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27 febbraio 2014 4 27 /02 /febbraio /2014 10:55
Corro perchè mia mamma mi picchia. I molti pregi e i piccoli difetti (pochi) di un nuovo libro sulla corsa
(Maurizio Crispi) Al giorno d'oggi - basta fare una piccola rassegna dei libri usciti in quest'ultimo arco di tempo per rendersi conto di ciò - tutti coloro che corrono o che hanno fatto esperienze di corsa decidono di scrivere e di pubblicare ciò che hanno scritto. Scrivere implica anche il piacere di raccontare di se stessi e di essere letti da un pubblico più o meno folto. Un tempo - i più anziani e più esperti raccontavano le loro storie nelle veglie davanti al fuoco al camino - e in questo modo si tramandava un sapere e una cultura: oggi si scrive nel web e si pubblicano libri. E, quanto pare, tutti vogliono far sentire la propria voce, scrivere e pubblicare, vittime d'una febbre comune, sempre più diffusa, a prescindere dal fatto che si sia buoni scrittori. 
Oggi non è affatto difficile ottenere una risonanza mediatica per i propri scritti, attraverso blog e siti web vari: e, tra l'altro, nella nostra quotidianità solipsistica, gli schermi ammiccanti dei PC rappresentano sempre più quello che un tempo erano i focolari domestici e i camini di casa.
Ma molti non si accontentano di questa via di diffusione dei loro scritti e vogliono anche "farsi un libro" (rendersi, per così dire immortali, attraverso la carta stampata) o essere pubblicati.
Se relativamente facile è pubblicare su carta le proprie fatiche letterarie presso case editrici in cui l'utente paga per ricevere un servizio, a partire da un lavoro artigianale tutto fai-da-te, anche nella scelta dei possibili format del volume, un po' più difficile - anche se non del tutto impossibile - è avere stampato un libro presso case editrici "major", supportate da una grande distribuzione e disposte a dispiegare mezzi per la sua diffusione.
Il libro di Franz Rossi e Giovanni Storti rientra in questa tipologia (Corro perchè mia mamma mi picchia, Mondadori, Collana Strade Blu, 2013).
Il contenuto: i due autori, l'uno attore comico l'altro Direttore di una rinomata rivista di cose di corsa (XRun), raccontano attraverso una serie di sapidi capitoli le motivazioni che li spingono a correre e le loro esperienze di corsa che si muovono dagli scenari nostrani a quelli esotici di gare a cui hanno partecipato in luoghi lontani e poco accessibili per i più. I primi scenari servono a far sì che i lettori-runner possano facilmente identificarsi con loro, mentre i secondi servono a farli sognare.

In alternanza a quelli di resoconti di esperienze di corsa, vi sono dei brevi capitoli sul correre in genere (note su allenamenti, abbigliamento, tecnica). Il volume è arricchito da una prefazione ironica e divertente di Giacomo Poretti, collega di lavoro Giovanni Storti, suo amico nella vita, ma anche runner in erba e, in quanto tale, scettico sui "veri" benefici della corsa: "E il libro che vi accingete a leggere sembra scritto da due persone che si sono sottoposte volontariamente a torture inimmaginabili e, nonostante questo, si dichiarnano felici, ma l'aspetto più preoccupante é che, ne sono sicuro, rifarebbero tutte quelle cose descritte che una persona normale si guarderebbe bene dal fare" (ib., p. VIII)    
Mi è piaciuto? Sì e no! 
E provo a spiegare perchè.
A favore del sì, innanzitutto. Alcuni racconti sono sapidi e leggeri, vagamente umoristici, non si capisce dove finisca la realtà e da cominci l'effetto caricaturale. E, ovviamente, queste parti dei racconti (spesso, dichiaratamente, elaborati a quattro mani dai due autori) sono farina del sacco di Giovanni Storti, runner ma - prima ancora - intrattenitore per il grande pubblico. In altri non è facilmente identificabile la mano dell'autore prevalente. I due amici lanciano al lettore la sfida di indovinare chi abbia scritto cosa, esattamente. E questa sfida è divertente, non c'è dubbio.
In altri capitoli, invece, è stata scelta di introdurre in combinazione successiva, due diversi punti di vista: ed è quando i due racontano di imprese podistiche a cui hanno partecipato assieme, come è nel caso del racconto esilarante ad un'edizione di alcuni anni fa della goliardica (ma anche impegnativa) "Arrancabirra". 
Corro perchè mia mamma mi picchia. I molti pregi e i piccoli difetti (pochi) di un nuovo libro sulla corsaAncora a favore del sì: possiedono del pathos senza ironia, alcuni racconti di imprese podistiche impegnative, come il lungo resoconto "in soggettiva"del Tor des Geant (opera di Franz Rossi, al di fuori di ogni dubbio ragionevole).
Ed ancora il fatto che passi attraverso le parole dei due narratori l'idea di un modo di correre che sia anche stile di vita e strumento che fa vivere meglio (se addirittura, in taluni casi, non "salva" la vita).
A favore del no, invece. Alcuni racconti si disperdono in un eccesso di superficialità e sono forse troppo sbrigativi.
Probabilmente, nel complesso dei diversi capitoli, si evidenzia anche una certa disomogeneità per cui le varie parti sono un po' troppo scollate tra loro, come se tradissero  la loro origine di un insieme di scritti, non ben unificati da un filo conduttore sufficientemente forte.
Sotto questo profilo ho apprezzato molto di più il libro partorito da Roberto Giordano - pure lui uomo di spettacolo, oltre che runner da lunga data - sulle sue esperienze di corsa (Correndo per il mondo. Storie, aneddoti e consigli di corsa, Kowalski, 2013) che, molto più tipizzato, si presenta non soltanto guida ironica e disincantata al mondo del running, ma anche valido come Baedeker del podista che voglia intraprendere viaggi di corsa, anche in luoghi inconsueti.
L'opera degli amici Franz Rossi e Giovanni Storti va sicuramente letta e apprezzata: del resto i podisti, purché si parli di corsa, sono lettori di bocca buona, ma da un'opera pubblicata da Mondadori, francamente, mi sarei atteso qualcosa di più.
La presenza di Giovanni Storti nel team degli autori e la sua popolarità come attore comico, indubbiamente, ha facilitato l'apertura di molte porte: e che Giovanni Storti, con il suo nome e la sua popolarità, sia quello deputato a trainare le vendite del volume è indicato dal fatto che - malgrado la consuetudine e
ditoriale - voglia che nel caso di libri scritti a più mani, l'ordine degli autori sia in ordine alfabetico, Storti figura primo dei due autori, designato ad essere capocordata nella fortuna commerciale del volume (ed è lui, a sottolineare la non casualità di questa secelta, a comparire nella pagina frontale della copertina).
Se mi sento di consigliarlo agli amici runner?
Sì, leggetelo e divertitevi, assorbendo nello stesso tempo qualche bella pillola di saggezza sul Running World, come è ad esempio, una delle frasi che fa da suggello al volume e che voglio citare qui per esteso: "Tra le tante attività fini a se stesse, abbiamo scelto la corsa come paravento dietro al quale nascondere la voglia di fare qualcosa per noi. Qualcosa di personale (anche quando è condiviso con altri), qualcosa di profondamente egoistico. Correre ti fa sentire bene. Rubare un'ora alla routine, al lavoro, alla famiglia, e regalare quell'ora a te stesso ti fa sentire ancora meglio.
Correre significa muoversi velocemente da un posto all'altro senza necessità di altro che delle tue gambe. Il movimento è vita, è scoperta. E' avventura. La magia della corsa è tutta qui. Correre ti fa sentire vivo" (ib., p.190).
E aggiungerei che "Corro perché mia mamma mi picchia" è anche un bel libro sull'amicizia tra due persone diverse che si sono incontrtsate attraverso la corsa e il cui reciproco rapporto è stato cementata dal correre assieme in alcune circostanze, come con le altre persone interagenti, spesso menzionate nei diversi racconti con cui vengono declinati momenti spassosi,, a volte profondi, di amicizia e condivisione. 
E aggiungerei che è anche un bel libro sull'amicizia tra due persone diverse che si sono incontrtsate attraverso la corsa e il cui reciproco rapporto è stato cementata dal correre assieme in alcune circostanze, come con le altre persone spesso menzionate nei diversi racconti con le quali  vengono declinati momenti spassosi,, a volte profondi, di amicizia e condivisione. 
E, quindi, ciò che traspare è una rappresentazione del correre non solo come impresa individuale (ed individualistica), ma anche "religio" nel senso laico del termine, cioè di attività che lega assieme gli individui in un'esperienza conivisa (e raccontabile). 

