I comunicati ufficiali e gli articoli degli organi di stampa di rado danno un'idea completa di una gara podistica sulle lunghe distanze, perchè si concentrano sui risultati cronometrici dei primi mentre tutto il resto viene rappresentato, in genere, in termini elogiativi e agiografici.
I racconti di chi ha partecipato spesso sono utili per comprendere meglio la qualità dell'organizzazione e evidenziano come gli aspetti logistici che sembrano sempre ottimi agli atleti che stanno nella testa della corsa o che hanno tempi di percorrenza nella maratona sino alle 4 ore, spesso lasciano a desiderare dal punto di vista dei podisti più lenti, specie quando il tempo limite è piuttosto ristretto.
Il racconto di Giuliana Montagnin che, quest'anno, ha deciso di partecipare alla Maratona di Trieste, rinunciando per questo motivo alla 6 ore dei Templari una tipologia di gara che le viene più congeniale, mette in luce - drammaticamente - proprio la scarsa considerazione (e lo scarsissimo livello di assistenza) che viene riservata ai podisti più lenti, quelli che viaggiano nella coda della corsa.
Il bilancio finale di Giuliana Montagnin (un bilancio che si duole ad esprimere, perchè riguarda la maratona della sua città) non è confortante. Alla luce dell'esperienza, Giuliana dice: "Mai più! Sulla maratona di Trieste ci ho messo una pietra sopra e certamente non la consiglio ai podisti lenti e a tutti quelli che non sono più che certi di finirla sotto le 5 ore".
Ed ecco il suo racconto.
(Giuliana Montagnin) Per me, quest’anno la scelta di partecipare alla maratona di Trieste è stata dettata da motivi sbagliati, innanzitutto perché sapevo che la partecipazione non sarebbe stata massiccia e il termine massimo di 5h30’ era abbastanza categorico, dopo il quale ci sarebbe stata la riapertura della strada e la ripresa conseguente traffico veicolare, accoppiato ad una certa trascuratezza da parte dell’organizzazione nei confronti degli ultimi atleti. Avere un tempo limite così stretto da parte dei maratoneti più lenti, è un appesantimento, anche per motivi prettamente psicologici. Ho fatto alcune maratone sotto quel limite, ed in alcune “6 ore” podistiche ho superato la maratona in 5 ore – 5h 10’ (potevo seguire in queste occasione la progressione della gara nel monitor piazzato al transito degli atleti, dal quale si potevano vedere i giri fatti e il conteggio dei chilometri percorsi, ma in queste circostanza correvo rilassata: è l’idea stessa del limite che incombe su di te a mettere angoscia.
Per quanto concerne la zona dal Castello di Miramare fino all’arrivo nella città non ci sarebbero stati problemi, c’è il marciapiede, il problema era prima degli 8 km finali, praticamente una strada statale non adatta a pedoni.
Intanto circa un mese prima avevo partecipato alla 24 ore di Torino, con 119 km percorsi (e se non fosse stato per il caldo micidiale avrei fatto sicuramente 5 o 10 km in più: ecco questi sono i miei limiti e li riconosco) e quindi ho riposato un po’ ovviamente, ma forse troppo poco.
Non sono talmente forte da fare tranquillamente una 42 km ogni settimana o ogni due come fanno alcuni dei nostri conoscenti: io ho bisogno di recuperare.
E qui ho sbagliato: il recupero è stato poco, pensando a Trieste. Un mio amico che solitamente fa le maratone in 3h30’, mi ha spronato a partecipare egualmente, perché in quiesta occasione, pur essendo più veloce, si era proposto di accompagnarmi, adattandosi alla mia andatura e, nel caso, spronarmi a fare almeno il personale di 4 e 58.
Avevo fatto alcuni lavori veloci, appunto come viene consigliato nelle tabelle in genere; tutto sembrava positivo e non avvertivo alcun dolore, ma in realtà - alla luce dei fatti - avrei dovuto riposare il più possibile e magari partecipare egualmente per finirla in 5h40’, senza sentirmi assillata da quel limite e non sarebbe caduto il mondo.
Quattro giorni prima della gara cominciai ad avvertire un dolore leggero ma fastidioso dentro il gluteo, ma non era stata una fitta forte, piuttosto una cosa leggera e a riposo (però sinonimo di qualcosa che non va). Per questo, ho riposato gli ultimi giorni, ma non è servito a nulla, anche da ferma o da seduta o a letto sentivo il dolore.
Veniamo alla gara. Fin dai primi chilometri avvertivo il dolore; e allora decidemmo di correre dietro i pacemaker delle 5 ore. Scelta sbagliata pure questa: per conto mio, anche loro andavano troppo forte, tanto che verso la fine uno ha avuto problemi e l’hanno conclusa camminando per molti chilometri. Anche loro non sono stati lineari: poco avveduti, son partiti troppo forte, e poi l’hanno finita 1 o 2 minuti sotto le 5 ore.
