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17 ottobre 2015 6 17 /10 /ottobre /2015 19:05
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza

(Maurizio Crispi) Sopravvissuto (The Martian, film di Ridley Scott, 2014, USA) è un film che va visto e che può piacere sia ad un pubblico generalista, sia ad una audience che prediliga la SF, sia - infine - ad una che invece sia composta da praticanti di sport estremi nei quali è richiesta in sommo grado ai fini della riuscita delle imprese che si intraprendono la qualità detta "resilienza".

In breve questa è la storia, semplice semplice. Durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney (Matt Damon) viene considerato morto dopo una forte tempesta e per questo abbandonato dal suo equipaggio. Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Con scarse provviste, Watney deve attingere al suo ingegno, alla sua arguzia e al suo spirito di sopravvivenza per trovare un modo per segnalare alla Terra che è vivo.
Dopo averlo dato per morto e dopo aver identitificato attraverso le riprese satellitari segni di attività extraveicolari sulla superficie di Marte in prossimità della base spaziale, a milioni di chilometri di distanza, i tecnici della NASA e un team di scienziati internazionali lavorano instancabilmente per cercare di portare “il marziano" a casa, saggiando diverse possibili soluzione, sicchè sarà deciso che saranno i suoi stessi compagni già in viaggio verso la Terra e ancora ignari della sua sopravvivenza, a invertire la rotta e a tentare di tracciare un’audace, se non impossibile, missione di salvataggio.

Il film, basato sul romanzo best-seller “The Martian” di Andy Weir, è stato diretto magistralmente dal regista Ridley Scott e, ovviamente, vi si trovano tanti degli stilemi del regista, tra i quali quello dell'uomo solo in lotta contro circostanze avverse.

Il tema è appassionante, pur nella sua semplicità e rimanda al grandissimo successo editoriale del XVIII secolo che fu la storia di Robinson Crusoe (scritta dal britannico Daniel De Foe) e capostite letterario di una serie di opere similari che furono definite "robinsonate", ma anche - e soprattutto - del romanzo d'avventure.
Robinson, come una serie di eroi para-lettwerari che lo seguirono, sopravvive nell'isola deserta al naufragio della sua nave, grazie al suo ingegno e alla sua capacità di problem solving.

Robinson dovette la sua soravvivenza alla sua sconfinata fiducia nelle proprie risorse, al legato culturale dell'epoca cui apparteneva e alla sua fede in Dio (che poi diventò il "In God We Trust" su cui si fondano gli Stati Uniti): in parte, egli fu - ed è citato più volte - come prototipo dell'"Homo Aeconomicus" che si affacciava prepotentemente nello scenario sociale del tempo all'alba della prima rivoluzione industriale.

La copertina del romanzoAnche Mark Watney è figlio del suo tempo, anche se la sua avventura si svolge in termini e in un contesto temporale che sono ancora lontani da noi.

Ma anche in questo caso i fattori, pur apparentemente diversi, nella loro combinazione assieme danno un risultato analogo, anche se lui - nello stesso tempo - essendo figlio della sua epoca è anche "Homo Teknologichus".

Mark Watney, per potere sopravvivere in un ambiente ostile, deve cominciare innanzitutto a fare un po' di conti per capire su cosa può contare e quanti giorni di autonomia gli rimangono. Un po'è come un sub che, per stare in immersione in profondità deve imparare a fare i conti con la sua riserva di aria ed a economizzarla, regolando il respiro e non sprecandola per aggiustamenti di assetto di profondità.

La base di partenza è per lui capire per quanti "sol" (il giorno lunare) potrà sopravvivere in attesa della prima missione.

Secondo punto: cercare di produrre altro cibo, sempre partendo da ciò che ha e, a catena, produrre più acqua.

In tutto questo vengono in suo soccorso le sue competenze specifiche, poiché egli - guarda caso - è botanico e può massimizzare alcune patate che fanno parte della scorta alimentare del modulo temporaneo costruito dalla missione sulla superficie del pianeta.

Ma altre sfide lo aspettano dietro l'angolo: per un problema che si risolve, altri ne sorgono, compresi quelli imprevisti e quelli che lo riportano indietro di botto.

Qual'è la strategia mentale per la sopravvivenza che Mark Watney adotta e dalla quale discendono tutte le azioni e tutte le sue scelte: concentrarsi su di un problema alla volta, guardando il dettaglio di esso e senza mai lasciarsi travolgere dall'enormità del compito che l'attende.

Pazienza, spirito di sacrificio, piccoli obiettivi intermedi: tutto questo finisce con l'occupare la sua mente, impegnando il suo corpo in una diuturna fatica. Non viene sopraffatto dalla sensazione di hopelessnes e da un senso crescente di solitudine: no, perché sa che la sua sopravvivenza dipende dalla sua operosità e dalla capacità di portare avanti una serie di subentranti progetti che, tutti assieme, si compongono in quello più grande ed ambizioso, e cioè allungare il tempo della sua autonomia, in attesa di poter essere recuperato.

In questo il film - come del resto il romanzo che contiene nel dettaglio tutti i ragionamenti di Mark Watney nelle sue quotidiane attività di "problem solving" - è davvero grandioso, ma la sua bellezza è contenuta anche nelle riprese di esterni che, a me, hanno evocato alcuni scorci del deserto di Wadi Rum in Giordania, trattati con dei filtri che esaltano le tonalità di rosso (ma potrei anche sbagliarmi) e le sequenze più propriamente "spaziali" nella seconda parte del film, quando l'astronave madre inverte la rotta per tornare a recuperare Mark Watney (riprese che rappresentano - a mio avviso - un grande omaggio al tuttora attuale capolavoro di Stanley Kubrick, 2001 Odissea nello Spazio) sino al salvattaggio finale carico di suspense.

Molti esperti che hanno visto il film sostengono che alcuni dei ragionamenti elaborati da Mark Watney e molte delle soluzioni da lui adottate siano validi scientificamente al 70% e che, dunque, questo tipo di avventura di sopravvivenza sarebbe tecnicamente possibile.

Un film di questo tipo con tutto il percorso letterario che lo ha preceduto a partire dall'invenzione letteraria di Robinson Crusoe ci fa riflettere sulla ridicolaggine assoluta e sull'insulsaggine di programmi come "l'Isola dei famosi" e sulla loro radicale inconsistenza.

Un film da vedere, sicuramente; ed anche un libro da leggere, o prima o dopo.

 

Il trailer ufficiale. Questi i principali protagonisti: Matt Damon (nel ruolo principale di Mark Watney), Jessica Chastain, Kristen Wiig, Kate Mara, Michael Pena, Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Donald Glover .

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16 ottobre 2015 5 16 /10 /ottobre /2015 00:14
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler

Una lettura imperdibile per gli appassionati di canottaggio e di sport in generale (e degli insegnamenti che le discipline sportive possono veicolare) è il volume - di recente edito da Mondadori (2015) - di Daniel James Brown, Erano ragazzi in barca. La vera storia della squadra di canottaggio che umiliò Hitler.
Il romanzo racconta un episodio rilevante in occasione degli XI Giochi Olimpici Moderni di Berlino (1936) ed è incentrato sulla straordinaria vittoria dell'Otto con che sconfisse in finale l'analogo armo tedesco nella corsa verso la vittoria, fortemente vagheggiata da Hitler.
In certo qual modo si può considerare l'analogo della bruciante umiliazione inferta ad Hitler e al suo malriposto orgoglio fondato sui falsi valori della supremazia della razza ariana dal mitico Jesse Owen
.