Corro perchè mia mamma mi picchia. I molti pregi e i piccoli difetti (pochi) di un nuovo libro sulla corsa(Dal risguardo di copertina) Siamo abituati a vederlo insieme agli inseparabili Aldo e Giacomo, ma in questo libro Giovanni Storti si presenta in una veste insolita, maglietta e pantaloncini, e ci parla della sua più grande passione fuori dal palco, quella per la corsa. Lo fa alla sua maniera, con la consueta ironia, con un intreccio di leggerezza e profondità. Alternandosi nel racconto con Franz Rossi, compagno di avventure e di allenamenti, Giovanni, instancabile "assaggiatore di corse", pronto a sfidare il caldo come il freddo, a correre di giorno e di notte, a qualsiasi latitudine o altitudine, ci spiega come ha scoperto, o meglio riscoperto, questa vena atletica. Dalle fughe infantili per sottrarsi alle ciabattate materne a una pratica ritrovata, non tanto per motivazioni salutistiche, quanto perché la corsa ha il fascino di una vera arte. Ci addentriamo così, in compagnia dei due protagonisti, negli itinerari delle gare più coinvolgenti, sentiamo con loro la fatica ma anche il piacere di misurarsi con se stessi e con gli altri, la gioia di superare i propri limiti. E soprattutto impariamo a guardare con curiosità ed emozione i luoghi e l'umanità che si incontrano lungo il tragitto. Si aprono davanti a noi scorci di una Milano, quella dei Navigli, dei parchi e della Montagnetta di San Siro, lontana dall'affannata metropoli dell'immaginario collettivo. Prefazione di Giacomo Poretti
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26 febbraio 2014 3 26 /02 /febbraio /2014 17:32

Vieni a correre con me. Quando il gap generazionale tra un padre e un figlio si colma attraverso la corsa fatta assiemeVieni a correre con me. Un padre e un figlio alla ricerca del tempo perduto di Geoffrey Beattie e Ben Beattie (Edizioni LOG, 2013) è un libro scritto da un padre e un figlio che hanno ritrovato un'intesa attraverso la passione per la corsa che, prima solo del padre, è stata poi condivisa da entrambi. La corsa fatta assieme e le gare disputate assieme (ognuno secondo le proprie risorse e capacità) ha creato magicamente un ponte di contatto e ha colmato un abisso di incomunicabilità e di incomprensione.

Dopo il successo in Inghilterra, è arrivato anche in Italia la biografia di Geoffrey Beattie, psicologo e accademico inglese, autore di numerosi libri e serie televisive nonché lo psicologo del Grande Fratello in UK.
Geoffrey Beattie ha iniziato a correre all’età di 13 anni, senza più smettere, allenandosi ogni giorno senza interruzioni.

Egli considera lo sport una scelta di vita, soprattutto a livello psicologico, per sé e per tutti coloro che lo praticano.
In Vieni a correre con me che è un libro autobiografico scritto con suo figlio Ben, emergono le diverse ragioni di una passione condivisa, l’amore per la corsa e per le maratone che, pian piano, hanno contagiato anche i figli, trasformando gli anni luce di distanza tra loro in pochi minuti di distacco, allietati poi da tante esperienze in comune e tanto tempo passato insieme.

 

Vieni a correre con me. Quando il gap generazionale tra un padre e un figlio si colma attraverso la corsa fatta assieme(Dal risguardo di copertina) La distanza abissale e incolmabile che separa quasi tutti i padri dai loro figli può essere superata solo con un miracolo, oppure con uno sforzo e una dedizione che superano quasi sempre le nostre capacità umane. Ogni tanto però dentro di noi esistono delle risorse nascoste, che sono più forti di qualsiasi ostacolo e che ci guidano con ¡1 loro passo leggero oltre i nostri limiti, come è successo all'autore di questo libro, forse uno dei padri peggiori e più incasinati che un figlio possa immaginarsi. La sua risorsa è stata l'amore per la corsa e la sua sfrenata passione per le maratone, che piano piano hanno contagiato anche i figli, trasformando magicamente gli anni luce di distanza tra loro in pochi minuti di distacco, allietati poi da tante esperienze in comune e tanto tempo passato assieme. Un tempo che sembrava perduto e che invece è tornato almeno in parte ai suoi legittimi proprietari, carico di tutti i suoi messaggi, di tutti i suoi ricordi, oltre che del suo inesprimibile ma indiscutibile amore!