Alternavo un po’ la corsa, un po’ il cammino: così facendo, credevo di poter tenere il dolore sotto controllo, mentre invece mi accorsi che non era cosa fattibile. Già al 15° km, chiesi consiglio ai medici dell’ambulanza che mi fecero alcune domande e, come d’uopo, mi visitò una dottoressa e disse che probabilmente si trattava di una contrattura, dandomi alcune gocce sublinguali che avrebbero dovuto fare effetto in cinque minuti come antidolorifico.
Proseguimmo camminando, io decisa a vedere come andava per 10 o 15 minuti, se riprendevo a correre pianino o se era meglio rinunciare.
Non era mia intenzione di farli penare a lungo.
E qui cominciò un’avventura che, per fortuna, finì non troppo male, ma che con il nostro ritiro, poteva andar peggio.
Mentre noi parlavamo con l’ambulanza un furgoncino nero (servizio scopa, ma così nero pareva un raccogli-cadaveri o un carro di monatti) seguiva l’ultimo atleta.
Il guaio era che l’ambulanza ripartì e noi ci trovammo completamente soli abbandonati da tutto. Niente cellulare e niente soldi, sperduti con pochissima acqua, un sole cocente che ci batteva sulla testa e la certezza che più avanti stavano già smontando tutto e ci facevano dunque terra bruciata: segnaletica, ristori tutto.
Panico: Eravamo ancora a Monfalcone periferia, solo auto che sfrecciavano e non c’era anima viva. Abbiamo pure sbagliato direzione (a lungo andare ci saremmo trovati dinanzi la Torre di Pisa?)
Fermammo un auto, che ci diede un passaggio fino al punto certo del percorso maratona, al 20° km fummo intravisti da un motociclista dell’organizzazione che, per scrupolo, controllava che non ci fossero alcuni disperati. Si fermò e aveva un cellulare. Noi gli spiegammo il tutto e, quindi, chiamò i soccorsi: ovviamente, ci ritiravamo, la situazione era divenuta insostenibile.
Io avrei camminato anche fino a Trieste con le mie gambe, ma il mio amico aveva lasciato una borsa a casa mia ed il posto in treno prenotato alle 17.00.
Il motociclista fu gentile e, poiché sotto il sole ci si cucinava, mentre all’ombra avevo i brividi, mi diede il suo giubbotto imbottito e una bottiglia d’acqua, rimanendo con noi fino all’arrivo dei soccorsi.
Che fine avremmo fatto?
Dopo il colloquio con l’ambulanza, ci avevano completamente dimenticati, non c’era anima viva. Non ho idea di quante ambulanze avessero, ci son stati tanti malori per il caldo durante la gara: maò possibile che non ci avessero seguito almeno per una decina di minuti per darmi modo di decidere: o riprendevo oppure mi ritiravo!
Chi ci ha soccorso, alla fine, con un furgoncino privato?
Uno della mia società (e non della Bavisela) che, allertato da un via vai di telefonate, si è offerto di venire a prenderci a 20 km da Trieste.
Facemmo tutto il percorso della maratona e non c’erano più atleti ovviamente. Dopo il Castello ci fermammo al lato della strada e Claudio Sterpin era lì che marciava a tutto spiano o ultimo o penultimo e Sandro che guidava il furgoncino gli passò una borsa con un paio di scarpe di ricambio. Proseguimmo nuovamente sempre seduti nel furgoncino ed arrivammo a destinazione in Piazza Unità 5 ore dopo lo start.
Sterpin l’ha conclusa sotto le 5 e 30 di poco, l’ultimo è stato comunque messo in classifica con 5 e 45’.
Non voglio né lamentarmi né fare commenti, ho solo esposto i fatti che parlano da sé.
Non ho neppure scritto nulla di protesta al quotidiano “Il Piccolo” di Trieste.
Ho solo fatto una croce su questa maratona.
E’ finita bene, il ragazzo è stato veramente solidale, un vero amico, gli avevo più volte detto di farla solo con la sua velocità, ma lui non ha voluto, non aveva neppure le chiavi di casa mia e dunque dovevamo rimanere assieme.
Per tutto questo, ho un po’ il rimpianto di non essere andata a Banzi per partecipare alla 6 ore dei Templari perché, innanzitutto, sarebbe stata una gara fra amici e lì non sarei partita forte, chissà, forse, non mi sarei nemmeno infortunata; forse non avrei fatto neppure 42 km in 6 ore, forse solo 39 o 38, ma che importa? Indubbiamente, mi sarei divertita di più, perché in un circuito breve sei sempre assistita comunque, se hai problemi ti fermi e dopo un chilometri hai sempre a disposizione la tua borsa.
Pazienza è andata così.
Morale della favola: la maratona di Trieste è bella e “discretamente ben organizzata”, però se una podista sa di essere lento è meglio che non partecipi. Del resto il proverbio recita: Uomo avvisato, mezzo salvato…


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