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13 febbraio 2016 6 13 /02 /febbraio /2016 17:09
Paolo Vittone
Paolo Vittone

Paolo Vittone

La Lumaca e il tamburo. Favola di un viaggio alla riconquista del Tempo di Paolo Vittone ed Elisa Lussig (Infinito Edizioni, Collana Orienti, 2010) non è certamente un libro novità.
È stato pubblicato postumo nel 2010, dopo la morte per cancro di Paolo Vittone, a 46 anni, solo pochi mesi prima.
Paolo Vittore era un giornalista di Radio Popolare, redazione esteri, inviato nella guerra dell’ex-Jugoslavia.
Paolo Vittore, sapendo di essere malato terminale, tra un ciclo di cure e l’altro, decise di mettersi in cammino.
Non per dimenticarsi della malattia, poiché il cammino non consente facili evasioni.
Ma piuttosto per qcquisire una diversa e più profonda consapevolezzas: e quindi anche una maggiore presenza a se stesso, tanto più oppurtuna quando il tempo si fa stretto e si ha davanti un termine sempre più incombente.
Vittore si mise in cammino, da Trieste, per recuperare il tempo, il tempo per lui così prezioso. Fu Paolo Rumiz (che scrive l’introduzione al libro) a suggerirgli un cammino, e anche se all'inizio il suggerimento sembrasse azzardato per un uomo in quelle condizioni di salute, Vittone - una volta in cammino -ebbe poi modo di scoprire quanta forza gli venisse dal cammino: ce la faceva, e stava meglio, tanto che la malattia - seppur provvisoriamente - recedeva.
Da Trieste, Vittone ha camminato fino in Bosnia - la sua amata Bosnia - (anche se con tratti in auto), passando per Slovenia e Croazia.
La sua scrittura, delicata e profonda, dipinge con pochi tratti i luoghi e le persone, con sguardo empaticamente distaccato, coinvolto ma non troppo, se preferite.
E vi si parla delle ferite della guerra civile, di una guerra ancora così vicina ma ormai dimenticata, che preferiamo dimenticare. Dei nazionalismi e degli integralismi.
Vittone dipinge la parte sociale del territorio perché questo faceva, da giornalista. Ma dal suo ruolo di giornalista vuole smarcarsi, vuole vedere con occhio diverso, e quindi smette di ascoltare i discorsi delle persone, per fare dentro di sé un vuoto quasi zen, e lasciarsi baciare dagli elementi della natura.
In questo modo, egli ha recuperato il tempo, e il senso/la bellezza della vita, mentre di ciò che vedono i suoi occhi rimangono ricordi intimi, come lo sguardo acquoso del matto del villaggio, i profumi del bosco, la pioggia battente, il canto degli uccelli, uomini e donne dolci e accoglienti.
I ricordi più preziosi sono quelli delle emozioni, e valgono molto di più della cronaca o delle riflessioni socio-politiche.
Ecco la grande scoperta di Vittone, che ci lascia in eredità questo piccolo scritto da leggere e da rileggere con cura.

Accompagnano il libro i disegni di Elisa Iussig, che ha seguito Vittone per la prima parte del viaggio in auto, giovane donna incinta: disegni in bianco e nero, che rendono il libro ancor più poetico.
(Dal risguardo di copertina) Trieste molo audace. Un incontro è l'inizio di un viaggio a piedi di una donna incinta e di un uomo malato, confini estremi della vita, fino in Bosnia, passando per Slovenia e Croazia, varcando confini ufficiali e non, attraversando terre cattoliche, ortodosse e "meticce", fino a quelle dell'islam europeo, laico e aperto quanto ignorato. Un ultimo viaggio carico di sentimento in luoghi rimasti incolumi e in altri disfatti dalle guerre jugoslave degli Anni '90; posti in parte ricostruiti, altri in bilico tra passato bellico e futuro forse di pace; terre etnicamente purificate e terre meticcie, lungo il crinale che separa la cultura del mare e quella della terra. Introduzione di Paolo Rumiz.

