(Maurizio Crispi) A volte mi piace giocare con le parole e, partendo da loro banali cambiamenti o usando un termine per un altro, mi capita di immaginare possibili sviluppi non-sense.
Si tratta di "pensieri di prova" che a volte portano a risultati esilaranti, ma che talvolta aiutano a riflettere meglio su quanto ci circonda.
Una volte lessi un famoso romanza di P. K. Dick, considerato uno dei maestri della SF (Science Fiction) o, come si usa dire adesso, della "narrativa d'anticipazione". In questo romanzo il cui titolo era "Counterclock World" (publicato in italiano con il titolo "In senso inverso", ma anche "Redivivi S.p.A." o "Ritorno dall'Aldilà") Dick immmaginava un'ipotetica società futura in cui il flusso temporale degli individui si è totalmente invertito e in cui ogni evento (morte e nascita, vita relazionale, persino gli atti della sfera fisiologica e neurovegetativa) si svolgono al contrario. Vi viene prospettata una società fatta di tanti Benjamin Button, in altri termini: ma con un risvolto "macrabo" e surreale, al tempo stesso, dato dal fatto che gli umani "nascono", uscendo dalla loro sepoltura ed essendo accolti dai vivi che li confortano nei momenti di smarrimento successivi (ma che anche li interrogano ansiosamente per avere notizie dall'Aldilà da cui provengono) e che poi, progressivamente ringiovaniscono sino a rientrare nell'utero materno. E, del pari, tutto avviene al contrario: per esempio, il momento dell'alimentazione è quello (molto privato e avvolto da veli di pudore) in cui avviene la "restituzione" del cibo, cibo che ritorna alla sua forma originale o dentro le sue confezioni. E così via.
Insomma, un vero incubo che solo la fantasia di Dick avrebbe potuto partorire.
L'altro giorno mi son messo a giocare con la parola "premiazioni" e l'ho trasformata in "privazioni". E ho cominciato a riflettere su una possibile trasformazione non sense della cerimonia delle premiazioni al termine di una gara podistica in cerimonia delle "privazioni".
Immaginiamo per un attimo che, al termine di una gara, il primo classificato debba pagare un pegno, stabilito secondo regolamento e che, via via, a scalare anche tutti gli altri debbano farlo ma rendendone uno di valore decrescente rispetto a quello sottratto al primo, sino ad arrivare all'ultimo classificato che, invece, non viene privato di nulla o solo di qualcosa che abbia un valore puramente simbolico (ad esempio, un calzino).
Diciamo pure che un tale modo di procedere porrebbe le basi per un sovvertimento radicale delle gare podistiche, come noi le conosciamo e come le pratichiamo.
E ne influenzerebbe anche radiclamente una filosofia sottesa.
A seconda dell'entità della privazione a cui venga sottoposto il primo e poi, a seguire, tutti gli altri, non ci sarebbe più la consueta ressa nella testa della gara, perché tutti cercherebbero di tenere un profilo sicuramente più basso per non incappare in troppo gravose privazioni, mentre - al contrario - ci sarebbe bagarre per la conquista dell'ultimo posto in classifica (a condizione di stare dentro il tempo massimo), come succedeva - ad un certo punto dell'affascinante storia del Giro d'Italia - quando si creavano le premesse per una forte competizione al contrario (con il dispiegamento di mezzi leciti e non) per la conquista della ambitissima "maglia nera". In ogni caso, questo non sense ci aiuta a riflettere sul fatto che, talvolta, sarebbe utile nellì'approccio alla corsa amatoriale, sperimentare un rovesciamento dei ruoli e provare, quanto meno psicologicamente, a mettersi nei panni negli ultimi, in modo tale da imparare a considerare che anche la fatica dell'ultimo, è meritevole e può valere un premio.
E, nello stesso tempo, potrebbe servire a stemperare quelle forme di agonismo estremo ed eccessivamente serioso che non lascia spazio allo scherzo e al divertissement.
Insomma, ogni tanto dovremmo invertire i ruoli e lasciare che gli ultimi siano i primi: del resto, degli ultimi sarà il regno dei cieli.