Claudio Chines è un avvocato di Catania che da poco meno di tre anni, ha sposato la causa della corsa: inizialmente si è accostato ad essa per cercare di ridurre il peso corporeo che aveva sforato la fatidica soglia dei 100 kg, ma poi è stato preso dal "virus" e ha continuato per passione.
La corsa è divenuta per lui un piacere quotidiano irrinunciabile e lo ha spinto ad affrontare una serie di sfide dalle corse brevi su strada e su pista, alle mezze maratone, alla maratona per approdare "quasi per caso" all'esperienza della "Supermaratona dell'Etna 0-3000" lo scorso 15 giugno 2013: sempre avendo come obiettivo il piacere della sfida, dell'avventura e della fatica condivisa con altri compagni di squadra.
Qui seguito pubblichiamo volentieri il suo racconto, scritto di getto il lunedì successivo alla gara, tra un'udienza e l'altra.
(Claudio Chines) Ho avuto la fortuna di entrare nel mondo delle ultra maratone passando a quota 3000 metri dalla stretta porta gonfiabile rossa posto in cima al vulcano Etna attorniato da bandiere colorate e sventolanti.
Mi presento: sono Claudio Chines e pratico la corsa da appena tre anni nei quali ho conosciuto un numero considerevole di runner amatoriali tra cui, in particolare, delle belle persone coinvolgenti e determinate nel perseguire i loro sogni.
È soprattutto grazie a loro che ho deciso di partecipare con il mio entusiasmo alla Supermaratona dell'Etna da 0 a 3000 nell'incosciente consapevolezza di non avere una preparazione adeguata.
Ma questo è solo un dettaglio, perché chi mi conosce sa che “non mi alleno”, ma che corro per la gioia che mi dà la corsa e per il piacere di stare insieme in piena libertà.
E sono questi due ingredienti che mi danno la giusta carica energetica per affrontare le fatiche.
La mia giornata del 15.06.2013 è cominciata di mattina presto quando ho recuperato Marilisa ed Eleonora, compagne di tante uscite all’alba sul lungomare di Catania e dintorni, con le quali ho raggiunto la base di lancio “Marina di Cottone” a Fiumefreddo.
I preparativi di rito, gli ultimi accorgimenti, la consegna della grandi buste con i cambi per quota 1800 e quota 3000 (se mai ci fossimo arrivati), le foto di rito con altri runner hanno preceduto l’arrivo sulla morbida sabbia della spiaggia.
Poi, improvviso, quel colpo di pistola sparato dallo starter che ti fa venire i brividi lungo la schiena e ti avvisa che l’avventura è cominciata ed ora tocca solo a te.
Sono tanto emozionato che al via non ne combino una giusta.
Volevo filmare con la mia piccola macchina fotografica la partenza ma quello sparo improvviso mi ha colto di sorpresa ed ormai era troppo tardi.
Partiamo e mi rendo conto, dopo circa 500 metri, che non ho nemmeno avviato il mio garmin e per me, che sono un paranoico fissato a segnare tempi e distanze, è una tragedia. Ma poco importa perché, in una salita come questa, per me conta solo arrivare.
Dimenticavo: la mattina precedente, quando ho ritirato il pettorale ed il pacco gara con Elena e Vincenzo, gli organizzatori ci hanno proposto di sottoporci ad uno studio per l’Università di Udine. Vogliono studiare le reazioni che una salita così estrema e protratta apporta al quadricipite. Ci hanno spiegato come funzionava il tutto ed abbiamo accettato tutti e tre ben volentieri.
Far parte della coorte di ricerca sarà per noi uno stimolo in più che ci spingerà a completare la salita per non deludere gli studiosi.
Per me, anche per smentire la previsione d'un simpatico omino rotondetto che, dopo aver eseguito i saltelli sull’apposito tappeto, dopo essermi sottoposto alle sollecitazioni elettromagnetiche ed aver completato le misurazioni dell’arto, mi dice “tantu n’arrivi dassupra” che tradotto per i non aborigeni significa: tanto non ci arrivi lassù.
La salita comincia subito. Perdo volutamente, dopo pochi cbilometri, il contatto con le mie amiche Eleonora e Marilisa; ma non ci siamo mai dati vincoli e nella libertà della corsa ognuno va come si sente.
C’è caldo, bevo in continuazione, mi fermo a tutte le fontanelle che incontro sul percorso per bagnare il mio cappellino arancione, prendendo sempre i rifornimenti messi a nostra disposizione dagli impeccabili organizzatori.
Con la mia magliettina bianca, contraddistinta dall’Asso di mazze stampato sulla schiena con la scritta “Vacci lisciu” che tanti hanno simpaticamente apprezzato mentre mi superavano, corro tranquillamente sino al 19/20 km.
Poco prima, al traguardo volante di Linguaglossa rivedo il simpatico omino della profezia lo guardo, mentre penso che lui nemmeno mi riconosca vestito come sono da runner: passo oltre e non gli dico niente. Ma, del resto, devo ancora fare tantissima strada.
Uno speaker scandisce al microfono il mio nome, il mio cognome e la denominazione della mia squadra l’ASD Atletica Sicilia. Questo riconoscimento mi trasmette energia pura che scarico sull’asfalto e giro felice sulla mia sinistra verso l’ennesima salita.