 

Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suonò al campanello di casa, a Trieste, aprii il portone, e dopo un minuto nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembrava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie sembravano disegnati apposta per dare ancora più luce a uno sguardo infuocato da capitano di ventura…

Paolo Rumiz (dall'introduzione al volume)

Il retro della copertina

Il retro della copertina

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1 febbraio 2016 1 01 /02 /febbraio /2016 08:48
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica

(Maurizio Crispi) Revenant (Redivivo) è un film di Alejandro Iñárritu, uscito nel 2015 e basato su di una storia vera, accaduta più o meno ai tempi della famosa spedizione di Lewis e Clark che diede un contributo fondamentale alla conoscenza geografica dei territori della frontiera nord occidentale degli Stati Uniti allora in piena espansione, quasi al confine con il Canada.
E' la storia di Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), esploratore e scout di un grupo di cacciatori di pellicce che si sono spinti nel profondo di territori ancora inesplorati e ostili sia per le caratteristiche di una natura selavaggia ed estrema sia per la presenza di Pellerosse e dei Francesi nemici che pure vantavano dirittti su quei territori.
Dopo essere assalito e gravemente ferito da un grizzly (orso bruno), Hugh Glass viene abbandonato dai suoi compagni e creduto morto (grazie alla menzognera versione dei fatti) di uno di loro lasciato ad accudirlo sino al momento della sua morte che pareva imminente).
Hugh, grazie e a doti non comuni di resistenza interiori si riprende e si rimette in marcia, sfruttando tutte le risorse che la Natura può mettere a disposizione di un essere inerme e debole come lui è in quel momento.
Il confronto con una natura selvaggia e incontaminata, alle soglie di n inverno rigido e crudele è spettacolare: lo spettatore segue con apprensione i progressi di Hugh Glass e in parallelo la vicenda dei compagni che lo hanno abbandonato e del traditore Fitzgerald.
Molte saanno le difficoltà con cui Glass dovrà confrontarsi, molti i rovesci che subirà: Eppure, alla fine, ce la fara e ricomparirà nell'avamposto militare da cui era partito molti mesi prima, dopo aver percorso oltre 3000 miglia.
Verrà accolto da "redivivo", con manifestazioni di stupore e meraviglia. Prima di riprendere la sua vita e mettere a tacere il profondo dolore interiore per la perdita del figlio (ucciso da Fitzgerald) ci sarà ancora un conto da regolare: e quest'ultimo compito lo dovrà affrontare senza attesa, anche se ancora indebolito.
Ed è dunque un racconto di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica: alcune fonti infatti sostengono che la sua marcia non è del tutto vera e che fu abbellita e arricchita di dettagli nel corso del tempo.
Ma dietro questi abbellimenti c'è tuttavia un nucleo duro di verità storica che non può non suscitare meraviglia.
Il film possiede un grande impatto scenografico, grazie alla bellezza inavvicinabile e purissima di questi paesaggi del Grande Nord; e il racconto è impreziosito, secondo uno stilema tipico di
Iñárritu, da sequenze oniriche che intervengono nei periodi in cui Glass giace in semi-coma ma anche in altre momenti di sonno,  illuminate cromaticamente dalla splendida colonna sonora di Ryuichi Sakamoto: questi stralci ci consentono di avere squarci della sua storia personale e di comprendere quali siano le radici della sua resistenza estrema.
Glass, conoscitore e amico della tribù dei Pawnee, ha sposato una loro donna e ne ha avuto dei figli, senonché moglie e figli (con l'eccezione di uno che lo segue nella spedizione per finire ucciso dal perfido e vile Fitzgerald) vengono trucidati da una tribù ostile.
Glass che è un uomo di frontiera, ancora di più proprio per questa ragione, condivide profondamente la "filosofia" dei Pellerossa e la loro religiosità che esclude rigorosamente che l'Uomo sia al centro del creato, affermando per contro che gli uomini possano soltanto prendere ciò che hanno a disposizione senza sprechi e con rispetto, vivendo in un continuo equilibrio e condividendo con altri esseri viventi ciò che è dato loro dalla natura. Dall'accettazione di questa filosofia nascono le premesse di un forte radicamento nella Natura, benefattrice e rigenerativa, ma anche distruttiva se non viene approcciata nel modo giusto e con la maggior e umiltà possibile.
Per sopravvivere, Glass farà proprio riferimento all'energia della Natura e alla forza dell'albero, come accade nelle sue visioni che lo riportano ai momenti per lui indelebili della morte della moglie, spirata tra le sue braccia, e al testamento spirituale che da lei gli viene trasmesso.

