Unica luce luminosa della trasferta mondiale in occasione del Campionato del Mondo 100 km 2011 a Winschoten (NED), è stato il doppio Oro conquistato da Giorgio Calcaterra (campione del Mondo ed Europeo 2011).
Ma sappiamo che Giorgio Calcaterra non fa testo: ha la stoffa del grande Campione, del fuoriclasse, e non ha bisogno di essere inquadrato in un team per fare il suo dovere ed onorare la maglia azzurra che ha indosso.
E, nello stesso tempo, non si può pretendere di finire la gara come Calcaterra, che, apparentemente almeno, appare fresco e riposato e pronto ad essere intervistato stando in piedi con le proprie forze.
No! Bisogna essere preparati a soffrire sino in fondo, bisogna volerlo, sapendo che nelle ultime decine di chilometri c'è da pagare un tributo di sudore, lacrime e sangue. Stando in zona arrivi, si impara molto, vedendo gli atleti dei team nazionali arrivare al traguardo: sono tutti visibilmente provati, non solo per aver corso la loro gara individuale, ma anche per aver cercato di dare qualcosa in più per fare salire con una manciata di minuti o di secondi aggiuntivi la propria squadra nella classifica per nazioni.
A nulla sono valse l'eroica abnegazione dei sopravvissuti alla falcidie del team (nella rosa dei sei, uomini in particolar modo) che avrebbero dovuto concorrere per la classifica a squadra mondiale ed europeo.
Via Antonio Armuzzi, via Francesco Caroni (che pure ha fatto un ottimo IAU World Trail a Connemara - o forse proprio per questo), via Marco Boffo, via Marco D'Innocenti, tutti vittime di infortuni e, forse, dell'umidità e dal caldo imprevisto (superate le prime ore di di gara si è registrata un'elevazione della temperatura sino a 26°).
Rimangono caparbi in gara - con la grande tempra dei campioni (un campione è nel profondo dell'animo uno che sa soffrire in nome d'un obiettivo importante da raggiungere e che a quello è proteso con tutta la sua volontà, anche se la strada da percorrere per conquistarlo esigerà un prezzo) - Silvio Bertone (che possiede una straordinaria capacità di sopportare le crisi), Michele Evangelisti al suo esordio in Nazionale, Ivan Cudin e Andrea Bernabei (duro e determinato, capace di sopportare fatica e sofferenza, pur di arrivare dritto in fondo al traguardo che lo aspetta: poche - forse nessuna - le gare importanti di lunga durata in cui abbia dato forfait).
Loro quattro hanno tenuto sino alla fine, ma troppo distanziati da Giorgio Calcaterra il loro risultato cronometrico non ha potuto contribuire alla costruzione di una bella posizione nella classifica a squadre: peraltro, andati i quattro menzionati sopra, solo il crono di Bernabei avrebbe potuto contribuire e, in ogni caso la squadra italiana, privata di tre risultati regolamentari è stata messa fuori dal computo.
C'è da chiedersi perchè si sia dovuto assistere ad una replica in peggio di quanto avevamo già avuto modo di vedere a Gibilterra. Qui, si è giocato un analogo copione: desolante e mortificante, rispetto al dispiego di risorse messe in campo per generare un buon risultato in cui conta non solo quello individuale, ma anche quello collettivo.
La montagna questa volta ha partorito un topolino, mentre ancora a Gibilterra c'eravamo salvati per il rotto della cuffia.
C'è molto da riflettere su questo andamento: non si può liquidare il fatto, dicendo semplicemente (e sbrigativamente) è stata "sfortuna". In questi casi la sfortuna non esiste, salvo che in circostanze eccezionale e soprattutto non esiste se la sfiga diventa la norma nel plasmare il risultato finale. E nemmeno si possono invocare le condizioni atmosferiche come responsabili del fallimento: è la tempra del runner che deve vincere e, per vincere, deve sopportare...
Ciò appare evidente se consideriamo che molti di quelli che hanno "ceduto" qui a Winschoten si erano tirati fuori anche a Gibilterra - o in precednenti occasioni, come a Torhout (BEL) nel 2009, quando Antonio Armuzzi che era stato considerato potenziale uomo dei record e al quale per questo era stata accordata fiducia sulla parola, visto che non aveva mai completato una 100 km prima di quel mondiale si è clamorosamente ritirato dopo pochi chilometri.
Se un ritiro non dovrebbe destare preoccupazioni, il loro ripetersi (con il coninvolgimento degli stessi attori, per di più), invece sì, dovrebbe preoccupare eccome.
Come se si assistesse al rafforzarsi di cattive e deleterie abitudini (ciò che si verifica nel caso dei giocatori di calcio che troppo pagati e troppo idolatrati, poi - quando arrivano gli appuntamenti importanti - giocano male e in modo inconcludente).
