola pubblica a Pechino. Si è laureato in Lettere Moderne a Cambridge e in Cinema a New York. Dopo un’esperienza di un anno alla casa dei morenti di Madre Teresa in Calcutta, ha girato il documentario "Il primo amore di Madre Teresa". Affascinato dall’Asia, ha anche girato un film sui Sadhu dell’Himalaya.
Nel 2006 ha curato "La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita" (Longanesi), il libro postumo di Tiziano Terzani, che, sapendo di essere arrivato alla fine del suo percorso, parla al figlio Folco di cos'è stata la sua vita e di cos'è la vita. Proprio a partire da queste conversazioni ha in seguito curato la sceneggiatura dell'omonimo film. Nel 2011 ha pubblicato A piedi nudi sulla terra (Mondadori) e nel 2016 La santa. Accanto a Madre Teresa, in collaborazione con Mario Bertini. Di recente uscita, il volume "Il Cane, il Lupo e Dio" (Longanesi, 2017).
Michele Graglia (Sanremo 1983) è uno dei più forti ultramaratoneti a livello mondiale. E ciò è indiscutibile anche se sino a questo momento non è mai stati selezionato per far parte di una rappresentativa italiana ai campionati del mondo di ultramaratona (100 km, 24 h) e di ultratrail.
Ha iniziato la sua carriera come fotomodello a Miami e successivamente a New York per i maggiori brand internazionale. Una carriera iniziata per caso, poichè si trovava in Florida per tutt'altri motivi.
Da un certo momento in poi, ha iniziato a dedicarsi alle corse sulle lunghissime distanze.
Dal 2011 ha intrapreso con successo alcune delle gare più estreme di ultramaratona ed ultratrail, prima negli Stati Uniti e poi in molti altri paesi del pianeta. Ritornato in Italia ha dato vita alla Ultra Milano-Sanremo, sullo stesso percorso della classica ciclistica Milano-Sanremo e ha trionfato nella prima edizione che ha avuto luogo nel 2014.

 

Sembra quasi una fiaba la vita di Michele Graglia. Arrivato in America per cercare nuovi clienti per l’azienda di famiglia, si ritrova, grazie ad un incontro casuale, catapultato nel mondo dell’alta moda.  Da quel momento in poi, Michele vive la vita che molti vorrebbero. Poco lavoro, moltissimi soldi, feste esclusive con personaggi importanti, macchine di lusso e appartamenti con vista mozzafiato nelle più belle città d’America.  Ma c’è qualcosa, in tutto quel mondo scintillante e favoloso, che Michele sente di non avere e di non poter comprare. Qualcosa che gli sfugge. Come se, circondato da così tante cose, da così tante persone, non ci fosse un senso nella sua vita e in quella di chi, come lui, vive in quella “gabbia dorata” che molti invidiano.  Questo pensiero, nato dopo una serie di esperienze assai “forti”, lo porterà a guardare la sua bella vita dorata sotto un’altra luce e a cercare un nuovo senso per la propria vita. Sarà in una piccola libreria di New York che Michele conoscerà il mondo delle Ultramaratone, gare estreme in cui i partecipanti devono andare oltre i propri limiti.  Ed è entrando in questo mondo che Michele avrà modo di incontrare Folco Terzani. Dopo un iniziale diffidenza i due stringeranno una fortissima amicizia che li porterà a condividere l’esperienza e il mondo delle Ultramaratone.  “Però conoscendolo bene non sta bene quel poveraccio. Che poveraccio non lo è, perché ha più soldi di quello che possiamo immaginare. Ma la mattina si alza e non ha ancora trovato quello che lo rende felice nella vita, perché chiaramente nonostante i miliardi di shopping tutti i giorni e il jet privato e il motoscooter e le donne e gli uomini che si può comprare non ha raggiunto quello che realmente conta. Ma allora? Ma allora? Gente che nella vita non fa nulla, ma nulla nulla. Non deve neanche lavorare perché ha talmente tanti soldi che è libera quanto le pare. Per generazioni! Quindi può fare tutto quello che vuole, ma non trova un senso nella vita. Perché alla fine ti alzi al mattino e ti chiedi “chi sono io? Cosa faccio nella vita? Compro cose?”. Lui era in depressione totale, alcolizzato, sempre fatto di Xanax e di chissà quali altre pastiglie, perché non riusciva a sopportarsi. Quella visione mi ha toccato tanto in quel momento. Solo, senza più un obiettivo. Perdi il senso. E se non hai il senso puoi avere tutto quello che vuoi, ma non ti sentirai mai appagato come persona. Questo è quello che mi ha fatto capire quell’angelo biondo. Poveraccio.”(pag.47).  Sono rimasto profondamente colpito dalla storia di Michele Graglia, un modello che aveva tutto quello che poteva desiderare nella vita e che decide, dopo un lungo e sofferto percorso, di gettare la propria carriera per non scendere a compromessi, per non arrendersi e trovare il proprio posto nel mondo, la propria identità, il proprio scopo nella vita.  In questo libro scritto a quattro mani da due autori eccezionali, Terzani e Graglia, mi sono ritrovato a leggere non solo lo straordinario percorso di vita di Michele, un percorso tormentato fatto di successi e sconfitte, ma anche la continua e instancabile ricerca di identità in un mondo sempre più fasullo e artefatto.  Un libro, a mio parare importante, che invita il proprio lettore a porsi delle domande che qualcuno reputerebbe “scomode” o “difficili” come solo il cercare di capire chi si è davvero può essere.  Un libro che, personalmente, mi sento di consigliare vivamente a chiunque sia in cerca di qualcosa di straordinario (Recensione di Gabriele Scandolaro)

Sembra quasi una fiaba la vita di Michele Graglia. Arrivato in America per cercare nuovi clienti per l’azienda di famiglia, si ritrova, grazie ad un incontro casuale, catapultato nel mondo dell’alta moda. Da quel momento in poi, Michele vive la vita che molti vorrebbero. Poco lavoro, moltissimi soldi, feste esclusive con personaggi importanti, macchine di lusso e appartamenti con vista mozzafiato nelle più belle città d’America. Ma c’è qualcosa, in tutto quel mondo scintillante e favoloso, che Michele sente di non avere e di non poter comprare. Qualcosa che gli sfugge. Come se, circondato da così tante cose, da così tante persone, non ci fosse un senso nella sua vita e in quella di chi, come lui, vive in quella “gabbia dorata” che molti invidiano. Questo pensiero, nato dopo una serie di esperienze assai “forti”, lo porterà a guardare la sua bella vita dorata sotto un’altra luce e a cercare un nuovo senso per la propria vita. Sarà in una piccola libreria di New York che Michele conoscerà il mondo delle Ultramaratone, gare estreme in cui i partecipanti devono andare oltre i propri limiti. Ed è entrando in questo mondo che Michele avrà modo di incontrare Folco Terzani. Dopo un iniziale diffidenza i due stringeranno una fortissima amicizia che li porterà a condividere l’esperienza e il mondo delle Ultramaratone. “Però conoscendolo bene non sta bene quel poveraccio. Che poveraccio non lo è, perché ha più soldi di quello che possiamo immaginare. Ma la mattina si alza e non ha ancora trovato quello che lo rende felice nella vita, perché chiaramente nonostante i miliardi di shopping tutti i giorni e il jet privato e il motoscooter e le donne e gli uomini che si può comprare non ha raggiunto quello che realmente conta. Ma allora? Ma allora? Gente che nella vita non fa nulla, ma nulla nulla. Non deve neanche lavorare perché ha talmente tanti soldi che è libera quanto le pare. Per generazioni! Quindi può fare tutto quello che vuole, ma non trova un senso nella vita. Perché alla fine ti alzi al mattino e ti chiedi “chi sono io? Cosa faccio nella vita? Compro cose?”. Lui era in depressione totale, alcolizzato, sempre fatto di Xanax e di chissà quali altre pastiglie, perché non riusciva a sopportarsi. Quella visione mi ha toccato tanto in quel momento. Solo, senza più un obiettivo. Perdi il senso. E se non hai il senso puoi avere tutto quello che vuoi, ma non ti sentirai mai appagato come persona. Questo è quello che mi ha fatto capire quell’angelo biondo. Poveraccio.”(pag.47). Sono rimasto profondamente colpito dalla storia di Michele Graglia, un modello che aveva tutto quello che poteva desiderare nella vita e che decide, dopo un lungo e sofferto percorso, di gettare la propria carriera per non scendere a compromessi, per non arrendersi e trovare il proprio posto nel mondo, la propria identità, il proprio scopo nella vita. In questo libro scritto a quattro mani da due autori eccezionali, Terzani e Graglia, mi sono ritrovato a leggere non solo lo straordinario percorso di vita di Michele, un percorso tormentato fatto di successi e sconfitte, ma anche la continua e instancabile ricerca di identità in un mondo sempre più fasullo e artefatto. Un libro, a mio parare importante, che invita il proprio lettore a porsi delle domande che qualcuno reputerebbe “scomode” o “difficili” come solo il cercare di capire chi si è davvero può essere. Un libro che, personalmente, mi sento di consigliare vivamente a chiunque sia in cerca di qualcosa di straordinario (Recensione di Gabriele Scandolaro)