 

Come si diceva "Revenant" è tratto dal romanzo omonimo, basato su fatti realmente accaduti, di Michael Punke, pubblicato in Italia da Einaudi (2014)

 

Michael Punke, La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta, Einaudi, 2014Revenant è la storia vera di Hugh Glass. Di come è stato abbandonato da compagni che credeva amici e invece erano traditori. Di come è sfuggito alla morte quando tutti lo pensavano spacciato. Di come è sopravvissuto a un'odissea di tremila miglia nell'immensità ostile della Frontiera americana.
Revenant è una storia di salvezza e avventura, di ferocia e redenzione.
Revenant è la storia di una vendetta.

Revenant è diventato un film con Leonardo Di Caprio e Tom Hardy per la regia di Alejandro González Iñárritu.

Hugh Glass era morto. Doveva essere morto. Nessun uomo normale sopravvive all'assalto di un grizzly, agli artigli lunghi quindici centimetri che fanno a brandelli schiena e collo, alla ferocia di un morso che lacera le carni. Ma come era finito abbandonato in fin di vita, in quel posto dimenticato da Dio nel Nordovest degli Stati Uniti?
Glass è un esploratore e un cacciatore di pellicce che nel 1822 prende parte a una spedizione lungo il fiume Missouri e i suoi affluenti: all'epoca quel territorio era di fatto inesplorato (la prima missione, quella di Lewis e Clark, risale a soli diciotto anni prima), selvaggio e minaccioso come solo la Frontiera sa essere. L'ultimo avamposto americano, uno sperduto forte dell'esercito, è lontano una settimana di cammino: il resto è territorio di caccia di Sioux tutt'altro che in buoni rapporti con l'uomo bianco. È qui che Glass, separatosi dal gruppo per trovare provviste, viene assalito da un orso. Vedendo in che condizioni l'ha ridotto l'animale, i compagni si convincono che gli resta poco da vivere: il grosso della spedizione procede nel suo viaggio, lasciando il trapper con due uomini, John Fitzgerald e Jim Bridger, incaricati di vegliare le sue ultime ore. Ma il destino sembra avere un conto in sospeso con il trapper: al terzo giorno di agonia, i tre uomini avvistano un gruppo di guerrieri indiani. Fitzgerald e Bridger, presi dal panico, abbandonano Glass, rubandogli le armi e il coltello, lasciandolo solo, disarmato, accanto alla fossa che già avevano scavato per lui, in balía degli indiani. Sembrerebbe la fine di Hugh Glass e invece è solo l'inizio. È a questo punto, infatti, che Glass diventa il protagonista di un'incredibile odissea che possiede la grandiosità della leggenda e la fondatezza della cronaca storica. Intraprende un viaggio di tremila miglia, attraverso le condizioni piú estreme, sopravvivendo ai pericoli e alle minacce della natura e degli uomini, diventando amico e alleato di popoli sconosciuti, mosso unicamente dalla piú incrollabile delle volontà: quella di un uomo che cerca la sua vendetta.
Senza tralasciare il rocambolesco passato del suo protagonista - tra naufragi al largo di Cuba, pirati, vagabondaggi e un lungo periodo di permanenza forzata (e quasi fatale) presso una tribú di indiani pawnee -, Michael Punke ricostruisce la storia vera di Hugh Glass, eroe celeberrimo della mitologia western, restituendolo alla dimensione che, piú di ogni altra, può rendere giustizia alla sua incredibile vicenda biografica: quella del romanzo.