Il pomeriggio del 14 agosto 1936 a Berlino, sullo specchio d'acqua del Langer See, sotto gli occhi di Adolf Hitler e di una folla immensa si svolge la finale dell'otto maschile, la gara di canottaggio più attesa dell'XI Olimpiade. In sesta corsia, la meno favorevole, l'equipaggio statunitense si prepara a coronare un sogno incredibile, la conquista della medaglia d'oro, in uno dei più emozionanti e sorprendenti trionfi negli annali della specialità.
Solo pochi mesi prima, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle possibilità di vittoria della squadra dell'Università di Washington, formata da ragazzi di umili origini, figli di un'America messa in ginocchio da una spaventosa crisi economica. Eppure, spinti dall'insopprimibile desiderio di cambiare un destino apparentemente segnato, gli studenti della Washington sostengono senza battere ciglio allenamenti sfiancanti in condizioni climatiche proibitive e, grazie all'aiuto di tecnici esperti e inflessibili, ma ricchi di umanità, imparano a superare individualismi e gelosie, e a fidarsi ciecamente l'uno dell'altro, trasformandosi in una delle migliori squadre di canottaggio di tutti i tempi.
Tra questi ragazzi spicca Joe Rantz, entrato nell'equipaggio per guadagnare un po' di autostima e trovare il proprio posto nel mondo insieme alla sua adorata Joyce. Per lui in particolare, con una dolorosa vicenda familiare alle spalle, la disciplina imposta dallo sport agonistico traccia il faticoso percorso verso la maturità, dandogli l'orgogliosa consapevolezza – ancora ben viva settant'anni dopo – di aver compiuto un'impresa memorabile.
Alla luce di una grande mole di documenti dell'epoca – quotidiani, giornali radio, notiziari cinematografici, diari privati – e di interviste e colloqui con i protagonisti e i loro parenti e amici, Daniel James Brown racconta con la passione e la leggerezza del romanziere una pagina di storia sportiva troppo a lungo ignorata, tracciando dapprima il fedele ritratto di un'America che tenta faticosamente di uscire dalla Grande Depressione, e poi, attraversato l'oceano, descrivendo la straordinaria avventura vissuta da nove ragazzi dello Stato di Washington in una ventosa giornata dell'estate 1936 nella Berlino nazista. Un raggio di luce alla vigilia di uno dei periodi più bui dell'umanità.

Daniel James Brown è autore di due saggi,Under a Flaming Sky: The Great Hinckley Firestorm of 1894 (2007), finalista al Barnes & Noble Discover Award, e The Indifferent Stars Above: The Arrowing Saga of a Donner Party Bride(2010). Ha tenuto corsi di scrittura presso la San José State University e la Stanford University.

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1 ottobre 2015 4 01 /10 /ottobre /2015 17:42
Quella che segue è la storia di un libro trovato casualmente lungo un Cammino di Elena Cifali. E' proprio vero che i libri vengono a noi e che sono loro a cercarci e ad attirare la nostra attenzione. Mai che accada al contrario, anche quando siamo certi al cento per cento di avere pilotato le nostre scelte, ci sbagliamo profondamente. Nulla accade per caso.

Quella che segue è la storia di un libro trovato casualmente lungo un Cammino di Elena Cifali. E' proprio vero che i libri vengono a noi e che sono loro a cercarci e ad attirare la nostra attenzione. Mai che accada al contrario, anche quando siamo certi al cento per cento di avere pilotato le nostre scelte, ci sbagliamo profondamente. Nulla accade per caso.

(Elena Cifali) Quando caricai lo zaino per partire decisi che nessun libro vi avrebbe preso posto.

La decisione fu insolita per me che ovunque vado mi faccio far compagnia da una buona lettura.

Eppure, stavolta no, lo zaino era già di per se troppo pesante e piuttosto che riempirlo avrei voluto svuotarlo d’un fardello che porto addosso da troppo tempo oramai.

Deciso, parto leggera!

Il Cammino per le Vie Storiche di Sicilia sarebbe dovuto essere un libro non scritto fatto delle storie di tutti coloro che vi avrebbero preso parte. La storia dell’amico ingegnere, quella della guida, del vigile urgano, della psicologa, del disoccupato, dello studente universitario, insomma, la storia la stavamo scrivendo noi.

Ma… c’è quasi sempre un “ma”!

Il Cammino ti dà ciò di cui hai bisogno

Il sole troppo caldo, il sudore che scorre, gli occhi abbagliati dalla luce, le gambe stanche, i piedi doloranti, 50 e 50 e 50 chilometri ancora da percorrere … è tutto così emozionante, tutto così fortemente stancante. Attraversiamo chiacchierando una strada di campagna, poche case, nessuna anima ad accoglierci. La terra rossa, arida, chiede pietà e implora acqua.

Sul ciglio della strada, tra sterco di mucca e tracce di pneumatici passati e diretti chissà dove, li vedo abbandonati malamente, uno sopra l’altro, come amanti insaziabili: i libri!

Potrebbe essere un miraggio, cosa ci fanno due vecchi libri in mezzo alla campagna?

Non lo saprò mai, ma so che il Cammino mi dà sempre ciò di cui ho bisogno.

Gli altri sono avanti, accanto a me solo Nino, il suo passo mi accompagna e la sua allegria mi conquista.

Mi chino, li raccolgo, li tocco, li rimetto in ordine, li spolvero, poveri libri. Chi può averli messi sul mio Cammino e perché? Non trovo risposta, trovo solo la voglia e il coraggio di portarli sulle mie spalle, dentro il mio zaino.

E diventano miei. Ancora una volta, l’ennesima volta, dei libri si sono fatti trovare sulla mia strada.

Tornando a casa li ripulisco senza riuscire a levare completamente l’odore di campagna, di vissuto, di vita che portano d’appresso, di passato che mai conoscerò.

Li tocco disegnandone i contorni, ne scelgo uno e inizio a leggere ….

Lo Stoppino che fumiga” di Cesare Zavoli.

L’autore avverte: è una storia triste, e coloro che la leggeranno ne trarranno un senso di pena per le vicende narrate. Storie di ragazzi tormentati nell’infanzia e nell’adolescenza malata, la storia di una maestrina e di un dottore sul finire del secondo conflitto mondiale. Storie d’amore e di solitudine, di dolcezza e amarezza, di contrasti, di violenza e di atti generosi.

Io credo, che nella mente dell’autore Lo stoppino che fumiga altro non sia se non la considerazione delle condizioni umane e patologiche che affliggono alcuni essere umani. Credo che sia la capacità di considerare che, nel corpo misero, esista anche una sensibilità difficile e chiusa e soprattutto un’anima che aspetta quel tanto di illuminazione e di redenzione che può venire solo dall’amore.

L’ho letto in pochi giorni, tra le mille cose da fare al ritorno d’un viaggio che mi ha dato molto più di quanto potessi aspettarmi. L’ho letto con la consapevolezza che ciò che inizia molto spesso non finisce mai, con l’illusione di essermi portata dietro per sempre la gioia di quei gironi, la spensieratezza, il ricordo della fatica, la contaminazione dell’anima e del corpo.

A questo proposito mi tornano alla mente le parole del “mio ragazzo” Manfredi, un uomo che ho tanto amato e che continuo ad amare nel silenzio indolore e tombale che purtroppo lo avvolge:

“Nulla è per caso”. Già, caro Manfredi, nulla è per caso …

Cesare Zavoli. Lo stoppino che fumiga. Racconto di scuola triste, Marzagalli, 1962

Location: Scheveningen north-beach, early morning, 21 July 2011. Music: Vienna Blue, by Doc & Lena Selyanina.