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22 febbraio 2014 6 22 /02 /febbraio /2014 22:50
Unbroken. Il secondo film diretto da Angelina Jolie racconta la storia dell'atleta olimpico Louis Zamperini, una vicenda fatta di resilienza e coraggio
Unbroken è un film del 2014 prodotto e diretto da Angelina Jolie, la sua seconda pellicola come regista. Il film che sarà in programmazione nelle sale cinematografiche nel corso del 2014, è stato presentato ufficialmente i occasione delle recenti Olimpiadi invernali di Sochi (Russia).
Il film che è la trasposizione cinematografica del libro di Laura Hillenbrand, Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio (pubblicato in traduzione italiana da Mondadori nel 2013), racconta la vera storia dell'atleta olimpico statunitense Louis Zamperini, durante la Seconda guerra mondiale, durante la quale - dopo aver trascorso 47 giorni alla deriva in mare , fu per un lungo periodo prigioniero di guerra. 

Zamperini, che ha adesso 97 anni, iniziò a correre quando frequentava le scuole superiori e vinse una borsa di studio in Southern California.

Diventò atleta olimpico nella specialità dei 5000 metri all'età di 19 anni. Si classificò 8^ alla finale dei 5000 metri piani ai Giochi Olimpici di Berlino.  Stabilì anche in occasione di un incontro nazionale USA il record del Miglio in 4h12' nel 1938, quando ancora la barriera dei 4' nel miglio era ritenuta insormantobile.

Zamperini appare in in un trailer in cui racconta le sue prime esperienze nella corsa: "Quando ero un ragazzino, ero sempre nei guai e i miei cominciarono a parlare di quello che avrebbero dovuto fare per me - afferma - E il capo della Polizia disse a miei 'Non abbiamo fatto altro che inseguirlo su e giù per la città per anni. Io suggerisco che debba correre'"

Unbroken. Il secondo film diretto da Angelina Jolie racconta la storia dell'atleta olimpico Louis Zamperini, una vicenda fatta di resilienza e coraggioIl romanzo e la storia. Nel maggio del 1943 un bombardiere americano precipita nel mezzo dell'Oceano Pacifico. Dell'equipaggio si salvano soltanto tre membri, uno dei quali è Louis Zamperini, figlio di immigrati italiani.
Comincia così, con un minuscolo canotto alla deriva mitragliato dagli aerei giapponesi, una delle più straordinarie odissee della Seconda guerra mondiale.
Dopo aver percorso 3200 chilometri in mare nutrendosi di uccelli crudi e fegato di pescecane, i tre sbarcano su un'isola in mano giapponese.
Per due anni, passeranno da un campo di prigionia all'altro, incontrando sadici aguzzini come il sergente Watanabe e misurandosi ogni giorno con la possibilità di essere uccisi, fino alla resa del Giappone e alla liberazione.
Questa, per Louis Zamperini, è solo l'ennesima prova d'una vita avventurosa sin dall'infanzia: giovanissimo delinquente di strada, aveva trovato nell'atletica leggera una via d'uscita, diventando un campione di mezzofondo e partecipando con onore ai 5000 metri alle Olimpiadi di Berlino del 1936 (dove aveva ricevuto i complimenti di Hitler in persona).
Reclutato nell'Aviazione nel 1940, mentre si stava preparando alle sue seconde Olimpiadi, prima di precipitare con il suo B24 nel Pacifico era sopravvissuto a durissimi combattimenti alle Hawaii.
Conclusa la guerra, anche il rientro in patria non fu cosa semplice: gli incubi lo tormentano, portandolo a rifugiarsi nell'alcol.
Poi il matrimonio con una ragazza di buona famiglia, bella e intelligente, e la riscoperta della fede...
Il primo trailer, accompagnato da un'intervista al vero Louis Zamperini, è stato diffuso il 16 febbraio 2014 durante i XXII Giochi olimpici invernali a Soči[3].
La pellicola verrà distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 25 dicembre 2014.


 

 

 

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 17:41

Camminare e sognare. Sino a Santiago de Compostela con Walter Orioli: un esperienza di viaggio che è anche avventura dello spiritoWalter Orioli, circa tre anni ha ha compiuto a piedi il Cammino di Santiago, da solo: 750 km in 35 giorni.
Al ritorno, riflettendo e rielaborando un'esperienza che è stata per lui intensa e profonda e che ha messo in gioco il suo Sè più intimo ha voluto scrivere un libro per raccontarla meglio a se stesso e, come obiettivo secondario, anche agli altri.
Ne è scaturito così un racconto di viaggio che è anche esperienza di vita e di trasformazione, pubblicato in libro con il titolo Camminare e sognare. Verso Santiago de Compostela (Gruppo Albatros Il Filo, 2013).
Ma nelle suepagine diaristiche si ritroverà anche il racconto di una sfida alla resistenza fisica: l'aver percorso in 35 giorni, con il zaino sulla spalle, i 750 km del Cammino.
E, quindi, nel suo racconto c'è anche l'esperienza della resistenza fisica e mentale e, in ultimo, quella della libertà, in una condizione di vita che - per quanto circoscritta temporalmente - sconfina dalla quotidianità e mette in contatto con una dimensione dell'essere essenziale e priva di orpelli.
Ognuno ha il suo ritmo di cammino: Walter Orioli, alla luce della sua esperienza, consiglia che il Cammino lo si faccia da soli e soltanto la sera sperimentare dei momenti di convivialità con altri "pellegrini".
Ciò che scrive Walter Orioli è la prova tangibile che il Cammino di Santiago può essere affrontato come esperienza "laica" e che, ciò nondimeno, può assumere nel corso del suo farsi delle qualità trascendenti che possono mettere ciascuno "pellegrino" in contatto con una religiosità immanente dentro il proprio sé.
E proprio per questo motivo, il Cammino di Santiago può diventare - oltre ad essere esperienza di trasformazione personale - anche avventura dello spirito.

 

(Sintesi, dal risguardo di copertina) 35 giorni, 700 chilometri da percorrere. Meta: Santiago de Compostela. Una tenace passeggiata tra campi di girasoli, colline, vigneti e foreste di eucalipto, con frecce gialle a indicare il percorso, che ogni anno milioni di pellegrini da tutto il mondo scelgono di intraprendere; una sfida al dolore e alla resistenza fisica, ma più di tutto una dura prova psicologica che impone di fare i conti con la solitudine e costringe all'introspezione, ma da cui germoglia una inedita consapevolezza delle proprie capacità. Walter Orioli racconta il suo cammino verso Santiago in un dialogo intimo e confidenziale con il lettore, fa un resoconto in prima persona di un viaggio capace di liberare la fantasia e la creatività dal peso della vita quotidiana e soprattutto da quello di una fraintesa fatica esistenziale.

