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19 settembre 2014 5 19 /09 /settembre /2014 09:11
Nel suo libro, Alberto Sciamplicotti tenta di dare risposte alle domande: Cos'è l'avventura oggi? E' possibile viverla senza mistificazioni? Quali avventure?E' uscito di recente il volume di Alberto Sciamplicotti, La seduzione dell’avventura. Piccole scuse per fughe verso l'ignoto (Ediciclo 2014), già recensito su questo magazine (clicca qui).

In un'intervista che ha rilasciato in occasione dei suoi 70 anni, Reinhol d Messner ha dichiarato che il suo stile di alpinismo ha fallito, sono rimaste solo due forme di pseudo-alpinismo, secondo lui, che nulla hanno a che vedere con il vero alpinismo, uno è il puro gesto sportivo l’altro è il turismo.
Come dargli torno? Entrambi questi alpinismi, quello della salita più veloce e quello delle spedizioni commerciali, non riescono più ad appassionare, se non gli sprovveduti, i superficiali e coloro che sono attratti dall'apparenza. Manca il gesto esplorativo, manca l’avventura.
Li libretto che Alberto Sciamplicotti, alpinista romano, ha pubblicato con Ediciclo, è una raccolta di pensieri sul concetto di avventura.
Cos’è l’avventura?
Ed è ancora possibile l’avventura?
Secondo Sciamplicotti l’avventura è composta di due parti, uno esterna a noi e una interna a noi.
C’è avventura se il territorio è un territorio da esplorare, sconosciuto e misterioso.
Mari, deserti, alte montagne.
E c’è avventura se noi viviamo in modo avventuroso, con la capacità di spaesarci, perderci. Se il primo aspetto va a diminuire, perché c’è rimasto ben poco da esplorare in questo mondo, si può ancora vivere l’avventura se noi ci predisponiamo mentalmente all’avventura: lasciamo a casa mappe, gps, strumenti. E anche vicino a casa, abbandoniamo i sentieri segnati per scoprire un bosco o una valle fuori sentiero. 

Avventura, per Sciamplicotti, è affrontare un'incognita, e uscire indenni dal confronto. Perché in caso contrario si parlerebbe di dis-avventura.
Altra riflessione di Sciamplicotti è nel confronto tra avventura e gesto sportivo. Sono l’esatto contrario, lo sport è privo di incognite e si svolge in tempi ben definiti, spesso tempi brevi, certamente sempre più brevi di una vera avventura (all'infuori delle gare di endurance, nelle diverse discipline praticabili, il cui successo al giorno dopo deriva dal fatto che garantiscono la possibilità di vivere l'avventura in luoghi non lontani da quelli dove si svolge il nostro quotidiano. In quest’ultima il tempo si dilata, non è quasi mai controllabile.
L’avventura però deve essere fattibile e praticabile: non si deve sempre andare alla ricerca dell'estremo. Essere sempre sconfitt,i non ci fa essere veri avventurosi.
Ecco che l’avventura mentale è possibile anche dietro casa, con risultati quasi altrettanto forti della traversata del Polo Nord. Nella vita qualche volta è utile e necessario osare l’avventura, questo è il mio pensiero e sicuramente la pensa come me anche Alberto Sciamplicotti.

(Dal risguardo di copertina) L’avventura è il viaggio della vita, l’andare verso l’incognito conoscendo solo il punto di partenza. Un’irrequietezza che da sempre ha agitato l’animo dell’uomo fin da quando, nel bel mezzo delle savane africane, ancora non uomo ma non più nemmeno scimmia, provava ad alzarsi sulle
zampe posteriori per poter vedere oltre quel mare d’erba, per provare a intuire cosa c’era oltre l’orizzonte. Attraverso riflessioni costellate di racconti e aneddoti, dall’avventura dell’esploratore polare Ernest Shackleton a quella
vissuta sull’Everest dallo sciatore giapponese Yuichiro Miura, dal viaggio in aerostato di Andrée alle traversate oceaniche in barca a vela di Bernard Moitessier, l’autore Alberto Sciamplicotti prova a dipanare quel filo che lega
l’esistenza dell’uomo al desiderio di scoperta e di avventura. Una ricerca senza fine perché sempre nuova.
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1 settembre 2014 1 01 /09 /settembre /2014 17:26

Il-corridore.jpg(Maurizio CrispiIl libro di Marco Olmo e di Gaia De PascaleIl corridore. Storia di una vita riscattata dallo sport (Ponte alle Grazie, 2012), contiene l'appassionante racconto in prima persona della vita di Marco Olmo. Da un certo punta di vista, si pone in continuità con il volume di Franco Faggiani, frutto di una serie di interviste fatte a Marco Olmo, durante un intero anno di corsa e di vita, e scritto e pubblicato quasi in sovrapposizione alle riprese del bel documentario (pure uscito nel 2008) di Paolo Casalis e Stefano Scarafia che venne presentato nel settembre di quell'anno a Chamonix in occasione di The North Face®Ultra-Trail du Mont-Blanc®, con il titolo "The Runner - Il Corridore". Il volume di Faggiani, che si intitola "Correre é un po' volare. Conversazioni con Marco Olmo", è stato - come riconosce Gaia De Pascali nei doverosi ringraziamenti a fine volume, un prezioso punto di partenza.
Questo scrissi a suo tempo in una breve presentazione del volume di Faggiani sul sito della IUTA

Un uomo normale che fa cose straordinarie. Questa la definizione più calzante di Marco Olmo, l’ultramaratoneta piemontese che a 61 anni continua a salire sul podio delle più prestigiose gare internazionali. Quelle che attraversano montagne e deserti, quelle che impongono terreni, dislivelli e temperature impressionanti.  Per gli specialisti dell’ultra trial Marco Olmo è un autentico mito, anche se a lui questa definizione non piace. Un mito - prima ancora che per i suoi risultati decisamente eclatanti - per il suo coraggio, la sua tenacia, le sue caratteristiche atletiche e soprattutto umane. 
Per la prima volta in assoluto Marco Olmo si racconta, dopo aver esplorato i cassetti intimi della memoria e della sua vita molto riservata. 
Un libro scritto con toni vivaci, frutto di una serie di conversazioni fatte camminando per i sentieri nei boschi, seduti nel giardino di casa e a margine delle competizioni più importanti.
Tre i capitoli per un totale di 158 pagine: l’uomo, la preparazione, l’azione. Una sezione centrale è occupata da fotografie inedite e spesso insolite. Il testo si presenta in forma di intervista, in cui affiorano a ritmo incalzante sensazioni, ricordi, consigli, timori, curiosità, piccoli colpi di scena.

Ma questo libro che mi auguro tutti i runner (e non solo quelli) dovrebbero provare a leggere c'è molto di più. Si scava più in profondità e viene fuori un Marco Olmo, che assume quasi i contorni di un personaggio hemingwaiano (ma ho in mente specialmente Santiago, il fiero protagonista del breve, fulminante, romanzo "Il Vecchio e il Mare"). Infatti, nella storia che in quest'opera abbiamo il piacere di leggere  si definisce e si circostanzia ancora meglio il concetto della corsa come "occasione di riscatto" che nell'opera di Faggiani già compariva, senza che peraltro ciò che vi stava dietro venisse approfondito perchè Faggiani mirava soprattutto a presentare lo sportivo.