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20 agosto 2015 4 20 /08 /agosto /2015 07:21
Oceano Mare di Baricco. Una lettura estiva fortemente suggestiva

Elena Cifali ci propone qui un'altra delle sue "letture estive". Questa volte la sua è stata una rivisitazione di Oceano Mare di Alessandro Baricco, una lettura fortemente evocativa perchè porta il lettore a riflettere sugli attuali drammatici naufragi dei migranti spinti dalla speranza.

(Elena Cifali) Mi capita tra le mani “Oceano Mare” di Alessandro Baricco. Alcuni mesi fa lessi questa storia che da subito trovai molto bello.

La prima volta che ne sentii parlare, prima ancora di scoprire che questo è il libro forse più famoso di Baricco, mi colpì il titolo. Nessuna congiunzione tra le due parole, come fossero lamedesima cosa. Eppure mare non è solo oceano! Ci deve essere qualcosa di misterioso in questo libro, altrimenti non si spiegherebbe la suggestione del titolo. La mia domanda non rimase a lungo senza risposta. Letto in poco più di 48 ore mi ha letteralmente rapito e trascinato in quella dimensione marittima che tanto mi piace. Ma attenzione, qui il mare è inteso in senso stretto,lontano dal chiasso e dalla confusione delle nostre spiagge a ridosso del Ferragosto, quando si trasformano in porcilaio e immondezzaio!

Il Mare, anzi, l’Oceano, quelloche ho visto, toccato, ascoltato, ammirato e infine fatto mio alla fine delCammino per Santiago. Il suo colore così azzurro, una tavola dipinta dapennellate di blu intenso e sfumata di schiuma bianchissima. Il suo motoperpetuo che incanta e anestetizza qualsiasi dolore.

Il mare inteso come cura.

E come cura lo intendono alcuni dei personaggi che scopro affascinanti tra queste pagine. Scorre via fin troppovelocemente, quasi non faccio in tempo ad afferrarlo, schizza e si agita questolibro durante i pochi giorni in cui ho il piacere di tenerlo stretto.

Il mare non ha caverne” (nonna aveva ragione quando me lo ripeteva nel tentativo di mettermi in guardia dai suoi pericoli). E in effetti non le si sarebbe potuto dare torto. Baricco racconta in maniera surreale e affascinante i sentimenti che toccano alcuni dei sopravvissuti ad un naufragio, catapultando chi legge in una dimensione di buio, paura,sconforto. Il mare divine nemico tanto quanto le armi tenute strette in pugnodai malcapitati.

Con incantevole maestria riesce anche a far provare sensazioni di benessere e piacere come quando ci s'immerge con i piedi fino alle caviglie tra le acque gelide dell’oceano. La riva, le onde, l’acqua, la solitudine, il silenzio. Provate a chiudere gli occhie sentire sul corpo il refrigerio del liquido che tocca e non tocca più lavostra pelle. Divino!

Oceano Mare è il protagonista e la metafora, è l’amore eterno e il coraggio che viene e che va. Mi piace laricerca di uno dei personaggi sul “dove finisce il mare” e la ricerca oppostadi un altro che ne cerca il principio. Un inizio e una fine, come per tutte lecose del mondo, forse non esiste in nessuna cosa del mondo. Dopotutto è ormaiconsolidata e forse anche “superata” la legge della conservazione della massa secondocui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Sarà questa la morale? Non c’è principio né fine alle cose, ai sentimenti, agli avvenimenti ma tutti questioni e restano in continuo moto, in eterna trasformazione … Oceano Mare, un libro bello e coinvolgente che sottolinea ancora una volta la straordinaria capacità di comunicare di Baricco.

(Dal risguardo di copertina) "Oceano mare" racconta del naufragio di una fregata della marina francese, molto tempo fa, in un oceano. Gli uomini a bordo cercheranno di salvarsi su una zattera. Sul mare si incontreranno le vicende di strani personaggi. Come il professore Bartleboom che cerca di stabilire dove finisce il mare, o il pittore Plasson che dipinge solo con acqua marina, e tanti altri individui in cerca di sé, sospesi sul bordo dell'oceano, col destino segnato dal mare.

E sul mare si affaccia anche la locanda Almayer, dove le tante storie confluiscono. Usando il mare come metafora esistenziale, Baricco narra dei suoi surreali personaggi, spaziando in vari registri stilistici.

Su Alessandro Baricco. Nato a Torino nel 1958, si laurea in Filosofia con una tesi in Estetica. L'amore per la musica e per la letteratura ispireranno sin dagli inizi la sua attività di saggista e narratore. Come saggista esordisce con Il genio in fuga. Due saggi sul teatro musicale di Gioacchino Rossini (Il Melangolo, 1988; Einaudi, 1997). Castelli di rabbia (Rizzoli, 1991; Universale Economica Feltrinelli, 2007), suo primo romanzo, Premio Selezione Campiello e Prix Médicis Étranger, è un'autentica rivelazione nel panorama della letteratura italiana e ottiene il consenso della critica e del pubblico. Seguono Oceano Mare (Rizzoli, 1993; Universale Economica Feltrinelli, 2007), Premio Viareggio e Premio Palazzo al Bosco; il monologo teatrale Novecento (Feltrinelli, 1994; edizione speciale, 2014; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2011) da cui Giuseppe Tornatore trae il film La Leggenda del pianista sull'oceano; Seta (Rizzoli, 1996; Fandango Libri, 2007), portato sullo schermo da François Girard con una produzione e un cast internazionali, City (Rizzoli, 1999; Universale Economica Feltrinelli, 2007) e Senza sangue (Rizzoli, 2002), tutti tradotti all'estero e recensiti dalle maggiori testate internazionali, dal "Guardian” al "New York Times”, da "Libération” a "Le Monde”. Tra i saggi, L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin (Garzanti, 1993); Barnum. Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1995) che raccoglie gli articoli comparsi nell'omonima rubrica curata ogni mercoledì sulle pagine culturali del quotidiano torinese ?La Stampa” e Barnum 2. Altre Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1998), in cui sono raccolti gli articoli frutto della collaborazione con "la Repubblica”; è del 2002 Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà. Compare in televisione nelle trasmissioni culturali "L'amore è un dardo”, sull'opera lirica, e "Pickwick”, dedicata ai libri.

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13 agosto 2015 4 13 /08 /agosto /2015 21:59
Non dire notte. Theo e Noa, quei personaggi che mi mancheranno

Ecco di seguito le impressioni di Elena Cifali al temine della lettura del romanzo di Amos Oz, Non dire Notte, che le ha fatto compagnia in questi giorni assolati di fine luglio e di metà agosto.
Le letture aprono sempre visioni su altri mondi, su altri modi di essere, su altre dimensioni: sono la nostro "door in the wall".