Walter Orioli, classe 1952, è uno psicologo che ha sempre lavorato con i vari linguaggi dell'arte: scrittura, teatro, pittura, percezione. Autore di diversi libri sulla funzione terapeutica del teatro, ultimamente si dedica anche alla pittura. 

 

(La recensione de La Compagnia dei Cammini" - Luca Gianotti) Ho conosciuto Walter Orioli un paio di mesi fa, ma avevo sentito parlare di lui in passato, ed ero curioso di conoscerlo. Walter è una di quelle persone che ti stupisce, anche se parla poco.
È una di quelle persone che sa dare valore a un sorriso, a uno sguardo, a un abbraccio. Orioli di professione è psicologo, e si dedica in particolare alla Teatro Terapia, tema su cui ha anche scritto alcuni libri.
È camminatore da sempre.
Ma il Cammino di Santiago deve averlo toccato nel profondo, perché in questo libretto racconta di come per lui sia stato un cammino di rinascita. “Camminare e sognare” si legge bene, l’occhio di Orioli è attento soprattutto ai processi interiori, propri e delle persone che incontra. Il libro è diviso in tre parti: la prima parte contiene riflessioni sul valore del camminare, una autoanalisi che Orioli fa di come il camminare ti fa cambiar pelle, come succede ai serpenti.

Scrive Orioli:

Per i non credenti il cammino è un atto di svuotamento per mettersi a disposizione delle forze della natura, mentre per i credenti è un atto di abbandono per mettersi a disposizione del divino, ma il risultato non cambia, serve a valorizzare la nostra vita, ad avere fiducia nelle nostre capacità e, a lungo andare, a innescare dei cambiamenti sostanziali nei comportamenti”.

E Walter Orioli nel suo cammino alterna momenti di religiosità cattolica ortodossa a momenti in cui a questa si ribella in nome di una spiritualità più mistica. Anche in questo il cammino per lui è un cambiar pelle.
La parte centrale del libro è un "diario" del Cammino, uno dei due che Orioli ha percorso. Un diario dedicato soprattutto a guardare gli altri esseri umani e a guardare se stesso.
La terza parte si intitola “Gli insegnamenti”, e il titolo spiega di cosa si tratta: il cammino sviluppa alcuni cambiamenti, attraverso un lavoro – dice Orioli – sull’identità dell’Io, sui talenti profondi, sulla consapevolezza e sulla identità psico-fisica.

 

Concludo con un’altra citazione interessante:

Spesso nella vita l’azione è indirizzata al tornaconto. Sul cammino no, proprio perché il viandante non si trova nella quotidianità, ma evoca i gesti del quotidiano. Il mondo del viandante agisce con le categorie della prima natura, quella dell’azione legata ai sensi, mentre la seconda natura, quella del pensiero e del mentale, è semplicemente messa da parte, per dare massima attenzione alla percezione sensoriale degli elementi naturali – sole, vento, usignoli, grilli, rane – e nel tempo presente”.

Orioli sarà ospite al Festival del camminare di Bolzano, dal 23 al 25 maggio, così potrete conoscerlo anche voi!

Walter Orioli – “Camminare e sognare. Verso Santiago de Compostela”, Albratos Il Filo, 2013 – 12,90 euro

 

 

Da una trasmissione in TV, un'intervista con Walter Orioli


 
 

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20 gennaio 2014 1 20 /01 /gennaio /2014 23:54

Le antiche vie di Robert Mcfarlane. Uscire fuori per conoscersi dentroE' uscito nel 2013, per i tipi di Einaudi (Collana Frontiere) un nuovo saggio di Robert Mcfarlane che sicuramente potrà interessare i camminatori: si tratta di un "elogio del camminare", realizzato mettendo assieme personali esperienze di viaggio a piedi dell'autore lungo "le antiche vie", cioè percorsi di cammini tradizionali e di pellegrinaggi devozionali.
Il volume si chiama, appunto, "Le antiche vie. Un elogio del camminare".

Percorrendo a piedi sentieri noti e piste meno battute di Inghilterra, Scozia, Palestina, Spagna, Tibet, Robert Macfarlane ha scritto un «elogio del camminare» che riaccende di vita l'antico legame tra la strada e il racconto, tra il camminare e il pensare. Macfarlane ha la capacità unica di prendere il lettore per mano come un compagno di strada e ridare un senso allo spaesamento di chiunque si mette in cammino, di ogni uomo che esce fuori per conoscersi dentro.

«Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell'erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo piú sull'asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia.
Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare».


Robert Macfarlane è l'ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria.
Riallacciando l'ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto piú semplice, eppure oggi anche il piú radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l'antico «Camino» di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall'abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere per noi i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.

Hanno detto di questo libro:

«Un libro che, come i sentieri piú preziosi, è sempre diverso ogni volta che lo percorri». (The Guardian)

«Leggi Macfarlane e sarà impossibile fare di nuovo una passeggiata insignificante».(Metro)

Robert Macfarlane, appassionato alpinista, critico letterario, collaboratore della BBC e insegnante a Cambridge, è autore di Come le montagne conquistano gli uomini (Mondadori 2005), Luoghi selvaggi (Einaudi, 2011) e Le antiche vie (Einaudi 2013).
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20 gennaio 2014 1 20 /01 /gennaio /2014 10:05

Alla ricerca dei luoghi selvaggi dentro e fuori di noiEsistono ancora luoghi veramente selvaggi? Luoghi sconfinati, isolati, elementari, splendidi e feroci, che seguono leggi e ritmi propri, incuranti della presenza umana? E se mai sopravvivono, dove cercarli? Dopo aver fantasticato fin da bambino sui luoghi selvaggi della letteratura, Robert Macfarlane - appassionato alpinista, critico letterario e professore a Cambridge - ha intrapreso una serie di viaggi alla ricerca della natura selvaggia ancora presente in Scozia, in Inghilterra e in Irlanda. Con zaino, tenda e sacco a pelo, si è avventurato in prima persona - viaggiando da solo o con amici fidati - per tracciare un inedito itinerario lungo misteriose terre di pietra, di legno e di acqua.
E quella che ci regala, con i capitoli che si susseguono nel suo libro, "Luoghi selvaggi.In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste" (Einaudi, 2011) è l'abbozzo di una mappa della selvaticità che, luogo dopo luogo - dalle isole Skelligs alla vetta del Ben Hope, dalla mitica Rannoch Moor alla spiaggia di Orford Ness -, si trasforma sotto i suoi stessi occhi in un vero e proprio romanzo di formazione, segnato da incontri e addii, da scoperte e sorprese.
Seguendo le orme dei padri del deserto, dell'epica nordica, dei grandi "narratori" dell'incanto della natura (Thoreau, Muir, Coleridge, ma anche Calvino, W. H Murray e l'amico Roger Deakin), degli scienziati affascinati dal mistero delle diversità e delle analogie, Macfarlane si avventura in prima persona fuori dagli angusti confini del noto e del domestico e traccia un nuovo itinerario, personale e profondo, in territori di pietra, di legno e di acqua, che scopriamo con lui straordinariamente vivi, sconosciuti e raggiungibili.