La storia di Marco Olmo si legge bene, appassiona: soprattutto nel modo in cui si delinea il lento percorso di avvicinamento che, attraverso esperienze diverse e molti sogni, lo ha portato ad intraprendere l'umile fatica del corridore sulla lunghe distanze, quasi mai sull'asfalto, soprattutto tra le montagne e su per esse sino al cielo e nei deserti, sino a farlo diventare un "faticatore del cielo, dei monti e delle sabbie", ma sempre umile e modesto.
Presto divenuto, uno dei numero uno dell'ultratrail di alcuni anni fa, ma quasi per caso, senza aver mai desiderato con forza spasmodica: i risultati per lui sono arrivati così, quasi naturalmente e per giunta ad un'età di inizio del running non più giovanissima, ma sempre in applicazione della sua caparbietà, mai disgiunta da un atteggiamento prudente senza sconfinamenti nel superominismo.
Marco Olmo ha scritto delle belle - bellissime - pagine nella storia dell'ultratrail, ma sempre con una immancabile nota di malinconia a condire le sue vittorie e i suoi momenti più fulgidi e con la lucida consapevolezza che tutto finisce e che i successi che si collezionano sono destinati a rimanere soltanto nel ricordo (e nei trofei collezionati) e che dopo aver tagliato l'ultimo traguardo da vincente (che riscatta vincendo la sua condizione di perdente), potrebbe anche non esserci un altro traguardo da poter tagliare in pole position o addirittura da poter tagliare in assoluto.
C'è dunque sempre - serpeggiante - l'idea della fine e della perdita, anche se la forza che lo ha spinto a correre è scaturita dalla necessità di sopperire a quel senso di perdita e al desiderio di poter concretizzare in qualche modo i propri sogni: arrivare quasi a toccare il cielo salendo in vetta alle montagne impervie, essere inebriato dall'orizzonte luminoso dei deserti, accettare le sfide più difficoltose delle più impegnative gare in natura, con determinazione e con la sua "natura da mulo", un mulo che a testa bassa e con cocciutaggine tira avanti, senza cedere e senza incertezze, malinconico e pensante, pieno di cose da dire e da raccontare senza nessuno sfoggio da miles gloriosous (che oggi purtroppo contraddistingue taluni runner delle più giovani leve), ma con l'umiltà del pellegrino che tanti viaggi e tante imprese ha affrontato alla ricerca di se stesso e per incontrare anche per un solo attimo i suoi sogni più radiosi.

Il libro che è scaturito dalla fatica congiunta di Marco Olmo (nella parte del narratore) e di Gaia De Pascale che ha orientato il discorso sulle tematiche più interessanti, ha ricevuto mentre era in fieri, il contributo in termini di preziosi consigli (che hanno consentito proficue correzioni di rotta) da parte di amici runner e non, quali Luisa Balsamo, Andrea Martini, Simone Regazzoni, Dario Viale.

E' un libro imperdibile per chi ama la corsa sulle lunghe distanze e l'Ultratrail, ma anche il tema delle sfide con se stesso.
Molti dei pensieri espressi da Marco Olmo meriterebbero una citazione testuale tanto sono profondi. Ma é ben difficile fare una scelta di quelli da citare: nelcorso della lettura,prima di scrivere questa recensione, avevo preso a segnarne alcuni che ritenevo idoneo per una citazione testuale, ma poi poi mi sono reso conto che così procedendo avrei segnato tutto il libro e ho lasciato perdere, limitandomi soltanto a fare delle piccole annotazioni qua e là per la mia memoria personale. E, quindi, è bene lasciare che ciascuno trovi nel suo racconto i suoi stimoli alla riflessione e i punti di contatto con quella che nella sua semplice verità é un'esperienza di vita universale. 
La storia di Marco Olmo è talmente emblematica che Gaia de Pascale ha dedicato a lui, quasi un intero capitolo (e uno dei primi) della sua successiva opera sulla corsa e sul correre, Correre è una filosofia. Perché si corre (Ponte alle Grazie, 2014).

 

(Dal risguardo di copertina) All'inizio di questo racconto c'è un uomo che si guarda allo specchio e si chiede: "Sono davvero io quel vecchio lì?" Il suo corpo non nasconde affatto il peso dei suoi sessantatré anni. Nessuno direbbe mai che ha la stoffa del campione. Del vincitore che non ti aspetti. E non in uno sport qualunque, ma nell'ultra trail, una disciplina estrema che significa decine, centinaia di chilometri di corsa sui terreni e nei climi più impervi, sulle Alpi o nei deserti. Marco Olmo è stato boscaiolo e camionista, infine operaio per ventun anni in una grande cementeria della provincia piemontese. Poi, all'improvviso, è iniziata la sua straordinaria avventura di corridore.
Apparentemente un po' tardi per la sua età. Ma Olmo viene dal "mondo dei vinti", dal mondo delle montagne sconfitto dalla civiltà industriale. La sua traiettoria è ben di più di un eccezionale exploit sportivo, è un'occasione unica di riscatto, una vittoria profondamente umana. È da lì che il corridore distilla, misura lentamente la sua forza. Marco Olmo si guarda allo specchio, si conta le rughe. "Quel vecchio lì", magro e capace di sopportare fatiche immani, non ha intenzione di fermarsi, e già immagina la prossima gara. "Conosco il mio corpo, e so dove mi può portare. Lontano"

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15 agosto 2014 5 15 /08 /agosto /2014 08:32
La Fatica è Momentanea, la Gloria dura per sempre. Finalmente varato e disponibile il libro con la raccolta di scritti su podismo e tanto altro di Elena Cifali, in formato e-book o cartaceo(Maurizio Crispi) Elena Cifali sa essere sempre molto attiva. Dopo avere a lungo sfornato una serie di resoconti sulle sue gare podistiche e di avere scritto a lungo interessanti notazioni sulle più disparate questioni nel suo profilo Facebook, ha deciso di raccogliere i suoi scritti più interessanti in un unico volume e darlo alle stampe, per renderlo disponibile sia inverisone cartacea sia in e-book. Il titolo del volume è il seguente La fatica è momentanea, la gloria dura per sempre,  con il sottotitolo "Pensieri in movimento, alle pendici dell'Etna fra la vita di sempre e lo sport": nel titolo, ritorna il motto con cui Elena Cifali si è fatta conoscere nel mondo del podismo siciliano, visto che questo motto era impresso sul retro della sua T-shirt, mentre nel sottotitolo emerge uno dei grandi protagnositi delle storie di corsa di Elena che è l'Etna che in esse viene più volte citato, come una presenza incombente e grandiosa.
Sono particolare lieto di dare questa notizia, perchè - in un certo senso - la vocazione scrittoria di Elena Cifali è nata proprio qui su "Ultramaratone Maratone e Dintorni", quando doopo esserci incrociati casualmente su Facebook io la invitai a inviarmi i suoi scritti e a divenire un'assidua collaboratrice della mia testata giornalistica.
Trovai sin da subito gli scritti di Elena particolarmente convienti, anche perchè vi ravvisavo lo sforzo costante di fornie per ogni "cronaca" di gara un taglio sempre novo ed originale, ma sempre fortemente condizionato da un elemento di visione soggettiva e dall'intromissione di elementi libero-associativi e mnemonici.
Ciò ha suscitato, sin dalle prime battute una forte simpatia da parte mia nei confronti di Elena e dei suoi scritti, perchè mi ha riportato indietro ai tempi delle mie prime collaborazioni con la testata giornalistica podisti.net, a cui l'allora Direttore responsabile e co-fondatore delmagazine, Fabio Marri mi aveva invitato a collaborare.
Nell'inventiva di Elena e nella sua instancabilità nello scrivere ho visto me stesso agli esordi della mia scrittura giornalistica sportiva (e non solo): e, come fu per me allora, credo che per Elena l'avere a disposizione una vetrina - uuna sponda- su cui poter esporre i suoi scritti e le sue considerzioni, sia stato di primaria importanza nello pingerla a proseguire su questa strada, in cui le esperienze positive e i riscontri (in temrini di plauso e di interesse suscitato) rappresentano un incentivo e una potente molla ad andare avanti e a far meglio, e ad esporarne le potenzialità.
Con Elena abbiamo sovente lavorato in tandem, poichè io spesso - stimolato dalle sue considerazioni - fornivo una contestualizzazione al suo scritto, ampliavo i suoi collegamenti e introducevo altre associazioni che in alcuni casi divenivano vere e proprie interpretazioni o letture sullo spirito della corsa in genere.
Insomma,è stato un lavoro in due davvero divertente e stimolante: all'inizio, il lavoro redazionale è stato importante (ma - del resto - nessuno nasce "insegnato"), ma sotto questo profilo Elena ha imparato in fretta e, attraverso questo tirocinio, ha imparato rapidamente a camminare sulle sue gambe.
Alcuni detrattori sotengono che in tutte le sue storie di corsa (ed anche in quelle di altro argomento) vi sia sempre un lieto fine o una morale "positiva". Io non mi sento di supportare questa critica: anche perchè - soprattutto di questi tempi - abbiamo bisogno di "belle" storie, di narrazioni confortanti e che abbiano un lieto fine e che parlino di cose positive è sicuramente un pregio più che un difetto.
Altri dicono di lei che sia troppo esuberante e che abbia un approccio egocentrico a ciò che fa o scrive. Sul fatto che Elena sia esuberante non ci piove: non potrebbe fare tutto quello che ed essere nello stesso tempo mamma, moglie e conduttrice della casa e della cucina di casa, nonchè proprietaria di una cagnola affettuosa e trovatella.

