Si è svolta a luglio la 1^ edizione della 6 ore Clarentina, a San Pietro Clarenza (CT), su di un circuito di 400 metri circa.
Vi ha partecipato anche la catanese Elena Cifali, assidua collaboratrice di questo magazine online.
Ed ecco, anche se con un po' di ritardo il suo racconto che si affianca a quelli già pubblicati nei giorni scorsi, ma con l'autorevolezza di chi ha al suo attivo diverse esperienze di ultramaratona e che, nel maggio scorso, è stata per la prima volta finisher della 100 km del Passatore e, in questo senso, le sue precedenti esperienza nella ultramaratone a tempo (12 e 6 ore) sono state propedeutiche in vista di questo ambizioso progetto di crescita come ultramaratoneta.
I racconti di Elena Cifali vanno letti e meditati, assaporati e gustati: e non è importante che siano pubblicati a stretto ridosso di una gara appena svoltasi, perchè sono degli evergreen: in quanto la Nostra ci offre sempre un vertice di osservazione privilegiato sull'interiorità delle sue esperienze, sulle emozioni e sui paesaggi mentali che, nel corso dell'esperienza della corsa di lunga distanza, si schiudono davanti al runner che vi è impegnato.
In questo senso, Elena Cifali da voce alle nostre stesse esperienze ed è per questo motivo che le sue fatiche letterarie devno essere apprezzate e possono essere condivise.
Ecco, dunque, il suo racconto.
(Elena Cifali) “Coraggio Elena, tra poco sarà di nuovo Natale”, me lo ripeto e me lo ripeto ancora quasi a volermene convincere mentre il caldo mi sfianca. Il sole è ancora alto nell’azzurro cielo siciliano ed i suoi raggi impietosi mi cuociono il volto ed il corpo. Davanti a me un anello ovale lungo 400 metri dentro al quale dovrò correre - girando e girando senza sosta - per ben 6 ore.
Non è la mia prima 6 Ore: ho già corso questa tipologia di gara ed ho già corso per 12 ore consecutive dentro una pista. E, dunque, so perfettamente cose mi aspetta oggi. “Sarà di nuovo Natale, farà freddo e ricorderai con rammarico queste soleggiate giornate di metà luglio”, col pensiero lavoro su me stessa, cercando di ingannare la mia mente nel tentativo di farle credere che, dopotutto, non va così male.
E, intanto, goccioloni di sudore scendono lungo le guance e si raggruppano sotto il mento, poi finalmente mi lasciano per infrangersi sul petto. Nel giro di 20 minuti mi ritrovo bagnata fradicia.
Osservo i miei compagni, uomini e donne che, insieme a me, stanno correndo coraggiosamente questa 6 Ore Clarentina e li trovo tutti magnifici. Anche loro stanno soffrendo, una sofferenza che conosco benissimo, che condivido e che amo.
Già, non ci si inventa maratoneti e tanto meno ultramaratoneti.
Sono tanti gli amici che rivolgendosi a me con fare ironico mi dicono che ormai per me correre le lunghe distanze è diventato un gioco da ragazzi.
E no, invece!
Non è un gioco, anche se ammetto che il divertimento non manca. Non è per nulla semplice alzarsi dal letto la mattina prima dell’alba -giuro che a volte prenderei a pugni la sveglia- quando fuori fa freddo e magari ha piovuto tutta la notte, o quando sull’asfalto trovo chilometri e chilometri di gelo.
Mi alzo e, mentre lo faccio, mio marito e mio figlio si rinsaccano sotto le coperte a godere delle ultime ore di sonno, al caldo, al riparo, al sicuro.
Uscire sulla strada, quando fuori il paese ancora dorme ed in giro non trovo neppure i soliti cani randagi, richiede una immensa forza di volontà. A volte ignoro la necessità di allenarmi ed allora rimango a a letto a dormire, in questi sporadici casi i sensi di colpa che mi attanagliano durante tutta la giornata si fanno pesantissimi fino a farmi desiderare fortemente che arrivi presto il nuovo giorno per rimediare a quella temporanea pigrizia.
Ma non è solo pigrizia! Il mio corpo, la mia mente, le mie gambe necessitano di riposo e non sempre è salutare ignorare tali necessità. E vogliamo parlare di quando il sabato sera rinuncio a fare tardi con gli amici perché l’indomani c’è “il lungo” da fare?
Per noi maratoneti (ed ultrarunner) non esiste Natale, Capodanno, Pasqua: se ci si deve allenare, tutto il resto passa in secondo piano.
Questo non vuol dire che ne siamo sempre contenti, a volte le rinunce costano più fatica della gara stessa. D’estate poi tutto diventa ancora più complicato. La sveglia suona ancora prima che le campane della Chiesa vicina abbiano battuto le 5.00.
