Ogni gara, podistica e non, ogni maratona, ogni Ultra podistica ha una sua storia diversa.
Non è mai una situazione "meccanica" in cui dei runner si presentano allo start, come fossero macchine, per mettersi in movimento al segnale del via e per andarsene alla fine, dopo aver superato il traguardo, quando si ritrovano a spegnere i "motori" ed essere entrati in quiescenza.
Prende le mosse da lontano, è fatta di storie di vita che si intrecciano, di motivazioni e di desideri individuali, di stati d'animo molto diversi che partono da lontano e si radicano nelle storie di vita di ciascun runner.
Avviene una "contaminazione" tra la propria storia e quella di altri. Si cede un p' della propria energia a chi ci sta accanto e da altri si ricevono dosi eccedenti di energia.
Correre una maratona, dal punto di vista dell'esperienza interiore, è come vivere un sogno o anche inseguire le nuvole che si rincorrono nel cielo che ci sovrasta.
Questa è la stranezza del correre le maratone a livello amatoriale: il loro essere assieme esperienza intima e condivisa, esperienza che modifica e trasforma il sé interiore e che, nello stesso tempo, fa ritrovare se stessi eguali a sempre, esperienza di solitudine dell'anima e, assieme, di condivisione e di solidarietà, esperienza di "novum" e di ritrovamento di cose perse e di antiche memorie.
Ed è per questo che ciascuna maratona corsa e portata a termine (o anche rimasta incompiuta) risulta diversa da tutte le altre ed è per questo che una Maratona o un'Ultra cui si prende parte richiede successivamente un tempo per l'elaborazione e la sedimentazione dell'esperienza portata a termine.
La maratona, come dice Eelonora Suizzo in chiusura del suo scritto, è in definitiva "giostra umana, intreccio di vite" che ruotano assieme per tutto il tempo della gara.
Sembra una giornata di primavera e non c'è freddo, solo una leggera foschia che ammanta e ricopre l'orizzonte, il cielo, il mare.
Ho bisogno di correre, respirando, ho necessità di muovere il mio corpo, di sentire che sono nuovamente viva, provando quelle emozioni che solo la corsa mi riesce a dare: estrema libidine di potere in libertà, forza umana d'una mente determinata e salda in un corpo suddito e obbediente.
Non corro in strada dal 6 dicembre - da oltre un mese, dunque -, eccezion fatta per due o tre uscite. So che sarà una gara da correre solo con il cuore e la testa, ascoltando il ritmo dell'uno e i pensieri dell'altro.
Non sarà una gara. I miei amici e runner eroici e valorosi ci sono tutti, ognuno con la propria motivazione e aspettativa.
Claudio [Chines] vuole migliorare il suo personale e Marilisa [Fiorino] lo aiuterà. Militello vuole scendere sotto le tre ore e trenta, Elena [Cifali] e Salvo [Crudo] vogliono solo correre sotto le quattro ore.
Quest'anno la manifestazione é più partecipata e aspettiamo anche un gruppo di giovani senegalesi che correranno con noi.
Sono ospitati in un centro di accoglienza (CPA) di Pozzallo, hanno tutti dai 18 anni in su, corrono con delle scarpe riciclate, ed una maglia di cotone arancione con una scritta all'insegna della lotta al razzismo ("Say No to Racism").
Con dignità e grande amor proprio concluderanno, la maggior parte di loro, la distanza di maratona.
Partiamo e vanno tutti avanti, decido che non posso neanche stare accanto ad Elena, e allora con mia sorpresa e piacere mi ritrovo accanto Inge [Hack], donna di grande tempra fisica e mentale, saggia e prudente nella corsa, nella vita non so.
Mi racconta di gare passate e future, piccoli brani di vita personale e io ascolto volentieri, passando da una strada ad un viottolo, accanto un muretto a secco, su per il tornante e intorno alla verde prateria.
Al 10° km veniamo raggiunte da due runner, Michele e Mario. Michele avrà la mia età e scoprirò dopo anche molta più esperienza podistica della mia e Mario, sulla sessantina, al suo nuovo esordio in maratona, dopo cinque anni di pausa forzata per motivi di salute.
È un gioco di rimpalli, di parole, di suoni, di esperienze condivise che ci rendono il cammino spensierato e più leggero.
Mario non vede un delineatore di corsia (dovrebbe chiamarsi così) ai margini della superstrada, inciampa e cade.
Siamo bravi noi, cerchiamo sempre di aiutarci l'uno con l'altro, non c'è competizione, non c'è garmin, non c'è una sfida con il tempo ma solo con se stessi.
I miei pensieri, in un vortice di immagini, mi fanno compagnia,a tratti, il vuoto emotivo mi sovrasta, in altri tratti.
Poi c'è Michele che, silenziosamente, decide di portare a temine una missione: accompagnare al traguardo me.
Continuiamo a correre senza affanno fino al 29° km circa, poi sento qualcosa.
Il mio respiro non è più cadenzato e mi manca l'aria, ho fame.
Nonostante corra le maratone da un po', commetto sempre lo stesso errore.
Si lo so, potevo dare un altro morso a quel fruttino che mi avevi offerto. Il plumcake del 12° km è già abbondantemente esaurito. Ho bisogno di energia subito. Dopo neanche un chilometro, c'è un ristoro. Mangio qualche spicchio di arancia e va molto meglio.
Il mio palloncino personale, così è stato soprannominato a fine gara, fa di tutto per distrarmi e ci riesce. Conosco esattamente il resto del percorso. I tratti in discesa e quelli in salita, le due gallerie oscure, quelle trivelle tristi e quei ponti altissimi inquietanti e teatro di distruzioni umane.
Entriamo a Ragusa, tagliandola a metà per ripercorrere tutti quei tornanti in discesa che ci condurranno fino all'ultima salita oscena ad un chilometro dall'arrivo.
Il bianco della pietra ragusana è confortante, rassicurante.
Ci siamo quasi.
Un'ultimo slancio di orgoglio per migliorare la falcata e sorridere al mio arrivo con Michele il pugliese o Calabrese.
Non è la mia corsa di oggi.
È la consapevolezza che nulla è cambiato dentro e fuori di me. È la gioia di sentirmi essere umano vivo, cuore pulsante, ricco, bisognoso e prodigo di sentimenti veri e intensi. Intreccio di vite: una giostra umana fatta di noi.
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