Per quanto riguarda l'egocentrismo o meglio l'essere centrati sul proprio Io: chiunque scriva, per potere svolgere quest'attività in modo forte ed intenso, trasmettendo le proprie emozioni, deve esserlo per forza!

Il passaggio alla pubblicazione di questo volume miscellaneo è stato in larga parte legato ai suggerimenti di Manfredi Salemme, cui l'opera è dedicata.
Il ricavato - Elena Cifali ci tiene a farlo sapere - una volta recuperate le spese di pubblicazione, andrà all'ADMO: quindi, acquistando il volume si contribuirà anche ad una forma di solidarietà sociale. E, quindi, non posso che augurare a tutti buona lettura! 
La Fatica è Momentanea, la Gloria dura per sempre. Finalmente varato e disponibile il libro con la raccolta di scritti su podismo e tanto altro di Elena Cifali, in formato e-book o cartaceoCosì ha annunciato qualche tempo fa addietro l'autrice Elena Cifali: "Signori e Signore, ormai è ufficiale, il mio libro è stato finalmente pubblicato! Un lavoro iniziato alcuni mesi fa, che mi ha vista impegnata durante i mesi invernali ed anche in quelli estivi, ma la soddisfazione raggiunta in questo momento è davvero immensa. Il volume è disponibile in formato cartaceo ed anche in versione e-book. Ringrazio pubblicamente Manfredi Salemme che ha creduto in me ed in questo progetto fin dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti e ringrazio fin da ora tutti coloro che vorranno leggerlo. Moltissimi di voi vengono citati nei vari racconti e, leggendo il volume, potrete scoprire da voi stessi che meraviglioso capitolo della mia vita avete occupato! E' importante sappiate che l'intero ricavato del libro andrà ad ADMO, perchè la solidarietà passa anche dalla fatica e dalla soddisfazione personale. Buona lettura!"

 
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18 luglio 2014 5 18 /07 /luglio /2014 11:20

Holloway. La magia dei sentieri che sprofondano sotto terraGli Holloway sono dei sentieri percorsi da uomini e da animali che a cusa della natura cedevole del terreno e dei fenomeni erosivi nel corso di un utilizzo plurisecolare sprofondano lentamente sotto il livello del suolo e che, essendo spesso fiancheggiati da alberi o da arbusti, finiscono con l'assumere l'aspetto di tunnel che procedono in una condizione di semioscurità rotta soltanto da lampi di luce che trapelano dalla fitta cupola di verde soprastante.
Camminando negli Holloway si ha la sensazione di penetrare in un mondo magico e misterioso, popolato da elfi, da entalberi e da folletti.
In molti luoghi del Regno Unito si trovano di questi sentieri, tanto che esistono molte parole per indicarli, come Hol weg, Holwy, Holway, Holeway, Holewaye, Hollowy sino alla dizione più ferma e più recente di "Holloway". 

Questa la definizione inglese di Holloway: hollow way, a sunken path. A route that centuries of foot-fall, hoof-hit, wheel-roll and rain-run have harrowed deep down into bedrock. This book is about those journeys and that landscape.
Nel piccolo libro Holloway di Robert Mcfarlane, Stanley Donwood (al quale si devono le preziose e suggestive illustrazioni). e Dan Richard  (Faber&Faber, 2012) si parla appunto della magia degli Holloway.
Il libro è un piccolo diario di viaggio in un territorio ricco di Holloway, un viaggio che è stato fatto in memoria di un altro viaggio compiuto nello stesso territorio nel 2004 da McFarlane assieme a Roger Deakin, grande cultore della Natura ed amante degli alberi, purtroppo scomparso prematuramente poco dopo.
Il viaggio ripetuto successivamente dai tre autori nel 2011 e il libro che è scaturito da quest'esperienza è un toccante omaggio alla memoria di Roger Deakin. 

Holloway. La magia dei sentieri che sprofondano sotto terra(Fonte: theguardian.com) Holloway is, for the uninitiated, a sunken, shady path sometimes 18ft beneath the level of fields, "worn down by the traffic of ages and the fretting of water". Macfarlane says the vista down its curved walls is like "the view down a rifled barrel; an eye to the keyhole; a glimpse into the shade world".

Anyone who has grown increasingly impressed by Macfarlane's nature writing over the past decade will feel instantly at home in this slight collaboration with writer Dan Richards and illustrator Stanley Donwood. In fact, possibly a little too at home; Macfarlane's visits to the holloways of south Dorset are essentially a rehash of the trip he made for his 2007 book, The Wild Places, with Roger Deakin. The brilliant writer and environmentalist died in 2006, and Holloway is dedicated to him. Macfarlane's return in 2011 with Richards and Donwood has the heady feel of a timeless Boy's Own adventure: Richards falls off his bike, trees are climbed, hedgerows are full of the "eye-glow of unknown animals". They sleep in the depths of the holloway during a storm.

And then it's Richards's turn to chronicle the experience. At first, the only signal the author has changed is the use of "and" rather than the ampersand. Richards, too, has a lovely descriptive voice: silent cattle caught in the "milk" of fog, the bike accident "a slow crash into Dorset's plough-turned flint-tipped ruts".

With Donwood's ghostly, Hansel and Gretel-esque illustrations peppering the prose, Holloway is undeniably a gorgeous package. Even though it takes less than half an hour to read, the subtle call to revel in the wonder of the natural world lasts much longer.

