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9 novembre 2019 6 09 /11 /novembre /2019 06:41
(foto tratta da un profilo social FB)

(foto tratta da un profilo social FB)

Ho carpito l'immagine di copertina da un profilo social.

Non appena l'ho vista mi ha immediatamente colpito con forza, perla sua pregnanza iconica e poetica allo stesso tempo.

Cosa ci dice l'immagine?

E' molto semplice, essenziale quasi.

Un adulto e un bambino camminano tenendosi per mano nel bel mezzo di un paesaggio desolato.

Sono intenti nel cammino.
Il guardarli, così, a volo d'uccello fa sembrare entrambe le figurette minute e fragili nell'immensità e nell'asprezza del territorio circostante,una Natura che sembra essere ostile ed impervia.

La strada che seguono sembrerebbe perdersi nel cuore profondo della desolazione: e, benchè non si possa vedere cosa vi sia al di là del dosso, viene facile immaginare che proceda all'infinito.

Dove vanno? Da dove vengono?

Sembrano essere attrezzati per un lungo cammino...

Si staranno raccontando storie mentre procedono, oppure se ne stanno in silenzio, assorti?

Tante domande e, partendo da ciascuna, si può tessere una storia diversa.

Mi piace immaginare che siano diretti verso una radiosa aurora e che presto, per loro, i grigi, i neri e i rossi cupi del terreno che li circonda possano cedere il passo ad una natura ubertosa e fertile. E che il loro andare possa giungere ad una sosta, quanto meno temporanea.

Il cammino è una metafora potente della vita.

Questa foto mi ha ricordato con prepotenza la canzone di Guccini "Il vecchio e il bambino", ma anche il tragico romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy, La strada (e il film crudo che ne è stato tratto), ma anche - giusto per sollecitare delle immagini meno cupe, seppur malinconiche - la sequenza finale di Il Monello di Charlie Chaplin.

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18 ottobre 2019 5 18 /10 /ottobre /2019 09:52

Un poster realizzato in una scuola d'infanzia.
Una lodevole iniziativa che cerca di far germogliare nei più piccini la voglia di camminare in contesti naturali.
A ben guardare c'è dentro tutta la filosofia del camminare e vi si ritrovano perfino i germi del camminare profondo

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28 maggio 2019 2 28 /05 /maggio /2019 07:13
Franco Michieli, L'estasi della corsa selvaggia.  Piccoli voli a corpo libero dalla terra al sogno, Ediciclo Editore (Collana Piccola filosofia di viaggio), 2017

Franco Michieli, nel suo L'estasi della corsa selvaggia. Piccoli voli a corpo libero dalla terra al sogno, pubblicato nel 2017 da Ediciclo (Collana Piccola Filosofia di Viaggio), ci racconta della sua passione per per la "corsa selvaggia" e del suo specialissimo modo di interpretare la pratica della corsa in natura.

L'autore, prima di diventare un cultore del trekking di alto livello (nell'ambito della quale disciplina ha siglato alcune grandi imprese), ma anche delle lunghissime camminate a piedi in totale autonomia, ha praticato in gioventù la corsa competitiva, misurandosi - se ricordo bene - nella distanza dei 1500 metri. Poi, ha lasciato l'agonismo, ma non ha dimenticato la pratica della corsa che ha voluto sviluppare a misura delle sue esigenze e dei suoi ideali.
Proprio durante la naja, alla ricerca di stimoli che lo facessero sentire vivo e vitale e che gli procurassero soprattutto empiti di libertà, riesumò la pratica della corsa adolescenziale. Ma in una sua speciale versione, di cui riassumo qui alcune caratteristiche:
1. si trattava di corse in totale libertà, in solitudine, con lo scopo di raggiungere nel più breve tempo possibile (ma senza lo stress della gara e della competizione con altri) colli, alpeggi, cime montuose.
2. Le sue corse erano "a tempo" e quindi senza l'occasionale oziosità delle camminate outdoor in montagna: per tutto il servizio militare erano limitate dal tempo della libera uscita, una cui parte doveva essere impiegata per raggiungere in auto il punto di inizio della corsa nella location prescelta. Ma in ogni caso, benché un occhio all'orologio fosse necessario (soprattutto al tempo dei quelle sue prime esperienze) o possa comunque tornare utile, per mantenere un certo orientamento temporale, la corsa selvaggia esclude rigorosamente l'uso del cronometro. L'obiettivo non è siglare dei record, ma dimostrare - soprattutto a se stessi - che compiere una certa impresa è possibile.
3. Solo in seguito, una volta finito il servizio militare i suoi obiettivi poterono farsi ancora più ambiziosi, non avendo più la spada di Damocle del limite di tempo puntata addosso.
4. Pur andando in montagna, l'attrezzatura di Michieli era ridotta al minimo: totale libertà dunque.
5.Totale rifiuto della tipologia della Corsa in Montagna e dello Sky Running e delle loro estremizzazioni atturali, ma soprattutto delle imprese cronometriche.
Quella di Michieli si configurò subito, così egli descrive in questo piccolo e affascinante libro, come una corsa fuori da qualsiasi schema conosciuto, certamente non omologabile: ma egli precisa che non vuole imporre il suo Verbo a nessuno. Gli preme soltanto sottolineare che questo è il suo personale modo di intendere la corsa in natura. 
Una corsa che lui stesso ha definito "selvaggia" e tale da suscitare, per via di questa sua particolarissima configurazione, una condizione "estatica"della mente.
Successivamente Michieli ha avviato un'intenso attività di Trekking che ha raccontato in altri libri, ma - nel corso del tempo - ha mantenuto e affinato la pratica della corsa selvaggia.Questo scritto di Michieli si legge con molto interesse, sia perché si presenta in forma di diario molto personale, ma soprattutto perché - considerando il fanatismo che avviluppa il mondo della corsa in natura (sia da parte dei top runner sia da parte dell'esercito degli "amatori" - propone in fondo quello che è un sano antidoto ad ogni forma agonismo "malato" e "coatto": qui, infatti l'unico confronto è con se stesso e con il desiderio di raggiungere dei propri personali traguardi, vivendo al tempo stesso un vivificante rapporto con la natura.

Franco Michieli

(Quarta di copertina) La collana «Piccola filosofia di viaggio» ha invitato Franco Michieli, geografo ed esploratore, corridore in incognito, a raccontare la corsa selvaggia in natura: una pratica istintiva e poetica lontana da cronometri e competi/ione. 
Un'esperienza liberatrice, in empatia con animali e montagne, in cui il tempo pare dilatarsi e la distanza ridursi. L'estasi dell'immaginazione.