Mi mancherete tanto, Theo e Noa!
Notte di mezza estate, ho appena finito di leggere di Noa e Theo. Che libro, ragazzi!
Mi ha trascinato con se lentamente, senza colpi di frusta, con la lentezza che molto piacevolmente attribuirei al deserto. Ed infatti, il racconto di vita dei due protagonisti si consuma sul davanzale di fronte all'immensità del deserto, della sua sabbia, del suo vento.
L’ho gustato pagina dopo pagina con una lentezza a volte voluta a volte dovuta.
E’ stato un fine luglio faticoso e un inizio agosto incredibilmente frenetico, stancante. Ho davvero rubato attimi, minuti, quarti d’ora per leggere. Troppe cose da fare e tutte di fretta, troppi imprevisti, infiniti inconvenienti. Ma ormai è fatta, ce l’ho fatta, ho portato con me questa lettura al mare, in montagna, tra le calde file all’ufficio postale, dentro l’abitacolo della macchina in sosta al parcheggio, nel mio letto, sul divano vicino al gatto. Ovunque, io e Theo, io e Noa.
Li sento quasi fratelli questi due testoni innamorati l’uno dell’altra di un amore simile a quello che provo io.
Non è una novità, mi faccio carico delle storie che mi piacciono, che parlano e trasmettono qualcosa di umano, di tangibile, quasi palpabile.
Noa, frenetica, sognatrice, sbadata, caotica.
Theo, riflessivo, con un bagaglio di esperienza umana che gli permette di assumere il controllo delle circostanze e dei fatti che si consumano intorno a lui. Theo che irrita Noa. Noa che non riesce ad intimorire Theo.
Li adoro, adoro i loro dialoghi, i loro battibecchi, le loro passeggiate al buio al confine del deserto.
La loro scelta di non avere figli.
La convinzione che hanno secondo cui le coppie senza figli, che stanno insieme da anni, finiscono per somigliarsi. In loro vedo un po’anche me e il mio Ezio.
Percepisco lo spessore delle notti insonni, ascolto le parole di radio Londra, mi immedesimo nella voglia di fare di Noa e mi faccio fagocitare dalla lentezza di Theo.
Vorrei conoscerli meglio, trascorrere con loro settimane, ma forse - dilatando la lettura - l’ho già fatto.
Ho parlato con entrambi durante le lunghe notti tormentate dai ricordi, dai progetti.
Adesso, gambe incrociate sotto il tavolo sistemato sul balcone per meglio godere della frescura di montagna, con lo sguardo dritto sull’amata Etna, immagino che di fianco a me ci sia il deserto. Il suo vento, la sua sabbia.
Dopo tutto, la sabbia del deserto non deve essere molto dissimile dalla sabbia vulcanica se non per colore e spessore.
Non ho mai visto un deserto africano, ma lo immagino bello e suggestivo come il deserto etneo.
Ricordo, una volta, durante un allenamento in altura, una delle prime volte, mentre ero sulla via di ritorno mi fermai. Zitta. Immobile. Io e il mio deserto di lava nera come le tenebre. Solo silenzio. Assoluto silenzio. Una dimensione mai trovata in nessun luogo. Forse era quello il mio “non luogo”.
"Non dire notte" offre un valido spunto di riflessione sul piacere immenso che si riesce a provare stando a braccetto con la solitudine, quella voluta, quella cercata.
“Non mollare. Coinvolgere le brave persone. Che in fondo non è che mancano qui. Devo essere ancora più sincero con voi? Il nostro vero guaio è che non ci lasciamo entusiasmare da niente. Questa è la vera tragedia. Chi non si attizza più per nulla si raffredda e così si comincia a morire. Così dice Linda e io sono d’accordo con lei. Bisogna cominciare a desiderare. Trattenere forte, con tutte e due le mani perché la vita non scappi, spero capiate quel che intendo dire. Altrimenti è tutto perduto”.
Non avevo mai letto Oz, l’ho fatto senza pregiudizi, senza conoscerlo, senza sapere. Adesso so. So che vale la pena assaporarlo pagina per pagina. C’è una significativa frase che fa eco a tutta la narrazione: “...se si ha un briciolo di bontà si trova bontà ovunque”.
Fatevi coraggio e trovate il tempo di riflettere su queste poche e semplici parole.
Per il resto, cosa fanno, cosa cercano, cosa sognano i miei due amici scopritelo da soli …

Elena Cifali

Non dire notte. Theo e Noa, quei personaggi che mi mancheranno

(Dalla quarta di copertina) A Tel Kedar, una tranquilla cittadina israeliana nel deserto del Negev, abitano Noa e Theo. Dopo sette anni di felice convivenza, sono in una fase stagnante del loro rapporto. Theo, urbanista sessantenne di successo, appare sempre più introverso e sembra aver perso energia, voglia di fare e di mettersi in gioco. Noa, frenetica professoressa di lettere di quindici anni più giovane che insegna nella scuola locale, è sempre alla ricerca di nuovi traguardi e nuove sfide. In seguito alla morte di uno degli studenti di Noa, le viene affidato il compito di dare vita a un centro di riabilitazione per giovani tossicodipendenti. Aiutata da Muki, agente immobiliare, da Linda, una timida divorziata, e da Lumir, un pensionato, Noa si dedica al progetto con entusiasmo e idealismo, pronta a lottare contro l'opposizione di tutta la cittadina che teme che un simile centro possa portare droga e criminalità. Non vuole mostrare le sue debolezze e chiedere l'aiuto di Theo, e lui non vuole interferire se non è richiesto. Se per un verso la vicenda sembra mettere a dura prova la loro relazione, dall'altro dimostra lo struggente affetto, l'infinita tenerezza e il profondo amore che ancora li lega. La storia è narrata dai due protagonisti in prima persona. Un libro che esplora l'animo umano, che racconta la realtà quotidiana di una comunità lontana da Tel Aviv o Gerusalemme, protetta da filo spinato e guardie, che cerca di vivere una vita normale come qualsiasi altra cittadina del mondo.

Sull'autore. Amos Oz (Gerusalemme, 1939), scrittore israeliano, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini. Attualmente vive nella città israeliana di Arad e insegna Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna(2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera(2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta(2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014) e, con Fania Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica(2013). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) eIl re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono tradotti in oltre quaranta lingue.

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31 luglio 2015 5 31 /07 /luglio /2015 16:49
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi
Franco Michieli e la Vocazione di Perdersi

La meritevole ed interessante collana "Piccola filosofia di viaggio" (Ediciclo) ha invitato Franco Michieli, geografo ed esploratore, giornalista-scrittore e camminatore, oltre che Guida di Cammini, da alcuni definito come "L'esploratore senza bussola", a raccontare come perdersi e imboccare una strada imprevista sia un buon modo per rinnovarsi. Tutto cambia se si impara a leggere la natura. Non solo si recupera le capacità di orientamento, ma si trova anche quella dimensione spirituale che scaturisce da questa straordinaria esperienza.
E quello che è sintetizzato in queste poche righe si potrà leggere nel piccolo volume edito da Ediciclo, La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti.

La vocazione di perdersi. Franco Michieli accompagna cammini per la Compagnia dei Cammini, con lo stile che lo ha reso unico: insegnando a perdersi. Da 20 anni a questa parte, Michieli ha elaborato una filosofia dell’andare in montagna, basata sul valore di non usare strumenti come mappe, bussole, gps, orologi, per ritrovare quello spirito interiore atavico di orientamento, fatto di intuizioni e di capacità di lettura del paesaggio, del sole, degli astri, ecc.
Se ci appoggiamo sempre a mappe e strumenti elettronici, non guardiamo con attenzione la realtà: questo Michieli lo imparò da giovane, quando a venti anni con un amico attraversò la Sardegna a piedi da costa a costa, seguendo una descrizione imprecisa tratta da una nota rivista.
Dopo essersi persi varie volte, furono costretti a osservare il paesaggio fatto di valli parallele, dorsali, e trovando una geometria in un andamento apparentemente casuale.
Da quel momento Michieli ha affinato la tecnica, ha attraversato le grandi tundre nordiche, come l'Islanda o la Lapponia, con questo stile.