 

Robert Macfarlane scrive bene. E ha una sensibilità speciale. Sa raccontare la natura. Nella tradizione anglosassone, questo libro racconta la “selvaggità”, la wilderness, come non si vedeva dai tempi di Thoreau.

Macfarlane era amico e allievo di Roger Deakin (scomparso nel 2006), i pochi che conoscono Deakin in Italia,  e che lo hanno seguito attraverso le sue opere, ricordano la sua capacità di estasiarsi e di raccontare le piccole scene naturali a cui l’autore assisteva nei suoi cammini e nella sua vita in campagna, nei panni dell'“esploratore della contrada ignora che ci dimora accanto”.
Ma Macfarlane è forse più interessante di Deakin (che parla del contatto con la natura in un certo senso "stanziale"), perché racconta sia il piccolo che il grande, alternando continuamente nel suo libro piccoli ritratti acquerellati, descrizioni storiche e ricerche scientifiche.
Il risultato è molto piacevole, l’obiettivo è quello di raccontare i luoghi selvaggi che ancora esistono in Gran Bretagna, costruendo una mappa ideale tutta sua, che va dalle incredibili brughiere del Rannoch Moor alla foresta di Black Wood, dal capo Wrath alla cima del Ben Hope all’isola di Ynys Enlli.

Intanto,proprio in questi giorni, è stato pubblicato sempre per i tipi di Einaudi un nuovo libro di McFarlane sul camminare, Le antiche vie. Un elogio del camminare.

Luoghi selvaggi merita senz’altro, soprattutto per quegli animi contemplativi che sanno fermarsi a osservare il volo di un uccello o la forma di un sasso, facendosi tante domande. Macfarlane conclude: “Ci siamo frantumati in mille pezzi, ma la natura selvaggia può ancora restituirci a noi stessi”.
E la voglia di camminare nelle brughiere scozzesi o di scoprire piccoli angoli selvaggi vicino a casa, un boschetto, un ruscello, una spiaggia fuori stagione, dormendoci una notte col sacco da bivacco, diventa irresistibile…

 

Hanno detto di Luoghi selvaggi

«Un'ode appassionata a luoghi veri che sembrano impossibili, in una prosa che ci restituisce, quasi intatto, il vivido incanto della loro essenza più intima» (Rebecca Solnit)


«Una narrazione che avvince e convince, ricordandoci che la natura, a dispetto delle devastazioni subite, regna ancora sovrana su gran parte della superficie del pianeta. Era da tanto che non leggevo un libro così inaspettatamente confortante» (Bill McKibben) 

 

Robert Macfarlane, appassionato alpinista, critico letterario, collaboratore della BBC e insegnante a Cambridge, è autore di Come le montagne conquistano gli uomini (Mondadori 2005), Luoghi selvaggi (Einaudi, 2011) e Le antiche vie (Einaudi 2013).

 

 

Robert Macfarlane – “Luoghi selvaggi”, Einaudi 2011

 

Leggi un estratto del volume

 

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10 gennaio 2014 5 10 /01 /gennaio /2014 19:00

La Via Etrusca del Ferro. Esce una guida pratica per accompagnare i camminanti lungo una delle vie più antiche d'Italia, da mare a mareGianfranco Bracci e Marco Parlanti hanno ideato un percorso sulle orme degli etruschi, un archeo-trek, come lo definiscono loro. Tutto è nato nel 2004, quando sono stati ritrovati a Frizzone (Lucca) 300 metri di selciato etrusco, antichi 2500 anni.

Ed ecco che agli autori é venuta l’idea di ricostruire l’antica Via del Ferro, un percorso da costa a costa che dall’isola d’Elba arriva ai lidi di Comacchio.
Lungo il percorso si incontrano scavi archeologici, tra i quali le città etrusche di Gonfienti (Prato) e Kainua (Marzabotto). Gli itinerari proposti nella guida sono due: quello dall’Isola d’Elba a Comacchio è il principale, 
17 giorni di cammino per 250 chilometri totali, diviso in tre parti: l’isla d’Elba, poi ci si sposta a Pisa coi mezzi e si cammina fino a Marzabotto, infine segue una terza parte, in cui i due autori dopo essersi spostati sino a Ferrara coi mezzi, poi  camminano fino a Prato Pozzo; ma c’è anche la variante fluviale, denominata “Etruscan trail, river to river”, dall’Arno al Reno, per un totale di 6 tappe, da Prato a Marzabotto.

Da questa ricerca sul "campo" e dalla sperimentazione di questi percorsi è scaturito un libro, dal titolo "La Via Etrusca del Ferro. Dal Tirreno all'Adriatico, dall'isola d'Elba alle Valli di Comacchio sulle tracce della strada più antica d'Europa", pubblicato per i tipi di Ediciclo (2013).
Si tratta di un libricino, ma fondamentalmente utile per chi volesse intraprendre gli stessi camminiOltre al road-book, dotato di mappe dettagliate in scala 1:50.000, la guida ospita un racconto di viaggio, e approfondimenti storico-archeologici, scritti da esperti.

Si tratta dunque di una vera e propria guida dedicata al primo archeo-trek italiano, un coast to coast sulle tracce della strada selciata più antica d’Europa, lungo la quale i carri etruschi trasportavano il ferro dal Tirreno all’Adriatico. Dall’Elba a Pisa, da Marzabotto a Bologna, fino ad arrivare a Spina, vicino all’odierna Comacchio.

Sul sito della casa editrice Ediciclo sono reperibili anche le tracce GPS degli itinerari.

 

La via Etrusca del Ferro. La Via Etrusca del Ferro è stata definita dall'archeologo Michelangelo Zecchini, che nel 2004 ne trovò trecento metri ben selciati e glareati, risalenti al VI sec. a.C. in località Frizzone a Capannori, quale una “superstrada del lontano passato”.

