L'articolo di Andrea Furlanetto (Cultura e politica dello sport: le medaglie olimpiche si vincono pianificando lo sviluppo sportivo),pubblicato pochi giorni fa ha suscitato molto interesse, stimolando un ampio dibattito. Ed ecco, proprio a partire dal contributo di idee scaturite dal dibattito, un ulteriore riflessione in cui Andrea Furlanetto tira le fila del dibattito che si è attivato, aggiungendo altri spunti.
(Andrea Furlanetto) Ringrazio tutti per le interessanti considerazioni, sono davvero lieto per la discussione che si è generata, una volta tanto non legata all'ultima medaglia o all'interrogatorio di uno scommettitore. Non scriverò nulla sul caso Schwazer, perché è inutile parlare di un fatto d'attualità nel quadro di un'analisi di lungo periodo.
Qualcuno (Matteo Marti) ha sollevato un paio di temi molto utili. Il primo è la 'condizione di maggior favore' che i giudici garantiscono alla squadra di casa. Questa considerazione, anche se non del tutto pertinente al tema, è interessante perché i giudici sono – per loro stessa missione – conservatori. In conseguenza di ciò, si rivelano sempre più benevoli con l'atleta che è espressione della scuola più blasonata: la ginnasta italiana si deve inchinare di fronte alla russa, lo schermidore giapponese paga di fronte all'italiano. La soluzione sta nell’introduzione di maggiori supporti tecnologici, ma gli sport a contenuto estetico (tuffi, ginnastica, pattinaggio, …) e quelli di combattimento restano sempre molto soggettivi e manipolabili.
Il secondo tema di rilievo riguarda la Germania. Qui vado a precisare un ragionamento che ho solo accennato nella nota originaria. Mentre nella Repubblica Democratica Tedesca lo sport era un veicolo di propaganda, nonché uno dei pochissimi modi per ottenere prestigio sociale e successo economico, nella Germania di oggi un giovane ha numerosi modi per affermarsi. Il mio capo, ad esempio, assieme a tre amici ha creato un software 11 anni fa, poi un altro, poi ne ha arricchito le funzionalità e oggi danno lavoro a circa 250 persone. I Tokio Hotel hanno scelto una strada alternativa e, forse senza meritarselo, hanno addirittura più fan del mio capo.
Una società opulenta, se non ha il germe della cultura sportiva, presente in Paesi come il Regno Unito, ricordato giustamente da Mark McStrachan e Rosanna Bandieri, al quale io aggiungerei i Paesi Nordici e gli Stati Uniti, non distoglierà i suoi migliori virgulti dalla scuola (tema che anche Agnese Amorosi e Noemi Morelli riprendono con sfumature diverse). In altre parole, o esiste un sistema Paese che considera lo sport come uno degli elementi chiave per formare i cittadini, oppure questa attività diventerà collaterale e sarà praticata solo da due tipi di individui: quelli baciati dal talento e quelli talmente brillanti a scuola e talmente amanti dello sport da vincere l'ostilità che è così comune tra gli insegnanti e non infrequente tra i genitori. La cultura sportiva si sposa, poi, alla tematica delle tradizioni sportive di ogni Paese/Regione, che sarebbe davvero interessante da approfondire e offrirebbe molti parallelismi con la specializzazione industriale. Forse un giorno mi verrà voglia di approfondire questo tema e cercare una correlazione tra gli elettrodomestici di Fabriano e le fiorettiste di Jesi...
Desidero anche riprendere il post di Ame, che condanna senza appello lo sport 'rosso'. Credo che vi sia un pesantissimo errore di fondo. Il doping di Stato spiega solo alcuni successi, molto più spiega l'attenta opera culturale e di selezione, ripresa recentemente dai Cinesi.