L'Autore. Franco Michieli classe 1962, geografo, residente nelle Alpi, scrittore e originale esploratore, è esperto nel campo delle lunghe traversate selvagge. Da ragazzo ha praticato l’atletica leggera, recuperata in forma nuova quando, costretto in caserma dal servizio militare, la corsa gli permise di salire e scendere decine di vette della Valle d’Aosta nelle brevi libere uscite serali. Da allora la corsa selvaggia fa parte della sua vita. Fra i suoi libri, “La vocazione di perdersi” (Ediciclo 2015), finalista al Premio Alvaro, ma anche il recente "Andare per silenzi", edito da Mondadori nel 2018

 

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9 novembre 2018 5 09 /11 /novembre /2018 09:17
Ti porto io

"Ti porto io" (titolo originale: "I'll Push You"), per la regia di Chris Karcher e Terry Parish (Spagna, USA, 2017)
E' un commovente film che racconta la storia vera di un pellegrinaggio a Santiago de Compostela, lungo gli 8oo km che si dipanano nel Nord della Spagna a partire lungo il Camino Francés e Aragonés, compiuto da Patrick Gray e dall'amico Justin Skeesuck, quest'ultimo costretto a vivere su di una sedia a rotelle.
E il film non è soltanto la storia di un uomo "normalmente abile" che ne spinge uno "diversamente abile", costretto sulla sedia a rotelle, lungo gli 800 km del Cammino di Santiago, ma anche una toccante vicenda sul potere dell'amicizia e della comunità.

Tutto ha inizio quando Patrick accetta una proposta pazzesca: portare il suo migliore amico Justin, costretto a vivere su una sedia a rotelle, per tutti i famosi 800 chilometri del Cammino di Santiago.
Il risultato? Un film documentario, unico nel suo genere, che illustra la loro impresa, il loro pellegrinaggio, la solidarietà, l'amicizia. 
Negli ultimi anni, a partire da quello girato dagli Sheen padre e figlio, sono diventati numerosi. 
Ognuno di questi film, però, ha affrontato il tema da prospettive differenti. Nessuno però aveva raggiunto l'originalità di questo il cui titolo originale suona molto più efficace di quello italiano.
Il film viene portato in un tour italiano dalla Mescalito Film.
Si possono seguire gli eventi delle proiezioni nelle diverse città italiane sulla pagina facebook della Mescalito Film

A Palermo, il film verrà dato in visione presso la Sala Rouge et Noir, il 7 gennaio 2019, alle ore 20.30.

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7 giugno 2018 4 07 /06 /giugno /2018 09:06
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, Einaudi, 2018

Camminare è secondo Erling Klagge un gesto sovversivo e libertario  (e nel sostenere questo punto di vista egli si ispira ovviamente, molto, a Thoreau e al suo saggio sul camminare. Ed è un'affermazione autorevole la sua, dal momento che egli non è un camminatore comune, ma uno che, camminando, ha compiuto significative ed ineguagliate imprese.
Tuttavia, egli afferma, il gesto del camminare è identico sia che lo si affronti con un obiettivo ambizioso sia che lo si faccia come un'attività quotidiana, con finalità di fitness o anche da flaneur.
D'altra parte, come risulta dai diversi resoconti, sono molteplici le motivazioni che spingono centinaia di persone ogni anno a percorrere il Cammino di Santiago - tutte valide, peraltro, perchè in ciascuna motivazione individuale vi è contenuta una verità personale - ma alla fine è soltanto il camminare giornaliero con la mission di compiere quei 25-30 km a forgiare il camminatore e a tramutarlo in taluni casi in pellegrino.
Il camminare - come anche il correre lento - pone il soggetto in maniera ineludibile in contatto con il mondo al di fuori e nello stesso tempo con il proprio mondo interiore, allentando le barriere protettive, rende più permeabile l'interno e nello stesso consente l'emergere di istanze interiori dimenticate oppure ricoperte dalla spessa corazza della quotidianità.
Camminando si mettono tra parentesi le preoccupazioni quotidiane, oppure ci si ritrova a pensare creativamente, poichè gli stimoli esterni entrano in contatto con il Sè più intimo ed attivano forme di story telling e impreviste contaminazioni tra piani di coscienza differenti.

Il camminare quotidiano, secondo Kagge (con il supporto di studi scientifici che egli non manca di citare) sviluppa la creatività, facilitando gli individui nel trovare delle soluzioni a problemi da cui sono assillati o anche a metterli tra parentesi e potere così dedicarsi ad un'attività che, se effettuata con abbandono e dedizione, può servire a fare nella mente il vuoto e a creare la sospensione di memoria e desiderio (entrambe i fenomeni di per se stessi terapeutici).
Siamo fatti per camminare (o per correre) e l'Homo sapiens si è evolluto proprio svolgendo queste due fondamentali attività che rappresentano lo strumento fondamentale di presa di contatto e di dominio della realtà.
E camminare, come correre o anche l'andare in vbicicletta, sono tra le poche attività autenticamente "anarchiche": nel senso che per svolgerle non c'è da chiedere il permesso a nessuna istituzione, nè c'è alcuna tassa da pagare.

Dopo un volume di meditazione sul silenzio, Erling Kagge ci propone - con altrettanta incisività - un breviario di pensieri sul camminare, maturato e filtrato attraverso la sua peculiare esperienza di grande ed instancabilmente camminatore. Si tratta di Camminare. Un gesto sovversivo (nella traduzione di Sara Culeddu), pubblicato da Einaudi(Stile libero Extra) nel corso del 2018
 

Erling Kagge

(dalla quarta di copertina) Dall'autore del best seller mondiale Il silenzio, un gesto d'amore per il pianeta, un viatico per chi vuole accordare il corpo al ritmo dell'anima.
Camminare è diventato un gesto sovversivo. Non serve essere atleti professionisti, aver scalato l'Everest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria piú efficiente, è piú creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la piú semplice esperienza in un'avventura indimenticabile.
«Con un senso di stupore e meraviglia, Kagge vaga piú che narrare, muovendosi tra filosofia, scienza ed esperienza personale...È sempre bene ricordare le antiche verità. E Kagge sa come farlo». Los Angeles Review of Books
L'autore. Erling Kagge (Oslo, 1963) è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest.
Per Einaudi ha pubblicato Il silenzio (2017), che è stato venduto in 35 Paesi, e quest'ultimo volume sul Camminare (2018).