Nel libretto pubblicato da Ediciclo, Michieli riesce a costruire un piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti, su come perdersi, sul piacere di perdersi per imparare, metafora anche della vita e della crescita personale. E lo fa con un racconto leggero, fatto di considerazioni profonde alternate a racconti di esperienze vissute, come quella in Sardegna o quella di quando in Lapponia dovevano trovare un villaggio dopo giorni e giorni di cammino fuori sentiero nel grande vuoto, e alla fine come per magia il villaggio era proprio lì, dietro una collina, nella notte con tutte le luci illuminate, quasi ci fosse una capacità sconosciuta a guidare gli uomini verso la loro meta. La nostra società ci ha trasmesso la paura di perderci, e ci riempie di strumenti per evitare anche il minimo spaesamento, Franco Michieli invece ci insegna che in cammino come nella vita perdersi è l’unico modo vero per crescere, per imparare, perché la natura vera, non addomesticata, come la vita vera, piena di imprevisti, sono la strada che i viandanti come noi devono percorrere. Come disse Robert Frost, “...due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta ed è per questo che sono diverso”.

La Vocazione di Perdersi. Piccolo saggio su come le Vie trovano i Viandanti (Ediciclo). Autore: Franco Michieli(presentazione del volume nel sito web Ediciclo) Cosa accade quando si lascia temporaneamente il mondo organizzato dall’uomo per affidarsi ai
suggerimenti, visibili e invisibili, offerti dalla natura stessa? 
La riflessione e i racconti di un esperto che nelle sue avventure ha cercato la via in territori selvaggi e solitari.
Franco Michieli è geografo, esploratore di montagne, guida e giornalista-scrittore. Ha imparato a muoversi sulla terra orientandosi senza tecnologie, come gli animali migratori.
Perdersi, o deviare rispetto a un percorso sperimentato,è la tecnica utilizzata dalla natura per evolversi. Anche in campo culturale molte novità e scoperte avvengono perché deviando da una tradizione ci si imbatte per caso in qualcosa di nuovo che si rivela interessante. Cristoforo
Colombo ha trovato l’America mentre cercava l’Asia. Fin dalle sue prime traversate in montagna, Franco Michieli ha scoperto che accettare un mondo in cui ci si può perdere e dove si può finire su una strada imprevista e sconosciuta è un buon modo per rinnovarsi. Andare in natura è il modo più universale, a portata di mano, per distogliersi saltuariamente da troppe false sicurezze e vie prestabilite e mettere alla prova di persona il comportamento del mondo. In realtà, finché seguiamo itinerari preconfezionati o ben segnalati, non abbiamo modo di sapere cosa accadrebbe se la via la cercassimo leggendo la sola natura. Tutto cambia se teniamo la rotta interpretando le forme del territorio così come ci si presentano, osservando i movimenti apparenti del sole e della luna, decifrando il reticolo fluviale, navigando nella nebbia secondo la direzione del vento, e molto altro. Questo piccolo saggio non indaga solo come recuperare le capacità naturali di orientamento dei nostri antenati, ma anche la dimensione spirituale che nasce da questa straordinaria e dimenticata esperienza.

 

Perdersi per ritrovare se stessi, riappropriandosi di un corpo di conoscenze perdute ma che in un certo senso sono ataviche, quasi scritte nel nostro DNA di uomini un tempo nomadi: è il messaggio che Franco Michieli ci ha portato con la presentazione del suo ultimo libro, "La vocazione di perdersi" (Ediciclo, 2015), al 63° Trento Film Festival. Intervista di Andrea BianchiRiprese e montaggio: Andrea Monticelli.

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21 luglio 2015 2 21 /07 /luglio /2015 06:51

Alcide Pierantozzi, Tutte le strade portano a noi. A piedi da Milano a Bari, Laterza, Bari 2015Alcide Pierantozzi, un giovane scrittore emergente con la passione del trekking, ha scritto un resoconto di viaggio a piedi che racconta la sua personale esperienza, Tutte le strade portano a noi. A piedi da Milano a Bari (Laterza, 2015).
Dalle foto sul web appare un uomo che tiene molto al suo look, e dal testo si capisce che appartiene alla Milano intellettuale, ha studiato filosofia teoretica e contemporaneamente ama i vestiti firmati e frequentare attori, cantanti e figli di attori famosi, anche se le sue origini, natali e letterarie, stanno tutte nella vita contadina dei nonni abruzzesi.
Il suo libro è l’ennesimo cammino in cui un "non camminatore" si misura con una esperienza per lui strana, come è stato nel suo caso andare a piedi da Milano a Bari, seguendo la via Francigena, con tutte le avventure e disavventure del caso.
Pierantozzi scrive con ironia e sarcasmo, mischia realtà e finzione, racconta insieme al suo cammino la vita dei nonni e della sua infanzia in Abruzzo, crea poesia sulla vita rurale, gioca con gli strafalcioni di italiano della nonna.
Non si troverà scritto che, lungo il cammino, Pierantozzi abbia avuto un'illuminazione spirituale, è un viaggio profano e dissacrante il suo, ma indubbiamente il cammino lo ha colpito, Alcide (o Arcito, come lo chiamava la nonna) arriva alla fine del suo cammino, e ci arriva in qualche modo cambiato, toccato.
Anche se a metà del cammino con grande sincerità scrive: “Elena mi dice che un osso del mio ginocchio sporge un po’ all’infuori e io ne rimango sconcertato. E comunque, se l’affinità tra noi due è evidente nell’ossessione per il fisico, non c’è nessuna comunanza di percezione rispetto all’ambiente. Elena è voluttuosamente rapita dal paesaggio; io, invece, non provo nulla. Ogni tot di chilometri siedo su un masso, bevendo acqua di cocco all’ananas e grattandomi la testa. Un profumo di menta selvatica fluttua su di me, scricchiolii misteriosi fluttuano lungo le rocce e dovrebbero farmi sentire perfettamente a mio agio, come una nota musicale persa e appena rientrata nello spartito. Ma va’, non scatta nulla. Mi spremo l’anima e non sento nulla”.
Durante il cammino Arcito ci diverte giocando sulle contraddizioni della via Francigena, un cammino che è rinato tentando di dar vita a una accoglienza e a cerimonie che realmente non le appartengono più da secoli.
Ecco il divertente episodio della lavanda dei piedi, di cui Pierantozzi non ci dice realmente dove è avvenuto, inventandosi il nome di un rifugio e di una confraternita inesistenti:
Non appena arriviamo una signora timorata di Dio si profonde in saluti cerimoniosi, quindi ci dice di toglierci le scarpe mentre versa da una brocca una gran quantità d’acqua benedetta dentro una bacinella – di plastica azzurra come quella usata da mia nonna per fare il bagno al cane. Romina retrocede nell’istante stesso in cui la donna immerge una mano nell’acqua per saggiarne la temperatura. “Io nun me la sento di famme lavà i pedi”, farfuglia sottovoce.
“Men che mai io!”, esplode a gran voce Elena. Guarda tu che strano. A questo punto informa la signora che abbiamo anche una macchina di scorta, con i bagagli dentro. Al che quella tira la mano fuori dall’acqua e, fremendo d’indignazione, ci guarda con aria disgustata. “Noi non ospitiamo i camminatori senza carico sulle spalle”, risponde gelida, “è poco rispettoso per chi crede davvero nello spirito del pellegrinaggio
”.
E' una lettura consigliata a chi ama i giovani scrittori trentenni emergenti e che vuole proprio vedere cosa succede a uno di loro se si mette in cammino, quali emozioni il Camminare è capace di tirar fuori, mentre nello stesso tempo si diverte nel confronto con le contraddizioni della Francigena.