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29 novembre 2017 3 29 /11 /novembre /2017 09:21
Paolo Foschi, Omicidio al Giro, Edizioni e/o, Collana Originals, 2015

In Omicidio al Giro (Edizioni e/o, Collana Originals, 2015) si sviluppa la più recente indagine (nell'ordine cronologico della serie) del Commissario Igor Attila, assegnato da sempre alla speciale sezione della Polizia che indaga sui i crimini sportivi.  Igor Attila è la creatura di Paolo Foschi che, diplomato in Scienze Motorie e giornalista per necessità, ha trasposto la sua originaria passione sportiva in questo serial narrativo che scandaglia i multiformi aspetti del mondo sportivo.
Le indagini di Igor Attila si sviluppano sequenzialmente, mentre la sua vita e quella del manipolo di subordinati che lavora nella sua squadra si evolve.
Igor Attila, anche in questa avventura, è alle prese con i fantasmi del suo passato sportivo, che lo portano a detestare tutti gli  inciuci e le combine degli incontri sportivi (di cui lui stesso è stato vittima in occasione delle Olimpiadi di Seul in cui venne messo fuori gioco da una trama losca, affinché fosse il pugile coreano - suo diretto avversario - a vincere l'Oro). Nello stesso tempo, si evolve la sua vita privata, in mezzo a conflitti e a tempeste, con la relazione con l'amico Titta, sempre traballante e sull'orlo della debacle.
Alla morte - apparentemente accidentale - del campione di ciclismo Paolo Fallai, favorito del Giro il cui start è imminente, Igor Attila, parte lancia in resta, deciso a condurre la sua indagine malgrado i tentativi di insabbiamento proveniente da alto loco. E, mettendo a rischio, la sua carriera e quella dei suoi colleghi, mantiene la sua linea, finché la verità non verrà a galla: una verità complessa e sfaccettata, in ogni caso: è il momento della verità sarà esattamente alla conclusione della prima tappa del Giro d'Italia, in cui il defunto Paolo Fallai è il grande assente.
Ottimo intreccio, ritmo incalzante e, tra le righe, una denuncia forte della corruzione che regna nel mondo del ciclismo e che finisce con l'avvelenare con l'ombra del sospetto anche i campioni puliti, inquinando anche le migliori intenzioni.

(dalla quarta di copertina) Alla vigilia del Giro d'Italia il favorito, Paolo Fallai, muore in un misterioso incidente stradale mentre si allena sulle strade alla periferia di Roma. L'inchiesta viene affidata alla Sezione crimini sportivi guidata da Igor Attila, con l'esplicito invito a chiudere in fretta il caso, senza alzare un polverone. Il commissario-pugile, fra diversi colpi di scena, si getta invece a capofitto nelle indagini, determinato a scoprire la verità, come sempre affiancato dall'odiosa vice Chiara Merlo e dagli altri uomini della Squadra. Sotto torchio finisce subito il principale rivale di Fallai, il corridore Claudio Mele, mentre l'allenatore Sandro Fioravanti, distrutto dalla morte del ciclista, sembra comunque nascondere un segreto. Fra prove scomparse, misteriosi viaggi dei protagonisti in Calabria e in Turchia, sospetti di doping e parallelismi con il dramma umano di Marco Pantani, l'inchiesta sembra arenarsi. Intanto Igor Attila vive l'ennesima crisi personale con il suo compagno Titta, che lo mette di fronte a un aut aut senza (apparente) via d'uscita, mentre Chiara Merlo si ritrova al centro di un triangolo amoroso che rischia di interferire con le indagini.

Paolo Foschi

E proprio quando il commissario si prepara a gettare la spugna, l'inchiesta riparte su una nuova pista, grazie a un'intuizione casuale che porterà all'imprevedibile soluzione del caso proprio all'arrivo della prima tappa del Giro d'Italia, a Sanremo.

L'Autore. Paolo Foschi, nato a Roma nel 1967, è diplomato in educazione fisica. Musicista per passione, ma giornalista per necessità, è redattore al Corriere della Sera, dove si occupa di economia e politica. Ha lavorato all’Unità, al gruppo Espresso e in Mondadori. Per E/O Edizioni ha pubblicato: Delitto alle Olimpiadi (2012), Il castigo di Attila (2012), Il killer delle maratone (2013), Vendetta ai Mondiali (2014).

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7 novembre 2017 2 07 /11 /novembre /2017 10:22
Elisa Nicoli, L'Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi, Altraeconomia editore, 2017

Per l’editore Altreconomia è uscito recentemente (2017) il volume “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” scritto da Elisa Nicoli scrittrice, giornalista, documentarista nel filone dei suoi interessi per l'ambiente.
Si tratta di un libro piccolo, ma denso di proposte. La prefazione è di Franco Michieli, l’esploratore che collabora da anni con la Compagnia dei Cammini.
Esistono ancora in questa Italia cementificata luoghi selvaggi, dove la natura signoreggia e la presenza umana è rarefatta? Sono pochi, ed Elisa vi propone di conoscerli camminandoci dentro.
La dichiarazione di intenti è chiara: «Questo libro è alla portata di tutti, anche di chi è alle prime armi con l’escursionismo e non ha esperienza di selvatico. Se invece siete degli esploratori “patentati”, forse questo libro non fa per voi. In altre parole, non ce la sentiamo di mandare i nostri lettori allo sbaraglio, su tracce di sentieri che si perdono. Questo libro vuole essere un’iniziazione al selvaggio, uno sfiorarlo, un intravederlo, a volte un anelarlo, raggiungendolo solo in pochi momenti…».
Alle giuste e necessarie indicazioni preliminari seguono 14 schede di luoghi selvaggi.
Si comincia con la famosa Val Grande.
Di ogni luogo Elisa intervista uno specialista del luogo, guide, scrittori, guardiaparco, persone che vivono lì. A seguire, l’autrice  elenca i buoni motivi per visitare quell’area, gli itinerari da fare a piedi, consigliando anche posti tappa, libri e mappe.
Un libro da possedere e da consultare come vero e proprio Baedeker se si ha voglia di esplorare a piedi oasi ancora incontaminate del territorio italiano, molte delle quali sono state già da molti anni oggetto di trekking organizzati da "La Compagnia dei Cammini".

(dalle soglie del testo) Da Nord a Sud le aree selvagge sono anche la Val Codera, i Lagorai, la Valtramontina, poi negli Appennini la Valle dello Scesta, in Abruzzo la Cicerana e i Monti della Meta, poi più a sud l’Orsomarso, l’Aspomonte, in Sicilia Cava d’Ispica e in Sardegna il Supramonte.
(risguardo di copertina) Lo spirito con cui avvicinarsi ai luoghi selvaggi, lo zaino perfetto, la preparazione fisica e tutte le cose che è bene sapere prima di partire. 14 aree selvagge dal Nord al Sud dell'Italia, isole comprese: Val Grande, Valle Cervo, Val Coderà, Val di Vesta, Lagorai, Valtramontina, Fosso del Capanno, Valle dello Scesta, Cicerana, Monti della Meta-Mainarde, Aspromonte, Orsomarso, Cava d'Ispica, Supramonte. Gli itinerari più belli, la natura da scoprire e i consigli del genius loci, il "custode" del territorio. Un vasto repertorio, con decine di percorsi nella wilderness, dalle Alpi agli Appennini, dai grandi Parchi alle piccole oasi segrete. Infine, i focus su wild swimming e fiumi, canyon e gole, foreste ataviche, coste e dune solitarie, paesi fantasma.

Elisa Nicoli é scrittrice e documentarista, insegna in giro per l'Italia a fare sapone, detersivi e cosmetici. E' "autoproduttrice" e camminatrice per passione.

Da anni si occupa di tematiche ambientali, attraverso diversi media.

Nata a Bolzano, ha studiato Scienze della Comunicazione a Padova ed è tornato nella sua natìa Bolzano, dopo aver vissuto per un anno a Lione e due anni a Roma.

Ha finora scritto cinque libri, per diverse case editrici e realizzato diversi documentari.

Per dettagli e contatti leggete il sito www.elisanicoli.it e per saperne di più sull'autoproduzione www.autoproduco.it.

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7 settembre 2017 4 07 /09 /settembre /2017 09:28

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Jeremy Jackson, Più veloce dei ricordi, Giunti Waves, 2017

Emanuela Pagan) Nel racconto di Jeremy Jackson (Più veloce dei ricordi, Giunti - collana Waves - 2017) traspare un modo completamente diverso di vivere la corsa.

Per Kevin correre non è un piacere, vincere o battere dei record non gli porta alcuna soddisfazione, è un’azione catartica utile a non fargli sentire il dolore, mentre la paura lo rende veloce.

La sensazione della velocità è come sfuggire momentaneamente alle grinfie della mortalità … la velocità deforma la tua relazione con il mondo … la destinazione diventa confusa e irrilevante, e non è più chiaro se tu stia correndo verso qualcosa, o fuggendo da qualcosa, o entrambe le cose, o nessuna delle due”.