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29 maggio 2018 2 29 /05 /maggio /2018 08:42
Con la terra sotto i piedi. Disponibile in libreria il nuovo libro di Andrea Bianchi sul camminare scalzi, che - nel suo pensiero e nella sua prassi - diventa sempre di più filosofia di vita

"Solo camminando a piedi nudi nella Natura è possibile contattare la nostra Anima, comprendendo che siamo in un luogo
in cui possiamo semplicemente restare, senza essere altro che noi stessi"

Andrea Bianchi

Andrea Bianchi, Con la Terra sotto i piedi, Mondadori, 2018

Esce in libreria proprio in questi giorni un nuovo libro di Andrea Bianchi, promotore della camminata a piedi scalzi e suo autentico filosofo.
Si tratta del volume "Con la Terra sotto i Piedi", edito da Mondadori questa volta nel 2018, quasi a sancire il passaggio da un'audience di nicchia ad un grande pubblico interessato.

Andrea Bianchi, come si coglie le sue due precedenti opere, è riuscito a collocare la pratica della camminata sclaza, non solo in natura, ma dovunque, in una dimensione filosofica, religiosa quasi, oltre che in quella meramente salutista e di ottimale rapporto con la Terra madre. Egli con garbo e pazienza è riuscito a svolgere un lavoro di grande rilevanza, costretto a fronteggiare pregiudizi e resistenze che chiunque può trovarsi a sperimentare se si mette di punto in bianco a camminare scalzo (pregiudizi di marca strettamente latina, più che nordeuropea, dove molto facilmente si lascia che i bambini vadano a casa scalzi ed anche outdoor dove le condizioni del terreno lo permettano).
Da leggere assieme al piccolo volume di  che è un autentico breviario di pensieri sul cammino consapevole e sulla meditazione camminata di Thich Nhat Hanh e alle riflessioni di Erling Kagger sul camminare e le sue mille declinazioni possibili.


(dal risguardo di copertina) Perché, e come, una camminata a piedi nudi negli spazi di un antico giardino, sulla neve e sulle rocce dolomitiche d’alta quota o lungo le alture riarse di un’isola della Grecia può farci tornare bambini, nuovamente in contatto con le energie primordiali di una Madre Terra a cui la nostra vita è intimamente connessa?

Andrea Bianchi ci aiuta a rispondere a questa domanda attraverso un viaggio nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima: levandoci le scarpe per togliere ogni possibile filtro al contatto con gli elementi naturali, ci troveremo su un percorso la cui traccia invisibile emerge un passo dopo l’altro. Un cammino lungo il quale si sviluppano l’attenzione mentale e l’equilibrio del corpo, il radicamento con la Terra e la capacità di volare lontano, “al di là dei confini del mondo”, come i trenta uccelli di cui narra la poesia mistica persiana.

Incontreremo così i temi più attuali dell’ecologia – la biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita – e gli insegnamenti spirituali della Filosofia perenne, e assisteremo al colloquio in una notte senza tempo con il centenario Spiro Dalla Porta Xydias, lo scrittore e alpinista cantore del “sentimento della vetta”. Giungeremo infine, a piedi nudi, nelle Terre Alte, al limitare del punto di ascolto perfetto, da cui si possono udire le vibrazioni più sottili di quell’armonia universale che ci fa sentire vivi.

Un viaggio e un racconto dopo il quale ripartirete subito alla ricerca del sentiero erboso più vicino per togliervi le scarpe, e camminare con la Terra sotto i piedi.

 

 

...sentivo da tempo che era giunto il momento di scrivere per andare lontano, fuori e dentro me stesso, e che il cammino a piedi nudi in natura poteva essere la base di partenza per questo nuovo viaggio.
È nato così un nuovo libro "Con la Terra sotto i piedi" (Mondadori), un viaggio a piedi nudi nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima.
Lo presenterò in anteprima a Trento, nell'ambito del Trento Film Festival, l'1 maggio ad ore 11.00: vi aspetto con grande emozione, anche per invitarvi a partecipare ai numerosi altri appuntamenti barefoot che mi vedranno impegnato al Festival!

Andrea Bianchi

E' per me un ritorno emozionante, dopo il Barefoot Day con la Cooperativa Sociale ITER che l'1 ottobre 2016 vide camminare a piedi nudi in questo parco secolare più di ottanta persone!
"Ritrovare il giardino è ritrovare noi stessi all’interno di uno spazio regolato secondo i princìpi dell’armonia uni- versale. È riscoprirsi microcosmo all’interno di un microco- smo più grande, a sua volta disegnato a immagine e somi- glianza del macrocosmo universo. Ma possiamo percepire il suono delle radici profonde del giardino solo praticando il silenzio: silenzio della voce, delle emozioni, della men- te. Camminando a piedi nudi nella natura ho scoperto che una delle vie più sicure per giungere al silenzio interiore è il silenzio dei passi."

(da Da "Con la Terra sotto i piedi" (Mondadori), Andrea Bianchi, pag. 56)

Andrea Bianchi - Libro ed esperienza barefoot nel parco di Villa de Probizer (Relais Mozart) 25 maggio, ore 18.00 - Rovereto, via Cittadella 41

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1 aprile 2018 7 01 /04 /aprile /2018 10:12

L'ultima luce del giorno, quella che allunga le ombre sulla polvere, è la più preziosa. La sola a svelarti il mistero del camminare, a dare un senso a quell'istinto ottimista e avventuriero di appoggiare un piede davanti all'altro per scoprire cosa ci sarà oltre quel ponte, quelle case, quella collina.

Riccardo Finelli

Riccardo Finelli, Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi, Sperling&Kupfer, 2017

Riccardo Finelli, giornalista e scrittore modenese, ha cominciato raccontare dei suoi cammini nel 2012, quando pubblicò “Coi binari fra le nuvole” (Neo), in cui narrava il suo cammino lungo la ferrovia dismessa che collega Sulmona a Carpinone, la Transiberiana d’Italia. nel 2016 invece ci ha raccontato il suo Cammino di Santiago in “Destinazione Santiago”. (Sperling&Kupfer).