L'associazione culturale omonima che ha sede a Prato, è nata per tentare di ritrovarne altri tratti, utili a certificarne l'esistenza reale. L'importante arteria risulta essere certamente la più antica strada selciata d'Europa.

Narrano gli storici antichi, fra cui Plinio il Vecchio, che questa terra, era ricca di molte materie prime quali minerali di ferro, rame e argento, utili per estrarne i relativi metalli, allora molto importanti, in quanto, come egli asseriva: "erano alla base dei prezzi di ogni merce" e quindi avevano lo stesso valore che il petrolio ha ai nostri giorni.
Essa univa i porti di Pisa, sul Tirreno e di Spina (Comacchio), sull'Adriatico ed aveva nelle città pedemontane di Gonfienti (Prato) e Kainua (Marzabotto vicino a Bologna, i due grandi empori commerciali situati nei contrapposti versanti appenninici.

A detta dello storico greco Scilàce di Cariànda (V sec. a.C.) che ne parla nel suo Periplo di Scilace, pare che la si potesse percorrere in soli tre giorni: "Dopo gli Umbri, i Tirreni. Anch’essi vanno dal Mar Tirreno all’Adriatico; e qui si trova una città greca (Spina) e un fiume: la navigazione verso la città tramite il fiume è di venti stadi: questa città si raggiunge da Pisa in tre giorni di cammino".

 

Gianfranco Bracci, Marco Parlanti, La Via Etrusca del Ferro. Dal Tirreno all'Adriatico, dall'isola d'Elba alle Valli di Comacchio sulle tracce della strada più antica d'Europa, Edicilo, 2013 (pag. 31).

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28 dicembre 2013 6 28 /12 /dicembre /2013 23:09

Il Cammino immortale. Il Cammino di Santiago raccontato da Jean-Christophe Rufin: "Quando sono partito per Santiago non cercavo niente, e l'ho trovato" (Jean-Cristophe Rufin). Il Cammino Immortale. La Strada per Santiago (Ponte alle Grazie, 2013) è un libro non solo per tutti gli appassionati del Cammino, per chi lo ha fatto o lo vorrebbe fare, ma anche per tutti coloro che amano le storie di viaggio.

Jean-Christophe Rufin è uno scrittore molto noto in Francia, dove ha vinto un premio prestigioso, il Goncourt; è persona di estrazione alta (medico, e ambasciatore); è un laico.
Il libro sul suo Cammino di Santiago è stato un successo in Francia, 400 mila copie vendute. In Italia lo ha pubblicato Ponte alle Grazie. La prima impressione è che Rufin sia un bravo scrittore, non solo per il fatto di di saper usare le parole giuste (e questo Rufin lo sa fare egregiamente), ma anche per il saper vedere quello che altri non vedono, o, ancora più spesso, di saper riflettere su quello che è sotto gli occhi di tutti, ma su cui non si è ancora riflettuto.

Esempio, dalle prime pagine del libro: “Andando verso Compostela, l’essenziale non è il punto di arrivo, comune a tutti, ma il punto di partenza. È quest’ultimo a fissare la sottile gerarchia che s’instaura fra i pellegrini. Quando due camminatori si incontrano non si domandano "Dove vai?" – la risposta è evidente – né "Chi sei" giacché sul cammino non si è altro che un povero Giacomeo. La domanda che formulano è "Da dove sei partito?" E la risposta permette immediatamente di sapere con chi si ha a che fare”.

Chi fa solo gli ultimi 100 km dell Cammino, spiega Rufin, è "un cacciatore di diplomi".
Chi è partito dai Pirenei e ha ha camminato più di 500 km, allora è visto con il rispetto dovuto. Rispetto che diventa venerazione per quei camminatori che sono partiti da casa loro [uno dei miei conoscenti nel mondo delle Ultramaratone lo ha fatto, pochi anni fa - ndr], chi è in viaggio da quattro mesi, chi è malconcio ma mostra quel senso di appartenenza a un rango superiore della categoria.

Ottocento chilometri da Hendaye, all’estremo sudovest della Francia, fino alla maestosa Cattedrale di San Giacomo, questo il percorso di Jean-Christophe, lungo il Camino del Norte e il Camino Primitivo: Rufin è un camminatore laico, all’inizio osservatore esterno del fenomeno dei cammini, spesso ironico e dissacrante.
Il libro scorre leggero e fa sorridere.
Ma - man mano che Rufin vive il suo cammino - il punto di osservazione è sempre meno esterno, in una fase centrale l’autore-camminatore ha anche un periodo di forte ricerca spirituale, quando arriva a Oviedo.

Anche lui si accorge come il cammino sia un’altra cosa dal turismo che cerca il pittoresco“Poche decine di chilometri di asfalto ammorbidiscono quella carne ancora troppo dura: il pellegrino è lì per camminare, che gli piaccia o no, che sia soddisfatto o no dei paesaggi! Pipe-line in cemento e fabbriche, lottizzazioni deserte e corsie d’emergenza, rotatorie e periferie industriali sono necessarie per diventare un vero pellegrino, immune da ogni pretesa turistica. Sferzato dalle prove, il camminatore si sente dapprima un po’ suonato. Poi si conforma alla sua sorte. Comincia allora una nuova fase del Cammino: essa non richiede l’entusiasmo, ma l’abitudine e la disciplina”.

Il pellegrino, alla fine, rimane nudo, e Rufin si alleggerisce man mano di tanti orpelli superlui. Già da subito perde il bisogno dell’apparire, si lava poco, si sente simile a un clochard. Poi si libera del peso dei sogni e dei pensieri. Infine si alleggerisce della fede, che aveva provato a cercare nei santuari e negli ermita.
Rufin osserva se stesso, e racconta cosa gli cambia dentro man mano che procede sulCamino. E fa alcune grandi scoperte, una su tutte: Compostela è un pellegrinaggio buddhista. “Partendo per Santiago non cercavo niente e l’ho trovato”.
E' libro per tutti quelli che amano il Cammino di Santiago, per tutti quelli che amano il nuovo modo di camminare, atto di ricerca dei valori del mondo, atto di riflessione sulla propria vita, per tutti quelli che vogliono praticare il "Cammino Profondo".
Dal cammino non si torna uguali a prima, qualunque cammino sia, e Rufin ne è la prova vivente.