Sottolineo che molti atleti di punta dei Paesi di matrice comunista hanno poi avuto notevoli successi in campo politico ed organizzativo nei loro Paesi, anche dopo il crollo dei regimi totalitari nell'Europa Orientale. Kratochvilová, Borzov, Blokhin, Belov sono solo alcuni esempi di persone che al talento abbinano cervelli non da poco. Il cliché dello sportivo bollito non attacca molto. Per contro questo si spiega, ancora una volta, con il fatto che i migliori talenti erano impiegati presso i club sportivi centrali di Esercito, Polizia, Sindacato, eccetera. Venivano mandati alle migliori scuole, per assicurare da una parte la fedeltà alla causa e dall'altra una presentabilità anche mediatica.
Questi ragazzi venivano forgiati per diventare ambasciatori dei loro gloriosi Paesi, esempio di ogni talento e virtù, sia ad uso del mercato interno, e sia per gli osservatori internazionali. Spero che questo tranquillizzi anche Nicola Pamme: fare la somma delle medaglie dei Paesi ex-Sovietici significa amalgamare una scuola e un'organizzazione che – prima del 1989 – selezionava in tutto il territorio le persone più adatte e portava alle olimpiadi i più meritevoli, i più allenati, quelli con la migliore possibilità di vincere. Le triplette sovietiche non erano poi così rare, quindi il rischio di ‘somma alla TG2’ è relativamente basso nello specifico.
Con un pizzico d’ironia, ricordo ad Ame Bonfanti che l’Italia continua a rimanere l’unico Paese occidentale in cui parte di questo concetto funziona ancora: gli sportivi vengono impiegati nei Gruppi Sportivi delle diverse Forze dell’Ordine e si allenano sostanzialmente a tempo pieno, regolarmente retribuiti con fondi pubblici, pur senza svolgere, di fatto, servizi normali e mettendosi la divisa solo per le visite al Quirinale, i matrimoni e qualche comparsata televisiva.
Questo spiega sicuramente parte del compiaciuto stupore che abbiamo tutti, non solo Mark, quando assistiamo ai successi olimpici di questi campioni misconosciuti.
Purtroppo, però, in Italia ci preoccupiamo solo del corpore, la mens resta alla buona volontà del singolo… Ciò vale tanto per gli atleti, che non sono sempre brillantissimi, quanto per il pubblico, che li attacca indiscriminatamente se arrivano quarti (al mondo, lo ricordo) e che, generalmente, pensa a loro come a dei privilegiati, dimenticando che dietro a qualche giorno di gloria ci sono – mediamente – 10 anni di preparazione, fatti di circa 300 giorni lavorativi da 4-8 ore, volti a portare il corpo oltre i confini dell’ordinario.
Chiudo come avevo chiuso anche qualche giorno fa: cioè con la Cina. Credo che Mark e Noemi abbiano correttamente colto ciò che sta accadendo: selezione accurata, formazione psico-fisica strenua, facendo leva sulla voglia di emergere di una popolazione che si avvicina per la prima volta al concetto di ‘consumo’.
Oltre a queste leve, giocano molto anche sulla tecnica, tanto per dire Damilano sta allenando i marciatori cinesi, non quelli italiani…
E Lippi allenerà a Guangzhou in cambio di 10 milioni di euro. La storia si ripete, come considero abbastanza fantasiose le ipotesi di eugenetica: fino a due-tre anni fa, sia l’uomo più alto che l’uomo più basso del mondo erano cinesi.
Questo la dice lunga sulla varietà di tipi umani che si possono selezionare in quel paese. Semmai, vorrei farvi notare che stanno arrivando molto più lentamente agli sport di squadra e – ancora – credo di trovare la spiegazione in due fatti: il primo è legato alla necessità di selezionare non un individuo ma una squadra di individui naturalmente dotati, il secondo è che in queste discipline le componenti non allenabili (spirito di squadra, solidarietà, flessibilità, malizia, intelligenza tattica) sono molto più rilevanti che in altri sport.
Ma non rilassiamoci troppo: prima o poi vinceranno anche nell’hockey su ghiaccio, e prima o poi San Marino vincerà quella medaglia che ha sfiorato pochi giorni fa (Vedi: La medaglia sfuma per un soffio. Alessandra Perilli quarta alle Olimpiadi).
L'immagine: Manifesto della 2^ Spartachiade dei Sindacati. Alle Spartachiadi del 1967 parteciparono 85 milioni di persone.
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