Pochi mesi fa è uscito invece “Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi” (Sperling&Kupfer, 2017), che contiene il racconto del cammino di Finelli camminò da Milano a Roma non percorrendo la Francigena o altri cammini noti, ma un itinerario personale, da lui studiato, cioè seguendo i corsi dei fiumi, in un viaggio a piedi di circa ottocentocinquanta chilometri.
Dal Naviglio al Ticino, poi il Po, e dove si aggancia il Trebbia, quindi via verso l’Appennino lungo questo fiume. Poi l’Aveto, il Penna, il Taro, il Verde, il Magra, il Lucido, il Serchio, l’Arno, l’Elsa fino a Siena, l’Arbia, l’Orcia e il Paglia, fino alla confluenza di questo con il Tevere. E gli ultimi chilometri in barca per entrare a Roma dall’acqua.
In Italia, i fiumi sono dimenticati, abbandonati, spesso torturati e violati, ma sono un mondo da scoprire. E Finelli vive belle scoperte, al tempo stesso incontrando sul suo cammino persone e storie da raccontare.
E il fatto che abbia inventato un cammino originale, in luoghi dove veder passare un camminatore era una sorpresa, gli ha consentito di vivere una esperienza senz’altro più ricca che non quella di camminare su un percorso in cui le persone del luogo si sono assuefatte ai viandanti.
La sua conclusione è interessante e vale la pena di citarla: “Mi sono convinto che non viaggiamo per raggiungere qualcuno o qualcosa, ma per soddisfare una pulsione primaria scolpita nei meandri del nostro DNA, come fosse il bisogno di bere o respirare. E ho cominciato a considerare gli abituali sogni a occhi aperti davanti a un atlante non solo come una mia personale fissazione, ma la naturale attitudine del pronipote di una stirpe quadrupede”.
In altri termini, attraverso queste parole emerge l'essere nomadi per bisogno ancestrale, e anche una sorta di diritto inalienabile a essere nomadi. (LG)
(dal risguardo di copertina) Cosa spinge un uomo a riempire uno zaino e percorrere a piedi quasi novecento chilometri da Milano a Roma? Sulle spalle l'essenziale, davanti nessun sentiero, nessun compagno, nessuna prenotazione, affidandosi all'antica leggerezza del viandante. Dopo anni di itinerari predefiniti, Riccardo Finelli ha deciso di uscire dalle strade battute e tracciare il proprio cammino, seguendo una via dimenticata: il corso dei fiumi, che un tempo muovevano uomini, merci e mulini, e oggi scorrono pigri e abbandonati. Dal Naviglio Pavese al Tevere, passando per il Po, il Trebbia e l'Elsa riaffiora un'Italia di piccoli centri e borghi arroccati, malinconica, generosa e accogliente. Ne fanno parte Alessio, che tiene faticosamente in piedi l'oasi di Alviano; Lino, erede di una generazione di barcaioli che parla ancora la grammatica dell'acqua; o Francesca, che ogni giorno si muove sulle sponde che uniscono Lunigiana e Garfagnana. Ma un viaggio è fatto soprattutto di osservazione lenta e minuziosa, lunghi silenzi, sospensione di giudizio. In questo spazio di solitudine e libertà, emerge la vera vocazione del camminatore: non raggiungere la meta ma esplorare la strada, riscoprire località cancellate dalle mappe, prendersi il piacere di deviare verso la bellezza insospettata dell'ordinario. In questo libro, Finelli ci invita a seguirlo e a ritrovare quell'istinto vagabondo e transumante che per millenni ha accompagnato l'umanità.

L'autore. Riccardo Finelli, giornalista e scrittore, esplora da dieci anni luoghi inediti e viaffi a passo lento. Ha pubblicato Destinazione Santiago (Sperling & Kupfer, 2016), Il cammino dell'acqua (Sperling & Kupfer, 2017); per Incontri sono usciti Storie d'Italia (2007), C'è di mezzo il mare (2008), 150 anni dopo (2010), per Neo Edizioni Coi binari fra le nuvole (2012) e Appeninia (2014).

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8 gennaio 2018 1 08 /01 /gennaio /2018 07:47
Andrea Bianchi, Il Silenzio dei Passi. Piccolo elogio del camminare  a piedi nudi nella natura, Ediciclo, 2016

Nel 2011, Andrea Bianchi, da sempre affascinato dalle ascensioni verso le grandi altezze montane come simbolo della ricerca interiore dell'uomo, durante un'escursione in altitudine, si è tolto le scarpe e ha scoperto che camminare a piedi nudi può essere un'esperienza di grande benessere e di riconnessione con la natura. Dopo la prima, timida e casuale prova, si è andato sperimentando in contesti di terreno sempre più difficili e sempre più a lungo, anche nella pratica escursionistica su sentieri impervi. Il suo camminare a piedi scalzi è assieme una "pratica" e una filosofia di vita che sconfina in una relazione con la natura tesa a coglierne lo spirito vitale e l'energia.
Da allora non ha più smesso e, con una serie di articoli che si sono trasformati in libri, ma anche con la il suo insegnamento diretto, ha tentato di trasmettere ad altri la sua visione.
Non possiamo dimenticare, ovviamente, che il suo camminare a piedi nudi, è un ritorno alla semplicità francescana e, più in generale, ad una filosofia di vita in base alla quale, per il raggiungimento di un pieno benessere, in tutte le nostre abitudini/attitudini occorra semplificare, ridurre drasticamente l'utilizzo di tutti quegli oggetti di cui ci siamo circondati e di cui siamo dipendenti sino all'osso, lasciando  invece solo ciò che è essenziale.

Ma d'altronde in questa pratica ci sono degli antecedenti illustri, come ala pratica dello sport a piedi scalzi tra i quali il cosiddetto "gimnopodismo" ha molteplici rappresentanti illustri (e non illustri), per non parlare delle pratiche ancestrali dei Tarahumara che usano correre ritualmente su i montagnosi sentieri della Sierra, praticamente a piedi nudi - solo con la protezione della sottile intercapedine di sottili sandali che essi stessi (come parte del percorso iniziatico tribale) si sono costruiti: pratica ampiamente descritta da Christopher McDougall e riportata al grande mondo del podismo attraverso il volume interessantissimo - e di grande successo su scala planetaria - Born to Run.

Lo snello, ma succoso volume Il silenzio dei passi. Piccolo elogio del camminare a piedi nudi nella natura, pubblicato nel 2016 da Ediciclo nella Collana Piccola Filosofia di Viaggio, contiene appunto il percorso scalzo di Andrea Bianchi e la sua "filosofia di viaggio".

