SuperElena Cifali ha partecipato alla Maratona di Ragusa (10^ edizione), lo scorso 13 gennaio 2012, prima amratona di un anno che per lei sarà l'avvio di nuove e stimolanti imprese.
E, a tempo di record, magrado gli impegni di lavori e quelli di mamma e donna di casa, è riuscita ad inoltrarci il suo racconto.
Ma il record è stato anche quello che ha realizzato a Ragusa, dove - malgrado le avversità e le preoccupazioni (il piccolo Luca proprio poche ore prima della maratona si è ritrovato afflitto da un fastidioso rialzo termico) - inaspettamentamente è riuscita a realizzare il suo miglior tempo nella 42,195 km (abbassandolo di ben 13 primi).
Ci auguriamo per lei che questo sia il punto di esordio di un anno podistico soddisfacente e ricco di nuovo imprese.
(SuperElena Cifali) Cosa si prova a tagliare il traguardo di una maratona ?
Sono le 6:30 quando stringo i lacci delle mie Mizuno, fuori la strada è bagnata, non c’è molto freddo, ma una spessa coltre di umidità rende diverso l’ambiente circostante. Le auto ai lati delle strade sono bagnate mentre le luci dei lampioni sembrano provenire da molto lontano, tutto sembra ovattato…quasi onirico…
E già, mi sembra di star sognando quando al 35° km di questa splendida maratona di Ragusa mi rendo conto di essere in serie difficoltà. Ho freddo, molto freddo allo stomaco, nonostante in verità non ne faccia così tanto. Bevendo dell’acqua ad un ristoro ho bagnato accidentalmente la maglietta che, poggiandosi sul mio corpo, ad ogni passo mi dà una sgradevole sensazione di malessere.
Porto la mano calda sotto la maglia, scoprendo ulteriormente l’addome nel vano tentativo di scaldarmi. Nulla da fare, devo resistere ed andare avanti.
Ma il freddo non è l’unico problema, anche le gambe iniziano ad essere stanche.
Adesso mi trovo nella zona industriale: vicino a me non c’è anima viva, solo io, il cielo, l’asfalto e la mia interminabile fatica.
La musica che ho ascoltato sinora non mi è più d’aiuto, è come se non la sentissi, non ricordo assolutamente cosa stessi ascoltando durante questa terribile crisi …
Il "muro" (quello che alcuni definiscono il "muro di Maratona")! ad ogni gara – fin dal momento della partenza - ed indipendentemente dalla distanza che dovrò coprire so che il “mio amico muro” mi affiancherà da qualche parte lungo il percorso.
La sua compagnia – che durante le prime gare odiavo - adesso mi è naturale.
Questo piccolo diavolo dispettoso mi affianca ed inizia a deridermi: “Ma chi credi di essere, non sei una campionessa, tu non farai mai le Olimpiadi, non sei nessuno, non vali nulla”.
Lo odio quando mi dice questo, ma ho imparato che posso sconfiggerlo. Certo, non è cosa da poco: sono impegnata nella corsa, devo far rotare le gambe, devo stare attenta a non inciampare a respirare con regolarità e devo nel frattempo tenere a bada Lui.
E’ a questo punto che chiedo aiuto ai miei angeli custodi.
Li chiamo a raccolta uno per uno, pronunciando a voce alta i loro nomi. I pensieri positivi che si affacciano sono sicuramente più forti di ogni crisi, di ogni muro. Presto riconquisto me stessa, torna la lucidità e con lei tutta la conoscenza sulla corsa e sul mio fisico.
Mi stabilizzo subito su un passo costante e armonico, il tutto scandito dal mio respiro e dall’incedere felpato del mio passo sull’asfalto, nessuna auto in movimento, nessuno in giro, solo io ed i miei angeli, che adesso corriamo fianco a fianco sfiorandoci i gomiti...
