Nella recente 24 ore di Torino (9-10 aprile), Sara Valdo (Runners Bergamo), 37 anni di Cerea (Verona), è salita sul primo posto del podio femminile, dodicesima assoluta con 160 km: “Dedico la mia vittoria al segretario Iuta Stefano Scevaroli – così Sara Valdo, ingegnere nonché promoter Iuta nel Veneto -, grazie ai suoi preziosi consigli il mio esordio sulla distanza è stato vincente. Volevo correre per 18 ore ma poi ho spinto il mio limite un po’ più in là, fino allo scadere della 24° ora. Sono riuscita a gestire bene le energie e a mantenere un buon passo nonostante un problema a un piede. Il mio sogno è vestire la maglia della Nazionale ai Mondiali di 24 Ore del 2012 in Polonia”.
Questo primo posto era messo nel conto, dunque, perché, nella pianificazione originaria, il senso della sua partecipazione era quello di esercitarsi in un allenamento prolungato, in una progressiva marcia di avvicinamento ad una 24 ore “completa”.
Nelle intenzioni, Sara, seguendo i consigli di Stefano Scevaroli che la segue sotto il profilo tecnico, avrebbe dovuto fermarsi attorno alla 18^ ora..
E, invece, in una giornata micidiale per le elevate temperature, dopo essere stata sin da subito alla testa della corsa ed avere raggiunto la meta delle 18 ore, senza traumi e con mota tranquillità, si è ritrovata a correre per tutte le 24 ore, mantenendo il comando della gara femminile.
Con grande gioia e commozione è salita sul gradino più alto del podio.
Per alcuni versi, si potrebbe dire che Sara Valdo è divenuta “campionessa per caso”.
E non importa che il risultato finale sia molto al di sotto, della MPI femminile nella specialità 24 ore, perché ciòche conta veramente è che Sara Valdo abbia mostrato di essere capace di correre per 24 ore di seguito e, soprattutto, alla prova dei fatti e non semplicemente facendo prima delle dichiarazione e delle stime preventive su di un suo possibile risultato..
Le imprese migliori sono quelle che non sono pianificate prima e, semplicemente, “accadono” o si lascia che accadano, perché – senza averne una precisa consapevolezza – si è pronti perché possano accadere...
A volte volere una cosa con molta volitività, può essere d’ostacolo nella realizzazione di un’impresa, perché si è troppo protesi alla sua realizzazione, al raggiungimento della meta finale.
Chi invece tiene un profilo basso, oppure non guarda al traguardo finale, come una possibile meta, oppure ancora dichiara di non sentirsi ancora pronto, non affronta la gara con Hubrys e con tracotanza, ma modestamente, immaginando di concludere prima del tempo e di uscirne, prima della conclusione.
E’ solo un test, magari si dice come un mantra.
Oppure: “E’ soltanto un allenamento, un po’ più impegnativo degli altri”.
Si deve scacciare la consapevolezza che, a volte, diventa un fardello insopportabile da portare, di essere impegnati in una prova importante in cui si gioca il nostro prestigio e la nostra credibilità di atleti.
Il clima mentale da realizzare deve essere di tranquillità e di serenità: soltanto così accade che non siamo sopraffatti dalla tensione: quella tensione che, a volte, ostacola la prestazione, determina rigidità e finisce pe tagliare le gambe, fiaccando nello stesso tempo lo spirito.
La gara procede bene, perché sin dall'inizio non pensiamo al traguardo finale (che non abbiamo messo in preventivo di raggiungere).
La meta finale viene guardata non con uno sguardo focale, ma viene collocata in una posizione molto periferica dell’orizzonte percettivo.
Se ci si fa caso, questa è una tecnica molto orientale, che potrebbe essere affinata con l’esperienza.
Come nel caso di un abile arciere (vedi il piccolo saggio del tedesco Eugen Herrigel, Lo zen e l'arte del tiro con l'arco, pubblicato da Adelphi), prima di scoccare la freccia rinuncia al progetto - consapevole e focale - di colpire il bersaglio.
Brava, Sara, continua così!!!


Perchè ho dato alla mia pagina questo titolo?
L'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho
creato, con titolo simile ("