Mi sono ritrovato molto in ciò che Andrea Bianchi scrive e trovo pienamente condivisibili le sue considerazioni: non è così semplice mettere in pratica questo Verbo, poiché come lo stesso autore avverte ci sono, attorno al camminare  e al correre a piedi nudi, molti pregiudizi culturali che è difficile abbattere. Bianchi, nel corso della sua esposizione che ha l'autorevolezza derivante dalla pratica diretta e da una lunga esperienza, controbatte puntualmente tutte le possibili obiezioni (in maniera garbata e non fondamentalista), nello stesso tempo invitando tutti i suoi lettori non del tutto convinti a provare in prima persona, cominciando ovviamente con situazione relativamente protette e comode, per passare poi ad impegni via via più hard ed ambiziosi, in un percorso che diventa viaggio e filosofia di vita.

Andrea Bianchi, A piedi nudi. Il cammino silenzioso dalla A alla Z, Ediciclo, 2017

Io stesso dopo aver letto le sue pagine, visto che non corro più, mi sono ritrovato a fare una parte dei miei lavoretti in campagna a piedi scalzi, ritrovando un forte stimolo vitale nel contatto diretto dei miei piedi con la terra e con la pietra: ritrovando le sensazioni adrenaliniche ed energetiche che avvertivo in me, quando - più giovane - correvo a piedi nudi, sulla spiaggia o anche sugli sterrati e sull'asfalto., oppure, al mare, saltabeccando da uno scoglio all'altro.

I podisti che adoperano scarpe tecniche altamente protettive perdono la finissima capacità propriocettiva del piede e la sua capacità di adattamento naturale ad ogni tipo di terreno. Camminare o correre a piedi nudi ci consente di trovare un rinnovato equilibrio e una maniera più naturale di articolare con un appoggio prevalente sull'avampiede: cosa che nel lungo termine consente di curarsi da inspiegabili malanni che affliggono i camminatori o i runner calzati e che non hanno riscontri strumentali significativi.

Provare per credere.

Questo libretto trova il suo ideale complemento nel volume sempre di Andrea Bianchi, A piedi nudi-Il cammino silenzioso dalla A alla Z (Edicliclo, 2017, collana Ciclostile)
 

(nota editoriale) Togliersi le scarpe e percorrere scalzi un piano sentiero boscoso, un prato umido di rugiada, o i gradini naturali di un sentiero d’alta quota e imparare a percepire sotto le piante dei piedi nudi il flusso di calore della pietra esposta al sole e le sue diverse tessiture: tutto questo è alla portata di ognuno, appartiene alla preistoria e alla storia dell’umanità, eppure è anche una cosa che oggi è diventata rara nella vita di molti. Basta invece poco per re-imparare a camminare scalzi, e ritrovare una dimensione in cui si intrecciano la meccanica del piede umano, le connessioni benefiche con l’elettromagnetismo terrestre, l’arte di passare dal freddo al caldo che Kneipp elevò al rango di terapia, i milioni di stimoli sensoriali che si accendono nella mente, fino alla scoperta di aspetti più sottili, come l’invisibilità delle tracce e il silenzio che accompagna questo passo leggero, quasi felpato, che mai si impone ma sempre trova il suo personale e unico percorso.

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7 novembre 2017 2 07 /11 /novembre /2017 10:22
Elisa Nicoli, L'Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi, Altraeconomia editore, 2017

Per l’editore Altreconomia è uscito recentemente (2017) il volume “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” scritto da Elisa Nicoli scrittrice, giornalista, documentarista nel filone dei suoi interessi per l'ambiente.
Si tratta di un libro piccolo, ma denso di proposte. La prefazione è di Franco Michieli, l’esploratore che collabora da anni con la Compagnia dei Cammini.
Esistono ancora in questa Italia cementificata luoghi selvaggi, dove la natura signoreggia e la presenza umana è rarefatta? Sono pochi, ed Elisa vi propone di conoscerli camminandoci dentro.
La dichiarazione di intenti è chiara: «Questo libro è alla portata di tutti, anche di chi è alle prime armi con l’escursionismo e non ha esperienza di selvatico. Se invece siete degli esploratori “patentati”, forse questo libro non fa per voi. In altre parole, non ce la sentiamo di mandare i nostri lettori allo sbaraglio, su tracce di sentieri che si perdono. Questo libro vuole essere un’iniziazione al selvaggio, uno sfiorarlo, un intravederlo, a volte un anelarlo, raggiungendolo solo in pochi momenti…».
Alle giuste e necessarie indicazioni preliminari seguono 14 schede di luoghi selvaggi.
Si comincia con la famosa Val Grande.
Di ogni luogo Elisa intervista uno specialista del luogo, guide, scrittori, guardiaparco, persone che vivono lì. A seguire, l’autrice  elenca i buoni motivi per visitare quell’area, gli itinerari da fare a piedi, consigliando anche posti tappa, libri e mappe.
Un libro da possedere e da consultare come vero e proprio Baedeker se si ha voglia di esplorare a piedi oasi ancora incontaminate del territorio italiano, molte delle quali sono state già da molti anni oggetto di trekking organizzati da "La Compagnia dei Cammini".

(dalle soglie del testo) Da Nord a Sud le aree selvagge sono anche la Val Codera, i Lagorai, la Valtramontina, poi negli Appennini la Valle dello Scesta, in Abruzzo la Cicerana e i Monti della Meta, poi più a sud l’Orsomarso, l’Aspomonte, in Sicilia Cava d’Ispica e in Sardegna il Supramonte.
(risguardo di copertina) Lo spirito con cui avvicinarsi ai luoghi selvaggi, lo zaino perfetto, la preparazione fisica e tutte le cose che è bene sapere prima di partire. 14 aree selvagge dal Nord al Sud dell'Italia, isole comprese: Val Grande, Valle Cervo, Val Coderà, Val di Vesta, Lagorai, Valtramontina, Fosso del Capanno, Valle dello Scesta, Cicerana, Monti della Meta-Mainarde, Aspromonte, Orsomarso, Cava d'Ispica, Supramonte. Gli itinerari più belli, la natura da scoprire e i consigli del genius loci, il "custode" del territorio. Un vasto repertorio, con decine di percorsi nella wilderness, dalle Alpi agli Appennini, dai grandi Parchi alle piccole oasi segrete. Infine, i focus su wild swimming e fiumi, canyon e gole, foreste ataviche, coste e dune solitarie, paesi fantasma.