 

Leggi i primi capitoli

 

 

Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica

When all is lost, you fight. Inspired by true events, "The Revenant" is an immersive and visceral cinematic experience capturing one man’s epic adventure of survival and the extraordinary power of the human spirit. In an expedition of the uncharted American wilderness, legendary explorer Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) is brutally attacked by a bear and left for dead by members of his own hunting team. In a quest to survive, Glass endures unimaginable grief as well as the betrayal of his confidant John Fitzgerald (Tom Hardy). Guided by sheer will and the love of his family, Glass must navigate a vicious winter in a relentless pursuit to live and find redemption. "The revenant" is directed and co-written by renowned filmmaker, Academy Award® winner Alejandro G. Iñárritu (Birdman, Babel).


Director: Alejandro G. Iñárritu
Screenplay: Mark L. Smith & Alejandro G. Iñárritu, based in part on the novel by Michael Punke
Producers: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent, James W. Skotchdopole, Keith Redmon
Original Music by: Ryuichi Sakamoto and Alva Noto

Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter

«Prendete le avventure realmente accadute di uno dei più grandi personaggi del West, aggiungeteci un sacco di dettagli, raccontatele con uno stile secco ed essenziale, dategli un ritmo da film d'azione: ecco che avrete Revenant».

«Salt Lake Tribune»

Un racconto di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica When all is lost, you fight. Inspired by true events, "The Revenant" is an immersive and visceral cinematic experience capturing one man’s epic adventure of survival and the extraordinary power of the human spirit. In an expedition of the uncharted American wilderness, legendary explorer Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) is brutally attacked by a bear and left for dead by members of his own hunting team. In a quest to survive, Glass endures unimaginable grief as well as the betrayal of his confidant John Fitzgerald (Tom Hardy). Guided by sheer will and the love of his family, Glass must navigate a vicious winter in a relentless pursuit to live and find redemption. "The revenant" (Redivivo) is directed and co-written by renowned filmmaker, Academy Award® winner Alejandro G. Iñárritu (Birdman, Babel). Director: Alejandro G. Iñárritu Screenplay: Mark L. Smith & Alejandro G. Iñárritu, based in part on the novel by Michael Punke Producers: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent, James W. Skotchdopole, Keith Redmon Original Music by: Ryuichi Sakamoto and Alva Noto Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter Tratto dal romanzo, basato su fatti realmente accaduti, di Michael Punke, pubblicato in Italia da Einaudi (2015)

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13 novembre 2015 5 13 /11 /novembre /2015 00:46
Desert solitaire. Una stagione nella natura selvaggia: un autentico libro di culto tra memoir e manifesto ambientalista

Desert Solitaire.Una stagione nella natura selvaggia (Baldini&Castoldi 2015) di Edward Abbey può avere il valore di una scoperta incredibile: ed è sicuramente uno di quei libri che spesso passano inosservati, perché non hanno "santi" in paradiso.
Tuttavia, negli Stati Uniti, questo libro fece epoca, da quando uscì, nel 1968.
Onore a a Baldini&Castoldi, che lo ha ripubblicato quest’anno, nell’ottima traduzione di Stefano Travagli.
L'opera di Abbey si inserisce a pieno titolo nella tradizione di Henry David Thoreau, Walt Whitman, Mary Hunter Austin, il tutto condito da un’ironia fantastica (si ride dei nostri mali del secolo leggendo il libro) e una vena polemica degna dei migliori rivoluzionari.

