Il 27 gennaio 2013 si è svolta la 14^ edizione della Siracusa City Marathon. Anche Elena Cifali vi ha partecipato, benchè fosse ancora recente la fatica della Maratona di Ragusa, appena 15 giorni prima, tra l'altro realizzando il suo personal best.
Ma, avendo Elena in mente, un progetto podistico ambizioso per il 2013, ci stava anche correre una seconda maratona a così breve distanza di tempo, se non altro come allenamento di "lunghissimo".
Durante questa maratona Elena è andata in crisi: non stava bene e ha sofferto di crampi allo stomaco. Ne ha risentito la sua prestazione cronometrica, ma è arrivata egualmente al traguardo, dando un'ottima prova di carattere (che è la base poi della ressitenza mentale: quando si è capaci di stringere i denti ed andare, mettendo tra parentesi fastidi e dolori o, come in questo caso, dolorosi crampi addominali). Ci ricorda Elena che, quando si corrono le maratone, bisogna sempre ricordarsi (ed essere allenati a far fronte a ciò) che le prime avvisaglie di una crisi sono un'orda di "Cattivi pensieri vestiti di nero".
Ancor più valida è stata la sua prova, considerando che in quest'occasione ha dovuto correre da sola, visto che il suo fidato compagno di corsa Salvatore Crudo, per questa volta ha dovuto rinunciare, a causa di un leggero infortunio.
Ed ecco di seguito, arrivato puntualmente come sempre a distanza di una settimana dalla sua partecipazione all'evento podistico, il suo racconto.
(Elena Cifali) Provate ad immaginare come ci si sente a correre due maratone nell’arco di due settimane, ci siete riusciti ? No ? Poco male, ve lo racconto io!
Questa volta voglio raccontarvi una maratona fatta di momenti e non di soli chilometri e minuti che scorrono inesorabili.
Il momento più bello è sempre quello dell’arrivo, mi vedrete attraversare il gonfiabile sfoggiando uno dei miei migliori sorrisi, come se il tempo e la strada non fossero mai passati sotto le suole delle mie scarpette.
Alzo le braccia e tento di volare, già volo alta perché non sempre è necessario fare i conti col cronometro: sto imparando a correre senza il suo assillo e senza pretendere da me più di quanto io non possa regalarmi. Già, perché la corsa è regalarsi, è donarsi a se stessi e agli altri. Provate ad immaginare (ed in questo momento mi riferisco a tutti coloro che non corrono e che vedendomi in pantaloncini e magliettina 5 mattine la settimana, subito dopo l’alba, col berretto calato sugli occhi nel tentativo di proteggere malamente la testa e gli occhi dal sole e dal vento e ancor più spesso dal freddo gelido di questi ultimi mesi) di essere in un luogo affollato da centinaia di amici, tutti sorridenti, tutti allegri, che trasudano felicità da ogni poro.
Sono certa che in tale circostanza anche voi sareste fieri di voi stessi.
La domanda che più spesso mi viene fatta è: “Ma chi te lo fa fare?”
Non lo so!
E’ vero, non saprei spiegare a loro cosa mi spinge ad essere qui a Siracusa in questa fredda e soleggiata domenica di fine gennaio. Come faccio a spiegargli che quello che sto andando a fare è quanto di più bello poteva capitarmi oggi?
In maratona i momenti belli si alternano a quelli brutti. Alla partenza urla di gioia, applausi, eccitazione, voglia di correre, le gambe si sollevano da sole senza nessuno sforzo dall’asfalto, i piedi sembrano vivere una vita propria, battono e ribattono innumerevoli volte sulle basole di pietra lavica del magnifico centro storico della città. Ortigia odora di mare e di pesce, porta dentro di se tutti gli odori che mi riportano a quando ero bambina ed il nonno si impegnava ore ed ore nel tentativo di insegnarmi a nuotare. Si, imparai a nuotare proprio in quel meraviglioso mare che oggi assiste la mia gioiosa corsa tenendosi alla mia destra e osservando il mio passaggio quasi muto, poche onde irriverenti si fanno sentire col loro infrangersi sugli scogli. Il sole lo rende uno specchio con venature grigie, azzurre ed avorio. Che spettacolo!
Il passaggio da Ortigia è il momento dell’infanzia: mi rivedo bambina e poi adolescente, dapprima col secchiello e la paletta e poi a fare i conti con un corpo che cresce e cambia. Si, amici miei che non correte, si pensa a anche a questo durante la maratona!
Il momento d’aggregazione che c’è tra i podisti è fortissimo, perché - soprattutto durante i primi chilometri - si è in tanti, ci si incoraggia e ci si sostiene a vicenda, si fanno le ultime raccomandazioni. Ognuno di noi sa di essere solo durante questo lungo viaggio, ma la natura umana, quella natura che cerca il compagno esce allo scoperto anche in questa occasione, così succede che spesso ci si affianchi o ci si faccia affiancare da qualcuno che conosciamo e che reputiamo possa essere un compagno di viaggio perfetto.
Passano ben 20 km e quasi non me ne accorgo: sono troppo impegnata a salutare gli amici che fanno la maratonina e che al giro di boa sul fiume Ciane tornano indietro, li vedo scorrere tutti in fila uno dietro l’altro come disordinati soldatini.