Elisa Nicoli é scrittrice e documentarista, insegna in giro per l'Italia a fare sapone, detersivi e cosmetici. E' "autoproduttrice" e camminatrice per passione.

Da anni si occupa di tematiche ambientali, attraverso diversi media.

Nata a Bolzano, ha studiato Scienze della Comunicazione a Padova ed è tornato nella sua natìa Bolzano, dopo aver vissuto per un anno a Lione e due anni a Roma.

Ha finora scritto cinque libri, per diverse case editrici e realizzato diversi documentari.

Per dettagli e contatti leggete il sito www.elisanicoli.it e per saperne di più sull'autoproduzione www.autoproduco.it.

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21 settembre 2017 4 21 /09 /settembre /2017 19:39

(...) Oggi ho visto un ragazzo che saliva svelto, concentrato, a piedi nudi e occhi a terra, sulle pietre. Uno sguardo alle pietre e uno ai piedi nudi, pensavo. O forse i suoi erano occhi che non vedevano nulla, guardavano dentro di sé, in profondità. Palpebre e cuore sincronici, sembrava pensare seriamente alla sua promessa, alla grazia ricevuta, a una grazia da chiedere lungo il suo pellegrinaggio. Quelli della prima fuga di Monte Pellegrino sono pavimenti del pensiero a cui rimangono attaccate tutte le figurine delle storie personali, pensavo. Quelle fughe così magnificamente silvestri, lineari e contorte allo stesso tempo, contengono, pensavo, i pensieri di tutti i palermitani; se potessero staccarsi, quei pensieri, una folla immensa di immagini avvolgerebbe come una nube la città.
(...)

Cettina Vivirito

(MC) Questo l'incipit dell'articolo di Cettina Vivirito sul camminare contemporaneo, dai pellegrinaggi alle erranze suburbane. Per pura coincidenza, anche io l'altro giorno, percorrendo la strada che solitamente mi riporta indietro dalla casa di campagna vicino a Palermo e che è quella stessa che conduce dalla SS113 a Ventimiglia di Sicilia, ho visto due camminare lungo la strada in direzione di Altavilla. Una signora avanti con gli anni e senza scarpe (solo i calzini a piedi), capello di paglia ad ampia tesa ad ombreggiarle il volto, incedeva a passo cadenzato, aiutandosi con un grosso bastone. Dietro di lei, a distanza di rispetto, procedeva un uomo, forse il marito, anche lui anziano, lui però con le scarpe ai piedi Ho pensato che la donna, partita da Ventimiglia di Sicilia o forse da più lontano, stesse facendo il pellegrinaggio verso la Madonna Nera di Altavilla Milicia (la cui festa cade appunto ai primi di Settembre), molto venerata in un'ampia area della Sicilia e meta di cammini devozionali, sia per chiedere una grazia sia per sciogliere un voto (adiacente alla chiesa, nella canonica, è  conservata una vastissima collezione di ex voto per grazia ricevuta che, anni addietro, fu oggetto di un prezioso volume edito da Sellerio).
La donna avanzava da sola, penitente a piedi scalzi, per avere il giusto assetto interiore. L'uomo era soltanto il suo accompagnatore sollecito e protettivo - ho pensato -, ma a distanza, per non rompere con chiacchiere vane la temperatura interiore e la continuità di un muto pregare di lei.
E' stata per me un'immagine icastica e mi è rimasta impressa a lungo nei giorni successivi.
Il camminare porta a se stessi e ci aiuta a ricomporci. E ciò avviene anche laddove non vi sia nel nostro muoverci a piedi un'esplicito assetto devozionale (o penitenziale) e vi si si ravvisi piuttosto il carattere di un'erranza che ci riporta indietro alla nostra origine nomadica, e - attraverso essa - al divino immanente in tutte le cose.
Il camminare con la sua "lentezza" (circa 5 km/h, mediamente, o qualcosa di meno se non si è molto allenati) e attraverso il lento mutare di prospettiva in ciò che ci circonda, con la sua ripetitività sempre cangiante (sono i panorami mentali quelli ad essere sempre cangianti come le nuvole che trascorrono in cielo) ci riporta a ciò che è essenziale, sfrondando via un neo-bisogno appresso all'altro, rendendo superflui tutti gli oggetti che appesantiscono il cammino, e riducendoci - una volta gettate tutte le zavorre che ci appesantiscono - sempre di più all'osso della nostra essenza. E camminare è anche un atto fondante del mondo.
Queste riflessioni, puramente associative, mi sono sembrate la degna premessa all'articolo di Cettina Vivirito.
La lettura dell'articolo può essere accompagnata dalla musica della composizione di Kai Engel, The Run.

Pellegrino nel Cammino di Santiago

(Cettina Vivirito) Come tutte le mattine, scendo con il cane per la solita passeggiata. Salire per la vecchia strada di Monte Pellegrino fatta di pietre lisce lucide e smozzicate è per me come ciabattare per casa da vecchia perpetua: conosco i particolari delle curve, le nuvole che scendono basse e quelle che si nascondono dietro la montagna per poi comparire in volo veloci come aquiloni e sempre diverse.

Oggi ho visto un ragazzo che saliva svelto, concentrato, a piedi nudi e occhi a terra, sulle pietre. Uno sguardo alle pietre e uno ai piedi nudi, pensavo. O forse i suoi erano occhi che non vedevano nulla, guardavano dentro di sé, in profondità. Palpebre e cuore sincronici, sembrava pensare seriamente alla sua promessa, alla grazia ricevuta, a una grazia da chiedere lungo il suo pellegrinaggio. Quelli della prima fuga di Monte Pellegrino sono pavimenti del pensiero a cui rimangono attaccate tutte le figurine delle storie personali, pensavo. Quelle fughe così magnificamente silvestri, lineari e contorte allo stesso tempo, contengono, pensavo, i pensieri di tutti i palermitani; se potessero staccarsi, quei pensieri, una folla immensa di immagini avvolgerebbe come una nube la città.