Ecco cosa dice il risguardo di copertina. È un fatto piuttosto frequente che un camminatore desideri accorciare il percorso. Non fatelo. Da questo viaggio ho imparato che ogni decisione presa per arrivare prima vi farà solo arrivare più tardi. "Mi sono messo in testa di percorrere la via Francigena a piedi con un gruppo di amici: quarantacinque giorni tra boschi secolari, valli disabitate e borghi suggestivi. Nella repentina decisione di attraversare l'Italia lungo le strade che vanno dal Gran San Bernardo a Roma e da Roma alla Puglia non ho fatto che richiamarmi al principio secondo il quale "camminando ci penserò". A cosa? A tutto più o meno: lavoro, costumi, pochissima politica e piaceri. Mentre mi chiedo se davvero camminare apra la mente e vivifichi lo spirito, non mancano appuntamenti pianificati e incontri "accidentali come in ogni on the road che si rispetti: contadini centenari e giovani che hanno scelto di vivere da eremiti, rockstar e artisti, ecclesiasti intransigenti e loschi malavitosi. Lungo la strada germogliano storie antichissime e struggenti che ci parlano da vicino, troppo conosciute da ognuno di noi per essere declinate al singolare".

Sull'autore. Alcide Pierantozzi ha esordito con il romanzo Uno in diviso (Hacca 2006), molto apprezzato da critica e pubblico, da cui è stata tratta la graphic novel omonima (Tunué 2013). Ha scritto per Rizzoli i romanzi L’uomo e il suo amore e Ivan il terribile. Nel 2012 ha partecipato all’antologia Le cose cambiano (Isbn-Corriere della Sera), progetto contro il bullismo e l’omofobia. Scrive sceneggiature per il cinema e suoi articoli sono apparsi su “Rolling Stone” e sul “Corriere della Sera”.

Alcide Pierantozzi (dal web)

Alcide Pierantozzi (dal web)

Il viaggio è stato seguito dal social network italiano Jobyourlife creato da Andrea De Sprit, uno dei protagonisti del cammino, che aiuta a trovare un lavoro.

L’esperienza è stata documentata Qui e confluirà anche in un dvd.

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17 luglio 2015 5 17 /07 /luglio /2015 06:59
L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienzaL'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza
L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza
L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienzaL'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza

Sylvain Estibal, L'ultimo volo, Ponte alle Grazie

L'ultimo volo (titolo originale: Le dernier vol de Lancaster, trad. di Orietta Mori), scritto dal francese Sylviain Estibal e pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie (2004), racconta la storia di Bill Lancaster (nato il 14 febbraio 1898, a Birmingham, e deceduto nel Deserto del Sahara il 20 aprile del 1933), ex-Ufficiale della RAF, e pioniere dell'aviazione civile, uno di quelli che furono poi definiti "i temerari sulle macchine volanti".

Questo volume l'ho acquistato tempo addietro in un remainder e, finalmente, una volta che nel rimescolamento degli strati archeologici della mia libreria di casa, è venuto alla luce, non ho resistito alla tentazione di leggerlo.
Ed é stata una lettura davvero emozionante. La riproposta del diario di Bill Lancaster, quando agonizzante attende nel pieno del deserto del Sahara dei soccorsi che mai arriveranno.
Bill Lancaster fu un pioniere dell'aviazione e durante la guerra fu arruolato nella RAF. compì delle imprese ragguardevoli tra le quali la traversata in coppia (con la fidanzata Chubbie Miller) da Londra all'Australia, sull'aereo Red Rose.
Successivamente dopo una vicenda di cronaca nera nella quale fu implicato nell'omicidio di un giornalista che, pesantamente durante una sua assenza, aveva corteggiato la sua Chubby.
Al termine del procedimento penale nel quale inizialmente da persona informata sui fatti era divenuto il principale indiziato, venne tuttavia dichiarato innocente in mancanza di prove certe, ma ciò nonostante la stima di cui godeva sino a prima del fatto per via delle sue imprese aviatorie venne ad essere pesantemente intaccata.

In 1932, Lancaster had been in Mexico looking for work. At the same time, Haden Clarke, a male American writer, had been living in Lancaster and Miller's Florida home in order to assist Miller's writing of her autobiography. Clarke and Miller had developed a relationship in Lancaster's absence, and Clarke convinced Miller to leave Lancaster and marry him instead. Upon receipt of this news, Lancaster returned promptly to Florida.
On 20 April, Clarke was killed by a gunshot wound to the head. Despite the facts that the gun was Lancaster's, and that he admitted forging suicide notes found at the scene (one addressed to Lancaster and another to Miller), forensic evidence provided by the prosecution was confusing to the jury.
Albert H. Hamilton, a criminologist with a somewhat sketchy past,[9] provided easy to understand testimony in Lancaster's favor. Additionally, even though Lancaster and Miller had dissolved their romance and partnership, Miller spoke in Lancaster's defense and the trial judge gave a summing up in his favor.
Lancaster was acquitted of murder in just short of 5 hours deliberation. It is regarded that although the evidence was in doubt, a main factor in Lancaster's acquittal was his calm, straightforward, gentlemanly demeanor in the courtroom; and the portrayal of the victim as depressive, drug-addicted and suicidal. Public opinion may also have played its part in influencing the jury; indeed, at one point the behavior of those in gallery became so unruly (cheering for Lancaster), that Judge Atkinson interrupted with a firm, "This is not a vaudeville show!" (da Wikipedia)

 

Decise, nel 1933, di acquistare un aereo - con il supporto dei suoi familiari - e di partire alla ricerca di un nuovo record: la trasvolata da Londra a Città del Capo nel tempo più breve.

Ma, poco dopo la sosta ad Orano (Algeria)  e a Reggane, dove si presentò con un marcato ritardo rispetto alla tabella di marcia, avendo ripreso il volo - forse affrettatamente e senza aver fatto tutti i dovuti controlli e soprattutto senza aver riposato adeguatamente. qualcosa andò storto e di lui si persero le tracce.
Vennero intraprese delle azioni di soccorso e di recupero, ma non con la dovuta tempestività forse. In parte perchè le sue tracce si erano perse durante l'attraversamento di una delle zone più inospitale del Sahara (il deserto del Tanezroufts), ma anche perchè il suo nome a causa del precedente giudiziario non era ben visto. E, er lo stesso motivo, la fidanzata, non riuscì ad ottenere che nessun sponsor, nel campo delle aziende produttrici di aeroplani le affidasse un aereo per volare alla sua ricerca: una ricerca che, comunque, senza alcuna indicazione anche solo approssimativa sarebbe stata come ricercare un ago in un pagliaio.
Solo 30 anni dopo, un drappello di militari meharisti francesi, in ricognizione, in quella zona desertica, rilevo in distanza un punto nero che, ad un sopralluogo ravvicinato, fu identificato proprio come la carcassa di un aereo di vecchia costruzione.
Accanto all'ombra di un ala ridotta ad una mera intelaiatura, giaceva il corpo mummificato di Bill Lancaster.
Appeso all'ala, fu rinvenuto un involto che rivelò essere il diario, puntualmente tenuto da Lancaster e contenente il racconto, giorno per giorno, della sua lenta agonia, durata ben otto giorni, dai momenti iniziali in cui grande era ancora la speranza di essere tratto in salvo, alle ultime ore, quando - ormai finita la modesta scorta d'acqua - dominavano lo sconforto e la disperazione e i segni della disidratazione si facevano sempre più evidenti ed incalzanti.
Dal diario e da altre scarne annotazioni sparse che egli fece su altro materiale cartaceo che fu trovato nelle sue tasche si potè individuare esattamente il giorno del decesso.
E venero così scartate una volta per tutte altre ipotesi in merito alla sua scomparsa (come quella secondo cui, costretto ad un atterraggio di fortuna fosse stato assalito e ucciso dai Tuareg).

