Si legge con piacere e provando grandi emozioni il libro rievocativo-biografica su Emil Zatopek "la locomotiva umana", "l'uomo cavallo" (come venne a più riprese chiamato nel corso della sua carriera sportiva) scritto da Marco Franzelli (Marco Franzelli, Zatopek. La locomotiva umana, Bianco e Nero Edizioni, 2011).
Il libro è di lettura fulminea: se si prende tra le mani si beve tutto sino all'ultimo. Come del resto è stata la carriera di corridore di Emil Zatopek, fatta di corse, di record, di medaglie d'oro e di imprese davvero strabilianti, tanto da far dire ad alcuni che - nel mondo dell'atletica, specificatamente della corsa di fondo, dai 5000 metri alla maratona - c'è un clinamen netto e preciso che divide il "prima-Zatopek dal "dopo-Zatopek".
Franzelli ricostruisce la storia di Zatopek dal suo inizio come corridore reclutato a partecipare ad una gara aziedale che, al termine della corsa, pur avendo mostrato di essere talentuoso, giurò a se stesso che non avrebbe più corso in vita sua sino a i trionfi più sublimi e alla sua apoteosi nello stadio di Helsinki, in occasioni delle Olimpiadi del 1952, quando realizzò un'impresa che nessuno dopo di lui riuscì a ripetere, vincendo tre medaglie d'Oro nelle tre discipline del fondo (i 5000 metri, i 10.000 e la Maratona), impresa tanto più incredibile se si considera che Zatopek, sino a quel giorno, non aveva mai gareggiato in una maratona.
Zatopek era un autodidatta, ma nello stesso attento a ciò che facevano gli altri suoi avversari: osservava molto i suoi avversari e li ascoltava molto senza farlo parere, cercando di apprendere i loro segreti e le loro strategie di allenamento per poi applicarle su se stesso. Ma - e in questo anche il nostro Mennea dice qualcosa di molto di simile, quando parla delle sue esperienze di atleta - era fautore di allenamenti massacranti sia in termini di chilometri settimanali percorsi sia in termini di tipologie di allenamento (sino a correre in certi giorni con i pesanti scarponi militari ai piedi). Sulla base del principio che, quanto più hai sofferto in allenamento, tanto meno soffrirai in gara.
L'epica e l'epopea di Zatopek sono marchiate anche dal suo stile di corsa inconfondibile: sempre a bocca aperta (diceva che così l'aria affluiva meglio nei polmoni), con un ricuts in volto che sembrava esprimere sempre una grande sofferenza (ma intanto le sue gambe volavano) e un movimento delle braccia scomposto, strano, sincopato.
Del volume cito questo passaggio che ho trovato emozionante:
"All'approssimarsi del ventesimo chilometro, Zatopek e Jansson balzarono su Peters, in evidente difficoltà. I tre continuarono in compagnia, finchè Zatopek - così si racconta - non si rivolse agli altri due dicendo, in inglese: 'Prima d'ora non ho mai corso una maratona, ma non credete che dovremmo andare un po' più forte?'.
Nè Peters né Jansson si sentirono di rispondere.
Emil decise a quel punto che era meglio andarsene per conto suo.
E lo fece.
(...)
Arrivato alla cima e accingendosi alla discesa, si accorse di essere rimasto solo. Anche Jansson si era staccato.
Emil ci rimase quasi male, si era persino abituato a quela silenziosa presenza. Per un attimo pensò addirittura di rallentare per farsi raggiungere, ma Jansson non faceva che perdere metri su metri. Troppi.
(...)
Al trentacinquesimo chilometro, Emil aveva 700 metri di vantaggio su Jansson, sfinito e sul punto di essere ripreso da Gorno in rapida rimonta.
Emil strinse i denti, ricaccio indietro il dolore, sul volto la smorfia che più smorfia non avrebbe potuto e gettò il cuore oltre tutti gli ostacoli.
Fu in quel momento di estrema sofferenza che capì davvero cos'è correre la maratona. (pp.118-120)
Poi alla fine del 1953, dopo aver stabilito il nuovo primato del mondo nei 10.000 fermando l'orologio sui 29'1" e 6 decimi, rirende ad allenarsi in modo forsennato, per altre imprese, forse per il suo canto del cigno.
Franzelli: "Forte di quell'impresa e pur avendo ormai 31 suonati, si gettò in un inverno di allenamenti matti e disperatissimi. Mai neanche nei suoi giorni d'oro, Emil aveva sfidato in quel modo selvaggio l'umana resistenza alla fatica. Come se l'avversario da battere non fosse più il cronometro, ma l'inesorabile passare del tempo, che lo stava allontanando dalla sua felice giovinezza sportiva.