Kevin è un adolescente che ha perso quasi tutta la sua classe in un incidente stradale dopo una gara di atletica. Ha incubi ricorrenti in cui è insieme a loro, vorrebbe salvarli, ma non ci riesce e si sveglia salvo, mentre tutti i suoi compagni sono morti.

La notte non gli porta riposo, solo angosce che nasconde nei passi ritmati della sua corsa, perché Kevin è un talento naturale: per lui correre è un’azione facile che non comporta fatica.

Diventa il nuovo simbolo della città, ma lui resta nel suo mondo fatto di strade da percorrere con le sue scarpe, immerso in un silenzio pacificatore.

Il libro di Jeremy Jackson descrive una visione della corsa non centrata su obiettivi, avversari o tempi da battere, ma interiore e pacificatrice.

E' una lettura che può condurre il podista a una riflessione più intima sulla motivazione di ogni suo passo di corsa.

 

L'autore. Jeremy Jackson è un autore americano. Life at these speeds (titolo originale dell’opera) è la sua prima storia. L’idea gli è venuta nel dicembre del 1994 mentre studiava nella biblioteca del suo college. Il libro è stato segnalato da Barnes&Noble nell’ambito del Discover Great New Writers Program e da Booklist come Editor’s Choice e ne è stato tratto il film: 1 Mile to you, regia di Leif Tilden con attori del calibro di Tim Roth e Bill Crudup, è uscito nel 2017.

(dal risguardo di copertinaKevin è un giovane corridore promettente ma senza troppa convinzione. Tutto cambia quando una notte, dopo una gara, il pulmino che riporta a casa i compagni di squadra, la fidanzata, l'allenatore, finisce tragicamente in un fiume. Solo Kevin si salverà, perché quella notte stava tornando a casa in auto con i genitori. Nei mesi successivi la corsa diventa la sua vita: mentre corre si sente avvolto da un silenzio che attutisce il dolore. In pochi anni comincerà ad accumulare record su record, diverrà una promessa nazionale, idolo del pubblico, ma non tutti si lasciano abbagliare dal suo successo. Gregory, il nuovo allenatore, gli lancia una domanda scomoda: "Per chi vinci? Lo fai per te?". E poi c'è Henny, la compagna di corse che adora i temporali estivi e con la sua sincerità priva di compromessi sa bucare la scorza di Kevin. Grazie anche a loro Kevin imparerà di nuovo a entrare in contatto con le proprie emozioni, a recuperare i ricordi del passato per poterne creare di nuovi nel presente, a vivere combattendo per quello che realmente vuole e non solo per quello che gli altri si aspettano da lui.

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4 settembre 2017 1 04 /09 /settembre /2017 08:20
Ars Sana in Mente Insana (Pino Clemente/Gino Pantaleone), Medinova Editore

Pubblichiamo qui - per completezza - la recensione al secondo tomo (indivisibile) dell'opera a due mani scritta da Pino Clemente e da Gino Pantaleone, dal titolo Ars Sana in Mente Insana (Medinova (2017).
Il primo tomo, già recensito in questo magazine da maurizio trattava il tema della "droga nell'arte" ed era ricco anche di riferimenti che possono sollecitare direttamente l'interesse dei runner (e in particolare di quelli "ultra"). Questo secondo tomo, recensito da Cettina Vivirito, sviluppa invece in tema della "follia nell'arte" e pur presentando meno agganci diretti alla pratica dello sport di endurance, chiude tuttavia il cerchio di quanto raccontato nel primo tomo e rappresenta sicuramente un arricchimento culturale per chi pratica lo sport. In fondo, la pratica sportiva non è solo movimento o fisicità: ad essa si richiede sempre un approccio compl
esso, in cui l'aspetto mentale é dominante. E appunto per questo - anche per evitare un'eccessiva specializzazione ed un restringimento cognitivo è un bene tenere la mente aperta e permeabile a stimoli di tipo diverso. E, quindi, proprio per questo motivo abbiamo deciso di dare ampio spazio anche al volume "La Follia nell'Arte" (arricchito dalla prefazione di Aldo Gerbino e da un contributo di Alessia Misiti), certi del fatto che si possa rendere un buon servizio a chi corre anche fornendogli spunti di riflessioni in campi diversi.
E poi si potrebbe anche dire che chi corre sulle lunghissime distanze e affronta imprese epiche ed incredibile possiede sicuramente dentro di sé una "corda pazza" ed con essa ha una certa dimestichezza. E dunque, anche tema trattato da Gino Pantaleone può essere pertinente.
Ecco di seguito la recensione di Cettina Vivirito.

Il Manicomio di Palermo (scorcio)

“I pazzi osano dove gli angeli temono di andare”, ovvero, della follia nell'arte

 

Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit

(Nessun grande ingegno fu mai senza una mistura di follia)

(L. A. Seneca, De tranquillitate animi)

 

Impazzire è la cosa più intelligente che avessi mai fatto

(Alberto Fragomeni)

 

(Cettina Vivirito) "Ho approfondito e non poco le vicende di queste vite “al limite” e la mia prima sensazione, e lo dico con il cuore tra le mani, è quella di aver provato tanta tenerezza che, essendo quella d'istinto, la reputo vera, autentica".

Questa emotiva riflessione contiene in sé tutto il senso, profondamente umano, del saggio breve e intenso di Gino Pantaleone, La follia nell'arte, autore, insieme a Pino Clemente di un opera in due tomi: “Ars sana in mente insana” dove i due autori analizzano e ripercorrono, approfondendo l'argomento attraverso esperienze personali, due temi speculari sull'arte, quello della droga e quello della follia, stati di alterazione dai confini indeterminati, spesso incomprensibili ma stupefacenti, nei risultati artistici. Il “racconto” di Gino Pantaleone, semplice e commosso parte da un anfratto recondito del suo cuore, un'indelebile ricordo d'infanzia:

"I miei nonni abitavano nelle case popolari di via Giuseppe Pitrè a Palermo alle cui spalle c'erano degli slarghi dove noi ragazzini spesso ci organizzavamo per giocare a pallone. (…) Questi campetti di calcio improvvisati erano da un lato delimitati da un muro altissimo che divideva la zona nostra, quella dei ragazzini, da quello che una volta era il manicomio della città, la ex Real Casa dei Matti. La paura più grande, ricordo, per noi, era quella che nella foga, un calcio più forte degli altri potesse far andare la palla al di là del muro, (…) Il vero problema era che fine avrebbe fatto quella palla avendoci i grandi inculcato nella nostra mente che dall'altra parte c'erano i pazzi, sorta di mostri fuori di testa pronti a qualsiasi cosa anche a uccidere, in particolar modo i bambini".

Ars Sana in Mente Insana (Medinova 2017). Tomo 2: Gino Pantaleone, La follia nell'arte

Ecco come fin dall'inizio la lettura di questa “storia della follia”, che attraversa come un brivido lungo la schiena tutta la storia dell'arte e con essa s'interseca inestricabilmente,  viaggio che Pantaleone intraprende probabilmente per meglio comprendere ed esorcizzare quella sua antica paura, riporta alla mente altre letture di altri siciliani che si sono confrontati con la stessa paura e che il genio (follia?) letterario condusse a scrivere capolavori rimasti impressi nella mente di molti, come il monologo del pazzo contenuto nell'Enrico IV di Pirandello:

"Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo, e quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri ed ero beato! Perché, guai se non vi tenete più forte ciò che vi par vero oggi da ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l'opposto di ciò che vi pareva vero ieri.. Guai! se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile (…) che se siete accanto a un altro e gli guardate gli occhi, come io guardavo un giorno certi occhi, potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi come quell'altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca".

Erano gli anni sessanta e l'idea di matto era molto simile a quella che Gino Pantaleone fece propria da bambino: le storie che venivano narrate a tal proposito erano davvero paurose e leggendarie. La Real Casa dei Matti, l'ospizio per alienati fondato dal barone Pisani nel 1824 che tanta paura destava nei palermitani dell'epoca, colpì di grande stupore anche un uomo di lettere come Alexandre Dumas che viveva a Parigi, dove operavano i teorici di quel “trattamento morale” della pazzia a cui l'esperimento del barone Pisani è ascrivibile. La diade genio/follia è diventata uno stereotipo, sanzionato anche dal punto di vista drammaturgico, nel 1836, quando lo stesso Dumas scrisse l'opera “Kean ou désordre et génie”. Ciò che colpiva Dumas, come molto dopo e molti altri dopo di lui, del manicomio palermitano, era quel tanto di eccessivo, di monstre, di orrido siciliano che ha accompagnato in tutta Europa la fama di questo luogo. Quest'eccessività, quest'estremismo è la chiave per collocare nella storia della medicina la “magnifica istituzione”, un miscuglio di antiche credenze e intuizioni precorritrici, di aristocratico paternalismo settecentesco e istanze sociali, di empiria antiscientifica e valori d'umanità, di eccentricità estetizzanti e risultati terapeutici.
 