Having got lost several times, having not slept for 30 hours and being ten hours behind his intended time, Lancaster departed from Reggane on the evening of 12 April to make a 750 mi (1,210 km) night crossing of the Sahara. The Avian's engine failed after less than an hour's flying, and he crash-landed in the desert far north of his expected flight path. Relatively uninjured and occasionally firing flares he awaited rescue. Searches by aircraft however were too far to the south, and a car searching from Reggane was also unsuccessful, and he died eight days later, on 20 April 1933. His final message, written on a fuel card on the morning of the 20th, was "So the beginning of the eighth day has dawned. It is still cool. I have no water. I am waiting patiently. Come soon please. Fever wracked me last night. Hope you get my full log. Bill" (da Wikipedia)

Il libro, costruito come un memoir-collàge che si basa su proprio su quei diari che, dopo gli esami medico legali, vennero restituiti ai familiari e, successivamente, pubblicati integralmente. E ad ogni nota diaristica fanno da contrappunto articoli di giornale, lettere scritte da Chubbie Miller illustranti i suoi disperati tentativi di ottenere un aereo per partire alla ricerca del suo amato, lettere scritte da un ufficiale fracese meharista di stanza in un avamposto francese, non distante dal lougo dell'incidente e indirizzate alla sua sposa lontana in terra di Francia.
E' una lettura struggente che parla di una caparbia lotta per la sopravvivenza sino all'accettazione del fatto - ineludibile - di dover soccombere, quando ogni ragionevole speranza di essere salvato si era ormai dileguata, lasciando tuttavia una traccia indelebile della propria lotta.
Attraverso le pagine del volume, seguiamo la sua agonia giorno per giorno, con le sue stesse parole: in contemporanea, l'autore - con licenza letteraria, ma con aderenza ai fatti storici  -ricostruisce lo scenario nel mondo circostante, raccontando delle ricerche che non furono mai condotte con vera determinazione, delle incertezze e delle colpevoli esitazioni (in arte motivate dalla necessità di non sprecare altre vite in un'inutile ricerca)la storia d'amore tra Chubbie Miller e il pilota britannica sino allo sfortunato evento giudiziario che gettò un'ombra su di lui e creò uno stigma dal quale dipese in gran parte la tiepidezza dei soccorsi.
Una storia tragica, che è anche una palpitante storia d'amore.
Come si diceva, le deroghe alla storia reale sono poche e servono soltanto ad accrescere il pathos della vicenda, soprattutto quando Sylvain Estibal immagina che Chubbie sia riuscita ad ottenere un aereo scalcagnato e che giunga direttamente sul posto per tentare di portare le richerche da sola: ed è anche frutto di fantasia l'estremo tentativo di Chubbie di andare ala ricerca del suo Bill a dorso di cammello, perlustrando il deserto con l'aiuto del meharista Chauvet invaghitosi di lei.
La verità assoluta è nei diari di Bill Lancaster che furono pubblicati integralmente poco dopo il loro rinvenimento da Paris Match e che, successivamente, furono integralmente utilizzati nella biografia su di lui, scritta da Ralph Barker.
Del pari reali sono certi articoli di giornali dell'epoca, il cui testo viene riportato, mentre tutto il resto come lettere ed epistolari di vario genere sono frutto interamente della fantasia dell'autore, per quanto assolutamente verosimili e coerenti con la vicenda.
Dal punto di vista formale, la narrazione procede con la scansione temporale dei diari e, ogni giorno trascorso nel deserto, costituisce un capitolo: ogni capitolo presente in epigrafe delle strofe struggenti tratte da canti tuareg che fanno da "soglia" e da"commiato" ad ogni singolo capitolo.

(Dal risguardo di copertina) Nel febbraio 1962, in pieno Sahara algerino, una squadra dell'esercito francese scopre la carcassa di un aereo da turismo precipitato nel 1933 e mai ritrovato. Il pilota Bill Lancaster era partito da Lympne, in Inghilterra, diretto a Città del Capo, per tentare di battere il record di volo, stabilito su quel percorso. Appena diffusa la notizia dell'incidente, inizia una corsa contro il tempo che ha per protagonista la fidanzata di Lancaster, anche essa aviatrice, immediatamente partita per le ricerche e lo stesso pilota, attraverso le pagine del suo diario. Un libro d'avventura e d'amore, ma soprattutto un'ode al deserto, amato e odiato, che affascina e disorienta cambiando per sempre le vite di coloro che lo affrontano.

 

L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza
L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienzaL'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza
L'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienzaL'Ultimo Volo. La tragica storia di Bill Lancaster: amore e resilienza
Sylvain Estibal

Sylvain Estibal

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8 giugno 2015 1 08 /06 /giugno /2015 05:29
Sacro Romano GRA. Peregrinazioni ed incontri lungo il Grande Raccordo Anulare di Roma: un libro che è diventato film

Sacro romano GRA. Persone, luoghi, paesaggi lungo il Grande Raccordo Anulare, scritto da Nicolò Bassetti e da Sapo Matteucci (Quodlibet, collana Humboldt, 2013) è il frutto di assidue e lunghe peregrinazioni lungo il Grande Raccordo Anulare (GRA) di Roma, alla ricerca di luoghi e di persone che vivono ai margini della grande metropoli,con delle risonanze che sono assime geografiche-topografiche,ma anche socio-antropologiche. Nel primo ambito, c'è una forte assonanza con i diari di viaggio di William Least Heat Moon, nel secondo caso risuonano alcune magistrali prove di ricerca antropologica sul "vicino" inaugurata da Marc Augé.
Il volume di Nicolò Bassetti e Sapo Matteucci è stato pubblicato nel 2013 e non è un'idea originalissima, ma in ogni caso espressione di uno strumento di ricerca già variato per una simile location in altro ambito.
Infatti, nel 2010 era già uscito "Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città" di Gianni Biondillo e Michele Monina, la cui idea era stata quella di percorrere a piedi il territorio ai confini con le tangenziali di Milano.
Quella sviluppata con "Sacro Romano GRA" è stata sostanzialmente la stessa idea di "Tangenziali", ma applicata al Grande Raccordo Anulare di Roma.
Non è un lungo cammino quello che vi viene descritto, ma una sequenza di visite successive, con tutti i mezzi possibili, auto, moto, mezzi pubblici, ma soprattutto a piedi.
Parallelamente alla scrittura di questo libro, è stato realizzato da Gianfranco Rossi un film documentaristico, presentato poi al Festival del Cinema di Venezia [il film ha poi vinto l'ambito "Leone d'Oro" e dal 19 settembre 2015 sarà in programmazione nelle sale cinematografiche]
Il libro è ricco di storie e di incontri, ed è scritto in modo piacevole: la lettura scorre bene, tra borgate improbabili, quartieri dormitorio, aggregati urbani cresciuti in modo incontrollato, alcuni nati dall’abusivismo, altri dalla cementificazione successiva. Nomi come Laurentino 38, la discarica di Malagrotta, Massimina, Nuovo Corviale, l’isola dei lampadari…
Ma oltre al cemento c’è la campagna, aziende agricole dentro il raccordo, luoghi magici che nessuno si aspetterebbe vicino alla grande striscia di asfalto su cui scorrono senza sosta automobili e camion, la foce del Tevere e i fiumaroli, il Casale del Marmo, la tenuta Valchetta-Cartoni, l’Insugherata.
Il camminare è anche questo, poiché consente di scoprire la natura selvaggia e incontaminata, ma anche di scoprire con occhio nuovo quelli che solo apparentemente sembrano non-luoghi, e che invece visti da vicino, al ritmo lento di 4 km all’ora sono oasi, isole, storie, e persone. Bassetti è un paesaggista e si dedica professionalmente al recupero di aree dismesse, e quindi sa leggere e raccontare con occhio attento questo paesaggio post urbano e pre urbano insieme. Anche senza conoscere Roma e i luoghi raccontati, il libro fa riflettere e fa venir voglia di vederle queste borgate e queste periferie, camminandoci dentro.