Mi rendo conto che devo nutrirmi e, al ristoro, prendo un dolce che risputo dopo pochi metri: non riesco a mangiare.
Bevo a piccoli sorsi mentre il ricordo del vomito che mi colpì durante l’Etna trail mi fa riflettere. Il mio stomaco sembra essersi ristretto ed è tanto contratto da non permettere l’ingresso di nessun cibo solido. Succhio e mastico una tavoletta energetica e continuo a correre.
Salvo, con il quale ho corso gran parte della gara mi ha distanziato di molto, non riesco a riprenderlo mentre vengo affiancata da un simpaticissimo runner sordomuto. Mi sorride, mi fa un cenno d’intesa con la mano e corriamo qualche centinaio di metri insieme, in un silenzio irreale.
La sua presenza mi fa riflettere e mi distrae non poco. Lui non sente, non sente il suo respiro affannoso, lo sbattere delle sue scarpe sull’asfalto, solo il battere del suo cuore e la sua macchina fotografica gli fanno compagnia.
Lo supero, mi supera, ci alterniamo fino a quando riusciamo ad entrare nuovamente nella zona abitata. Lo invito a seguirmi, a restarmi accanto ma lui sorride facendomi vedere la macchinetta fotografica, con cui vuole godersi il paesaggio.
Provo ad aumentare l’andatura ed riesco a staccarlo, cerco di rendere poco più ampia la falcata, atterrando di mesopiede all’altezza della parte alta del torace e dando più spinta dietro.
“Ecco, ci sono… sto sui 4:30” - mi dico - cerca di mantenere costante questa andatura e curare bene il respiro”…
Mi infilo nella splendida Ibla ricamata di Barocco, percependo tutta la mia fatica e la mia gioia. Adesso ai lati del mio viso scorrono goccioloni di sudore, i capelli sono bagnati, sono accanto ai miei angeli, uno di loro mi spinge leggermente toccandomi la schiena, l’altro accanto a me mi ripete: “Siamo soli, io e te Ele” e, pur con la fatica che mi preme, riesco ad immaginare di voltarmi verso lui ed in effetti mi ritrovo quasi d’incanto all’ultimo ristoro qui un ragazzo mi porge un bicchiere d’acqua, mi applaude, mi incita, mi incoraggia. “Ecco un’altro angelo”, lo guardo negli occhi neri e non riesco a non sorridergli.
“E’ un giorno bellissimo, oggi… Lo sapevo che sarebbe stato un giorno da incorniciare oggi”
Una generosa discesa mi fa volare alta, quasi non poggio i piedi per terra, manca solo l’ultimo km e poi il meritato riposo. Ma l’ultimo km è tutto in salita, per terra il nero asfalto ha lasciato posto alla pietra bianca che bellissima si incastra l’una nell’altra in un mosaico armonico.
“Le ultime curve, forza, ci sei quasi, alza i piedi, respira” - mi ripeto come in uno stato di ipnosi.
Lo vedo: è il gonfiabile dell’arrivo, alzo le braccia al cielo, urlo di gioia, rido.
Termino la mia corsa in 3:53', ben 13 minuti meno del mio miglior tempo.
Sono felice, ad arrestare la mia corsa le braccia dell’ultimo angelo, Giuseppe, che mi afferra subito dopo l’arco e ridendo mi dice: “Brava, Elena!”.
Cosa si prova a tagliare il traguardo di una maratona?
Ognuno prova ciò che vuole, io provo felicità, una felicità immensa che riempie ogni parte del mio corpo, provocando quel “piacere” che mi fa sentire “super”.
Se sono riuscita a portare il mio corpo a spasso per 42.195 metri, correndo e senza mai fermarmi, lo devo proprio a questa ricerca del piacere, un piacere al quale una volta provato è quasi impossibile rinunciare.
Imparate a correre le maratone ed imparerete a parlare con i vostri angeli.
Foto di Maurizio Crispi
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