Bisogna far presto ed uscire in strada prima che il sole sorga del tutto, prima che il caldo diventi insopportabile, prima che il paese si metta in movimento. No, non è così semplice preparate un’ultra maratona. E così capita spesso che una gara come quella che sto correndo oggi diventi l’occasione giusta per fare un lunghissimo che servirà a preparare la prossima.
Gara su gara, lungo su lungo, maratona su maratona, ultra su ultra e così facendo mi ritrovo a correre la mia ottava impresa di questo impegnativo 2013. Intorno a me, oltre agli altri concorrenti, ci sono la mia famiglia, i miei amici più cari, gli staffettisti che aspettano impazienti il loro momento, i ragazzi sulle loro handbike, i fantastici bambini addetti agli spugnaggi ed ai ristori, i componenti dell’organizzazione ma soprattutto loro: “le due ombre”.
Le prime 4 ore di gara sono già trascorse da un po’ e finalmente riesco a superare la distanza della maratona. Sto bene, soprattutto quando resto sola con me stessa.
Il sole è calato e, aiutata da uno splendido tramonto, la luna ha preso servizio in questo cielo privo di nuvole, accendendo una luce dentro di me.
Guardo avanti i momenti che scorrono veloci.
Mi lascio naufragare dolcemente dentro i miei pensieri e soprattutto dentro i miei ricordi, mi faccio sedurre da sogni incoffessabili, da amari rimpianti e da inenarrabili rimorsi.
Chi come me è abituato a correre le lunghe distanze sa che non bisogna mai fermarsi, non bisogna accontentare il corpo stanco che implora di arrestare la corsa. Guardo per terra più spesso che mai perché la stanchezza è arrivata col suo carico di energia negativa e scorgo le mie due ombre. I lampioni dello stadio hanno preso il posto del sole, riflettono su di me una luce che proietta sul nudo asfalto due ombre. Sorrido. Anzi rido, ho trovato il modo per ingannarmi!
Alla mia sinistra l’ombra è più scura, nitida, presente e prepotente, è l’ombra malevola, quella che ad ogni passo mi ordina di arrestarmi.
Di tanto in tanto l’assecondo, mi fermo ai ristori, mangio, bevo, mi siedo.
Alla mia destra l’ombra è più chiara, poco percepibile, timida direi. Questa è l’ombra buona, quella che mi da coraggio e forza, che mi implora di continuare a correre. Le do retta, allungo il passo, la falcata diventa più ampia, il ritmo più veloce, il cuore batte più forte e tutto diventa più facile. Queste due ombre sono l’una la contraddizione dell’altra, come nella mia vita: il bianco ed il nero che si incrociano in un gioco di colori e stupori.
Giro dopo giro aspetto di ripassare da quel meraviglioso punto in cui le ombre si incrociano perchè so che li vedrò le parti più nascoste di me, quelle che alla luce del sole non si vedono, quelle che bisogna accendere le lampade per scovarle e farle uscire allo scoperto.
Come sempre l’ultima ora di gara è quella più bella.
E’ il turno del mio amico Salvo Campanella, impegnato - come ultimo frazionista - nella staffetta 1hX6 su handybike. Eccolo, è partito anche lui, lo vedo a cavallo del suo bolide, fiero come un cavaliere sul suo cavallo pronto per la battaglia. Lui è un combattente e niente e nessuno potrà mai fermarlo.
Non lo fermarono quegli 8 km in più corsi durante la maratona di Siracusa del 2012 a causa dell’errore di un giudice di gara sbadato (fu proprio in quell’occasione che lo conobbi e lo incoraggiai a continuare fino al traguardo che passammo mano nella mano come vecchi amici) e non lo fermò neppure quella brutta caduta che ha cambiato la sua vita.
Io mi sto divertendo a correre a più non posso alcuni giri per fare un “dispetto” ad un frazionista che non riesce a prendermi, quando Salvo mi passa accanto: lo sento ridere di gusto, mi chiama per nome “Elenaaa” e ride, ma ride sul serio.
Mi commuovo, inizio a singhiozzare, gli occhi si appannano, non respiro bene, devo riprendermi e alla svelta. Perdo potenza e velocità ed è giusto che sia così.
Cerco di ricomporre i pensieri, le emozioni: fra poco la gara sarà finita ed io ringrazio Dio per avermi dato ancora una volta la possibilità di “vivere” come più mi piace fare.
Ho corso per 6 ore, coprendo una distanza di oltre 52 km e nel frattempo ho imparato che se è pur vero che moriamo una sola volta è altrettanto vero che nasciamo un’infinità di volte, ognuno a suo modo.
Io rinasco ogni volta che allaccio le scarpette ai piedi.
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