Bruno Caruso

L'essere una delle cose di Sicilia la ravvolse poi di leggenda, di “folie palagonienne” (come fu detta da un viaggiatore giornalista l'operosa mania che talvolta rapiva i siciliani e di cui sarebbero indizi la Villa dei Mostri del Palagonia, il monastero di cera del principe di Butera, il cimitero dei Cappuccini e l'illustre ospizio del barone Pisani). Ancora oggi l'inaccettabile paradosso sani fuori e matti all'interno di quei cancelli è plasticamente rappresentato da due enormi orologi posti nella facciata della già Real Casa dei Matti, significativamente dedicati uno ai "saggi" ed uno, solare, ai "folli": come se il tempo scorresse a due marce diverse a seconda della condizione mentale degli individui. Dopo la legge Basaglia, quei luoghi di tristezza e dolore hanno subito rifacimenti e restauri ed il manicomio è stato trasformato oltre che in un interessante spazio museale di archeologia industriale (fondato dall'ingegnere Domenico Muzio), in sede di uffici ed ambulatori di un'azienda sanitaria, per curare davvero la gente.

Nella storia dell'arte, anche prima dei casi clamorosi di Van Gogh e di Ligabue, autodidatti geniali e assolutamente straordinari, molti sono gli artisti la cui mente è attraversata dal turbamento, che si esprimono in una lingua visionaria e allucinata. Ognuno di loro ha una storia, una dimensione che non si misura con la realtà, ma con il sogno.

Controcanto ne è il Museo della Follia di Catania, repertorio degli artisti pazzi di Sicilia, più che altro dei disperati, degli abbandonati, dove le collezioni che sono inglobate nell'allestimento rappresentano in una luce nuova, in modo razionale e ordinato l'esistenza di un'umanità travolta dagli obblighi e dalle regole che hanno determinato alcune forme di “follia” o meglio, di “disobbedienza”: questi artisti/individui  si rifiutarono di fare ciò che il mondo impose loro- dicotomia pirandelliana tra vita e forma; si chiusero probabilmente in una forma che procurò un senso alla propria vita, vita che rifiutò carriere e divise: il matto non ha un abito, non vuole fare carriera, non vuole essere iscritto a un'anagrafe, non si accomoda ad accettare la dipendenza.

Così come Goya il quale nel riscoprire le grandi immagini della follia, evoca una nuova follia, quella dell’uomo gettato nella sua notte: le sue forme nascono dal nulla, sono senza sfondo perché nulla può definire la loro origine e il loro termine, nuova visione ripresa da Hieronymus Bosch nel “Sant’Antonio” dove è evidente il richiamo contraddittorio della natura presente in Goya. È la loro una follia dietro la maschera che morde i volti senza occhi né bocche, sguardi che vengono dal nulla e si fissano nel nulla, fine e inizio per l’uomo, e per il mondo.  Questa follia che unisce e separa il tempo, che trasmette le parole della  follia  classica diede loro diritto e cittadinanza nella cultura occidentale, come fecero notare Nietzsche e Artaud.
 

La Vignicella, l'edificio più antico all'interno dell'ex Manicomio di Palermo

Anche la calma e il paziente linguaggio di Sade raccolgono le ultime parole della follia e danno loro un senso per l’avvenire. Nel castello in cui si rinchiude l’eroe di Sade, nelle foreste e nei conventi, l’uomo ritrova una verità dimenticata e cioè quella che nessun desiderio può essere contro natura se è vero che è stato messo dalla stessa natura nell’uomo e dunque, la follia del desiderio, le passioni più sragionevoli diventano al contrario saggezza e ragione perché appartengono all’ordine stesso della natura: niente di ciò che la follia sembra inventare non è già natura manifesta. Così la follia di Torquato Tasso, la malinconia di Swift, il delirio di Rousseau appartengono sia alla loro vita che alle loro opere: parla la verità. Verità contenuta nella follia del grido dionisiaco di Nietzsche, in quella di Artaud. La follia così diventa non lo spazio d’indecisione in cui si rischiava di far trasparire la verità, ma la verità che sovrasta la storia. Con la meditazione sulla follia, è il mondo a diventare colpevole nei riguardi dell’opera. Caso emblematico e violentemente dichiarato è proprio quello di Artaud che studiò con sofferenza il caso di Van Gogh il quale a Auvers-sur-Oise produsse in due soli mesi, 32 disegni e 70 quadri, prima di suicidarsi con una revolverata all’età di 37 anni. Secondo Artaud, il pittore "non si è suicidato in un impeto di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto cos’era e chi era, quando la conoscenza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò".

Se la patologia mentale, comunque si manifesti, è il risultato di una mancanza di adattamento dell’individuo all’ambiente, il risultato artistico diventa scudo protettivo, tentativo estremo di colmare la distanza da un Dio lontano ed indifferente, da una verità apparentemente irraggiungibile e insieme riconoscimento di tale irraggiungibilità.

L’idea secondo cui la verità sarebbe universale, eterna, che vi sia verità ovunque e sempre, e che dappertutto attorno a noi la verità incomba, ci attenda, sia presente in silenzio, passiva e addormentata aspettando il momento in cui getteremo lo sguardo su di essa e infine la risveglieremo, l’idea che la verità e l’universale coincidano, come ha mirabilmente sostenuto un grande storico come Foucalt, ha avuto corso lungo l’intera storia di quello che potremmo chiamare il nostro imperialismo culturale.

Se consideriamo la trama, la fibra della nostra società, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, ci accorgiamo che in fondo abbiamo sempre, anche in uno stadio avanzato, delle tecniche, dei rituali, delle istituzioni che hanno la funzione di determinare, di isolare momenti specifici o luoghi differenziati a partire dai quali la verità potrebbe infine rifulgere: come se, alla fin fine, la verità non fosse propria di ogni luogo, né di ogni tempo, ma dovessero esserci luoghi in cui la verità esplode e appare, momenti in cui la verità può essere colta, momenti in cui viene alla luce.

Una veduta dall'interno della Vignicella, ex Manicomio di Palermo

Esiste infatti tutta una geografia culturale della verità, ed esiste nelle nostre società una geografia delle sedi profetiche. I filosofi greci si chiedevano perché, appunto, si ritenesse che la verità dovesse parlare a Delfi; la cella del monaco, l’isolamento monastico, costituivano a loro volta una modalità di predisporre un determinato luogo geografico in cui la verità avrebbe potuto prodursi. Ancora oggi noi abbiamo, nelle chiese e nelle università, dei luoghi che chiamiamo “cattedre”, da cui si suppone che la verità parli.

Sarà la nozione di normalità, di comportamento normale, a costituire il correlato teorico della pratica dell’internamento. La follia sarà definita all’inizio del xix secolo non come giudizio perturbato ma come disturbo nel modo d’agire, nel modo di volere, nel modo di avere passioni, di provare sentimenti, nel modo di prendere decisioni, e così via: la follia cesserà di iscriversi lungo il grande asse verità-errore-coscienza, per iscriversi lungo un asse completamente diverso: quello passione-volontà-libertà. “Ci sono sicuramente degli alienati il cui delirio è appena visibile”, dice Esquirol, “ma non c’è alcun alienato le cui passioni, le cui affezioni morali non siano disordinate, pervertite o annientate. L’attenuazione del delirio non è dunque una guarigione certa se non quando gli alienati ritornano alle loro destinazioni normali”. E allora, in queste condizioni, se è vero che la follia è essenzialmente lo sconvolgimento dell’asse o dei due poli: passione-azione/libertà-volontà, quale sarà il processo di guarigione? Il ritorno alla verità? Niente affatto. Piuttosto un altro tipo di ritorno, e ancora scrive Esquirol: “Il ritorno alle destinazioni normali nei loro giusti limiti”. Il desiderio di rivedere gli amici, di rivedere i propri figli, le lacrime della sensibilità, il bisogno di aprire il proprio cuore, di ritrovarsi in mezzo alla propria famiglia, di riprendere le proprie abitudini., ecco, secondo Esquirol, cosa caratterizza davvero la guarigione.

Ciò che potrà permettere questo ritorno alla norma, al modo normale di agire e di sentire sarà proprio l’ospedale, inteso non come luogo di osservazione, ma piuttosto come luogo di affrontamento tra, da una parte, la passione e la volontà perturbate del malato e, dall’altra, la passione e la volontà ortodossa del medico e del personale ospedaliero. Come sosteneva Basaglia, autore della legge che pose fine alle istituzioni manicomiali: "La caratteristica fondamentale di queste istituzioni: fabbrica, ospedale, scuola, manicomio, è una separazione netta tra coloro che hanno il potere e coloro che non ce l’hanno".

Tutte le grandi riforme del pensiero psichiatrico sorto attorno al problema del rapporto di potere, tutte le grandi crisi, tutti i grandi dibattiti sono altrettanti tentativi per spostare, per smascherare, per disarmare questo rapporto di potere. Cosa che implica un lavoro politico: un lavoro di lotta e di azione politica che cerca di sciogliere tutti i rapporti di potere che tramano, che intessono la nostra esistenza.