 

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4 luglio 2014 5 04 /07 /luglio /2014 08:14

Il Sussurro degli Alberi, ovvero un piccolo miracolario per uomini radice: una raccolta di pensieri sugli alberi monumentali di Tiziano Fratus, uomo-radiceCon "Il sussurro degli alberi. Piccolo Miracolario per uomini radice", la collana "Piccola filosofia di viaggio"di Ediciclo ha invitato Tiziano Fratus, poeta e autore di molti libri sugli alberi secolari, a confidarci la sua passione per le radici che affondano nella terra e nella storia, le chiome che accarezzano il vento, i sussurri delle fronde. Con lui che si definisce uomo-radice ci si inerpica lungo stretti sentieri a rendere visita ai monumenti della natura imparando ad ascoltare la loro voce.
E' un piccolo libro prezioso che chiunque ami la Natura dovrebbe leggere.

Gli alberi sussurrano le loro storie, la storia delle loro cortecce, la storia delle loro fronde, la storia delle loro radici. E in queste storie sono sedimentate le storie del paesaggio che li ospita. E in questi paesaggi si compiono e si sono compiuti i destini di molti uomini e di molte
donne. I secoli passano, talvolta anche i millenni e queste creature restano lì, aggrappate alle rocce, alla terra, crescono, occupano, deformano e invecchiano. Generazioni di esseri umani, di padri e di figli, di nipoti e di discendenti transitano sotto le loro chiome e si abbeverano nelle ombre, ristorano l’anima e azzerano il pensiero. Si siedono, toccano i legni, si lasciano invadere lo sguardo dai movimenti che il vento anima, accarezzano le foglie e i frutti, i semi e le ramificazioni. Un altro albero cresce dentro di loro e sono pronti ad ascoltarlo, ad ascoltarsi. Lì vibra il centro del mondo.

Il Sussurro degli Alberi, ovvero un piccolo miracolario per uomini radice: una raccolta di pensieri sugli alberi monumentali di Tiziano Fratus, uomo-radiceTiziano Fratus si definisce Uomo Radice, e ha con gli alberi ha un rapporto profondo, fatto di amore per la natura e per la poesia.
Da poeta (le sue poesie sono state tradotte in tutto il mondo) era arrivato nel Big Sur, in California, anni fa, sulle tracce della Beat Generation. Ma inaspettatamente era stato colpito nel profondo dagli alberi monumentali. A chi lo ha conosciuto ed incontrato dopo questo viaggio ha raccontato che in California ci sono gli alberi più grandi del pianeta.
Da qui è iniziato un percorso entusiasmante, che lo ha portato a pubblicare vari libri (tra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi per Feltrinelli e il recenteL’Italia è un bosco per Laterza) e a tenere una rubrica fissa sul quotidiano La Stampa.

Il suo libretto Il sussurro degli alberi, pubblicato da Ediciclo, sottotitolo Piccolo miracolario per uomini radice, è un diario di pensieri liberi sugli alberi monumentali, che Fratus ama incontrare, annusare, misurare. Soprattutto le sequoie, perché sono alberi giganti, e con lui si scopre che l’Italia è piena di sequoie, piantate in gran parte nella seconda metà dell’ottocento per abbellire parchi, giardini e ville. Fratus viaggia costantemente alla loro ricerca,
La Compagnia dei cammini vorrebbe organizzare assieme a Tiziano Fratus un cammino con lui proprio per visitare questi alberi monumentali: e se tutto va per il verso giusto questo cammino verrà proposto per il 2015, come "Cammino d'Autore".

In conclusione del libro, Tiziano Fratus ci spiega la filosofia dell’Uomo Radice, vale la pena leggerla:

Un Uomo Radice vive e respira. Cammina e osserva. Si nutre. Pensa e non pensa. Quando si trova in un bosco, mentre ascolta con i sensi “accesi”, non ha bisogno dell’armamentario che ci si porta appresso in città, in società. L’esperienza conta più di qualsiasi teoria, le sue sfumature, le sue potenzialità, le sue profondità… Essere un Uomo Radice annulla le distanze, ci fa sentire un tutt’uno con l’intero creato vivente, animato e inanimato, ci fa vivere da uomini selvaggi, da aborigeni del vecchio continente, da monaci zen. Una vita colma di meraviglie.”

Tiziano Fratus – “Il sussurro degli alberi”, Ediciclo 2013 – 8,50 euro

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22 giugno 2014 7 22 /06 /giugno /2014 08:20

Zanna Bianca. L'inossidabile testo londoniano sulla Wilderness. Da leggere o da rileggereCi sono libri che si portano addosso pesanti etichette, e le etichette non sono mai belle, specie se fatte in modo da relegare un libro all'interno di un'asfittica definizione di "genere".
Zanna Bianca di Jack London si porta appresso l’etichetta di essere soltanto un libro per ragazzi e, soprattutto nel quadro della cultura italiana affiitta dai cascami crociani, è rimasto da sempre relegato negli scaffali della letteratura "per l'infanzia e la fanciullezza".
Da ragazzo l'ho letto, grazie a mio padre e a mia madre che, frequentemente, mi proponevano delle letture che ritenevano adatte alla mia età, assieme a correlato "Il Richiamo della Foresta": entrambi i romanzi fanno parte dell'affresco londoniana dedicata al "Grande Nord" e ispirato alle sue personali esperienze di cercatore d'oro nella valle dello Yukon in Alaska.
E' recente l'uscita nelle librerie del capolavoro londoniano di un'edizione Feltrinelli con una nuova traduzione, messa a punto dal giornalista, scrittore e viaggiatore Davide Sapienza (sua anche la postfazione) che con le sue parole non edulcorate e diretta fa rivivere a pieno le emozioni della Wilderness, i suoi dilemmi e le sue significazioni allegoriche.
Zanna Bianca è indubbiamente un grande libro che suscita grandi emozioni: Jack London non fu un "pennivendolo da quattro soldi", come alcune teste d'uovo della letteratura italiane volero far credere, ma è stato un spiratore per molte generazioni di giovani e maestro letterario nordamericano (si pensi ad Hemingway, ad esempio, che trasse gran parte della linfa vitale delle sue ispirazioni e delle sue scelte di vita, proprio dall'esempio vivente offerto da Jack London e dalle sue prove letterarie).  
Ora appare chiaro a tutti che Jack London è un grande scrittore, a cui rendere omaggio (e Marco Paolini lo ha fatto di recente, con un bellissimo spettacolo a teatro, con il titolo "Ballata di uomini e cani").

Zanna Bianca. L'inossidabile testo londoniano sulla Wilderness. Da leggere o da rileggereZanna Bianca (White Fang) è un libro sulla Wilderness, la natura selvaggia. È un libro sul rapporto uomo-natura. Sul rapporto vita-morte, e certe volte la vita è allontanamento dallo stato selvaggio, è addomesticamento. Le metafore di London, per esempio quella sull’essere lupi, essere cani, essere metà lupi e metà cani, riguardano tutti noi. È un libro anche faticoso: difficile accettare le ingiustizie e le violenze a cui Zanna bianca viene sottoposto.
Un plauso a Davide Sapienza, che ci dona una traduzione eccelsa, credo poco adatta ai ragazzi, ma precisa e rispettosa del grande scrittore di cui lui è il massimo esperto in Italia.
Chi ama la natura, chi ama ascoltarla e viverla in profondità, non può non leggere Jack London, uno dei grandi maestri della wilderness. Ecco, il compito di oggi è questo: leggetevi (e rileggetevi) Zanna bianca, per ascoltarvi in profondità e vedere che emozioni vi suscita.