Edward Abbey (1927-1989) ha vissuto per sei mesi da solo nel ruolo di ranger, nel 1956, in una roulotte nell’Arches National Monument, un territorio desertico dello Utah.
Desert solitaire che racconta appunto di questa sua esperienza è stato pubblicato nel 1968, ma l’azione del libro va retrodatata e si svolge quando l’autore aveva 29 anni e questi territori erano ancora incontaminati. Un inno alla protezione della wilderness, ma anche molto di più. Contiene poetiche descrizioni dei parchi dello Utah e dell’Arizona, quali Arches, Canyonland, Canyon degli Havasupai, e dell’arido territorio dei Navajo.
Non mancano descrizioni dell’abbondante flora e fauna del deserto. E' insomma un libro come non se ne scrivono più, ma non solo letteratura di qualità (Abbey è uomo molto colto): anche pamphlet politico di chi vede il mondo naturale distruggersi sotto i suoi piedi.

In conclusione, in questo memoir Abbey disegna il suo manifesto ambientalista, coerente con quanto ha scritto in altre sue opere, anche di marca più squisitamente narrativa.
Desert Solitaire ha ispirato un omonimo album musicale che potrebbe essere utilizzato come colonna sonora alla lettura del testo di Abbey.

Citiamo l'autoreCosa posso dire a queste persone? Sigillate nei loro gusci di metallo come molluschi con le ruote, come posso liberarle? L’auto una scatoletta di metallo, il ranger il suo apriscatole. Uscite da lì, per l’amor di Dio, vorrei dire. Toglietevi quegli occhiali da sole del cazzo, spalancate gli occhi, guardatevi in giro; buttate via quelle stupide macchine fotografiche! (…) Gesù, signora, tiri giù quel finestrino! Il deserto lo si capisce solo se lo si annusa! La polvere? Certo che c’è la polvere, siamo nello Utah! Ma è polvere buona, ottima polvere rossa dello Utah, ricca di uranio e di ironia. Spegnete il motore. (…) E tu, sì, tu con la mappa spalancata davanti, il radiatore che bolle e il motore surriscaldato, striscia fuori da quel bozzolo brillante di lamiera e vai a farti una passeggiata! Sì, ti sto dicendo di mollare la vecchia e i mocciosi urlanti per un po’, di voltare loro la schiena e andare a fare una lunga, tranquilla passeggiata nei canyon, di perderti e di tornare solo quando ti va, cazzo. Farà benissimo, a te, a lei, a tutti quanti. Dai tregua ai bambini, lasciali uscire dalla macchina, lasciali correre sulle rocce a caccia di serpenti a sonagli, scorpioni e formicai… Sì, esatto, liberali. Come osi imprigionare dei bambini nel tuo maledetto carro funebre imbottito? Vi imploro di uscire da quelle sedie a rotelle a motore, di staccarvi dagli schienali di gommapiuma e alzarvi in piedi. Siete uomini! Siete donne! Siete esseri umani! E camminate – camminate – CAMMINATE sulla nostra dolce terra benedetta!”

(dal risguardo di copertina"Desert solitaire" è diventato un libro di culto sin dalla sua pubblicazione, nel 1968. Un racconto provocatorio e mistico, arrabbiato e appassionato, in cui Edward Abbey ci restituisce la sua esperienza di ranger nell'Arches National Monument, nel Sudest dello Utah, catturandone l'essenza e trasmettendoci il desiderio di vivere nella natura e conoscerla nella sua forma più pura: silenzio, lotta, bellezza abbagliante. Ma "Desert solitaire" è anche il grido angosciato di un uomo pronto a sfidare il crescente sfruttamento operato dall'industria petrolifera, mineraria e del turismo.
Sono trascorsi quasi cinquant'anni, e le osservazioni di Abbey, le sue battaglie, non hanno perso nulla della loro rilevanza. Anzi, oggi più che mai, "Desert solitaire" ci chiama a combattere, mettendoci di fronte a un'ultima domanda fondamentale: riusciremo a salvare ciò che resta dei nostri tesori naturali prima che i bulldozer manovrati dal profitto colpiscano ancora?