Il caso più emblematico a sostegno di questa tesi è forse quello della poetessa Alda Merini, per la sua immensa lucidità poetica: Ho conosciuto Gerico,/ho avuto anch'io la mia Palestina,/ le mura del manicomio/ erano le mura di Gerico /e una pozza di acqua infettata/ci ha battezzati tutti./ Lì dentro eravamo ebrei/ e i Farisei erano in alto/e c'era anche il Messia/confuso dentro la folla: /un pazzo che urlava al Cielo/tutto il suo amore in Dio./ Noi tutti, branco di asceti/eravamo come gli uccelli/e ogni tanto una rete/oscura ci imprigionava (…)/Fummo lavati e sepolti,/odoravamo di incenso./ E, dopo, quando amavamo,/ci facevano gli elettrochoc/perché, dicevano, un pazzo/non può amare nessuno. (...).

Il mistero continua, scrive Gino Pantaleone in chiusura: "Ancora oggi non abbiamo certezze scientifiche se genio può significare essere necessariamente folli o se essere folli può significare essere necessariamente geniali. Restano solo queste vite tormentate di tanti intellettuali e artisti che furono devastate da patologie crudeli, che furono ingabbiati dentro bianche e sporche camicie di forza, che subirono passivi terapie cruente quali l'elettroshock e abitarono e, a volte, terminarono anche le loro esistenze in miserabili, tetre e putride celle di oscuri ghetti chiamati manicomi".

 

Gino Pantaleone

Brevi notizie sull'Autore.  Gino Pantaleone é poeta e scrittore palermitano. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “Urla di dentro” - 1996, “Io così, se volete” - 1997 e “Il vento occidentale” – 2007. Per essere stato premiato in diversi concorsi letterari, l’Accademia Costantiniana gli conferisce la nomina di Socio Accademico “in riconoscimento dei servigi resi alla cultura”. Alcune delle sue poesie tradotte sono diventate testi di musica raccolte in un cd dal titolo “Simple”. Nel 2013 gli è stato conferito il Premio Internazionale della Cultura “Salvator Gotta per la saggistica biografica per il libro “Non dobbiamo aver paura” (2012), per aver squarciato il silenzio sull’opera di Michele Pantaleone. Nel 2014, l’I.S.S.P.E (l’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici) e il G.R.E. (Gruppo di Ricerca Ecologica) gli hanno assegnato il “Premio Gaia 2014”, per la divulgazione della Cultura alla Legalità per il libro “Il Gigante Controvento”. Nel 2016 e viene premiato al Premio “Piersanti Mattarella”. Nel novembre 2016 pubblica il saggio “Servi disobbedienti”.

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25 agosto 2017 5 25 /08 /agosto /2017 09:14
Erling Kagge, Il Silenzio. Uno Spazio per l'Anima, Einaudi Stile Libero, 2017

(Cettina Vivirito) C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, dei camminatori solitari, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

Marcel Marceau che per 50 anni ha calcato le scene senza proferire una sola parola ha sostenuto che tutte le arti, silenzio compreso, hanno una loro grammatica ma prima bisogna sintonizzarsi sull'anima con il corpo, con il cuore, con lo sguardo. Non basta fare dei gesti, non basta neppure stare zitti, occorrono uno scopo, una strategia, una volontà tattica. Tacere diventa significativo quando si è assolutamente in grado di parlare ma si sceglie di non farlo non per negare la comunicazione semmai per espanderla; non per sottostare passivamente a tabù o imposizioni esterne piuttosto per aggirarli e obbedire al principio di efficacia.

Si parla troppo”, ripeteva il premio Nobel José Saramago, convinto che solo il silenzio esiste davvero. Perché riusciamo a sentirlo (Michael Wehr, psicologo dell'Università dell’Oregon, ha scoperto i neuroni appositi), perché ne abbiamo bisogno (si moltiplicano alberghi e vacanze anti rumore) e perché, come insegnava Paul Simon, ne cogliamo il suono anche “in mezzo a diecimila persone e forse più”.

Per ascoltare occorre tacere. Senza silenzio non c’è parola, non c’è musica. Spesso però lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura, abbiamo perso l’abitudine a stare soli. Eppure la lettura e la scrittura nascono dal silenzio, si nutrono del silenzio e il libro stesso ne è massima espressione: colmo di parole, tace.

Erling Kagge, classe '63, nel 2016 ha scritto un bellissimo libro, Il silenzio Uno spazio dell'anima, pubblicato da Einaudi Stile libero, per la traduzione di Maria Teresa Cattaneo. La sua personale ricerca del Silenzio lo ha portato al Polo Nord, al Polo Sud e sulla cima dell’Everest. Aveva raggiunto il Polo Nord nel maggio del 1990 assieme a un altro esploratore e dopo aver trascorso 50 giorni con una temperatura a meno di 54°C e bruciate quasi tutte le riserve corporee di grasso- il giorno stesso dell’arrivo al Polo passò per caso sopra di loro un aereo da ricognizione americano: i piloti rimasero sorpresi nel vederli, e gettarono loro un contenitore pieno di cibo. Al Polo Nord non c’era dunque silenzio. Non c’era nemmeno negli oceani e Kagge se ne accorse nella primavera del 1986, durante un viaggio in barca a vela lungo le coste del Cile. Una mattina all’alba, mentre faceva la guardia nel turno più duro, da mezzanotte alle quattro, udì qualcosa che sembrava un respiro lento e profondo: era una balena con il dorso grigio che inspirava ed espirava. Per qualche tempo Kagge e la balena seguirono la stessa rotta: poi la balena scomparve.  Conobbe il silenzio soltanto nell’Antartide: in quel paesaggio montuoso che si estendeva a perdita d’occhio, dove tutto sembrava uniformemente bianco ma in realtà non lo era, la neve era screziata d’azzurro, di rosso, di verde e perfino di rosa, in quel luogo remoto, completamente solo, non aprì bocca e se gli si rompeva un attacco, o rischiava di cadere in un crepaccio, non imprecava. Non c’erano, come a casa, telefoni che squillavano o qualcuno che suonava alla porta. Non ebbe contatti con nessuno: né via radio né via internet; completamente solo, il futuro non contava più, del passato non gli importava nulla, aveva chiuso il mondo fuori di sé e si sentiva a proprio agio, come non era mai stato, ascoltando quel Silenzio che aveva tanto cercato.

Per Kagge dunque il Silenzio è Dio. Nelle sue riflessioni solitarie ricorda che, come riporta mirabilmente la Bibbia, nel Primo libro dei Re si racconta che Dio si manifestò a Elia dapprima come vento impetuoso, poi come terremoto, poi come fuoco: Dio in realtà non era in nessuno di questi elementi ma soltanto in una brezza leggera, in un “silenzio sottile”. Nell’ultima frase del Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrisse: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”: forse non a caso il Tractatus fu concepito in Norvegia, nel paese di Kagge, a Skjolden, all’interno del Sognefjord.

Nel mondo di oggi è difficilissimo trovare il silenzio, tanto più il Silenzio assoluto che Kagge non riuscì mai a conoscere, nemmeno quando comandò di essere chiuso in una stanza insonorizzata che impediva l’ingresso ai suoni esterni; anche lì c’era rumore. Abbiamo perduto la capacità di concentrazione, per Kagge: smettiamo di concentrarci dopo 8 secondi, ci sentiamo a disagio quando restiamo da soli in una stanza per 12 o 15 minuti senza poter ascoltare musica, leggere o scrivere: allora apriamo la finestra per guardare fuori. Tentiamo di fare silenzio dentro di noi, ma la nostra mente è sempre piena di idee ingovernabili; i ricordi e le immagini si affollano, cercando di catturare la nostra attenzione. Ma Kagge è convinto che tutti possano trovare il silenzio dentro di sé, anche se circondati dai rumori. È una sensazione bellissima, una grande gioia: non siamo più irrequieti, non facciamo assolutamente nulla, non viviamo attraverso le esperienze degli altri, restiamo cinque minuti di più a letto o andiamo al lavoro a piedi o ci ipnotizziamo per venti minuti: saliamo le scale, prepariamo da mangiare o contempliamo un’opera d’arte, cercando di capire cosa l’artista ci ha voluto rivelare; o viviamo nella natura, restando soli per tre giorni, senza parlare con nessuno; o conversiamo come fanno i giapponesi, che serbano il silenzio anche quando discorrono.

C’è un mito gnostico, al quale forse Erling Kagge si ispira. Il Dio gnostico porta uno strano nome: Abisso. Esso non evoca cavità indefinite o la vasta distesa degli oceani primordiali. Significa che Dio è superiore a tutte le qualità umane: senza vista, senza sensibilità, senza desideri, senza immagini, senza intelligenza, senza pensieri: ignora la forma, l’ordine, l’eguaglianza e la diseguaglianza; non vive e non è senza vita; è fuori dal tempo e dallo spazio. Questo Dio indicibile, incomprensibile, ineffabile, inesplicabile, questo Dio sconosciuto, di cui non si può né affermare né negare nulla, è il Non-Essere senza limiti, l’inconcepibile Vuoto, che contiene in sé stesso la possibilità di tutti gli esseri e di tutte le cose. Dio è l’essenza del mistero, cioè il Silenzio dell’ineffabile.

C’è dunque un’intima, indissolubile relazione fra Silenzio ed “Essere”. Con perfetta corrispondenza la dinamica che muove dal silenzio passa attraverso i suoni “udibili” solo interiormente, poi ai suoni concreti e approda alle parole articolate: ne deriva che per rientrare nell’unità divina si deve compiere a ritroso il cammino dalle parole, e perciò dal pensiero, ai suoni trascendenti e infine al silenzio, cioè all’Assoluto unitario.

