Ecco il bel racconto di Ciro Di Palma sulla sua partecipazione alla 4^ edizione dell'Ultramaratona della Pace sul fiume Lamone: un racconto diviso tra l'esigenza di fornire una vivida descrizione della gara e del suo contesto e quella di raccontare la propria personale esperienza della corsa.
(Ciro Di Palma) Nel 1980 due geni del panorama musicale italiano, Mogol e Battisti, scrivevano in un testo: "...ma che sapore ha una giornata uggiosa...".
Io, più di trent’anni dopo, non ho la pretesa di ergermi a grande compositore ma in veste di semplice scribacchino mi piacerebbe trasmettervi le emozioni che ho provato, correndo in una giornata uggiosa, la 4^ edizione della Maratona della Pace sul Lamone.
Una corsa che per la sua natura di trail non è propriamente la mia, in quanto sono abituato a “zampettare” sull’asfalto, ma che in fatto di eccitazione me ne procura tantissima. Tutto si svolge sull’argine di un fiume, il Lamone, che attraversa la minuscola frazione di Traversara, nel piccolo comune di Bagnacavallo, nella non grande provincia ravennate e in quella bella terra della Romagna dal grande cuore, che accoglie tutti con allegria, simpatia e modi ruspanti.
Con l’edizione di quest’anno sono giunte a tre (su quattro) le mie partecipazioni, e ogni volta e a ogni passo che ho mosso su quell’erba sono stato attraversato da piacevoli sensazioni.
Come sempre, qualcuno si chiederà: "Cosa può provare quello lì a correre intorno ad un piccolo rio e’ sempre pronto a magnificare le corse alle quale partecipa"?
Posso solo rispondere che ognuno vive la corsa, come la vita, a modo proprio; che ogni istante, anche se partecipi ad una manifestazione più volte, non è mai lo stesso, non sarà mai uguale a quello che lo ha preceduto, né tantomeno a quello che gli succederà; perché gli stati d’animo non sono mai perfettamente sovrapponibili, semma divergenti né i colori che ci avvolgono sono mai identici.
Tutto è il frutto d'una particolare alchimia che ci fa assaporare il nostro esperire e dal quale traggono linfa vitale le nostre sensazioni e i nostri umori.
Per questo amo correre, amo vivere e amo scrivere.
Ho visto crescere questa manifestazione organizzata dal valente Enrico Vedilei, ho visto lottare il Vichingo contro chi lo criticava, sicuramente a ragione, ma con cattiveria, malafede e acredine, accusandolo di pressappochismo.
E’ stato bravo a saper far tesoro dei giudizi di tutti, a capire dove fossero le criticità e a ripartire da lì per migliorare.
Vale la pena ricordare che nella seconda edizione parecchi atleti sbagliarono strada, che le docce non si trovavano ed erano lontane dall’arrivo.
L’anno scorso il ristoro finale e il pasta party erano un po’ ridotti ai minimi termini... Quest’anno invece,il percorso come l’anno scorso non potevi sbagliarlo neanche se t’impegnavi: infatti, è stato spostato solo il traguardo di una quarantina di metri, deviandolo dall’argine e ponendolo ai piedi di una piccola scalinata che ti riportava su.
Lì c’era anche un ristoro che, collocato in quella posizione strategica, aveva una duplice funzione: evitare così la solita scia di bicchieri per terra lungo l'argine del fium e costringere quasi obbligava gli atleti a fermarsi per rifocillarsi.
Un’altra miglioria è stato il pasta party finale, consistente in un pranzo completo e al caldo.
Le docce e gli spogliatoi anche se piccoli e non proprio comodissimi erano vicinissimi al traguardo, alla zona dove si mangiava e al parcheggio.
Nel pacco gara, poi, c’erano un paio calze a compressione molto utili.
Una giornata per me iniziata prestissimo con partenza da casa alle 6.00.
Insieme al mio amico Andrea siamo partiti che il termometro “diceva” -6°, un freddo che ti penetrava nelle ossa e sembrava che andassimo a fare la campagna di Russia.
Con buona lena co ci siamo indirizzati verso sud, passando a prendere al volo un’altra amica, Alina, a Massa Lombarda: e, poi, per stradine interne ci siamo diretti a Traversara. Giunti a destinazione, ormai i soliti noti sempre presenti e felici d’esserlo anche stavolta ci accolgono e ci salutano con calore.
Siamo proprio una bella famiglia.
Il bar oltre a servirci la colazione funge anche da spogliatoio, mentre proprio di fronte il ritiro del pettorale è veloce e i volontari ci danno le informazioni che chiediamo.
Tra loro, si nota anche la presenza di Andrea Accorsi e Monica Barchetti, reduci dall’organizzazione della loro maratona [Maratona di Crevalcore - NdR] di appena una settimana prima e sempre in prima linea, quando c’è da dare una mano.
Alle nove e dieci si parte ed è subito festa. Faccio i primi chilometri in compagnia di Monica, si chiacchiera tranquillamente, ma dopo un po’ mi trovo da solo.
E’ tutto surreale, l’erba bianca dal gelo che a ogni passo scricchiola, l’odore del fumo dei camini.
Passa il tempo e s’iniziano a respirare anche gli aromi e gli odori dei manicaretti che le famiglie al caldo delle loro case stanno preparando.
Qualche uccello nel cielo volteggia emettendo dei suoni, chissà forse ci stava salutando.
Io sogno, mi piace vedermi come un’anima leggera con le sue passioni. Penso a tante cose... Ogni tanto mi sveglio dal sogno e mi accorgo che sto correndo, saluto gli atleti che raggiungo, mi fermo ai ristori ringraziando come sempre gli amici volontari e poi ritorno in balia dell’irrealtà, in un mondo non-mondo.
Verso metà gara come m’accade sempre inizio ad allungare il passo fino ad avere una bella progressione.
Alla fine ho avuto un solo rammarico, di non essere stato doppiato dal vincitore solo per una cinquantina di metri.
Se me ne fossi accorto avrei rallentato e nel mio piccolo gli avrei tributato i meritati onori.
All’arrivo, ad aspettarci il sorriso di Monica che cingeva il collo degli atleti con una particolare medaglia di legno e la moglie di Enrico, Maria Luisa che applaudiva tutti. Quando ho oltrepassato il traguardo la prima cosa che ho urlato è stata “Grazie a tutti”.
Si, grazie per averci regalato un’altra bella domenica e sono sicuro che l’anno prossimo tanti altri ancora si uniranno a noi.
Il numero dei finisher di quest’anno ha premiato il lavoro degli organizzatori e di ciò ne sono felicissimo, perché lo meritano.
Un grazie particolare anche a Denise [Quintieri] sempre pronta con la sua macchina fotografica ad immortalarci sfidando il freddo e le nostre battute.
Per concludere una sola cosa non mi è andata giù e lo devo dire a tutti: "Enrico,ti avevo chiesto le calze bianche e me le hai date arancioni..."
Ahahahahahahahahahahah
E finiamo così con una bella risata.
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