Questo accade in una città come la nostra, Palermo; ma lungo la storia delle erranze, in altri luoghi e in altre città, dal paleolitico al nomadismo neolitico passando per il Dada al Surrealismo, dal Lettrismo all'Internazionale Situazionista, fino al Minimalismo e alla Land art, cambia la percezione del paesaggio. Così ci racconta uno speciale architetto, Francesco Careri, che non costruisce, non progetta ma pone una sfida che porta avanti con il collettivo Stalker/Osservatorio Nomade, che da diversi anni opera a Roma e non solo. Il gruppo nasce ispirandosi al movimento studentesco della Pantera che continua in qualche modo ad ispirarsi all'Osservatorio Nomade. Gli Stalker camminano, ma non si limitano a passeggiare per la città dei monumenti, delle piazze, dei grandi viali, dei parchi. La loro pratica è "estrema", è un tentativo di "mappare" la città dal di dentro, di scoprire com'è possibile vivere la città – in particolare le sue periferie – al di fuori degli spazi progettati dagli architetti, che troppo spesso sono diventati i simboli di un'invivibilità delle grandi metropoli. È possibile raggiungere Roma da Tivoli a piedi, passando per dei percorsi alternativi alla strada asfaltata? Per gli Stalker è possibile, è anzi scoperta di spazi sconosciuti: il nomadismo diventa perciò un'istanza di re-visione dello spazio urbano che non passi attraverso l'aggiunta di nuove costruzioni.

L'idea di fondo di Breton, che guida il gruppo, è quella di dar voce alla "città inconscia". Saranno i lettristi negli anni '50 a dare per la prima volta importanza all'aspetto di una pratica artistica che non lascia tracce visibili, mentre i situazionisti si allontaneranno dai lettristi, dando vita di nuovo a delle "psicogeografie". Fino ad arrivare alla Land Art, in particolare americana, che fa assurgere il passaggio in un luogo ad opera d'arte. Nella sua forma più avanzata questa pratica non lascia più nemmeno una traccia effimera sul terreno e tutto viene affidato ad una documentazione, perlopiù fotografica, che già non è più l'opera d'arte. I walkscapes sono perciò landscapes, paesaggi, letteralmente "pezzi di terra" non posseduta, ma vista, attraversata: sono pezzi di cammino che ci servono a ricostruire la geografia di un luogo, la metropoli, altrimenti inimmaginabile.

In ogni tempo il camminare ha prodotto architettura e paesaggio, e questa pratica quasi del tutto dimenticata dagli stessi architetti è stata ripristinata dai poeti, dai filosofi e dagli artisti, la cui massima espressione si trova in un libro di Bruce Chatwin, Le vie dei canti, una sorta di inno al pensiero nomade più che al nomadismo. Il camminare in effetti permette di vedere dinamizzando delle linee, linee di canti che disegnano il territorio aborigeno, linee di fuga che bucano lo schermo del paesaggio nella sua rappresentazione più tradizionale, linee di streghe, come direbbe Deleuze, che trascinano il pensiero dietro il movimento delle cose, lungo vene che disegnano nelle profondità delle acque quei tragitti delle balene che Melville descrive così bene in Moby Dick. Le strade non conducono più soltanto a luoghi, sono esse stesse dei luoghi. Jackson ha introdotto un nuovo termine nel lessico del paesaggio, "odologia" che deriva dal hodos, parola greca che significa strada, cammino, viaggio. Lo prende a prestito da uno psicologo sperimentale, Kurt Lewin, che se ne è servito negli anni '30 per caratterizzare "lo spazio vissuto" in cui si situa un individuo nel suo ambiente. Ecco perché l'approccio artistico è così importante per comprendere il nostro modo di percepire il mondo attraverso le vie che lo percorrono, nella misura in cui pone l'accento sulla dimensione dell'esperienza sensibile e affettiva del camminare. Di fatto, gli uomini oscillano sempre tra queste due dimensioni, quali che siano le loro pratiche; in quanto abitante della terra ama stabilirsi, fondare, mettere radici, imprimere il proprio segno; in quanto animale politico, invece, guidato da Ermes, dio dei viaggiatori e dei banditi, delle pietre miliari e dei passaggi, tende a lasciare la propria famiglia e la propria casa per volgersi a luoghi più stimolanti per cimentarsi e agire. Siamo stretti tra due desideri: stabilirci da qualche parte, appartenere a un luogo e trovare altrove un nuovo campo di azione.

Pellegrini in cammino

Camminare non è uno sport”, precisa poi Frédéric Gros. Più ci immergiamo nel mondo digitale, più cresce l’impulso di riscoprire con il corpo il mondo fisico attraverso un’azione, un’attività, che si tratti di alpinismo, free climbing, andare bicicletta o a piedi. I camminatori, e chi ha scritto sul camminare, hanno la tendenza a dividersi in due categorie: i flâneur urbani, discendenti di una lunga tradizione che va da Charles Baudelaire, ai Situazionisti, e quelli che sulle orme di Rousseau, Thoreau e Edward Thomas sono rimasti folgorati dalla natura. Che camminare significhi aprirsi al mondo, lo aveva già scritto David Le Breton, antropologo del corpo: “L’atto del camminare immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la partecipazione di tutti i sensi, si cammina per nessun motivo, per il piacere di gustare il tempo che passa, per scoprire luoghi e volti sconosciuti, o anche, semplicemente, per rispondere al richiamo della strada. Camminare è un modo tranquillo per reinventare il tempo e lo spazio. Prevede una lieta umiltà davanti al mondo”.

Ma già Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo. Socrate amava camminare e dialogare e gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene. Nella Grecia classica il luogo di pellegrinaggio più famoso era Delfi dove si andava per ricevere i responsi della Pizia. Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo. Lao Tse ha scritto che un viaggio di mille chilometri comincia sempre con un passo. Il primo passo. Che è l’unico che conta perché senza il primo, come per il respiro, non ce ne saranno altri, perché segna un distacco. Dalla vita di tutti i giorni, dagli affetti, dalle comodità, dalla propria casa, dal lavoro.

Camminare definisce una soglia tra un prima e un dopo, oltrepassata la quale si entra in una vita dove non si è nessuno, dove si cammina nel regno dell’incognito.