E' il ritiro nella foresta assegnato alla vecchiaia dalla dottrina brahmanica ortodossa: qui si trascorre una vita semplice, parca nei cibi, dedicata alla lettura di testi sacri, alla preghiera, al silenzio, alla meditazione. In altre parole, l’induismo tradizionale prevede che, dopo la vita nel mondo con i suoi piaceri, le responsabilità e i compiti, il periodo finale dell’esistenza sia dedicato esclusivamente alla cura dello spirito. Un modello certo non proponibile in Occidente oggi, ma ricco di suggestione soprattutto per il rilievo assegnato al “silenzio”, condizione (quasi) inderogabile dell’incontro con se stessi di cui sempre più si avverte l’acuta nostalgia.

Uno dei passaggi fondamentali della cultura occidentale è quello narrato da sant'Agostino nelle Confessioni in riferimento alla figura del vescovo sant'Ambrogio: “Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente”. Agostino è sorpreso dall’osservare un fenomeno sino ad allora ignoto alla sua pur vasta esperienza intellettuale: Ambrogio leggeva in silenzio, muovendo solo le labbra mentre scandiva le parole. Per molti secoli lettura e oralità sono andate insieme per cui chi leggeva aveva la necessità di leggere a voce alta perché solo così la combinazione dei segni alfabetici (privi com’erano di segni diacritici, segni interpuntivi, maiuscole, spazi tra le parole) prendeva la forma del discorso. Nel mondo classico, e in particolare romano, poi, l’attività dello scrivere e del leggere erano considerate servili, per cui era il segretario incaricato quasi sempre di leggere a voce alta a favore del suo padrone. Con Ambrogio, uomo colto e funzionario imperiale, si ha il primo esempio certo di un passo ulteriore, quello dell’interiorità. Il silenzio implica la vera capacità di lettura: prima c’era ancora la decifrazione dei segni in suoni e poi l’ascolto dei suoni per ricostruire il discorso. Ora invece il cervello è capace di sintetizzare direttamente i segni in discorso, senza l’intermediario sonoro. La lettura silenziosa è dunque una delle grandi conquiste dell’umanità che riesce, in questo modo, a recuperare dentro di sé uno spazio nuovo, un nuovo modo di interpretare e custodire il linguaggio.

Il silenzio è solitudine, è sensazione del nulla: Emily Dickinson esprime la sua angoscia e il suo male di vivere rifugiandosi, pur avendone paura, nel silenzio. La poesia di Garcia Lorca non ama il frastuono, necessita di silenzio. Non un silenzio qualunque e nemmeno il silenzio in generale, bensì il fare silenzio proprio della ragione che indaga la Verità e che tace di fronte alla sua rivelazione.

Come ha giustamente sottolineato Susan Sontag nel saggio “The Aesthetics of Silence”, per essere definito il silenzio “non cessa mai di coinvolgere il suo opposto e di richiederne la presenza”. Più che sull’atto di negazione però, è forse proprio sul confine tra presenza e assenza, suono e taciturnità, astratto e concreto, che vanno ricercate le forme del silenzio a partire innanzitutto dal gesto che lo identifica immediatamente nella cultura occidentale, e cioè il dito indice posato sulle labbra, il cosiddetto ‘signum harpocraticum’, emblema di un silenzio religioso e sacrale: in questa posa veniva infatti rappresentato in Grecia il dio del silenzio, il bambino arpocrate, versione ellenizzata della divinità egiziana Oro. André Chastel fa notare come il gesto possa avere una connotazione ambivalente: quella passiva mutuata dalla simbologia gnostica, dove la chiusura della bocca serviva a impedire l’ingresso dei demoni nel corpo, e quella invece attiva legata al nume egiziano che, come racconta Ovidio nelle Metamorfosi, “con il dito invita al silenzio”.

Un gesto incantatorio che avrà grossa risonanza nel mondo cristiano, soprattutto in ambito monastico dove l’atto della preghiera richiedeva esplicitamente il blocco della “chiostra dei denti”, andando ad alimentare, tra i primi fedeli, una vera e propria mitologia sulla necessità di difendere la bocca da qualsiasi infiltrazione malevola.

Se nel rinascimento il silenzio in cui erano immersi i personaggi rappresentati era fonte di irritazione iconoclasta per gli artisti – basti pensare alla leggenda di Michelangelo che, adirato contro il mutismo del suo Mosè, gli avrebbe lanciato contro un martello –, esso si pone tuttavia come la caratteristica imprescindibile dell’opera plastico-visiva.

Non è un caso che, in un saggio del 1946 dal titolo emblematico L’occhio ascolta che descrive la pittura olandese del Seicento, Paul Claudel converta questo topos tradizionale della “muta eloquentia” in “scuola del silenzio”, esaltando il silenzio come una forma di ‘discorso’ visiva in grado di comunicare conoscenze (e reazioni emotive) difficilmente accessibili altrimenti. Commentando un quadro “nel genere di van Goyen” ad esempio, Claudel osserva come i giochi di luce di quello che lui definisce un insieme “ridotto al silenzio” avessero la capacità di rivelare le cose grazie a un’impregnazione oleosa simile a quella presente nel paesaggio olandese, considerato “quella tasca, quello stomaco” in cui venivano inghiottiti e digeriti i numerosi tesori e valori del mondo.

Dunque, il ‘corpo viscerale’, la sostanza materica del dipinto è ciò che secondo Claudel definisce il silenzio e la sua potenza di fascino. Il ‘farsi corpo’ del silenzio non è più così demandato a una precisa mimica del soggetto (come nel signum harpocraticum), ma si trasforma nel “farsi corpo” della pittura stessa.

Secondo una leggenda contemporanea che trova le sue origini nella tradizione rabbinica, ogni essere umano porta inscritto nella propria conformazione anatomica il segno del silenzio: il “filtro” (prolabio), l’incavo tra naso e labbra, sarebbe l’impronta lasciata dal dito di un angelo venuto a chiudere la bocca al nascituro e a fargli dimenticare tutti i saperi che possedeva nell’utero della madre. L’arte, così come la letteratura hanno forse il compito di recuperare, o perlomeno segnalare, i segreti di questo Silenzio. “Solo quando ho capito che ho un intimo bisogno di silenzio, ho potuto mettermi alla sua ricerca; nei miei recessi più intimi, sotto la cacofonia dei rumori del traffico e dei pensieri, della musica e dei macchinari, degli iphone e degli spazzaneve, lui era lì che mi aspettava”, conclude Erling Kagge.

 

 

(MC) Credo che Il Silenzio di Erling Klagge, come illustrato egreggiamente nell'articolo di Cettina Vivirito,  dovrebbe essere una lettura consigliata a tutti runner, soprattutto a coloro che affrontando esperienze che combinano la performance sportiva con una ricerca interiore e che dovrebbe entrare a far parte di una loro biblioteca portatile: e il mio pensiero va indubbiamente agli ultramaratoneti, agli ultratrailer e ai camminatori di lungo corso, per i quali l'esperienza del correre e del camminare, sia durante i diuturni allenamenti sia in corso di gare si svolge "via dalla pazza folla" e via anche dalle forme di competizione sfrenata che caratterizzano le gare di corsa di poche migliaia di metri in cui il frastuono della competitività spinta azzera qualsiasi possibilità di contatto con il proprio sé interiore.
Non a caso vi sono popoli che praticano la corsa di lunga durata per finalità ritual-religiose: pensiamo, ad esempio, ai Tarahumara di cui si è occupato recentemente Christopher McDougall, nel magistrale Born to run (pubblicato in Italia da Mondadori, Strade Blu, nel 2014) oppure ai monaci corridori del Monte Hiei che praticano nel contesto del Buddhismo una singolare forma di meditazione attraverso corse estenuanti ripetute ogni giorno, sino a raggiungere l'illuminazione e a passare a ulteriori stadi trasformativi del sè; ma possiamo anche pensare a forme di esportazione di tali discipline ai contesti occidentali, in formule nuove ed inedite che, tuttavia, attraggono stuoli di seguaci: e qui possiamo citare l'Associazione di runner con diramazioni internazionali fondata dal guru Sri Chimnoy. O ancora, senza arrivare ad una partecipazione codificata ad organizzazioni che praticano la disciplina della meditazione attraverso la corsa o altre forme di sport, può essere citato il concetto di "psicoatleta" coniato da Enrico Brizzi, scrittore ma soprattutto grande camminatore. E non ci sorprende ancora, considerando questi punti di repere così brevemente menzionati il fatto che, al giorno d'oggi, in cui tutto é in crisi e non ci sono più certezze confortanti, si diffondano sempre di più le esperienze del "camminare profondo": non si può spiegare altrimenti la popolarità crescente (e rinnovata, nel senso di essere sempre più "laica") di cui gode il Cammino di Santiago che, benché intrapreso con le motivazioni più diverse (alcune delle quali apparentemente banali), man mano che, giorno dopo giorno, si macinano chilometri in una diuturna fatica, porta i camminatori verso se stessi, togliendo progressivamente assieme al sudore tutti gli orpelli del vivere quotidiano, tutto ciò che è inessenziale, sino a condurre ad un contatto intimo con il proprio nucleo interiore.
Nell'esperienza degli sport di lunga durata (rientranti nella definizione di "endurance") si è inevitabilmente captati da una disciplina del silenzio, così come descritto da Kagge che, evidentemente, ha potuto attingere le sue riflessioni profonde  proprio dalle sue imprese di esplorazione estrema che, inevitabilmente, hanno finito con il diventare banco di prova - e nello stesso tempo affiinamento - delle proprie risorse interiori e terreno fertile di incontro con il trascendente a-istituzionale, in quel contesto che altri studiosi hanno definito di "estasi selvaggia" (vedi, come documentato esempio, lo studio di Michel Hulin, La mistica selvaggia.Agli antipodi della coscienza, IPOC, Milano, 2012).

