Tutto il mondo di corsa è eguale, per alcuni versi. Ma per alcune cose si possono notare delle differenze marcate.
Ma delle differenze saltano subito all'occhio. Disposte ben visibili ci sono i WC chimici, in una lunga fila (saranno almeno 15, se non venti). E tutti fanno ordinatamente la fila per le "rifiniture " del caso.
La fila è davvero smisurata e si ha la sensazione che non potrà essere smaltita prima dello start.
Ciò nonostante sono tutti a far la fila: e non c'è nessuno - dico nessuno - che si apparta in un luogo recondito per i propri impellenti bisogni (civiltà britannica!).
Poi, c'è un ampia area transennata, dove - sul prato - sono stati disposti dei teli e qui si consegnano i propri effetti personali: borse e quant'altro. Qui, non c'è coda da fare, si arriva alla spicciolata e si consegna ciò che c'è da consegnare. Ma anche in questo caso con molto ordine e senza accalcarsi.
I Marshall sono sparsi lungo tutto il percorso e presiedano gli incroci e i passaggi pedonali, facilitando l'attraversamento dei runner e blocccando il passaggio delle auto quando è il caso di farlo.
Quindi, non ci dobbiamo sorpendere più di tanto quando simili fenomeni accadono in Italia.
Ma una delle cose più sorprendenti e che, oltre all'ambulanza ferma a bordo campo per eventuali emergenze, vi è un servizio di ambulanza "ciclo-montato" costituito da un team di due e attrezzato di tutto il necessario per gli interventi di mantenimento delle funzioni vitali, in caso di necessità.
E, poi, ultima notazione, ciò che marca una differenza è l'atmosfera generale.
Tutto, rispetto all'Italia, si svolge in toni sommessi, senza retoriche altisonanti, con premi offerti ai primi tutto sommato modesti (considerando l'entità della manifestazione, quanto a numero di partecipanti): insomma, un modo di dar vita ad una manifestazione di podismo amatoriale, compassato e misurato, con un impianto organizzativo agile, non pretenzioso, gestito esclusivamente da personale volontario (i "marshall" di cui si è detto).
Ognuno sa comportarsi nel modo giusto e sa quando non è il caso di invadere certi spazi. Tutto è affidato al senso di responsabilità personale.
Come anche, ciò che sorprende è la convivenza di pratiche sportive diverse, senza transennature e senza "enclosure" di sorta.
Poco più in là ci sono dei giocatori di foootball che stanno facendo una partita - mentre ancora più in là - c'è una partita di Rugby. E il percorso di gara passa rasente a questi campi di gioco.
In Italia, apriti cielo, invece! Quante volte, dalle nostre parti, si sente dire che una certe manifestazione non è stata autorizzata, perchè ce n'era un'altra in concomitanza? Troppe, indubbiamente.
Ecco il nodo cruciale che fa la differenza: il più delle volte, per organizzare un evento sportivo, non è necessario chiedere un permesso, lo si organizza e basta.
Solo quando entra in gioco, in maniera significativa ed imponente, una possibile compromissione della viabilità cittadina per via del "peso" della manifestazione (facendo un esempio limite, pensiamo alla London Marathon) allora le autorità cittadine entrano in gioco, ma non per rilasciare autorizzazioni, ma per offrire soluzioni ai problemi che potrebbero pesare maggiormente.
E, in questo approccio, c'è una differenza abissale: nessuno qui che voglia organizzare eventi sportivi deve mai confrontarsi con un mero esercizio d'autorità degli Amministratori che è, spesso, quello che si dispega - fine a se stesso - nei contesti italiani.
Tutto ciò fa sì che gli eventi come quello a cui assistito siano eventi "sentiti" da tutti e non frequentati dai soli atleti. In modo rilassato, la gente arriva, partecipa e se ne va, avendo goduto di una bella giornata, per poi magari soffermarsi a tracannare una bella birra (e questo fa parte dei rituali condivisi con alcuni dei runner italiani): e a Richmond-Upon- Thames, il cui centro storico, piccolo ed elegante, è pieno di pub tradizionali, non manca certo la scelta.
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