 

Zanna Bianca (pubblicato la prima volta a puntate tra il maggio e l'ottobre del 1906) è uno dei più famosi romanzi dello scrittore statunitense Jack London. Il romanzo può essere considerato uno dei classici della letteratura per ragazzi [ma non solo, ovviamente].

Il libro racconta la vita di un lupo con un quarto di sangue di cane, che nasce nel territorio canadese dello Yukon alla fine del XIX secolo e la sua ambientazione è ricavata dalle esperienze avute da London nel Klondike, come cercatore d'oro.

Zanna Bianca ha una trama speculare all'altro famoso romanzo di London "Il richiamo della foresta", del quale è "il libro compagno, non il seguito", come scrisse lo stesso autore all'editore Macmillan in una lettera nel quale gli annunciava la composizione del romanzo.

Il romanzo è fedele alla prosa precisa dello stile di London e presenta un uso innovativo della prospettiva narrativa: la maggior parte del romanzo è scritto dal punto di vista degli animali, descrivendo il modo in cui London ritiene che essi vedano il loro mondo a loro circostante e soprattutto gli uomini.

Viene descritto dettagliatamente il violento mondo selvaggio, in cui vige la "legge del bastone e della zanna", affiancato subito all'altrettanto violento mondo della cosiddetta civiltà umana.

Zanna Bianca è stato tradotto in moltissime lingue ed ha avuto anche numerose trasposizioni cinematografiche, l'ultima nel 1994.

(Dalla quarta di copertina) "Zanna Bianca, il protagonista del romanzo, è l'unico di quattro cuccioli che riesce a sopravvivere in una grotta dello Yukon, sopra un torrente, lontano da ovunque. Dentro la tana inaccessibile, il piccolo lupo viene al mondo generato da colei che viene semplicemente presentata come 'la lupa' e la prima parte del libro lascia in questa sospensione il lettore per condurlo sulla pista dei valori 'primordiali', senza nomi e cognomi. È come se London volesse sfruttare un archetipo e i suoi simboli; solo in seguito scopriamo che 'la lupa' è Kiche, figlia di un lupo e di un cane, una femmina agguerrita e astuta, già di proprietà del capotribù Castoro Grigio. [...] Zanna Bianca nasce nel Wild e nasce lupo con dentro il codice genetico del cane: quest'altro archetipo alla fine prevarrà dopo una lunga storia formativa fatta di durezza e amore, rinuncia e crudeltà. Anche il padre di Zanna Bianca è un archetipo, ma il vecchio lupo grigio Occhio Solo, sopravvissuto a mille battaglie e alla furia della natura selvaggia, diventa il simbolo della vita che sopravvive a se stessa, del Wild che scorre dalle generazioni che lo hanno preceduto a quelle future." (Dalla Postfazione di Davide Sapienza)

Jack London (curato da davide sapienza), “Zanna Bianca”, Feltrinelli 2014.

 

 


 

 

Intervista con Davide sapienza sulla nuova traduzione di Zanna Bianca

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16 giugno 2014 1 16 /06 /giugno /2014 06:25

Correre è una filosofia. Gaia De Pascale nel suo libro sulla corsa cerca di trovare risposte alla domanda Perchè si corre?(Maurizio Crispi) Guardando alla sempre più ricca biblioteca dei libri di saggistica, diaristica e di memorie sulla corsa, volendo affrontare un proprio personale percorso di lettura, si potrebbe rimanere con l'imbarazzo della scelta e delle priorità da dare. Ma se appena ci si vuole addentrare nel mondo della corsa come "esperienza" e non tanto di semplice attività che possa essere trattata esaustivamente con piglio manualistico, ecco che Correre è una filosofia. Perchè si corre (Ponte alle Grazie, 2014) di Gaia De Pascale ci offre un tesoro di riflessioni, ma anche di riferimenti ad altre letture possibili.
Il volume, nell'esperienza di scrittura dell'Autrice, si pone un po' come la naturale continuazione di alcune sue opere precedenti, ma soprattutto dell'intervista inspiratrice e illuminante a Marco Olmo che si è sviluppata come una narrazione sulla storia dell'uomo-emblema dei trail di lunghissima distanza e sulle sue motivazioni alla corsa (la corsa come riscatto).
Benché nel titolo compaia la parola "filosofia" Gaia De Pascale non è una filosofa ma è un'esperta in Analisi testuale ed interpretazione di testi e romanzi. E rivela pienamente le sue competenze nel prendere in esame la corsa,il correre, le sue pratiche e tutto ciò che vi è annesso associativamente come un grande testo fitto di storie reali ed immaginarie da analizzare, interpretare e connettere.Tutto ciò anche alla luce delle sue personali esperienze di corsa Una passione che - seconda quanto dichiara l'Autrice è nata anche grazie a Marco Olmo, suo ispiratore ("...se non avessi consociuto il suo spessore umano e il suo spirito indomito non avrei mai corso e non avrei maii scritto di corsa", ib. p. 183) e che deve per altri versi al padre per le sue qualità interiori e che se n'è andato prima di sapere di questa sua passione ("...ogni volta che esco in strada con le scarpe da running è il nostro momento, anche se lui non lo sa. E' a questo grande campione di resilienza che penso quando vado a correre", ib.). 
In ogni caso, dalle pagine di questo libro che vengono a comporre un variegato mosaico, ciò che emerge in modo precipuo - come del resto dice il titolo - che correre è una filosofia (quindi, è molto di più di un semplice sport o di una mera attività fisica): anzi, si potrebbe dire che correre è un insieme di molte ed originali "filosofie", filosofie di vita e filosofie dell'essere, tanto per rimandare alla famosa dicotomia posta da Erich Fromm tra avere ed essere in uno dei suoi più acclamati testi (cfr. Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, 1986).
Usando le parole dell'autrice, dal capitolo conclusivo dal titolo, 
Correre non serve  a niente (Ovvero la felicità della corsa), abbiamo un distillato efficace di ciò che il volume ci racconta capitolo capitolo.

 

(...)
Si corre per dimostrare il proprio valore ...
Si corre per recuperare la propria infanzia ...
Si corre per agguantare la propria libertà...
Si corre per dare più senso alla propria vita o per costruirsene una diversa...
Si corre per provare emozioni...
Si corre perché si è un po folli e perché si cerca, nel caos contemporaneo, di trovare il proprio scampolo di solitudine. ...
Si corre per provare dolore e per imparare ad accettarlo...
Si corre per spogliarsi dei condizionamenti e fare qualcosa solo per sé...
E ancora si corre perché si è competitivi, perchè si ama la natura (...) per scappare dalla povertà, per affrontare incubi e paure...
(...) Si corre perché piace
Perchè correre rende felici. La felicità del niente che si srotola in un tempo suo proprio, al di l° del lavoro, del tempo libero, delle tabelle di marcia delll'efficienza. La felicità del non avere nessuna risposta per una domanda, del non saper giustificare quello che si sta facendo (...).
Eccola qui, la felicità della corsa, il gusto di un gesto senza senso, che non produce niente, che non serve a niente.
(...)
Vince chi gode di più.
In fondo quale felicità più grande si potrebbe rincorrere?