La ricetta per contrastare un simile trend che lascia presagire un decadimento, più che l'attivarsi di circuiti virtuosi di rafforzamento e di crescita?
Difficile dirsi quale possa essere. Certo è che quanto più un sistema si basa sulla discrezionalità dei selezionatori (considerata erroneamente espressione di capacità di giudizio, di discernimento, nonchè frutto dell'esperienza), tanto più risulterà fallace. Se la va, allora va tutto bene: ma è e rimane pur sempre un azzardo.
Probabilmente, bisognerebbe ritornare (o prendere ad applicare) una metodologia che altre nazioni - forse più accorte - già praticano da tempo cioè quella dei trial (nelle varie specialità: 24 ore, 100 km, 50 km), con uno o due eventi deputati alle selezioni ufficiali. Gli atleti selezionati devono essere quelli che partecipano ai trial e che, in essi, realizzano dei tempi minimi. Poi solo se è necessario si potrà implementare la squadra con atleti che hanno indossato precedentemente la maglia azzurra, con elevati coefficienti di affidabilità.
In ogni caso, con questo sistema si abolirebbe la discrezionalità delle scelte che, se non opportunmente regolata, rischia di trasformarsi in arbitrio, perchè sarebbero i numeri a parlare e a guidare la scelta: e, inoltre, questo tipo di selezione, impegnerebbe gli atleti a mostrare al massimo la propria tempra senza edulcorazioni e senza aver la tentazione di indulgere in inopportuni "ozi di Capua", visto che allo stato attuale tra i criteri di selezione c'è quello dell'aver completato con un tempo "interessate" una 100 km o una 24 ore (per gli atleti da selezionare in questa specialità) negli ultimi 18 mesi, oltre alla valutazione della capacità dell'atleta di riconfermare il proprio risultato (criterio quest'ultimo non sempre soddisfatto al 100%: vedasi il caso di Antonio Armuzzi, selezionato a far parte della delegazione italiana nel 2009, ma senza aver mai completato prima una 100 km, solo "sulla fiducia".
Un sistema dei trial, avrebbe il vantaggio di consentire a tutti quelli che ambiscono rappresentare l'Italia nei campionati del Mondo di cimentarsi, avendo lo stimolo a far bene. E ciò significherebbe implementare il pool di atleti tra i quali effettuare la scelta, mentre adesso di volti nuovi (e soprattutto di forze nuove) se ne vedono davvero pochini.
A riprova di ciò, si può aggiungere che secondo italiano classificato (e 16° assoluto, con il crono 7h09'39) è stato Daniele Palladino che è venuto a Winschoten fuori delegazione per partecipare al Campionato Mondiale Master 100 km e che ci ha regalato la soddisfazione di una medaglia di bronzo sul podio mondiale per la categoria Master M40.
Bravissimi sono stati Ivan Cudin (un vero campione) che, però, ha delle andature più lente per potere essere davvero competitivo in una 100 km mondiale e Michele Evangelisti nel suo esordio in un Campionato del Mondo, entrambi - fuori dal team dei sei, hanno onorato la maglia che portavano, per non parlare di Silvio Bertone che, pur Capitano delle delegazione maschile, è stato escluso dalla rosa dei 6 atleti scelti a far parte della squadra, perchè non aveva i tempi, o del già citato Andrea Bernabei, uno che non molla mai (e questa volta ha sofferto parecchio per i crampi, ma senza cedere).
Ecco, ciò che è necessario è attuare una strategia di maggiore modestia e prudenzialità nelle scelte, evitando la hubrys di puntate azzardose.
Dispiace sentir dire da Michele Evangelisti poco dopo il suo onesto (perchè sofferto sino all'ultimo, avendo rinunciato al sogno di fare il suo tempo) arrivo al traguardo in 7h55': "Non toccava a me di essere scelto a far parte della delegazione nazionale. Avrebbero dovuto convocare al posto mio Daniele Palladino. E dirò di più: avrebbero dovuto inserirlo nella squadra dei sei uomini. Avrebbe avuto un senso".
Le donne, invece, si sono comportate con grinta e determinazione, come sempre del resto. Tre le ritirate: Francesca Marin (al suo esordio in nazionale, brilllante, ma piegata da un malessere), Cristina Zantedeschi e Noemy Gizzi, mentre le altre hanno portato avanti la loro gara con determinazione e coraggio, così come si era visto a Gibilterra: soltanto che senza il contributo decisivo della fuoriclasse Monica Carlin, assente per infortunio, il loro contributo non è servito a portare avanti la squadra italiana e magari a farla salire sul podio europeo, se non su quello mondiale.
Su questo tema, sarebbbe bello, se si attivasse un dibattito costruttivo: inviate i vostri contrinbuti alla mail maurcrispi@gmail.com e saranno pubblicati.
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