Giuliana Montagnin ha partecipato lo scorso 26 giugno alla sua prima Pistoia-Abetone, arrivando al traguardo finale dopo circa 8 ore di gara. Ce l'ha fatta ed è stata soddisfatta di avere centrato il suo obiettivo: arrivare al traguardo e vincere la sfida con se stessa. A volte lo spettacolo dei top runner con le loro andature brillante e con le loro grandi performance oscura la prestazione di quelli che arrivano alle loro spalle e che, in verità, poi con il loro esserci danno numero, consistenza e spessore alla manifestazione podistica in corso.La maggior parte dei podisti amatoriali danno prova di abnegazione e di coraggio, stando sulle loro gambe per tempi molti lunghi dei podisti veloci e, semplicemente all'inseguimento della propia personalissima meta: arrivare sino in fondo, vincendo crisi ed incertezze, senza mai mollare.
Di seguito, il bel racconto della triestina Giuliana Montagnin.
Domenica 26 giugno ho partecipato alla 36^ edizione della Pistoia Abetone.
E’ stata la mia prima esperienza di corsa in salita, salita nel vero senso della parola. Ricordo ancora la mattina in cui decisi di parteciparvi. Ero un po’ “stressata” sul lavoro dal chiacchiericcio continuo di alcuni colleghi, non riuscivo a concentrarmi su ciò che stavo facendo e, durante una pausa, mi sfogai al telefono con mio marito: Se oggi mantengo la calma, mi iscrivo all’Abetone e la faccio in meno di 3 ore…
Ma dai, mi rispose, voglio vedere. Ma il tuo sogno non era la 21 km Bormio–Passo dello Stelvio? Aveva ragione, quella è sempre stata la gara dei miei sogni, però la scartavo continuamente, considerandola un’impresa impossibile.
Sapevo che parecchi amici avrebbero partecipato alla Pistoia Abetone e mi venne voglia di incontrarli nuovamente. Mio marito mi prese in parola e cominciò ad interessarsi a tutto quello che potevamo vedere a Pistoia e dintorni: Siena, Vinci, Certaldo, Collodi.
Cominciai a prepararmi moralmente, più che fisicamente: preferisco le gare lunghe su circuiti piatti, 50 km è poca cosa dopotutto, e un po’ di salita? Non sarà certo la fine del mondo. Sapevo già che due settimane prima avrei affrontato la “24 ore di Milano”: dunque, avrei avuto tempo per un bel riposo di una quindicina di giorni e poi la bella scalata.
È chiaro che non mi proponevo un tempo cronometrico favoloso: volevo arrivare alla fine senza distruggermi. Sono matematicamente certa che se non avessi avuto esperienza alle spalle di parecchie “24 ore” e di un paio di “12 ore”, ad un certo punto forse avrei ceduto allo sconforto.
La fatica è stata grande.
Start alle 7.30 del mattino da Piazza del Duomo a Pistoia, una giornata bellissima. Non ho sofferto molto il caldo, il ritmo era lento, le forze occorreva dosarle per tante ore, presto – quasi subito - si è cominciato a salire. Il caldo - e lo avevo preventivato - era un caldo secco, gradevole. Meglio per me, perché non amo le giornate afose della mia città.
I miei pensieri durante la corsa?
Le mie fantasie sono assurde, ma mi hanno sempre aiutato a non mollare. MAI. Ricordai una gara estiva serale nella mia città, Trieste, una gara di 5 km, umidità al 70-80%, 30 gradi - e oltre - alle 9.00 di sera. Gli atleti che partirono a razzo, ed alla fine del primo giro (3 in tutto) lo speaker, volendo allietare la folla, mi apostrofò: Ma signoraaaaa… ha già finito il carburante? Innestai una marcia più corta e ripartii a correre, giungendo ultima al traguardo col morale a pezzi.
Questa è stata una gara ben più gratificante, perché alternando un po’ il cammino un po’ la corsa sono salita fino alla vetta: e l’idea di un eventuale ritiro non mi ha mai sfiorata, per quanto fosse ardua la pendenza che dovevo affrontare, mi ripetevo che, in fondo, si trattava di soli 50 km… Sono abituata a momenti di crisi e a riprese inaspettate, e ore e ore di corsa lenta, per me, non sono mai state un problema.
Percorso bello, ristori ottimi,
Nei momenti in cui una persona sta per cedere, io comincio a macinare altri pensieri paradossali: Ritirarmi? Ma neanche per sogno, soffro il mal d’auto (e anche ingigantivo questo mio timore, ora non lo soffro più di tanto), tutti questi tornanti… farmi rimorchiare dal servizio scopa? Ma non se ne parla proprio, li faccio a piedi piuttosto che in auto. E in bici? Sai che fatica? e poi non ci so andare tanto bene.
Mi è venuto in mente un giorno di tanti anni fa, in auto verso le montagne del Trentino, lo stomaco che faceva le bizze: Ti prego raddrizza la strada, chiedevo con un filo di voce, e sapere che non puoi scendere dall’auto e proseguire a piedi! Sui tornanti dell’Abetone, invece, galoppare all’aria aperta non ha prezzo, mi sentivo la persona più felice del mondo, libera da tutto.
Aiuta molto psicologicamente vedere i cartelli ad ogni chilometri e, verso la fine, dici a te stesso: Ormai ci siamo. E così, tra corsetta e cammino, cammino e corsetta, sono arrivata agli ultimi due chilometri.
Non avendo mai fatto prima la Pistoia-Abetone non sapevo cosa mi aspettava negli ultimi 2000 metri: ormai la strada sembrava quasi piatta. Incredula, cercai di fare mente locale e di visualizzare il profilo altimetrico, ma dalla stanchezza non ricordavo più nulla: eppure a casa l’avevo studiato mille volte, a tavolino. E se gli ultimi metri mi ritrovo una pendenza del 16%?
Ripensai a Trieste, dove abbiamo il campo sportivo situato su una collina e a quante volte me la sono fatta di corsa, quella strada, con le borse a tracolla, assillata dal timore di perdere l’autobus… Dai ancora 200 metri! Daiiii che perdo l’autobus.
Nonostante i folli sogni irreali, ero pienamente cosciente che mio marito mi attendeva con l’auto lassù sulla vetta, anzi lui a piedi mi era venuto incontro un paio di km e arrancava in salita per seguirmi: Vai, vaiii manca poco… Forse incredulo pure lui di vedermi corricchiare ancora, dopo così tante ore.
Incurante di tutto (però rassicurata di averlo alle spalle), ho corso lentamente verso il traguardo.
Felice di averla conclusa, perché è una gara che ti dà emozioni che bisogna provare: non è importante il risultato; è più una gara con sé stessi, quando si corre - come me - a livello amatoriale; diventa alla portata di tutti, o quasi - un po’ di allenamento ci vuole, ma soprattutto tanta tanta grinta – e, in più, bisogna amare la montagna ed essere pronti a marciare in salita senza timori, senza mai perdersi d’animo.
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