Erling Kagge, Il Silenzio. Uno Spazio per l'Anima, Einaudi Stile Libero, 2017

L'autore de "Il Silenzio"Erling Kagge (Oslo, 1963) è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest. Per Einaudi ha pubblicato Il silenzio (2017), che è stato venduto in 20 Paesi.
Maggiori e più dettagliate notizie  su Kagge si trovano sulla voce dedicata a lui su Wkipedia (in Inglese)

(dal risguardo di copertina)  In media, perdiamo la concentrazione ogni otto secondi: la distrazione è ormai uno stile di vita, l'intrattenimento perpetuo un'abitudine. E quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un'anomalia; invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio. Erling Kagge, al contrario, del silenzio ha fatto una scelta. Nei mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha imparato a fare propri gli spazi e i ritmi della natura, e a immergersi in un silenzio interiore, oltre che esteriore: un immenso tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo dal frastuono della vita quotidiana. Ma che cos'è il silenzio? Dove lo si trova? E perché oggi è piú importante che mai? Queste sono le tre domande che Kagge si pone, e trentatré sono le possibili risposte che offre. Trentatré riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture diverse, e tutte animate da un'unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere piú a fondo la vita.

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5 agosto 2017 6 05 /08 /agosto /2017 10:30
Pino Clemente, Droga nell'Arte (volume primo dell'opera Ars Sana in Mente Insana), Medinova 2017

(Maurizio Crispi) Ars Sana in Mente Insana (Edizioni Medinova 2017)è un'opera costityuita da due tomi indivisibili che sono rispettivamente "Droga nell'Arte" (che vede come autore Pino Clemente, con Prefazione di Maurizio Crispi) e "La Follia nell'Arte. Storia e indagini sull'arte e la follia" (che ha come autore Gino Pantaleone, con prefazione di Aldo Gerbino e un contributo di Alessia Misti).
L'opera, nel suo complesso, si presenta come un'incursione investigativa sull'arte, sulle origini della creatività, sulla follia e sull'uso di droghe a supporto della creatività.
Entrambi i tomi sono densi di riferimenti letterari, filosofici e lievemente tecnici (ma non troppo perchè ciò avrebbe reso la lettura ostica) inclusi degli excursus sulle modifiche funzionali ed organiche che le sostanze psicoattive possono determinare.
I due volumi vengono definiti "tomi" e ciò potrebbe scoraggiare un lettore di questa recensione interessato ad acquisirli per una lettura approfondita: in realtà i due volumi assieme hanno le dimensioni, il peso e la consistenza di un breviario di dimensioni medio piccole e possono essere trasportati agevolmente in una tasca capiente oppure in borsa per una lettura da viaggio o da panchina.
In altri termini, i due "tomi" sono delle dimensioni ideali per farli divenire dei volumi itineranti e da viaggio: la loro struttura peraltro è tale da renderli volumi che si possono leggere a lascia e prendi, senza richiedere una lettura continuativa, con in più la possibilità di entrare nel testo da qualsiasi punto, anche aprendo a caso ciascuno dei due volumi o sfogliandone pigramente le pagine in attesa che l'occhio si soffermi su di un capitolo che susciti un maggiore interesse.
Ambedue rifuggono infatti da un'esposizione accademica di tipo trattatistico, anche se il volume firmato da Pantaleone si presenta con un testo più organico e con capitoli di ampio respiro ciascuno dei quali è bene leggere per intero.
Ma qui voglio soprattutto occuparmi del volume a firma di Pino Clemente.

Di grande importanza qui sono le numerose "soglie del testo": che sono - oltre alla copertina, magistralmente illustrata dall'artista Leonardo Ligustri, due epigrafi, un prologo e una prefazione. Tralasciando la prefazione di cui io stesso sono l'autore, il Prologo (pp. 7-16) rappresenta a tutti gli effetti un primo capitolo di backstage: un capitolo nel quale Pino Clemente ci parla di Sé, del suo percorso di studi universitari e formativo e, quindi, delle origini di questo volume che, a tutti gli effetti, trae il suo nucleo originale dalla sua tesi di laurea in farmacologia, conseguita ben prima del diploma ISEF e che ha mantenuto un carattere sempreverde e attuale nel corso del tempo.
Un materiale che, evidentemente, é stato sempre caro a Pino Clemente e che egli con un ulteriore sforzo rielaborativo e di aggiornamento ha voluto riportare in vita: chi scrive abitualmente e possiede la consuetudine a pubblicare o ad essere pubblicato, ha sempre il desiderio di poter lanciare nel mondo anche quegli scritti che sono rimasti nel cassetto, in attesa di tempi migliori.
Ma oltre a queste informazioni "storiche", il prologo fornisce anche altri flash, uno dedicato a Filippo Carmeni, motore trainante a Palermo dell'atletica e dello sport studentesco cui Pino Clemente deve il suo primo amore per l'Atletica Leggere che poi, per necessità familiari, dovette essere inizialmente soppiantata dall'iscrizione nel corso di laurea in Farmacologia; l'altro invece a un episodio collegato alla pubblicazione del suo volume L'Atletica é leggera" alla presentazione di esso in occasione dei Ludio di Enea a >Pizzolungo sul litorale di Trapani, per ricordare la morte accidentale di una mamma con i suoi due bambini colpita dall'attentato dinamitardo di stampo mafioso il cui obiettivo era il Sostituto Procuratore Carlo Palermo.
Dopo la prefazione (pp.17-25), segue una breve Introduzione (pp.27-29) che espone brevemente le tesi del libro su quali possano le scaturigini della creatività artistica e se le sostanza psico-attive possano, in vari modi e secondo le peculiarità dei loro meccanismi d'azione determinare un potenziamento della creatività artistica (se già preesistente) o stimolarla in individui che non l'abbiano mai manifestata prima.
Quindi, si entra nel vivo, con un capitolo "Cenni storici" (pp.31-34) in cui si parla dell'inesausta tendenza dell'uomo a ricercare gli effetti delle sostanze psico-attive (le "droghe") per produrre dentro di sé quelle alterazioni che in antico potevano essere considerati il canale privilegiato per entrare in contatto con il Divino e il Trascendente o che, in epoche più recenti, hanno avuto la definizione di "Stati Alterati (o modificati) di Coscienza", in genere dei movimenti mentali verso l'alto (sostanze che producono eccitamento delle funzioni psichiche) oppure verso la loro depressione sino - eventualmente -alla narcosi, oppure ancora alterazioni nel senso del dis-funzionamento (le sostanze psichedeliche): sostanze sin dall'origine ricercate anche nell'uso rituale per avere le visioni, esprimenti la realizzazione di un rapporto con un dio o con gli dei, o con entità superiori, oppure ancora per condurre l'utilizzatore a compiere un viaggio sciamanico nel cuore delle "terre oscure", al compimento del quale potrà ricevere l'attribuzione di poteri taumaturgici.
Segue infine la trattazione delle sostanze psicoattive (senza distinzione se esse siano legali o illegali), una trattazione ed una disposizione secondo ordine alfabetico del nome della singola sostanza in italiano: qui ognuno potrà saltabeccare a suo piacimento, andando alla ricerca di ciò che più lo interessa per poi ritornare indietro a leggere le parti omesse.