 

Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.

Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia. Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.

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29 ottobre 2015 4 29 /10 /ottobre /2015 06:22
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle

Con il film di Robert Zemeckis "The Walk. A True Story" (2015) che racconta la storia del francese Philippe Petit, funambolo eccellente ed intrepido (ma anche - a suo modo - filosofo), e la sua camminata su di un cavo d'acciaio teso tra le due Torri gemelle di New York (ancora in via di costruzione) ritorna in auge l'interesse per questo singolare e temerario personaggio che, indubbiamente, ha molto da insegnare ... soprattutto per quanto concerne l'essere "visionari" e il perseguire con determinazione e tenacia i propri sogni...
Già nell'ormai lontano 2009 avevo scritto di lui, dopo aver letto alcuni dei suoi libri ispirati (post cui diedi il titolo: ("L'insegnamento di Philippe Petit, ultra-funambolo e pensatore spontaneamente mistico").
Si trattò di un'inpresa sportiva che fini anche con il diventare opera d'arte ineguagliabile e slancio mistico verso il Cielo (come hanno detto alcuni, anche "camminata tra la vita e la morte"), destinata a rimanere impresa unica ed irripetibile (perchè anche se qualcuno avesse voluto o volesse imitarlo, mancherebbero le Torri gemelle con la loro particolare conformazione che le rese idonee al compimento di una simile avventura funambolica).
In basso il link al mio post di allora...

The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle

(da Wikipedia) The Walk. A True Story è un film biografico del 2015 co-scritto e diretto da Robert Zemeckis, con protagonista Joseph Gordon-Levitt nei panni di Philippe Petit, noto funambolo francese, che il 7 agosto 1974 compie la sua più grande impresa: la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo d'acciaio senza alcuna protezione[1].
La pellicola è l'adattamento cinematografico del libro Toccare le nuvole fra le Twin Towers. I miei ricordi di funambolo (To Reach the Clouds), scritto dallo stesso Petit nel 2002, ripubblicato in contemporanea con l'uscita italiana del film col titolo The Walk.
Si tratta della terza opera cinematografica basata sulla traversata di Philippe Petit, dopo il cortometraggio High Wire di Sandi Sissel del 1984 ed il documentario Man on Wire - Un uomo tra le Torri di James Marsh, che vinse il Premio Oscar per il Miglior documentario nel 2009.

Il trailer del film di Zemeckis

The Walk - Officially Extended Trailer

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26 ottobre 2015 1 26 /10 /ottobre /2015 01:02
PasParTu. La straordinaria esperienza di un viaggio a piedi nell'Italia che si fida e ti ospita. Carnovalini e Rastello raccontano il loro viaggio senza meta che è anche metafora del nostro tempo

Riccardo Carnovalini e Anna Rastello hanno raccontato nel libro PasParTu. A piedi senza meta nell'Italia che si fida (Edizioni dei Cammini, Collana Wanderer, 2015), la loro straordinaria esperienza di viaggio a piedi attraverso un'Italia che "si fida" e che"ospita", senza nessuna pianificazione e decidendo di giorni in giorno la loro successiva meta.
E' un libro che, proposto meritoriamente dalla Casa Editrice nata come "costola" della "Compagnia dei Cammini" per accogliere testimonianze, racconti e guide va letto perché oltre che straordinaria esperienza di viaggio a piedi, può essere anche visto come uno specchio del nostro tempo.

