(E.C.) In tanti sostengono che la corsa rende pazzi, folli, a volte incoscienti. A me piace sostenere che sono i folli ad innamorarsi della corsa. Ho imparato a guardare questa disciplina come un contenitore dove infilare tutti e sentimenti e tutte le emozioni che le vita mi regala. Praticando la corsa giorno per giorno, con essa vivo le mie giornate. Non manca mattina in cui correndo non penso a quanto dovrò fare o a quanto ho già fatto.
I miei racconti e le mie storie prendono forma proprio mentre pratico la corsa e si sposano volentieri con la fatica e la solitudine delle gare. Scopro sempre più spesso che anche altri appassionati vivono la fatica e la solitudine come me, cercando di trarre vantaggio da quel senso di beatitudine che immancabile sopraggiunge dopo lo sforzo. Chissà, magari la corsa potrebbe essere inteso come cura per molte malattie della mente, come calmante e sedativo dei cattivi pensieri.
E vogliamo parlare del forte senso di aggregazione che sviluppa?
Ho conosciuto una donna durante una gara a Sciacca il 1° settembre di quest’anno.
Una donna allegra e gioiosa, “fuori dalle righe”, come ama definirsi lei: Giuseppina Caldarella (Mina per gli amici) della ASD Marathon Athletic Avola. Tra noi due, così diverse eppure così simili è subito nata una sincera amicizia fatta di stima reciproca.
Qualche giorno fa Mina mi ha chiesto di raccontare la vita di suo padre attraverso questo Magazine.
La storia di Sebastiano è quella di una vita intensa vissuta tra mille vicissitudini, costellata da grandi sacrifici, mortali dolori e incredibili rinunce. Prima ancora che finissi di leggere il racconto che mi scriveva Mina mi chiedevo come aveva fatto questo piccolo grande uomo a sopravvivere a tante vicissitudini senza diventare pazzo.
La risposta arrivò da se man mano che continuavo a leggere. Scopriamo insieme chi o cosa ha salvato Sebastiano attraverso le belle parole della figlia Mina.
(Giuseppina Caldarella) “Mio papà, Sebastiano Caldarella, nacque ad Avola 78 anni fa da Carmelina e Ferdinando. Il più grande dei fratelli, alla tenera età di otto anni –quando gli altri bambini, soprattutto ai nostri giorni, vivono in casa confortati dall’amore dei genitori- si imbarcò come mozzo in un peschereccio senza permesso dei genitori.
Al suo rientro portò con se la paga di un adulto, diligente e laborioso conquistò nuovamente la fiducia dei genitori che gli avevano perdonato la fuga. Papà non era un amante della scuola, aveva un carattere irruento: litigava con gli insegnanti, odiava le regole e le punizioni, fu per questi motivi che mio nonno Ferdinando – uomo molto conosciuto in paese, rispettabile lavoratore e a capo di una ditta di agrumi- iniziò a farlo lavorare, ancora in giovane età, con il compito di bracciante per la raccolta degli agrumi. Ma il nonno non facilitava il lavoro a Sebastiano che preferì andare a lavorare presso delle altre ditte purchè non si pensasse che lui fosse il “cocco di papà”.
Lavorava con serietà dando il meglio di se stesso, arrivando cosi presto allo stesso livello del padre.
Non era più un adolescente quando si innamora di Corradina: una sartina.
Dal loro amore nasce Carmelina, una splendida bambina dagli occhi verdi.
Sebastiano era finalmente felice, e tutte le mattine prima di recarsi al lavoro guadava la bella Carmelina promettendole una vita serena.
A soli sei mesi la bambina morì a causa di una febbre altissima.
Sebastiano non pianse ma diventò un uomo duro, severo, anche con se stesso. Si rifugiò nel lavoro, viveva poco in casa, nel frattempo naquero altri tre figli ma lui –pur non facendo mancare nulla alla famiglia- non riusciva ad essere aperto ed affettuoso.
Il dolore per la perdita della sua amata Carmelina lo tormentava. Iniziò a praticare dello sport, dapprima avvicinandosi al ciclismo, in seguito iniziò a camminare.
Scoprì il piacere del camminare provando a tornare a casa dal lavoro a piedi e sembrava che questo lo soddisfacesse.
Cominciò a fare sempre più chilometri e tornando a piedi dal lavoro rientrava a casa più soddisfatto.
Iniziò così a pensare di coprire la stessa distanza correndo.
Cominciò a correre seriamente, dapprima da solo, anche durante le lunghe notti d’inverno attirando le critiche della moglie, dei figli, e dei fratelli che lo scoraggiavano, giudicandolo pazzo e ritenendo che, dopo la fatica del lavoro, quella della corsa potesse ammazzarlo.
Ma Sebastiano diede prova di coraggio e determinazione già a otto anni, quando volle imbarcarsi ed adesso non sarebbero state le critiche della famiglia a fermarlo.
Si trovò solo a combattere questa battaglia e l’unica persona che lo incitava e spronava nella corsa ero io: la piccola Mina.
Gli feci capire che se la corsa gli dava felicità e non doveva abbandonarla.
Un giorno ci trovavamo in un bar a fare colazione quando incontrammo dei runner -tra cui il noto Paolino Rossetto- ebbi come un’illuminazione: chiesi a Paolino di far iscrivere papà nella sua squadra, in modo che non dovesse più correre solo.
Iniziò così l’avventura: Sebastiano venne iscritto nella squadra di Pippo Passanisi e, pian piano, raggiunse la stima di tutti raggiungendo ottimi livelli.
Grazie alla corsa ritornò ad essere quello di un tempo: un uomo solare, altruista, affettuoso.
Nei suoi occhi non c’era più quel velo di tristezza, quel dolore che lo avevano accompagnato in tanti lunghi anni. Il lavoro, i fratelli, la famiglia non erano riusciti a dargli ciò di cui aveva bisogno: le ali!
Mio papà è un angelo con le ali ai piedi, adesso quando corre vede il viso dolce di Carmelina ed i suoi luminosi occhi verdi”.
(E.C.) Non basterebbero anni per raccontare la storia di quest’uomo, unica ed irripetibile come quella di tanti altri, ma sono bastate poche righe per dare forza alla mia convinzione: la corsa salva la vita, la corsa cura le tue ferite, la corsa ti cnsente di mettere un paio di occhiali diversi per guardare il mondo, la corsa ti mette addosso le ali della libertà!
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