Al mio fianco due cari amici: Enzo e Davide ma sento forte la mancanza del mio compagno di corsa Salvo, cerco di non pensarci e continuo a correre, ma il momento della stanchezza arriva prima del solito. “Che ti succede Elena, hai già finito la benzina?” - continuo a ripetermi, mentre percepisco un calo vertiginoso della mia prestazione, perdo un minuto al km nel giro di pochissimo, inizia a girarmi la testa, continuo a non capire “eppure mi sto nutrendo con regolarità che mi succede? “
Succede che durante i primi 21 km ho esagerato sprecando energie fondamentali; succede che ho corso la maratona di Ragusa solo 15 giorni addietro; succede che non mi sento in forma come avrei dovuto essere; succede che il mio fisico non ne vuole più sapere di chilometri, di fatica e di sudore - non per oggi perlomeno.
Tuttavia continuo la mia corsa con infinite difficoltà, si affianca l’amico Piccione che mi ammonisce d’esser partita troppo veloce, mi regala qualche centinaio di metri spingendomi con la sua forte mano sulla schiena. In quel momento ho come l’impressione di volare, nessuna fatica, la sua mano trasmette energia positiva, ma non appena la toglie il benessere benessere sparisce. Lo invito ad andare col suo passo: io oggi non sono in grado di tenerlo a bada, si allontana a malincuore, ma è giusto che sia così.
Non senza difficoltà termino i due giri sotto l’odiato cavalcavia, ben 12 km che sembrano non finire mai.
Ma le sorprese, per me, non sono terminate, anzi, sono appena iniziate. Al 33° km una fortissima fitta allo stomaco mi costringe a fermarmi, mi piego in avanti, stringo i denti, vorrei urlare la mia fatica, il mio dolore, la mia sofferenza, la mia solitudine.
Cattivi pensieri si fanno avanti come soldati vestiti di nero. Mi fermo, mi nascondo dietro un muretto sperando che svuotando la vescica il dolore passi, ma non è così. Riparto e, come vittima di doglie e di crampi, sono costretta a camminare ogni qual volta il dolore si fa più acuto; mi fermo e riparto con passo di corsa non appena sento meno violenta la morsa. E così per tanti chilometri.
Siracusa è la mia città natale ma è già il secondo anno che mi castiga con una maratona mal fatta.
Prendo il coraggio a due mani e vado avanti fino a quando non raggiungo Pippo e Peppe, due amici ultramaratoneti che si stupiscono di vedermi dietro di loro. Anche loro portano sulle gambe la stanchezza della maratona di Ragusa ed anche loro sono vittime di crampi. Ma gli ultra non si arrendono mai e passo dopo passo terminano le loro imprese con gusto e soddisfazione.
E’ il momento di accettare che anche il mio corpo ha dei clamorosi limiti, al di la del fatto che io mi consideri Super, la stanchezza c’è e non posso negarla.
Ho provato ad ignorarla ma nessuno può ingannare il proprio fisico, neppure io.
Arrivo al 41 km, mi viene incontro un simpaticissimo ragazzo su un vespone rosso fuoco: “Sei tu Elena?”.
“Presente - rispondo, ridendo - Bene, se ridi vuol dire che non sei morta”.
“E chi m’ammazza a me? - rispondo con una fragorosa risata - Di' a chi ti ha mandato da me che sto arrivando e quando lo farò se ne accorgeranno in tanti”.
Questo scambio di battute suscita una rinascita nel mio corpo: i crampi come per incanto sono quasi spariti, le gambe ritornano a girare, il fiato diventa regolare, mi guardo intorno e scopro di essere di nuovo nel centro della città.
Una ventata d’orgoglio mi attraversa quando vedo i vigili urbani fermare il traffico per farmi passare, io, scortata dall’omino sul vespone che mi incita “Dai, dai, corri Elena, stai arrivando, e sarà un grandissimo arrivo!”.
Sostengo sempre che durante la corsa i miei angeli mi assistono, oggi questo era colorato di rosso.
Ecco, vedo il gonfiabile, davanti a me a un centinaio di metri riconosco Maurizio con la sua macchina fotografica che mi scatta una raffica di foto e, mentre gli passo accanto, mi incoraggia dicendo che terminare una maratona quando non si sta bene tempra il fisico e la mente.
Che soddisfazione! Taglio il traguardo con le braccia alzate e ringrazio Dio d’essere finalmente arrivata.
E’ il momento dei bilanci e del “senno del poi”.
Se avessi fatto, se non avessi fatto, se fossi riuscita, se avessi pensato, se non avessi pensato … ma che importa, il pensiero dell’uomo che amo mi ha accompagnata per 42,195 km ed ora mi godo la mia medaglia e tutto il resto.
Qualcuno cantava “Nessun rimpianto, nessun rimorso” ed io non voglio averne, ho tentato il possibile e ci sono riuscita.
Non voglio limitarmi ad immaginare come ci si sente a correre due maratone in due settimane! All’immaginazione preferisco la realtà e sapete cosa vi dico?
Mi sono davvero divertita!
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