 

Ed ecco che nel suo libro, suddiviso in alcune parti tematiche (tanto per fare degli esempi, ne cito alcune: Corsa e infanzia, Corsa e dolore, Corsa e solitudine), interagiscono personaggi mitologici che compaiono nella storia primeva dell'uomo, ma che scaturiscono anche dalla potente fabbrica mitopoietica del cinema e della letteratura con personaggi reali, in carne ed ossa, ciascuno dei quali diventa il portatore di una storia emblematica e l'esemplificazione d'un enunciato, relativo alla corsa. Quindi, il testo di Gaia De Pascale si legge volentieri, sia da non "addetto ai lavori", sia da praticante della corsa, perché nelle sue pagine dense di aneddoti e pullulanti di storie di vita, ci si incontra con le proprie personali esperienze, si ha l'occasione di rifletterci su e di metterle a confronto con quelle di altri, di "categorizzarle" in un certo senso. Ma ciò che piace (che a me è piaciuto particolarmente) è lo sforzo continuo di dare un senso a ciò che è apparentemente insensato, in un percorso inverso a quello compiuto da altri che, ad esempio, si sono trovati ad affrontare la Maratona di New York per la prima volta, avendo scolpito nella mente in lettere cupe il livido scenario proposto da Baudrillard.

E si apprezzano anche le luminose pagine di esegesi di alcuni dei più bei film sulla corsa mai prodotti ed anche di alcuni testi letterari, alcuni dei quali sono dei "classici" come il famoso racconto di Alan Sillitoe "The loneliness of the long distance runner", (magistrale, anche perché fu scritto da uno confinato nella sua sedia a rotelle), mentre altri sono esaminati sotto una luce nuova, come ad esempio la classica storia di Pinocchio, corridore per gioia ed esuberanza, ma anche per necessità (per salvarsi la vita dalle situazioni scabrose nelle quali si caccia): alla luce delle osservazioni dell'autrice, provate a rileggere Pinocchio e potrete accorgervi - quasi con stupore - che Pinocchio - sin dalla nascita e prima di diventare un bambino vero, cioè un bambino assennato pronto ad assorbire tutte le regole della "normalizzazione" - è un maratoneta assatanato che può correre (e nuotare) per dieci o quindici chilometri di fila sena nessun problema.
E, ovviamente, la sua lettura è una selva di rimandi ad altre letture, tutte adeguatamente citate in una ricca bibliografia finale, scorrendo la quale, il lettore attento si divertirà ad individuare i libri che ha già letto e che fanno parte del suo bagaglio culturale e quelli che potrebbe ancora esplorare.

Alla fine, nel breve capitolo finale che è stato ampiamente citato prima, Gaia De Pascale tenta di realizzare un distillato di ciò che ha raccontato ed esposto in ciascun capitolo ed ecco che nasce una sintesi finale sui "perché" e sulle "motivazioni" della corsa, concludendo che quando ci sono troppe motivazioni sottese a qualcosa che piace fare, va a finire che queste motivazioni si annullano a vicenda. Averne molte di motivazioni (o infinite) equivale a non averne affatto, insomma. Ma forse la cosa che, più di tutte soggiace alla corsa, è una motivazione non-motivazione come la festa di non-buon compleanno che il Cappellaio Matto dispensa ad Alice, un aspetto quasi paradossale che rimanda alla più pura dimensione dell'Homo ludens: e cioè che correre è bello, perchè correre è un'attività in sé inutile, e forse è proprio questo a renderci felici, quando la pratichiamo. 


(Dal risguardo di copertina) «Correre rende felici». Si potrebbe riassumere così l’affascinante percorso che Gaia De Pascale traccia in queste pagine: unica fra tutte le discipline sportive, la corsa è una filosofia di vita, e insieme metafora stessa del vivere. Chi corre lo fa per spezzare ogni condizionamento o limite: si oppone al destino, esprime la propria nostalgia per l’infanzia perduta o per un ideale di purezza e autenticità a cui tendere, sfoga emozioni e tensioni sopite da troppo tempo, supera le barriere che la vita gli ha imposto. In una parola, correre è sinonimo di libertà, oltre i vincoli sociali, culturali, oltre le sbarre di qualsiasi prigione, mentale o reale, fisica o emotiva.
Ecco quindi una ricchissima carrellata di figure, ognuna emblema di tale pulsione, dal mito greco ai conflitti sociali del Novecento, dalla savana africana ad Alice nel Paese del Meraviglie, dagli scatti brucianti dei velocisti alle imprese titaniche degli ultrarunner, fra cui spicca il leggendario Marco Olmo. Le storie raccolte in questo libro sono tante e diversissime fra loro, lontane nello spazio e nel tempo della storia, ma non è difficile riconoscerne un centro comune. Quando si tratta di correre, agonismo e competizione non contano più di tanto: l’obiettivo non è sconfiggere l’avversario o inanellare l’ennesimo record, ma arrivare in fondo, raggiungere il traguardo, vincere la sfida che prima di tutto affrontiamo con noi stessi, le paure, le prove durissime di cui il destino ha costellato la nostra strada. Correre è persino una forma di follia, ma di «follia sana, una follia che è salvezza». E la proverbiale «solitudine del maratoneta» non è mai una cella, ma la libertà più pura, la vittoria più profonda, la capacità di arrivare al fondo di noi stessi, di pensare l’impensabile. Quando si corre ci si dimentica della fatica, del dolore, del respiro che sembra mancare a ogni passo. Ci si dimentica perfino di correre: «Forse il segreto è tutto qui. Correre come si sogna».

(Un brano) "Eccola qui, la felicità della corsa, il gusto di un gesto senza senso, che non produce niente, che non serva a niente. Nemmeno il traguardo conta. Nemmeno il risultato
Kilian Jornet con una semplice frase dice tutto quello che c'è da dire: 'Non è più forte colui che arriva primo, bensì colui che gode maggiormente facendo ciò che fa.' Vince che gode di più. In fondo, quale felicità più grande si potrebbe rincorrere?"

Nota bio-biobliografica sull'autrice. Gaia De Pascale, nata a Genova nel 1975, è dottore di ricerca in Analisi e interpretazione dei testi italiani e romanzi. Lavora come redattrice, consulente editoriale e ghost writer. Studiosa di letteratura e antropologia, tiene regolarmente lezioni presso master, corsi di specializzazione e corsi di scrittura creativa. Ha pubblicato, tra gli altri: Scrittori in viaggio. Narratori e poeti italiani del Novecento in giro per il mondo (Bollati Boringhieri, 2001) e In viaggio (con Giorgia Previdoli, Feltrinelli Kids, 2013). Ma anche per la casa editrice Ponte alle Grazie: Il Corridore.  Storia di una vita riscattata dallo sport (Intervista autobiografica con Marco Olmo, co-autore dell'opera), Slow Travel. Il lusso di perdere tempo.

 

Gaia De Pascale è su Facebook

Web: www.gaiadepascale.it/ 

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11 giugno 2014 3 11 /06 /giugno /2014 07:35

La Partita di Pallone. Il grande Calcio in una raccolta di 27 contributi d'autore in un volume pubblicato da SellerioIl volume recentemente pubblicato da Sellerio Editore (Palermo, Collana, La Memoria, 2014), dal titolo La partita di pallone. Storie di calcio, è una raccolta-miscellanea di racconti, di memorie e di note diaristiche scritte da vari autori, tra i quali non manca il compianto Gianni Brera. Tutti contributi di quanto hanno amato il grande Calcio ed il calcio praticato e giocato, prima che le sue caratteristiche di attività sportiva a tutto tondo venissero corrose dal veleno del mondo delle scommesse e delle partite truccate, oltre che dai traffici di compravendita per cifre astronomiche dei giocatori di punta nell'aberrante business del calcio-mercato.
Da Vasco Pratolini a Gianni Brera, da Manuel Vázquez Montalbán a Vittorio Sermonti, da Osvaldo Soriano a Mario Soldati, da Stefano Benni a Edmondo Berselli, da Nick Hornby a Davide Enia: nelle pagine della letteratura il gioco del calcio trova un racconto inedito delle partite e degli atleti, dell’agonismo e della sportività, dei trionfi e delle sconfitte.
In qualche misura è indubbiamente un volume che suscita nostalgia, così come suscita nostalgia sfogliare le pagine ingiallite, con foto virate in seppia o in blu, le annate de "Il calcio e il Ciclismo Illustrato" iniziato nel 1931 dalla editrice Panini.