(Dal riguardo di copertina) A piedi e con altri mezzi (autobus, metropolitana, treno) alla scoperta del territorio lungo il Grande Raccordo Anulare. Le cave romane di tufo rosso che hanno ospitato carnevali ottocenteschi; il mondo lunare di Malagrotta, la più grande discarica d'Europa; la fattoria modello di Mussolini; i piccoli e grandi accampamenti; le tombe pop del Cimitero Laurentino; la guerra per le anguille sul Tevere; le vecchie borgate dei braccianti e le gigantesche architetture sociali; le transumanze dei pastori e le oasi equatoriali. Un lento viaggio in una Roma sconosciuta e contemporanea, fatta di esperimenti, abbandoni, peripezie, fallimenti e riscatti.

La presentazione congiunta del libro Sacro GRA e del film omonimo da parte di Gianfranco Rosi (regista) e Nicolò Bassetti (uno degli autori)

Il trailer ufficiale

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7 giugno 2015 7 07 /06 /giugno /2015 21:37
La Spirale della Memoria. In cammino sulle tracce del terremoto della Marsica: scrutare nel passato per imparare ad affrontare il presente

E' uscito recentemente per i tipi di Edizioni dei Cammini (2015), La spirale della memoria. In cammino sulle tracce del terremoto della Marsica di Luca Gianotti (volume incluso nella collana "Wanderer").

(Dal risguardo di copertina) A 100 anni dal terremoto che il 13 gennaio 1915 sconvolse la Marsica, Luca Gianotti ha deciso di ripercorrere un itinerario che si snoda tra i paesi che ne furono maggiormente colpiti. Camminando in un percorso a spirale, egli ha visitato e incontrato luoghi e persone che hanno vissuto quel momento tanto drammatico.
La terribile sciagura, infatti, catalizzò l'interesse generale su una regione che resta ancora oggi un buco nero nella geografia del nostro Paese.
Con la passione e la determinazione di uno storico di altri tempi, ma anche con lo spirito di un vero e profondo camminatore, Luca Gianotti ha cercato di sollevare il velo pesante che grava su questa terra, bella e selvaggia - e per molti aspetti ancora ignota 
- e con questo "oggetto narrativo non-identificato" è riuscito a comporre un ritratto muliebre e affascinante, ricco di suggestioni letterarie, storiche e psicologiche.
Alle storie "minori" di persone e paesi s'intrecciano dunque quelle di personaggi noti che, allora, decisero di impegnarsi in prima persona per aiutare la Marsica sconvolta dal terremoto; da Ignazio Silone a Don Orione, agli irredentisti triestini Nazario Sauro e Scipio Slataper, all'amico di D'Annunzio Giovanni Giurati, a Giovanni Cena e a molti altri ancora.

"Camminare", dice Gianotti, "serve a entrare in profondità nei luoghi, e nelle storie. Guardando al passato si può volare verso il futuro, con animo positivo e cuore sereno"

Marcella Terrusi, docente di Letteratura all’Università di Bologna, ha scritto qualche libero pensiero dopo la lettura del nuovo libro di Luca Gianotti

La prosa di Luca Gianotti ha il ritmo umano e cadenzato dei passi in cammino: la prosa ha la forma insieme intima e rigorosa di una lettera, perché il racconto si rivolge alla seconda persona del protagonista, come a verificare ad ogni periodo, con attenzione, l’appoggio del piede, l’energia della spinta, il rigore della parola scritta.La voce dell’autore dialoga con altre voci, accoglie passi di altre scritture, che si muovono nello spazio della storia, della letteratura, del giornalismo: voci che sono giustapposte con grazia, ad offrire un affresco del discorso complessivo dedicato al terremoto della Marsica, elaborato in 100 anni di storia, e vasto come tutti i chilometri che uniscono questo luogo, fra nord e sud, nella parte remota della coscienza di un paese, con il New York Times, con altri eventi sismici ed altri racconti umani, intellettuali come Wu Ming 2 e Ignazio Silone, le domande incessanti degli uomini sul loro essere animali, sul loro essere umani, sul loro essere in movimento, sul loro fronteggiare la paura della crisi che tutto stravolge, in trenta secondi, che sia il terremoto o la paura, il terremoto del cuore.
È il presente ad essere raccontato, ad ampio giro, come il periplo a spirale del viaggio, che unisce in 15 giorni di cammino i luoghi storici colpiti dal terremoto del 1915 in Abruzzo.
Questo ritmo dinamico che unisce ieri e domani, adesso e mai più, è quello di un camminatore scrittore, capace di vivere un presente narrativo che dà corpo ad un racconto coerente, con andatura costante, gradevole, garbatamente ribelle, tenacemente spinto dal desiderio di capire, di conoscere, di ricostruire senza semplificazioni, di ricordare senza pietismi, di andare avanti con la consapevolezza che anche l’identità è un elemento in divenire, oggetto e soggetto di conquista. Le risorse del binomio fra cultura e cammino a piedi, sono fuse nell’esperienza raccontata, che è di unità fra intelletto, cuore e corpo e che offre un modello possibile di recupero di una misura umana del proprio andare. Una misura umana che gioca con le storie, non teme i lupi perché della natura si fida, come dice Gianotti, ma passeggia fra lupi insieme archetipici, autentici e cinematografici perché sa che l’orizzonte del paesaggio umano è questo insieme di memoria, sogno e presente che l’immaginario collettivo nella letteratura riesce a tracciare, nei percorsi delle parole, invitando ad altri cammini aperti, ad altri passi.
Lo sguardo di Gianotti, che cammina rispettosamente in un territorio, quello abruzzese, che non è il suo, si giova di questa estraneità, e mi ricorda la modalità dello “straniero partecipante”, definizione che Lapassade utilizza nel suo Mito dell’adulto, come modalità di uno sguardo obliquo capace di cogliere visioni non rese opache dall’abitudine. E se “adultus” significa etimologicamente terminato, finito, allora il cammino di Gianotti, la cultura del cammino, contiene una cifra rivoluzionaria che si offre come risorsa per la vera e propria urgenza pedagogica di una “riconnessione”, uno dei temi centrali della riflessione sull’immaginario dell’esperienza e della crescita all’aperto, outdoor education. L’orizzonte vasto del camminatore e del narratore sono inviti ad alzare lo sguardo dai tablet e dai computer e accettare la costitutiva incompiutezza dell’uomo per viverla nella sua pienezza, in ascolto dell’anima mundi per recuperare le connessioni fra voci, persone, storie, luoghi, memorie, sorrisi, desideri e sogni indispensabili per costruire il domani.

 

La Spirale della Memoria. In cammino sulle tracce del terremoto della Marsica: scrutare nel passato per imparare ad affrontare il presente
La Spirale della Memoria. In cammino sulle tracce del terremoto della Marsica: scrutare nel passato per imparare ad affrontare il presente

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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Articoli pubblicati 4259


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Lara arrivo pisa marathon 2012  arrivo attilio siracusa 2012
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