Nel mese di febbraio percorse 910 km; 935 a marzo; 832 ad aprile, 78o a maggio, 865 a giugno. Alla fine dell'anno la somma totale raggiunse i 7888 chilometri. Conquistò altri due record del mondo. Domenica 30 maggio 1954 aveva migliorato quello dei 500 metri di Gunder Hagg che resisteva da 12 anni, correndo in 13'57" e 2 decimi. Si era quindi trasferito a Parigi e due giorni dopo, il 1° giugno, aveva concluso i 10.000 metri diventando il primo uomo capace di coprire la distanza in meno 29 minuti: 28'54" e 2 decimi" (pp.125-126).
Rinunciò alle corse dopo 17 anni di carriera e dopo aver tentato una seconda volta la distanza di Maratona, alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956., dove con grandissima sofferenza, ma sempre con dignità e rispetto degli altri, arrivò sesto:
"Dopo il traguardo, Emil rifiutò ogni soccorso, si tolse il berrettino, si inginocchiò e affondò il viso nell'erba giallastra del prato. Forse pianse" (p. 129).
Il libro di Franzelli, nel raccontarci di Zatopek sportivo, ci parla anche dell'uomo e della sua rettitudine. Per aver espresso il suo dissenso sulla violenta repressione messa in atto dai sovietici al tempo della "Primavera di Praga" venne declassato dal suo rango nell'Esercito (era arrivato ai gradi di Colonnello) e venne costretto a lavori umili e massacranti, prima nelle miniere di uranio, poi come spazzino e, alla fine, dopo sei anni, quando si convinse a firmare una ritrattazione del Manifesto della Primavera di Praga, come oscuro archivista nel Centro di documentazione dello sport di Praga, fino alla riabilitazione degli ultime dopo la "rivoluzione di velluto".
Emil Zatopek è stato un grande dello Sport, ma soprattutto un grande uomo: e Franzelli, nelle sue pagine, ci fa percepire tutto questo in maniera magistrale.
Il volume è preceduto da un'introduzione di Walter Veltroni, mentre al termine della narrazione, viene riportato un excerpt della cronaca di Gianni Brera della Maratona di Helsinki e della vittoria di Zatopek.
Un glossario di termini tecnici e una bibliografia integrano in modo egregio il volume, corredato in più dalle belle illustrazioni di Umberto Mischi.
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Lo sciamano, che è uomo di potere perchè senza hubrys è in grado di vedere le linee di forza che refolano l'universo, vede l’essere umano come un campo energetico immerso in un misterioso universo di energia. Sapendo che l’unica via per esprimere al meglio il proprio potenziale e raggiungere consapevolezza e libertà è quella di usare in maniera “impeccabile” la propria energia, lo sciamano affronta il mistero con disciplina, strategia e con i piedi ben radicati a terra.
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La recente impresa compiuta da un manipolo di runner che hanno corso in tappa unica da Torino a Roma (su una distanza complessiva di 712 chilometri), mi ha fatto venire in mente l'impresa di Carlo Airoldi, vissuto in un periodo in cui si sviluppava un'attenzione crescente per le attività ginnnastiche (che, spesso, senza nessuna specializzazione, includevano la pratica della Box, il Ciclismo, il Podismo, la Marcia e la Ginnastica. Insomma, gli sportivi di quell'epoca erno a tutti gli effetti degli autentici "factotum", interessati a molte cose, spesso le più disparate, ma con l'obiettivo di mettersi a confronto con obiettivi sfidanti. Prima del 1996, anno in cui - è risaputo - furono celebrati i primi Giochi Olimpici della modernità, era invalsa la consuetudine di organizzare eventi di marcia/corsa su distanze prolungate in linea, da una città all'altra (per esempio: Milano-Torino, sino alla incredibile Milano-Barcellona, alla quale Carlo Airoldi partecxipò, vincendola.
E' stata pubblicata in volume, nel 2005, la storia di Carlo Airoldi (Origgio, 1869-1929), che si può considerare a tutti gli effetti un vero precursore dell'ultramaratona italiana. "La leggenda del maratoneta. A piedi da Milano ad Atene per vincere l'Olimpiade" (Macchione Editore, Varese) è stato scritto da giornalista e sceneggiatore Manuel Sgarella che si è avvalso di preziosi documenti d'epoca e delle testimonianze di suoi discendenti, per costruire una storia in cui lo stesso Carlo Airoldi, in prima persona racconta di sè e della sua imprese, sino all'avventura ateniese.
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"Prendo la bici e vado in Australia. Da Brescia a Melbourne alla ricerca della felicità" (Ediciclo, 2011) è il diario di viaggio di Francesco Gusmeri, ex magazziniere e adesso operatore socio-sanitario.
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E' uscito da pochi giorni in tutte le librerie italiane il libro di Luca Gianotti, dal titolo "L'arte del camminare. Consigli per partire con il piede giusto", con prefazione dello scrittore Wu Ming 2 (Ediciclo Editore).
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Jamie Freveletti, avvocato, è un’appassionata di maratona e ultramaratona. Dopo la laurea in legge, ha studiato presso la scuola di Studi Internazionali di Ginevra. Vive a Chicago con la sua famiglia. La maratoneta è il suo primo thriller ed è stato scelto tra i “Notable Books” dall’Associazione librai indipendenti americani. Nel
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