 Il volume è stato curato da Laura Grandi e da Stefano Tettamanti).

(risguardo di copertina e presentazione del volume nel sito web della Editrice Sellerio) Il calcio è il gioco più vicino alla preistoria del movimento umano, scrive Dimitrijevic nel primo "pezzo" di questa antologia. Utilizza piedi e gambe, escludendo le mani e le braccia, ovvero contrappone gli arti più legati alla memoria animale agli arti specializzati della civiltà. Per questo è il re dei giochi. Del calcio ci raccontano in questo libro - con precisione o pathos, con comicità o invenzione visionaria, con nostalgia o rabbia, con il sogno o la cronaca - protagonisti diversi: da Vasco Pratolini a Gianni Brera, da Manuel Vàzquez Montalbàn a Vittorio Sermonti, da Osvaldo Soriano a Mario Soldati, da Stefano Benni a Edmondo Berselli, da Nick Hornby a Davide Enia. Scrittori di svariata provenienza geografica e ideale, ma tutti di grande presenza e potenza narrativa o sportiva o giornalistica, che toccano una enorme varietà di punti di vista. Il tecnico. La memoria di come il calcio ci entrò nel cuore. L'epica dell'attimo fatale di fronte alla vittoria o alla sconfitta. Il romanticismo del genio solitario. Il tifo puro e nobile, lontano da campanilismi e nazionalismi. I miti, le metafore, i sogni a cui quasi sempre il fatto calcistico si accompagna. I ritratti dei più straordinari tipi umani che il pallone ci ha fatto apprezzare. E tutti questi punti di vista, nel loro spaziare, dimostrano come la letteratura sportiva, quand'è intensa, non è mai sul calcio, ma quasi sempre letteratura del calcio.

La recensione di IBS. “Sfide, cimenti, imprese, riscatti, ribellioni, tradimenti. Onore e vergogna. Campioni e gregari” e via via a raccontare, in un elenco infinito, tutte le sfumature di una passione planetaria.
Nell’introduzione firmata da Laura Grandi e Stefano Tettamanti, i curatori di questa preziosa antologia sul calcio, si fa un breve accenno a una riflessione letteraria annosa: è la realtà a plasmare la letteratura o la letteratura che rende poetica la realtà? E se la realtà è costituita da novanta minuti di gara e da una squadra di giocatori, possiamo continuare a chiamarla letteratura?

La domanda è retorica. La risposta bisognerebbe chiederla, ad esempio, a Eugenio Scalfari il quale decise orgogliosamente, il giorno della fondazione del suo giornale “La Repubblica”, di privarlo delle pagine sportive, salvo poi tornare alla svelta sui propri passi creando una delle più importanti redazioni sportive dirette da Gianni Brera. Il complesso di superiorità di una certa “cultura alta” contro la letteratura di sport, in Italia ha capitolato nel giro di pochi anni. Il lavoro di molti critici letterari ha rivelato, tra le pagine di molti scrittori internazionali, tra cui Hemingway, Mailer, Roth, Malamud, Vargas Llosa, delle altissime pagine di letteratura dedicate al calcio. Quando si esprime al meglio, la scrittura sportiva non è semplicemente cronaca di gesta agonistiche, ma è esplorazione di uno spirito comune in cui la fatica e il riscatto hanno un ruolo decisivo, diventa racconto di vicende personali e collettive che rasentano la poesie e l’epica.

A perorare questa nobile causa di riabilitazione del racconto calcistico, i curatori di questa antologia fanno una vasta operazione di ricerca letteraria “convocando” per l’esibizione 27 grandi scrittori contemporanei provenienti da tutto il mondo, 10 stranieri (tra cui Vladimir Dimitijevic, Camilo José Cela, Manuel Vàzquez Montalbàn, Nick Hornby e Osvaldo Soriano) 14 italiani (tra cui Vasco Pratolini, Maurizio de Giovanni, Davide Enia, Stefano Benni, Vittorio Sermonti, Gianni Brera e Mario Sodati) e 3 oriundi. Una squadra strepitosa che parte all’attacco del lettore con la sezione intitolata “Il gioco più bello del mondo”.

Non possiamo dargli torto. Leggendo questa selezione, scorrendo le pagine o spigolando qua e là, si comprende quanta carica emotiva sia stata innescata dagli eventi sportivi, piccoli e grandi, nel corso degli anni. Possono essere i mondiali del 1982, come nel racconto di Davide Enia, o una discussione da bar, come nel contributo di Stefano Benni, in ogni caso questa antologia è una miniera di aneddoti e riferimenti che ogni tifoso amerà scoprire. Alcuni brani sono molto celebri e già pubblicati in altre raccolte, altri sono delle vere e proprie chicche, quelli che nel cinema si chiamerebbero cammei, incursioni di grandi scrittori in un campo desueto, come nel caso di Valerio Magrelli. Alla fine, nella sezione Figurine, possiamo soltanto commuoverci leggendo i ritratti intensissimi che grandi cronisti, come Gianni Brera, hanno scritto su grandi sportivi, come Gianni Rivera, e che altri cronisti, come Gianni Mura, a un certo punto, hanno dovuto e saputo raccontarci attraverso i classici “coccodrilli” che appaiono sui giornali.

Possiamo anche dire che il calcio sia solo uno sport come un altro, in cui “ventidue giovanotti in mutande corrono dietro una palla”, oppure possiamo leggere questo libro, e guardare oltre.

 

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10 giugno 2014 2 10 /06 /giugno /2014 06:22

Volevo vedere l'Aurora Boreale. Il nuovo libro di Emanuela Pagan: la vita è una cosa meravigliosaEmanuela Pagan, ricercatrice presso il CNR di Padova e presso il CERN, è anche una runner (con esordio nel 1990) e scrittrice. Recentemente, dopo i suoi "Sulle vele di un sogno. Fiabe per un anno" (2011) e "Micetto" (2009) entrambi pubblicati da & MyBook, esce una sua terza opera, dal titolo "Volevo l'Aurora Boreale".

Ecco come questa sua ultima fatica letteraria è presentata nel risguardo di copertina: "Forse la vita è amara o dolce a seconda di come una persona la vuole gustare.
Forse un sognatore non è completamente fuori luogo in questo mondo, forse è solo un mago in grado di far crescere fiori nel deserto o di illustrare la morte come la più bella delle nascite.
Forse se continuavo a seguire i miei sogni invece di piangere e inveire contro l’oggettiva ingiustizia dell’universo, forse sarei stata felice.
Forse”.
Un altro Natale è alle porte, ma questa volta Emma ha deciso di festeggiarlo in modo diverso per fuggire dalle pressanti abitudini della famiglia.
Dopo la separazione dal marito è alla ricerca di un nuovo equilibrio interiore che le riesca a colmare anche il vuoto del suo passato.
Sarà il suo gatto Oliver, fiutando il destino, a darle l'opportunità di costruire quella felicità che per ora era sempre abbozzata o amara.