 

Gino Pantaleone,La Follia nell'Arte. Storia e indagini sull'Arte e sulla Follia, (tomo 2° dell'opera "Ars Sana in Mente Insana"), Medinova 2017

L'excursus delle sostanze non è nello stile del trattato di farmacologia. Quando ero studente universitario ed ero già molto interessato a esplorare i territori delle droghe che alterano la mente ero sempre scontento di ciò che trovavo nei testi sacri di "farmacologia", poiché qui la trattazione, sostanza per sostanza, pur precisa e scientifica (dalai riferimenti chimici all'esposizione degli effetti fisiologici a quelli "patologici") era asettica e senz'anima. Notavo che gli estensori delle voci, invariabilmente, nascondevano se stessi, all'insegna d'una presunta (e travisante) neutralità scientifica e non davano quasi mai voce a chi aveva effettivamente compiuto delle esperienze. Capii allora che, per risolvere questa impasse, avrei dovuto rivolgermi alla letteratura e quindi mi ritrovai a passare in rassegna e ad assorbire tutti i testi in cui letterati, psicologi o anche scienziati (come fu il caso di Albert Hoffmann e del suo "bambino difficile") si ritrovano a raccontare ciò che essi stessi ebbero modo di sperimentare, utilizzando se stessi come cavie e come terreno di esplorazione).
L'opera di Pino Clemente, in questo senso, sfugge alla trattatistica convenzionale (anche se, ovviamente, viene riportato sostanza per sostanza uno schema cognitivo di riferimento) e si fonda piuttosto su di una serie di riferimenti letterari oppure di personaggi (artisti delle arti figurative oppure musicisti, siano essi suonatori o cantanti) che abbiano sperimentato su di sé l'effetto delle sostanze psico-attive, le cui parole vengono citate come testimonianza di supporto, ma anche ovviamente per stare dentro la tesi del libro.
Di particolare interesse é, poi, la parte in cui nel volume si riferisce, sempre con il supporto di una casistica illustre (a partire da Fidippide sino ad alcuni ultrarunner siciliani) sulle esperienze allucinatorie in corso di gare di endurance. Su questo c'è ovviamente tanto da dire: anche perché le modificazioni neurofisiologiche che si verificano nel corso delle attività fisiche di lunga lena (non solo la corsa, dunque) ampliano notevolmente il punto di vista sulla forte dimensione "endogena" del fenomeno dell'abuso di droghe. Nel senso che tutte le sostanze psicoattive esogene, per vie diverse a seconda delle sostanze implicate (in alcuni dirette o direttissime, in altri un po' più tortuose e complesse), si ritrovano ad agire sui medesimi trigger cerebrali, determinando il rilascio di determinati mediatori chimici (dopamina, serotonina, endorfine), ciascuno dei quali ha delle proprie specificità.
La corsa e gli sforzi di lunga durata, le tecniche di respirazione, l'aumento della percentuale di CO2 nel sangue (come illustrato da Aldous Huxley in un suo saggio) il digiuno protratto possono produrre effetti analoghi a quelli indotti da una sostanza psicoattiva esogena, anche se più "sottili" e tali da richiedere un percorso di apprendimento per poterli identificare.
Emerge da tutto ciò che gli ultrarunner al di là delle più varie motivazioni razionali che possano dare del loro correre covano dentro di sé un forte desiderio di trascendenza (per quanto inconfessato) e di ricerca di quelle modificazioni neurochimiche e neurofisiologiche di cui - per la più parte - nemmeno conoscono l'esistenza e che rappresentano la porta d'ingresso, di fatto, in uno stato modificato di coscienza..
E qui si apre un capitolo immenso che è ancora tutto da esplorare, come è quello delle endorfine e della loro azione nel rendere sopportabile la fatica di lunga durata: il meccanismo endorfinico (come ben sa chi ha sperimentato di correre un'ultramaratona si attiva ad un certo punto della corsa come un vero "switch" (interruttore) che fa entrare la mente in uno stato "vicario" in cui la percezione del dolore e della fatica sono attutiti, ma nello stesso tempo si può aprire la via a stati "sognanti" della mente". Vorrei ricordare qui che Samuel Taylor Coleridge, considerato uno dei fondatori del Romanticismo inglese assieme a Wordsworth, scrisse il visionario poema Kubla Khan sotto gli effetti di un'intossicazione da oppio.
Alle schede sulle singole sostanze, segue una serie di brevi capitoli di "approfondimento" che rappresentano l'attualità rispetto al materiale originario che costituisce la base del volume (e non possono mancare anche dei riferimenti al doping che, al di là delle sua multiforme chimica crea in coloro che vi si espongono un'attitudine del tutto simile alla dipendenza da sostanze psicoattive più canoniche).
Una bibliografia, d'obbligo, fornisce ai lettori più curiosi  ed esigenti le indicazioni per potere accedere ai testi citati.
E, infine, non manca un appendice fotografica con alcune foto d'epoca che servono a corredare soprattutto il prologo.
Insomma, il volume La Droga nell'Arte, assieme all'altro suo gemello indivisibile, La  Follia nell'Arte, è davvero un gioiellino e, ai tempi dei miei studi universitari, avrebbe sicuramente appagato le mie curiosità in questo campo. Ampio, infine l'apparato di note a pie' di pagina con numerose ed esaustive note bio-bibliografiche di alcuni dei personaggi  e degli autori citati.
La sua collocazione  è quindi, in un'ideale Biblioteca dedicata alle sostanze psicoattive, nello scaffale dove stanno tutte le opere che si sono occupate di approfondire una cultura generale delle droghe e dei meccanismi mentali che ne sottendono l'uso.

Essenziali notizie sull'autore. Pino Clemente, palermitano, nato l’anno dopo l’Olimpiade di Berlino, cinquantotto anni di giornalismo sportivo alle spalle, dopo la laurea in Farmacia si è diplomato all’ISEF ed ha percorso tutti i gradi, fino alla cattedra di Atletica Leggera che, successivamente all’invalidante incidente automobilistico del 23 giugno 1995, si è arricchita con l'insegnamento di Metodologia dell’Allenamento.
Ha insegnato anche a Scienze Motorie la citata materia.

Autore di libri che hanno fatto epoca come “L’Atletica è Leggera”, “La Scienza e l’Arte dell’Allenamento”, "Il Mezzofondo Prolungato"e la ponderosa opera “Storia dell’Atletica Siciliana” con Sergio Giuntini, storico dello Sport.

Ha diretto CorriSicilia, il mensile dell’atletica siciliana. Intensa la sua attività su Facebook. Molti dei suoi articoli pubblicati su questa testata (dal 1991 al 2005) sono stati successivamente raccolti e pubblicati nei tre volumi "Le Scarpette Chiodate" (Edizioni CorriSicilia).

(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
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(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock! La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.

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14 luglio 2017 5 14 /07 /luglio /2017 18:27
Carola Barbero, L'Arte di Nuotare. Meditazioni sul Nuoto, Il Nuovo Melangolo, 2016

Il piccolo volume di Carola Barbero, L'Arte di Nuotare. Meditazioni sul nuoto, Il Nuovo Melangolo (Collana Nugae, 2016), sta al Nuoto e al Nuotare come "L'arte di Correre" di Murakami sta al mondo e alla pratica della corsa, per quanto l'opera di Murakami sia ben più esplicitamente autobiografica e benché il saggio della Barbero abbia una più forte impronta filosofica e si voglia porrre anche come vademecum spirituale al nuoto.
Nelle parole e nelle riflessioni della Barbero, tuttavia, si intuisce una grande passione per la pratica del nuoto vissuto quotidianamente: al di là dell'ampiezza e della dovizia di citazioni letterarie (saggistiche e di fiction) utilizzate (e in testa a tutti il classico "L'Ombra del Massaggiatore Nero" di Charles Sprawson),  senza l'afflato e l'ispirazione derivanti dall'esperienza diretta la Barbero non avrebbe potuto certamente scrivere nel modo in cui lo ha fatto.
Il saggio si articola in una serie di brevi incisivi capitoli, da quello più generale sulle acque, a quelli che riguardano diverse modalità di rapporto con l'acqua (tuffo, apnea) ai diversi stili del Nuoto (Crawl, Dorso, Rana, Delfino), sino al capitolo finale "Traguardo" le cui considerazioni, mutatis mutandis, potrebbero essere benissimo applicate al mondo della corsa sulle lunghissime distanze e che trova esemplificazione eccellente nel piccolo romanzo di Boris Biancheri, La Traversata (per i tipi di Adelphi, una piccola perla da non perdere, se si ama il nuoto, il contatto con l'acqua, ma soprattutto il cimento con le fatiche di lunga durata).
Chi ama lo sport, non dovrebbe assolutamente mancarne la lettura.
Per la sua stessa struttura e per la disposizione degli argomenti si può entrare nel testo da qualsiasi parte, senza necessariamente essere vincolati ad una lettura diacronica.
Segue - a conclusione della trattazione, un'interessante bibliografia ragionale che consentirà al lettore più esigente e più curioso di ampliare i propri orizzonti cognitivi.
(dalla quarta di copertina) Il mare non è la spiaggia con gli asciugamani e le sdraio dove le persone prendono il sole, non è il baretto che vende anguria e bibite fresche e non è nemmeno il bagnasciuga dove si cammina con i calzoni arrotolati. È quella cosa che divide la spiaggia dallo scoglio, l'orizzonte lontano che si cerca di catturare con l'ultima bracciata. L'acqua avvolge braccia, gambe, testa, dando un senso di pace e protezione; allontana le preoccupazioni e i rumori del mondo che si impongono, travolgono, comandano. Un tuffo e tutto scompare: il mondo è messo tra parentesi, fino al prossimo respiro.
L'Autrice. Carola Barbero insegna filosofia del linguaggio all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Madame Bovary. Something Like a Melody (AlboVersorio, 2005), Chi ha paura di Mr. Hyde? (il melangolo, 2010), Sex and the City e la filosofia (il melangolo, 2010), La biblioteca delle emozioni (Ponte alle Grazie, 2012), Filosofia della letteratura (Carocci, 2013), (con T. Andina) Ermeneutica, estetica, ontologia. A partire da Maurizio Ferraris (il Mulino, 2016).

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  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
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Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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