Al 21° km. circa, quando già stavo alternando corsa e camminata, mi supera il mio compagno di squadra Salvatore che mi saluta, come al solito, dicendomi “Ciao, campione!”. Il suo saluto mi dà altra carica e, infatti, ricomincio a correre e poi di nuovo scelgo di camminare. Per me è davvero strano fare questa alternanza, non ci sono abituato, ma vedo accanto a me tanti altri compagni d’avventura (molto più esperti e preparati di me) che lo fanno. Ed io adeguo il mio fisico a questa difficoltosa novità.
E così riesco ad arrivare al famoso cancello di Piano Provenzana (33° km circa) dove, nell’apposito box, cambio la mia maglietta bianca che, nel frattempo, si è tinta del rosso del sangue rilasciato dai miei capezzoli. Ma anche a questo rito ho fatto l’abitudine.
Indosso la maglia arancione della squadra alla quale ho l’onore di appartenere e, dopo la foto che mi scatta gentilmente Mariarosa, mi avvio correndo verso questo misterioso ed affascinante percorso sullo sterrato, lasciandomi alle spalle Piano Provenzana.
Quasi subito mi rendo conto che è meglio ricominciare a camminare per prendere più confidenza col terreno che calpesto con le mie inadatte scarpe da running.
Adesso comincia la vera sfida: la camminata in salita di 9 chilometri lungo i sentieri tortuosi dell’Etna. Riuscirò a correre (si fa per dire) soltanto altre 4 o 5 volte per appena 200/300 metri a volta.
Mi gusto il panorama che ci regala l’Etna, guardo giù e penso al punto dal quale sono partito e da quanto tempo sono sulle mie gambe. Mi fermo a tutti i ristori che l’organizzazione ha sapientemente previsto, bevo i sali minerali e mi rifornisco di bottigliette d’acqua.
Incontro altri runner in viaggio verso la vetta, scambio con loro solo qualche parola, ci incoraggiamo a vicenda: qui non c’è alcuna competizione, ma solo condivisione dell’esperienza e reciproco rispetto ed ammirazione.
Ognuno di noi è racchiuso nei suoi pensieri e vuole arrivare in quota.
Così senza quasi accorgermene, tra una foto e l’altra, supero i cartelli dei km 38, 39, 40. Già i primi bus dalle grandi ruote, che sollevano tanta terra al loro passaggio, hanno cominciato le discese degli atleti che hanno ultimato la loro sfida e da uno di questi bus mi sento di nuovo incitare e chiamare da Salvatore. Ancora un'iniezione di fiducia. Ci voleva.
Proseguo nella mia salita e comincio a sentire la voce dello speaker che dalla vetta annuncia i vari finisher che si susseguono al traguardo con molto intervallo l'uno rispetto all'altro. Intorno al 41°km. sento pronunziare il nome della mia amica Eleonora. È già arrivata ed io sono strafelice per lei: se lo merita. Quella felicità mi da una spinta improvvisa e comincio a corricchiare di nuovo per un po’.
Sono quasi arrivato alla meta: mancano solo 500 metri.
Lì trovo gli altri ragazzi: Luca, Marco, Carmelo, Rosario e Totò che sono saliti a bordo di una jeep. Mi incoraggiano e mi danno il cinque.
Gli ultimi 500 metri sono i più duri. Sembra che il vulcano ci voglia mettere - ancora una volta - alla prova, come se non bastasse la strada già percorsa.
Però questi ultimi 500 metri sono anche i più belli ed emozionanti.
Prima dell’ultima curva un membro dell’organizzazione mi chiede se sono in grado di correre (correre?) sulla tavola di legno posizionata a margine del sentiero.
Mi ricordo dell’indagine dell’Università di Udine ed appena giunge alle mie orecchie la parola correre (ne avevo quasi dimenticato il significato negli ultimi 10 chilometri) comincio la corsa che, dopo l’ulteriore incitamento che proviene dalle mie amiche Eleonora e Marilisa, diventa ininterrotta sino al gonfiabile. Marco mi sta riprendendo con una piccola telecamera. Marilisa mi sta accanto corre con me e grida: arrivo al gonfiabile ci passo sotto felice con tutto il carico delle emozioni che un'esperienza unica come questa ti regala per sempre e mi sembra di essere arrivato tanto in alto da poter quasi accarezzare il viso di mio padre.
Non è ancora finita mi riposo qualche minuto e salgo ancora un po’ più in alto per correre per altri 20/30 metri, poi ancora tre saltelli e l’elettrostimolazione al quadricipite.
Nemmeno mi cambio e, con la mia medaglia al collo, scendo lungo i fianchi del vulcano per salire sul bus dalle grandi ruote ed incontro la mia coinvolgente e trascinante amica Elena: la fotografo e le urlo con grande affetto una parolina che non posso scrivere e che è meglio che resti tra pochi intimi.
Grazie di cuore a tutti ed in particolare a mia moglie Angela che da tre anni ha visto cambiare le mie abitudini lasciandomi libero di esprimere i miei sentimenti con la spontaneità che lei conosce da oltre vent’anni.
Un bacio finale ai miei figli nella speranza di correre un giorno insieme a loro.
Claudio Chines (scritta di getto nella biblioteca del Tribunale di Catania aspettando l’ora contumaciale di una convalida di sfratto)
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