Commento del critico letterario Claudio Ardigó. Un libro di formazione in una società in cui la nostra vita si è trasformata in una sfida con noi stessi, con il prossimo spesso senza regole, questo libro riporta alla normalità.

 In una società dove i valori che sono alla base della civile convivenza vacillano di fronte a nuovi miti, bellezza, forza affermazione di se, fanno apparire inutili i fondamenti su i quali poggiano le comunità rette da sistemi democratici. Pensiamo a quanto sembrano lontani o addirittura in contrasto con il nostro modo di vivere concetti come la solidarietà, l'altruismo, l'amore inteso in senso evangelico non ristretto al solo rapporto di coppia e svilito nell'aspetto puramente carnale.

Emanuela Pagan con il suo libro ci porta in un mondo ideale, per farci riflettere su chi eravamo, chi siamo chi possiamo diventare. Un romanzo dalle mille sfumature che pone di fronte la vita all'autrice ma anche a tutti noi lettori.

 

 

Chi è Emanuela Pagan (dalla pagina web di Giovanni Certomà) - articolo del 2008.  La prima corsa è stata una campestre dei GdG nel 1990 dove mi ha trascinato mio papà ed io vi ho partecipato dopo aver fatto come allenamento 11 volte le scale di casa. Entrai nelle dieci e la corsa mi entrò nel cuore”.
Basterebbero queste poche frasi per comprendere come la veneziana Emanuela Pagan si sia fatta trascinare e sublimare dal gesto nobile della corsa e con il passare degli anni, riesca proprio attraverso di essa, a esprimere al meglio la propria interiorità e il proprio essere. Dopo quell’esordio nel 1990, Emanuela lascia e riprende nove anni dopo con una scommessa impegnativa: correre la prima mezza maratona. E nonostante non avesse il credito di molti suoi conoscenti, taglia il traguardo con un buon 1h43’. Le successive mezze da lei corse non la vedono migliorare in chiave cronometrica, tanto che, è tentata “ad appendere le scarpe al chiodo”, ma le aveva appena comprate e quindi in lei “vince lo spirito scozzese” e si prepara ad un’altra grande avventura: l’esordio sulla distanza di Filippine, i 42 km e 195 mt.
E’ il 2001 e la sua Venezia le regala “la gara perfetta”, come lei stessa la ha definita: “conclusi con 3h43m53s, nessun dolore e tanta gioia. La maratona iniziava a cambiarmi la vita”.
Ormai Emanuela aveva preso il largo nel mare del podismo, nel 2002 sempre a Venezia si migliora con 3h31m e nel 2003, nella Roma dei Fori Imperiali abbatte un possente muro correndo in 3h28m e “...la mia vita sportiva, e non solo, cambia totalmente”.
E poi gli ultimi due anni sono quelli dei grandi risultati e best – time personali: “...miglio 5m30s, 3km pista 11m11s, 10km 39m06s, mezza in 1h26m04s, maratona 3h09m45s, ma la cosa più bella è stata quella di trovare lungo la strada tante persone che si sono dimostrate amiche e che hanno condiviso con me i chilometri e le emozioni”.

E scoprire che una come Lei, ricercatrice di fisica ambientale, affermi che “...la vita è un po’ come una corsa con tratti in salita e tratti in discesa in cui si incontrano molte persone con cui si fa un pezzo di strada insieme e alcune arrivano con te insieme fino alla fine”, sta a significare che ogni giorno che viviamo con questa intensità è tutt’altro che sprecato.
Accanto alla passione per la corsa in Emanuela vi è quella per il proprio lavoro, ricercatrice appunto di fisica ambientale presso il CNR di Padova, anche se, il suo vero e primo amore è stata la fisica subnucleare, che l’ha portata a lavorare al CERN di Ginevra: “...penso di essere una delle poche persone che può affermare di aver corso sopra un acceleratore di particelle, naturalmente spento”.
Ma Lei è tutt’altro che spenta e sin dalla prossima gara premerà sull’acceleratore del suo cuore e dei suoi polmoni.

 

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4 giugno 2014 3 04 /06 /giugno /2014 14:11
La Ballata dei Pellegrini. Un romanzo che è anche diario di viaggio con una resa al camminare puro e all'esperienza dei primi pellegriniPer chiunque ami camminare, per chiunque ami il Cammino di Santiago, per chiunque si accinga a farne esperienza o l'abbia già fatta, ecco un nuovo volume che potrebbe rivelarsi una lettura appassionante. Si tratta de "La Ballata dei Pellegrini" (titolo originale: La ballade des pèlerins), edito da Sellerio (2014) in cui Edith del La Héronniere in forma di romanzo racconta una storia di pellegrini in cammino da ézelay in Borgogna verso Santiago di Compostela. Un romanzo che è anche un diario di viaggio e rapporto su di una mirabile identificazione con l'avventura dei viandanti medievali.
Il volume, tradotto dal Francese da Vera Verdiani, è arricchito da una nota introduttiva di Salvatore Silvano Nigro.
«Non si può parlare di una vera e propria partenza, ma di una gran pedata metaforica». E poi: «Sull'altare San Giacomo sfavilla di luci».
Tra i due estremi - il rude congedo del frate («Uscite! Andate al diavolo!») nella Basilica di Vézelay in Borgogna, e il tripudio sull'altare del santo - si snoda il viaggio per Santiago di Compostella.
La traccia è quella che aprì per primo Godescalc vescovo di Le Puy, nel 950, e che, poi, innumerevoli piedi di pellegrini hanno scavato nel tempo e nella terra.
Questo libro racconta la lunga marcia di due uomini e una donna, cui si aggiunge in cammino un'altra donna.
Mette in campo le personalità dei pellegrini; e insieme le fatiche e le sofferenze, i malumori e i contrasti, che a poco a poco ma decisamente si stemperano e si annullano nella «pace», cioè nella resa al Camino de Santiago.
È la resa al camminare puro, è l'abbandono a ciò che da mille anni inesorabilmente si ripete identico. È la scoperta che i santuari, le rocce, i luoghi di sosta, gli orizzonti che si aprono improvvisi e suggestivi, le deviazioni solo apparentemente inattese, le statue dei santi, i ricoveri e gli ospizi («solo tre giorni si fermava il vagabondo, o si rischiava di non partire più. Era questo il ritmo dell'erranza»), il cibo antico, le risse tra pellegrini e con gli osti, il bastone e i piedi, e tutto quanto si manifesta al romeo nella dilatazione delle sue emozioni, sono l'umanamente eterna filastrocca, o poema o ballata, che accompagna, consola e ritma il cammino sempre uguale fino al santo che aspetta; là dove in realtà ad attendere è sempre una specie di morte. È dunque questo libro il resoconto narrativo di una mirabile identificazione, oltre il tempo e contro il tempo, con l'aventure dei viandanti medievali.
Edith de la Héronnière è collaboratrice della «Nouvelle Revue Française» e della rivista «Légendes».
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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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 Elena Cifali all'arrivo della Maratona di Ragusa 2013  Eleonora Suizzo alla Supermaratona dell'Etna 2013 (Foto di Maurizio Crispi)
            Elena Cifali   Eleonora Suizzo
   
   
   
   
   
   

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