Tra il 14 e il 15 aprile, si è svolta la 4^ edizione della 24 ore di Torino, organizzata da ASD "Il Giro d'Italia Run". La triestina Giuliana Montagnin, reduce dall'aver partecipato al Venice Ultramarathon Festival vi ha preso parte. Questa volta la gara si è svolta sotto ilsegno del maltempo e con una pioggia battente che ha imperversato per quasi tutto il tempo il gara.
Giuliana Montagnin è stata nel circuito per le 24 ore con qualxche intervallo per il riposo e ha totalizzato 117 km.
Ecco il suo racconto.
(Giuliana Montagnin) Da sabato 14 aprile al 15 aprile si è svolta sotto una pioggia battente la 24 ore di Torino. Decisi di partecipare ugualmente, pur immaginando un clima non troppo favorevole. Ma quando è un clima favorevole per me? Difficile dirlo, anche se credo di essere più portata per le temperature basse (ma non troppo rigide o sotto lo zero) e per la pioggia (ma non estrema), che non al caldo.
Avevo partecipato anche a due delle tre edizioni precedenti: mi piace molto il Parco Ruffini, con quel suo circuito di un chilometro, piatto e veloce; la gara è ben organizzata, si trovano cordialità e massima disponibilità da parte dello staff, si ricevono entusiasmo e incoraggiamenti dai vari spettatori che passeggiano nel parco accanto al circuito riservato a noi atleti.
Le previsioni meteo, che controllavo sovente nell’ultima quindicina di giorni, non promettevano schiarite, anzi annunciavano 24 ore di pioggia continua. Mi sono basata molto sul fatto che sarebbero comunque caduti pochi millimetri e, invece, ho dovuto fare i conti con una pioggia forte ed insistente. Talvolta diminuiva un po’ e meditavo di togliermi il K-way, ma non riuscivo neppure a terminare il giro di un km che già cambiavo idea, perchè l'acqua riprendeva a venir giù con l’intensità di prima.
Completamente inutile cambiarsi, in pochi minuti il beneficio di un cambio asciutto e più caldo sarebbe svanito.
Col passar delle ore, la temperatura diminuì ulteriormente: durante la notte decisi di indossare una maglia in più sotto il K-way, e, nonostante tutto, avevo l’impressione di non essere protetta dall’acqua.
Cominciai a guardare com’erano vestiti gli altri.
Forse Giancarla Agostini, in prima posizione, aveva azzeccato tutto giusto: abbigliamento, scarpe, andatura. Personalmente l’avevo conosciuta alla 24 ore di Venezia, ed era stata vincitrice pure in quella occasione. Lei è una che parte col ritmo giusto e continua con quello, anche se di solito ama di più i trail.
Io son sempre stata dell’idea che bisogna partire un po’ più veloce per diminuire poi col passar delle ore e con l’affaticamento e, probabilmente, anche per Giancarla sarà stato così, eppure io avevo l’impressione che marciasse costantemente con la medesima velocità.
Non mi son persa d’animo, speravo in ogni modo di raggiungere il mio solito chilometraggio tra 115 e 125, il mio sogno è sempre stato di poter fare 131! Diciamo che questo importo di km sarebbe alla mia portata, se solo ci fossero le circostanze un po’ più favorevoli.
Verso le 3.00 del mattino mi sentii completamente sfiduciata, perchè la pioggia non diminuiva, faceva freddo, l’umido penetrava nelle ossa. Decisi di fare una sosta lunghissima, avevo fatto solo 93 km, ripromettendomi di riprendere solo nelle ultime due ore. Mentalmente calcolavo di fare in un modo o nell’altro altri 7 km.
Ma un totale di 100 sarebbe stato un pessimo risultato, lo ammetto.
Fortunatamente, quest’anno le brandine per l’eventuale riposo notturno le avevano sistemate in uno stanzone all’interno della palazzina, dove cìerano anche gli spogliatoi: in un ambiente, dunque, dunque caldo e confortevole.
Entrata nello stanzone mi resi conto che le brande erano tutte occupate, avevano avuto tutti la mia idea, avevano macinato ben più km dei miei ed avevano gettato la spugna o quasi. Un atleta si stava stendendo in corridoio sopra un tavolo.
Mi consigliò di prendermi una coperta e mi avrebbe ceduto il tavolo, lui si sarebbe sistemato a terra (linoleum). Rientrai nello stanzone che era completamente saturo di brande, scavalcai con fatica borse e borsoni che ingombravano il passaggio, scavalcai pure braccia e gambe qua e là penzolanti, le coperte che dovevo raggiungere erano sistemate in fondo su un tavolo.
Ne presi due e uscii nel corridoio, non mi ero cambiata né maglia né pantaloni, avevo solo tolto il K-way e mi sentivo vagamente umida, forse avevo sbagliato, forse no, non aveva molto senso cambiarsi: avrei perso minuti di riposo ed il mio chiodo fisso era di dover riprendere la gara in finale.
Riposai pochi minuti, quando arrivarono due massaggiatori che mi chiesero se potevo cedere il posto, dovevano mettersi all’opera per trattare un atleta mezzo dolorante. Mi aiutarono ad alzarmi, lo feci volentieri, non mi cambiava nulla. Meditai alcuni secondi sul da farsi, poi mi risolvetti, indossai l’ultima risorsa: il mio giaccone felpato all’interno, sopra nuovamente il K way e ripresi a camminare lungo il percorso.
Incredibilmente, mi sentii rinfrancata, avevo l’impressione che piovesse con minore intensità, provai anche ad accennare una piccola corsa, le gambe rispondevano bene, i piedi per quanto zuppi nelle scarpe fradice non mi procuravano fastidio. Scongiurato il pericolo delle bolle decisi di proseguire corricchiando/camminando, sarà sembrata una corsetta ridicola la mia, velocità quasi 6 km/h. Mi rendevo conto che camminando non superavo i 5 km/h e facevo ben più fatica che non ad accennare la “corsetta”.
Riaccarezzai l’idea di fare i miei “131 km”. Mentre giravo, lungo il percorso incrociavo solo Giancarla; e le altre? Tre o quattro atlete mancavano all’appello, forse riposavano, una si era ritirata del tutto. Macinai parecchi km e pian piano recuperai alcune posizioni. Guardavo ogni tanto il monitor chiedendomi se per caso fossi risalita in terza o addirittura in seconda posizione.
L’organizzatore Enzo Caporaso mi incitava a non mollare, a tener duro. Dentro di me sapevo che le altre atlete sarebbero riapparse verso l’alba ed avrebbero ripreso di buona lena. So quanto vale la mia amica Marinella, un po’ di riposo ed avrebbe ricominciato completamente rinvigorita; io invece avevo in mente solo il mio personale che speravo ancora di poter fare.
In seguito la pioggia riprese più forte, e un paio di atlete, come da previsione, riapparvero sul campo di battaglia per correre e recuperare. Mi resi conto che il mio giaccone, ultima risorsa, cominciava ad essere veramente zuppo d’acqua. Il K-way non teneva a sufficienza, con quel clima sarebbe stato meglio indossare una mantella cerata di quelle che usano i netturbini.
Verso le otto del mattino, spaventata all’idea di fare il viaggio di ritorno in treno fino a Trieste completamente bagnata, decisi di lasciar perdere; dunque, dopo quasi 22 ore di tortura.
Avevo raggiunto 117 km, non molti ma per me sufficienti a sentire che non avevo buttato via una corsa di 24 ore e farmi sentire soddisfatta.
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