 

Il Cammino immortale. Il Cammino di Santiago raccontato da Jean-Christophe Rufin: Dal risguardo di copertina. Con oltre un milione di visitatori dal 2005 ad oggi, Santiago di Compostela è senza ombra di dubbio una delle mete di pellegrinaggio più gettonate dei nostri tempi. Tra viandanti, mistici, coppiette in scarpe da ginnastica e turisti seduti sui sedili di comodi pullman, il medico e autore di best seller Jean-Christophe Rufin affronta il suo personale "apprendistato del vuoto". Ottocento chilometri da Hendaye, all'estremo sud-ovest della Francia, fino alla maestosa Cattedrale di San Giacomo. Tra dettagli concreti, riflessioni storiche e religiose e il desiderio di smascherare gli impostori degli ultimi chilometri, l'autore restituisce al Cammino per antonomasia la sua verità.
Si tratta di una verità fatta di organizzazione capillare ed esasperante improvvisazione; di fango, case sbilenche e meravigliose coste battute dalle onde; di pellegrini solitari ingabbiati in una lunga sequenza di mode e tic alla ricerca di se stessi.
È un percorso che può cominciare ovunque, e finire nella piazza dell'Obradoiro o tra le pagine di un libro. Perché anche se la caratteristica del Cammino è far dimenticare in fretta le ragioni per cui si è partiti, la strada continua ad agire su chi l'ha percorsa.
Si mette in atto un'"alchimia dell'anima" che non necessita di spiegazioni.
Basta partire, lungo i sentieri o sulla carta poco importa. Come Rufin ben sa, il Cammino immortale è fatto per chi va alla ricerca di niente.
Tranne la voglia di continuare ad andare.

 

 

Jean-Christophe Rufin – “Il cammino immortale. La Strada per Santiago”, Ponte alle Grazie, 2013 – 13,90 euro


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28 dicembre 2013 6 28 /12 /dicembre /2013 20:24

Parole in Cammino. Il libro-amuleto da portare nei propri camminiLuigi Nacci, scrittore, poeta, camminatore, hospitalero(1), guida della Compagnia dei Cammini ha scritto Parole in cammino. 365 pensieri viandanti (di recente pubblicato da Ediciclo, 2013), il libro agenda dei camminatori, curato da Luca Gianotti (della Compagnia dei Cammini).

“Ci sono libri da leggere prima di un cammino, libri da leggere dopo, e poi libri da leggere mentre ci si è dentro, letteralmente ficcati dentro. Ogni viandante ne ha uno, lo conserva con cura, come un amuleto. Sa che lo zaino è la sua casa, e senza libri una casa non è una casa. Ecco, questo è uno di quegli amuleti. Potete aprirlo a caso, come dice il suo autore, e trovare le parole che daranno un’impronta e una direzione ai vostri passi. Io ho cercato il giorno del mio compleanno, e c’ho trovato Aldous Huxley: 'Mio padre considerava una passeggiata tra le montagne come l’equivalente di andare in chiesa'. Ho pensato: Huxley! Mi sono ricordato de Il mondo nuovo, quel finale in cui i piedi, come due aghi di bussola, si voltano verso nord, nord-est, est, sud, sud-est, poi si fermano, e poi di nuovo sud, sud-ovest, sud-est, sud… ho pensato: l’utopia, i piedi, i piedi verso l’utopia. I miei piedi stanno andando verso l’utopia? Il cammino è pieno di coincidenze e di corrispondenze che attendono di essere svelate. Questo libro aiuta, lentamente, a farlo” (Luca Gianotti).

Collegandosi alla pagina facebook del libro, si troveranno sempre nuove citazioni, dal libro, ma anche altre che dal libro sono rimaste escluse o che sono segnalate dai lettori e fruitori.

 

Descrizione. Un'agenda da seguire passo passo, un libro da sfogliare, un I-Ching da leggere a caso prima di mettersi in cammino. Con testi classici di filosofi, scrittori e poeti, canzoni, detti popolari e riflessioni di grandi maestri della spiritualità. Per camminare meglio e in modo consapevole.

 

Vedi anche su qyuesto Magazine, pubblicato il 15 novembre 2013, Parole in cammino. Il nuovo libro-agenda di Luca Gianotti: "365 pensieri viandanti" per accompagnare il viaggiatore a piedi

 

 

Note

(1) "hospistalero" è colui che, avendo già fatto il Cammino di santiago, decide di occuparsi periodicamente o in costanza di applicazione del benessere e dell'accoglienza dei pellegrini.
  

un hospitalero é una persona che dopo aver fatto il suo cammino, decide di dare un po' del suo tempo e delle sue energie per servire gli altri....

un hospitalero é una persona che ha voglia di rendere agli altri quello che ha ricevuto...nel bene e nel male !!

un hospitalero é disposto a sopportare le persone moleste, a pulire la merda, a fare da balia, a non dormire molto, a mangiare meno, a non curarsi di sé ed a curare gli altri...

un hospitalero vive contento delle piccole gratificazioni che gli sono concesse....

un hospitalero é felice quando si cena tutti insieme, si parla, si sta bene insieme...

un hospitalero non giudica mai i rompiballe, ma sa apprezzare le persone gentili, educate, socievoli...e che capiscono i suoi sforzi e la sua buona volontà !

un hospitalero ascolta sempre, anche se da un solo orecchio...quelli che hanno sempre cose da dire o da raccontare...soprattutto su se stessi !

un hospitalero talvolta parla di sé, ma sempre con pudore e solo per rompere il silenzio...

un hospitalero impara sempre con l'esperienza e migliora con gli anni come il vino buono...anche se puo' succedere che diventi aceto !!

un hospitalero é spesso incazzato (lui sa il perché), ma basta prenderlo per il verso giusto..

un hospitalero che continua ad essere incazzato, malgrado le cose vadano bene, é meglio che se ne torni a casa e smetta di fare l'hospitalero...

un hospitalero non é mai troppo servizievole, se no sembra un lacché...

un hospitalero spinge il suo servizio fino al punto limite di mettere il sello sulle credenziali dei turisti in branco, sapendo che sono appena scesi dal pullman...

un hospitalero non permetterà mai ad un turista di entrare nell'albergue a fotografare i pellegrini, la loro sofferenza, la loro stanchezza e le loro vesciche...

un hospitalero non permetterà mai di entrare a vedere se i letti sono comodi...

un hospitalero non  permetterà mai ai «professionisti del cammino» di vedere se le loro «amiche» sono arrivate....riserva di caccia!!

un hospitalero sa comprendere pene e dolori, talvolta li sa curare, spesso si cura pure lui...servendo gli altri...

un hospitalero sa tagliare corto e decidere le priorità, se no che hospitalero é ?????