Carnovalini e Rastello in viaggio(dal risguardo di copertina) Riccardo Carnovalini e Anna Rastello camminano insieme da alcuni anni, molti sono i viaggi che hanno intrapreso per scoprire o riscoprire regioni e angoli "speciali" del nostro Paese, a volte con lo scopo di portare un messaggio di solidarietà, oppure per attirare l'attenzione su problematiche particolari. Il cammino più lungo, intenso e imprevedibile che hanno condiviso è stato PasParTu: Passi, Parole, Tu.
Passi: quelli che hanno compiuto per unire le persone che li hanno accolti.
Parole: quelle che hanno ascoltato per conoscere chi, giorno dopo giorno, ha donato loro un bene impagabile e prezioso, il proprio tempo.
Tu: perché si sono spogliati della loro individualità per mettersi nelle mani dell'estraneo che li ha accolti alla sera e che ha stabilito la destinazione del giorno successivo.
Qualcuno l'ha definita un'indagine sociologica, altri un'opera di Land Art, ma PasParTu è, prima di tutto, un ritratto senza filtri dell'Italia e degli italiani di oggi.

Riccardo Carnovalini ha fatto la storia del camminare in Italia, ha attraversato l’Italia camminando varie volte, dal 1981 a oggi.
È stato un precursore, e ha continuato in questa sua passione, con creatività. L’ultimo suo cammino, studiato e percorso insieme ad Anna Rastello, è stato Paspartu, da cui è nato un libro uscito per le Edizioni dei Cammini.
“È stato un viaggio a piedi senza meta”, spiegano Anna e Riccardo, “alla ricerca dell’Italia che si fida ed è curiosa e ospitale, una ricerca fatta con i piedi per dimostrare che c’è ancora chi sa aprire la porta di casa agli sconosciuti, dando fiducia a chi giunge all’improvviso a scompigliare il tran tran quotidiano”.
Un argomento di stretta attualità in questi giorni di biblici esodi verso un’Europa non sempre ospitale, sicuramente una metafora dei tempi in cui viviamo.

Dalla recensione di Luca Gianotti per La Compagnia dei Cammini

Sei mesi e più di cammino partendo da Torino. Riccardo Carnovalini e Anna Rastello dopo averci aggiornato via via sulla loro pagina di Facebook, ci offrono adesso nel bel libro curiosamente intitolato “PasParTu” (Edizioni dei Cammini) il racconto di questa loro esperienza. Molti sono i viaggi che Riccardo e Anna hanno intrapreso per scoprire o riscoprire regioni e angoli “speciali” del nostro paese, a volte con lo scopo di portare un messaggio di solidarietà, oppure per attirare l’attenzione su problematiche particolari. Il cammino più lungo, intenso e imprevedibile che hanno condiviso è però questo da loro denominato PasParTu: Passi, Parole, Tu.

Passi: quelli che hanno compiuto per unire le persone che li hanno accolti.Parole: quelle che hanno ascoltato per conoscere chi, giorno dopo giorno, ha donato loro un bene impagabile e prezioso – il proprio tempo. Tu: perché si sono spogliati della loro individualità per mettersi nelle mani dell’estraneo che li ha accolti alla sera e che ha stabilito la destinazione del giorno successivo.

“È stato un viaggio a piedi senza meta”, spiegano Anna e Riccardo, “alla ricerca dell’Italia che si fida ed è curiosa e ospitale, una ricerca fatta con i piedi per dimostrare che c’è ancora chi sa aprire la porta di casa agli sconosciuti, dando fiducia a chi giunge all’improvviso a scompigliare il tran tran quotidiano”. Un argomento di stretta attualità in questi giorni di biblici esodi verso un’Europa non sempre ospitale, sicuramente una metafora dei tempi in cui viviamo.

E’ dagli anni Ottanta che Riccardo racconta le meraviglie dell’andare a piedi, fin da quando con la compagna Cristina attraversava l’Europa da cima a fondo innestando nel racconto una fitta serie di appunti impregnati di sociologia e tenendoci compagnia con le sue appassionanti conversazioni il mattino sulle onde della Rai. Anna Rastello, atleta mezzofondista in gioventù, si è rivelata invece nel 2011 quando, per tener fede a una promessa fatta in occasione di un terribile incidente stradale che rese paralizzata la figlia Marcella, intraprese un lungo cammino alla ricerca di un nuovo sguardo sulla disabilità.

