Maria Ilaria Fossati ha partecipato alla 24 ore di Grenoble (tra il 1° e il 2 ottobre). Si è fermata attorno alla 13^ ora, però si è egualmente classificata, poichè dopo circa 4 ore di riposo ha ripreso a camminare sino a fine gara, accumulando altri chilometri oltre ai 120 fatti inizialmente in un'unica tirata (33^ in classifica generale e 7^ tra le donne, con 147,696 km percorsi).
Il bello delle 24 ore è proprio questo che, a meno che tu non abbandoni il campo di gara, anche se rimane fermo "ai box" sei sempre in gara e dunque nella classifica.
Tutti quelli che corrono le 100 km dovrebbero andare a scuola di 24 ore secondo me: è una grande scuola per affinare la propria resistenza mentale e sperimentare i propri limiti.
Se così fosse, forse ci sarebbero meno ritiri negli appuntamenti più importanti delle gare sui 100 km.
La 24 ore ti insegna a finire le gare, correndo, camminando, fermandoti, poi alla fine se non hai consegnato il pettorale e se non hai abbandonato il campo di gara, sei classificato (a condizione di aver realizzato i minimi).
La 24 ore diventerebbe oltremodo selettiva se come regola di gara venisse stabilito che non puoi star fermo più di un'ora consecutiva per il riposo e per il recupero: allora sì che sarebbero dolori. Di seguito le brevi considerazioni diaristiche di Maria Ilaria Fossati che travalicano in profonda riflessione sul suo intimo rapporto con la corsa di lunga distanza.
(Maria Ilaria Fossati) Ho scelto proprio Grenoble per il mio "battesimo" perchè è una gara perfetta, con organizzatori attenti e presenti. In poche parole, amici.
Contemporaneamente, avevo bisogno, dopo settimane di fermo, di riprendere a correre lontana dai soliti posti, senza condizionamenti. Il mio unico obiettivo era molto più ambizioso del finire una 24 ore... Volevo ritrovare la voglia di correre, la giusta serenità d'animo, quell'armonia in grado di cullare anche la fatica.
Sapevo che non sarebbe stato facile... Le ferite del corpo - ma ancora di più quelle dell'animo - dopo il Mondiale di Winschoten pesavano non poco.
Non ero allenata, non stavo particolarmente bene, non avevo recuperato del tutto, ma - ancor peggio - avevo un blocco nella testa, come un muro di cemento.
Non è stato facile, il gran caldo ha condizionato la prestazione di tutti... Ho accolto numerose crisi e non ho smesso un attimo di pensare alla gara di Winschoten... come fosse il ritornello di una canzone che ti è entrato in testa.
La fatica è stata la migliore delle cure... Posso dire che si è portata via l'amarezza lasciando solo vivi i ricordi positivi.
Il boato della folla, lontano e sordo... Quando sapevo che Giorgio stava arrivando vincitore al traguardo, i bambini olandesi, tutti uguali, i mulini a vento, i coriandoli, la festa del pubblico.
La mia piccola New York, Silvio che mi corre vicino e mi fa promettere di non mollare. Noemy sul percorso, nasconde le lacrime per farmi forza; lo staff ai ristori, i tifosi italiani sul percorso; i miei amici venuti fin qui per me; dopo un tempo infinito, Emi che mi passa la bandiera italiana. Il traguardo. L'infermeria che chiude (??!!) e mi sbatte fuori. Le premiazioni, l'inno italiano e finalmente le lacrime che riescono ad uscire.
Quei coriandoli....
Non si improvvisa nulla nell'ultramaratona, tantomeno una 24 ore. Mi sono fermata dunque alla 13^ ora, dopo un improbabile scontro con una transenna in cui ho pestato malamente il ditone del piede. Non era più il caso di esasperare il mio corpo come in Olanda, non me lo avrebbe perdonato... Così, ho dormito per 4 ore e poi ho semplicemente camminato sino alla fine, aspettando l'alba ed assistendo a tanti piccoli miracoli.
E' vero, avrei potuto soffrire un po' di più, stringere i denti...
Non mi lascerò travolgere ancora dal dilemma soffro-mi ritiro-continuo-fuggo dalla sofferenza.. Basta! voglio chiudere le polemiche del mio cuore, i conflitti interni, i commenti esterni.
Coriandoli...
Voglio vedere ancora coriandoli lanciati davanti a me, bambini impazziti di gioia a cui non importa nulla della divisa che porti, a quale giro tu sia e che tempo farai.
Questi sono i dettagli a cui mi aggrappo per superare le crisi di fatica: l'amicizia e la premura degli amici francesi, sempre presenti per tutta la notte, sono state esemplari: ad ogni giro una parola ed una carezza, piccoli gesti. Un cubetto di ghiaccio che si scioglie in mano.
Un topolino che ci attraversa il percorso, i bicchieri numerati, con il tuo nome, come alle feste da piccoli.
I tre italiani, come era già accaduto l'anno scorso, sono diventati in breve tempo i beniamini di tutti...
Esperienza positiva in tutti i sensi, grazie a Piero Lattarico, l'organizzatore e gli amici Paolo e Claudio che ci hanno fatto assistenza e, all'occorrenza, cabaret.
Grazie ai consigli e all'esempio di Tiziano e Luciano... prima o poi ne finirò una!
Grazie ai mille bambini olandesi che continuano a lanciare coriandoli...