un hospitalero sa curare le vesciche, le tendiniti, le contratture, la dissenteria e la solitudine...

un hospitalero non può ricordarsi di tutti quelli che passano di lì....ma tutti si ricorderanno di lui...nel bene e nel male !!!

un hospitalero deve essere poliglotta e capace di parlare con le mani e con i segni tracciati su fogli improbabili di ogni tipo...

un hospitalero é felice quando gli mandano una email con foto od una cartolina: l'inverno é lungo e duro per chi é abituato a stare in mezzo a decine di persone  7 mesi all'anno...

un hospitalero é come una puttana: é di tutti e di nessuno...

un hospitalero deve camminare per vedere cosa abbisognano gli altri...

un hospitalero deve vedere le cose con gli occhi, con l'istinto e con l'esperienza..

un hospitalero da' precedenza alle persone anziane...perché sono le nostre mamme

un hospitalero da' precedenza ai bambini ed alle mamme...perché sono le nostre mogli ed i nostri bambini

un hospitalero darà sempre la precedenza alle ragazze ...soprattutto se giovani e carine...perché sono le nostre figlie

un hospitalero tratterà benissimo le signore sole...perché sono le nostre.....amiche!!!

un hospitalero di norma non cede ai favori delle signore...a meno che non ne sia innamorato...per un giorno, un mese o per la vita...

un hospitalero non farà propaganda religiosa perché tutti hanno i loro diritti ...

un hospitalero offre gratis le sue conoscenze del cammino, non é una enciclopedia da sfogliare...

un hospitalero scompare dalla scena quando capisce che sta diventando un mito od una leggenda metropolitana...

un hospitalero tratta sempre male altri hospitaleri che non fanno bene il loro servizio

un hospitalero deve imparare con quelli più esperti e non si finisce mai di imparare!

un hospitalero é un tipo curioso per natura e finalizzato per esperienza...

un hospitalero sta sempre bene che sia con 0, 1, 100, 1000 pellegrini nello stesso momento.

Un hospitalero é sempre, ovunque e comunque, un hospitalero. 

Per saperne di più, segui il link 

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14 dicembre 2013 6 14 /12 /dicembre /2013 22:36

Ana No. Un romanzo che contiene riflessioni fondamentali per i praticanti dell'erranzaAna No dello spagnolo Agustin Gomez-Arcos, è stato pubblicato in Italia grazie a Edith de la Héronnière, filosofa e pellegrina francese che sarà ospite al Festival del camminare di Bolzano, 23-25 maggio 2014 e che cura una collana dedicata ai “testi dell’erranza” per la piccola casa editrice L’Ippocampo.

Ana No fu pubblicato in Francia nel 1977, e vinse un premio dei lettori, Le Prix du livre Inter. In Italia invece fu pubblicato nel 2005, ma con poca visibilità.
Ma Ana Non merita di essere ripescato dall’oblio, innanzitutto perché è un bel romanzo.
L’autore è Agustin Gomez-Arcos, morto nel 1998, scrittore libertario, che fuggì alla censura del franchismo in Spagna per trovare rifugio in Francia.
La storia è ambientata appunto durante il franchismo. È la storia di Ana, che durante la guerra civile ha avuto il marito e due dei tre giovani figli morti e seppelliti in una fossa comune. Il terzo, il “piccolo”, è in carcere a vita perché comunista.
Ana non sa leggere e quindi strappa ogni anno la lettera che le arriva dal carcere, e continua ad aspettare il ritorno del figlio. 
Dopo trenta anni di attesa sofferente, Ana decide di mettersi in cammino. Vuole rivedere il figlio prima di morire, quel figlio che è rinchiuso in una prigione in qualche luogo nel Nord.
E così Ana cammina sei mesi.
È un cammino nella sua sofferenza di madre e moglie a cui è stato tolto tutto, è un cammino di crescita, Ana parte analfabeta, e impara a parlare, a scrivere, a esprimersi.
È un cammino verso la morte, una morte paziente, che sa attendere il suo momento.

Il cammino parte dal mare di un villaggio andaluso, e Ana lo prepara con cura.
Ci mette due giorni a cucinare un dolce speciale, fatto con tutto l’amore di cui è ancora piena.
Segue la ferrovia, incontra poche persone nei suoi mesi di cammino, evita i paesi, ma il viaggio è sempre sorpresa, quindi tutto pian piano cambia, e i suoi compagni di viaggio saranno una cagna malata, poi un cantante di strada cieco, e infine un piccolo circo sgangherato.
Pian piano Ana perde tutto, sempre più miserabile, sempre più pura. Perde anche Dio, per lei un estraneo. Ma alla fine di questo cammino interiore c’è il freddo, la neve e la morte paziente che l’aspetta, e Ana si presenta alla morte nella sua purezza.
Un testo, Ana No, che a diritto deve entrare nella biblioteca dei camminanti.

 

Ana No. Un romanzo che contiene riflessioni fondamentali per i praticanti dell'erranza(Dal risguardo di copertina) Ana aspetta ogni mattina, felice, il ritorno dalla pesca del marito e dei tre figli in un porticciolo andaluso. La guerra civile spezza quel sogno: Ana si ritrova sola per tanti anni, in quella casa in riva al mare. Chiusa nel dolore e nel rifiuto, diventa "Ana no". Un filo di speranza la sostiene: rivedere l'unico figlio rimasto, prigioniero a vita in un carcere nel nord della Spagna. A settant'anni, chiude l'uscio di casa e parte a piedi con il pandolce che lei stessa ha preparato per lui. Un viaggio d'amore e di morte, di scoperta e d'iniziazione, sublimato dalla scarna scrittura di Gomez-Arcos.

 

Nota biografica sull'autore. Nato nel 1939, nell'andalusa Almeria, Agustin Gomez-Arcos amava definire se stesso uno scrittore libertario, nonché libertino. Per fuggire alla censura di Franco lasciò la Spagna nel 1966, scegliendo come terra d'esilio la Francia, di cui adottò la lingua. Al suo primo romanzo, L'agneau carnivore (1975), fecero seguito Maria Republica (1976) e Ana non (1977), suo capolavoro, tradotto in tutto il mondo e pubblicato qui per la prima volta in italiano.  

La sua feroce denuncia del franchismo e delle compromissioni politiche della Chiesa è enfatizzata da un senso poetico travolgente che accomuna a sorpresa l'accanito scrittore anticlericale alla grande tradizione dei mistici spagnoli. Morì a Parigi nel 1998.

 

Agustin Gomez-Arcos – “Ana no”, L’Ippocampo 2005 – 9,90 euro

 


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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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