Camminare a volte coincide con la protesta: marce di protesta (come la Marcia di Gandhi, nel 1930, contro la tassa britannica sul sale), marce della pace (la Pellegrina della Pace americana che nel 1953 fece voto di continuare a camminare finché il genere umano non avesse imparato la via della pace e che camminò per 28 anni e morì in uno scontro frontale), le marce contro la Guerra in Corea o in Vietnam, le marce per i diritti civili (le marce delle suffragette e quella di Martin Luther King a Birmingham nel 1963), le marce delle Madri intorno all'obelisco della Plaza de Mayo, che, per non incorrere nell'accusa di occupazione abusiva di suolo pubblico dovettero alzarsi e camminare in circolo, e ancora scioperi e cortei e processioni. Tutte queste manifestazioni si svolgono per la strada che è, per eccellenza, il luogo che appartiene a tutti e sono perciò strettamente connesse con il concetto di democrazia, come spiega Rebecca Solnit che scrive nel suo bellissimo Wanderlust. A History of Walking: “camminare non ha classi” raccontando come la questione dell’accesso ai terreni in Inghilterra sia stata nei secoli invece proprio una specie di guerra di classe (come del resto lo sono tutte le questioni di accesso a un bene comune). Il conflitto verteva su due diverse immagini del paesaggio, la prima che vedeva la campagna come un grande corpo suddiviso in parti ben distinte, la seconda come un organismo collegato da un sistema circolatorio costituito dai sentieri. Le servitù di passaggio affermavano, in accordo a questa seconda visione, che la proprietà non comportava necessariamente diritti assoluti e che i sentieri erano principi altrettanto significativi dei confini.

Ma il rapporto tra letteratura, religione, filosofia, antropologia, sociologia, politica e il camminare è sterminato: si potrebbe ancora aggiungere l’analisi dei vecchi e nuovi atteggiamenti sul rapporto tra viaggiare a piedi e natura: per un europeo, probabilmente, un viaggio nel deserto sarà un ritorno ad un antica casa ancestrale, mentre per un nordamericano come Thoreau, rappresenterà il futuro. Il camminatore campestre rivendica che camminare in città equivale a soffrire per chi ama le lunghe passeggiate nella natura, perché implica un ritmo a scatti irregolare. Scrive Gros: “Il flâneur è sovversivo. Sovverte la folla, la merce e la città, come pure i loro valori. Il camminatore dei grandi spazi, l’escursionista con lo zaino sulle spalle oppone alla civiltà l’esplosione di una rottura, la perentorietà di una negazione (ricordiamo Jack Kerouac, e il suo On the road). Il flâneur sovverte la solitudine, la velocità, l’affarismo e il consumo. In poche parole, mentre i giardini sono luoghi dove: “d’estate ci si attarda fino a sera inoltrata nella luce arancione e nei riflessi viola, nella dolcezza del buio che scende pian piano, e nella polvere di quelle migliaia di passi (…) Per chi abita in città, l’esterno è solo un luogo di transizione, un intermezzo (...) La vita reale continua in ufficio o a casa, prevalentemente all'interno di spazi chiusi”. Prevale il dentro, rispetto al fuori".

Il modo in cui viviamo, peraltro, non riguarda soltanto noi, nell'affettività non siamo mai soli: un’affettività più intensa porta con sé una forte sensazione d’inserimento – un grado più elevato di appartenenza. In questo potenziale c’è sempre un atto etico dal momento che condiziona il “dove” vogliamo andare; ci dice in che modo riusciamo ad abitare l’insicurezza. Esprime la nostra capacità di transitare, avanzare nella vita affrontando le costrizioni. Ci dice che camminare è sempre una caduta controllata. Il camminare è una metafora dell'inquietudine umana ma anche esperienza di stupore quotidiano: la mente ha bisogno, camminando, di sostare su ciò che vede, rimanendone stupita. Questo percorso è disarmonico, niente affatto lineare, e assomiglia al procedere per tentativi della ricerca filosofica e scientifica: un camminare per tentativi che esplora quindi disequilibrio più che armonia.

Pellegrini

Camminare è inutile come tutte le attività essenziali. Atto superfluo e gratuito, non porta a niente se non a sé stessi, dopo innumerevoli deviazioni” scrive Le Breton. Forse, dovremmo tutti trovare del tempo per farlo, forse dovremmo renderci conto che la vita – come ricorda una vignetta che circola in rete – è quella cosa che ci accade mentre siamo intenti a guardare sullo smartphone. E se camminando teniamo lo sguardo fisso sullo schermo, inciampiamo: è molto probabile. Distratti, inciampiamo e cadiamo. Camminare, invece, è ritagliare un momento di attenzione, è – appunto – deviare, ma per arrivare, in fondo, sempre allo stesso punto, al punto di partenza, e quel punto siamo noi.

Se è vero che camminare è meravigliarsi, respirare a pieni polmoni e attivare al massimo grado i nostri sensi e la nostra sensibilità, la sensibilità porta con sé anche una dose consistente di nostalgia, e muoversi è sempre stato una questione di scelte e di rinunce. Ecco che allora la nostalgia più potente del camminatore sarà quella per  “...la strada abbandonata: non è dato sapere se questa portasse a una verità personale che avrebbe potuto modificare il corso della vita indirizzandola su una via propizia, o alla meraviglia di un paesaggio, di un incontro”.

Come scrive Stevenson “sapere che qualcun altro ha provato e visto le nostre stesse cose, anche se si tratta di cose poco importanti, in un modo che non è molto diverso dal nostro, resterà sempre uno dei piaceri più preziosi”. 

Camminare è un’arte, è – scrive ancora Le Breton – “il privilegio di esistere, semplicemente, e sentirlo”, una magnifica riscoperta di umanità. È un’arte lenta, particolarmente preziosa oggi, in un mondo in cui il corpo risulta essere una parentesi, un ingombro. Scrisse Nietzsche: “...le nostre preoccupazioni nascono proprio dalla sedentarietà, da quella pigrizia fisica e morale, da quell’incapacità di muoversi, di cominciare”. (…) “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all'aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo”. Oggi, in un’epoca di sederi di pietra, camminare è un anacronismo da salvare, nelle nostre giornate veloci, istantanee, efficienti; camminare è salvare noi stessi  perché ogni cammino è custodito innanzitutto dentro di noi, prima che si declini sotto i passi.

"Non invidiava le automobili, sapeva che in automobile si attraversa ma non si conosce una terra. A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C'è la stessa differenza che guardare un'acqua e saltarci dentro", è una delle metafore più vicine alla verità di Cesare Pavese.

La Marcia del sale di Gandhi. Un forte esempio del potere sovversivo e di protesta del camminare

Per accompagnare il nostro camminare e le corse in natura, con un tema musicale profondo e non chiassoso... Quando la musica è silenzio che porta a se stessi e che crea ponti... Oppure quando è catalizzatrice del senso di meraviglia per ciò che ci circonda...

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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