Per leggere un frammento del libro di Carnovalini e Rastello in cui gli autori spiegano cos'è per loro il camminare seguire il link

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17 ottobre 2015 6 17 /10 /ottobre /2015 19:05
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza
Sopravvissuto - The Martian. Una storia di sopravvivenza e di resilienza

(Maurizio Crispi) Sopravvissuto (The Martian, film di Ridley Scott, 2014, USA) è un film che va visto e che può piacere sia ad un pubblico generalista, sia ad una audience che prediliga la SF, sia - infine - ad una che invece sia composta da praticanti di sport estremi nei quali è richiesta in sommo grado ai fini della riuscita delle imprese che si intraprendono la qualità detta "resilienza".

In breve questa è la storia, semplice semplice. Durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney (Matt Damon) viene considerato morto dopo una forte tempesta e per questo abbandonato dal suo equipaggio. Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Con scarse provviste, Watney deve attingere al suo ingegno, alla sua arguzia e al suo spirito di sopravvivenza per trovare un modo per segnalare alla Terra che è vivo.
Dopo averlo dato per morto e dopo aver identitificato attraverso le riprese satellitari segni di attività extraveicolari sulla superficie di Marte in prossimità della base spaziale, a milioni di chilometri di distanza, i tecnici della NASA e un team di scienziati internazionali lavorano instancabilmente per cercare di portare “il marziano" a casa, saggiando diverse possibili soluzione, sicchè sarà deciso che saranno i suoi stessi compagni già in viaggio verso la Terra e ancora ignari della sua sopravvivenza, a invertire la rotta e a tentare di tracciare un’audace, se non impossibile, missione di salvataggio.

Il film, basato sul romanzo best-seller “The Martian” di Andy Weir, è stato diretto magistralmente dal regista Ridley Scott e, ovviamente, vi si trovano tanti degli stilemi del regista, tra i quali quello dell'uomo solo in lotta contro circostanze avverse.

Il tema è appassionante, pur nella sua semplicità e rimanda al grandissimo successo editoriale del XVIII secolo che fu la storia di Robinson Crusoe (scritta dal britannico Daniel De Foe) e capostite letterario di una serie di opere similari che furono definite "robinsonate", ma anche - e soprattutto - del romanzo d'avventure.
Robinson, come una serie di eroi para-lettwerari che lo seguirono, sopravvive nell'isola deserta al naufragio della sua nave, grazie al suo ingegno e alla sua capacità di problem solving.

Robinson dovette la sua soravvivenza alla sua sconfinata fiducia nelle proprie risorse, al legato culturale dell'epoca cui apparteneva e alla sua fede in Dio (che poi diventò il "In God We Trust" su cui si fondano gli Stati Uniti): in parte, egli fu - ed è citato più volte - come prototipo dell'"Homo Aeconomicus" che si affacciava prepotentemente nello scenario sociale del tempo all'alba della prima rivoluzione industriale.

La copertina del romanzoAnche Mark Watney è figlio del suo tempo, anche se la sua avventura si svolge in termini e in un contesto temporale che sono ancora lontani da noi.

Ma anche in questo caso i fattori, pur apparentemente diversi, nella loro combinazione assieme danno un risultato analogo, anche se lui - nello stesso tempo - essendo figlio della sua epoca è anche "Homo Teknologichus".

Mark Watney, per potere sopravvivere in un ambiente ostile, deve cominciare innanzitutto a fare un po' di conti per capire su cosa può contare e quanti giorni di autonomia gli rimangono. Un po'è come un sub che, per stare in immersione in profondità deve imparare a fare i conti con la sua riserva di aria ed a economizzarla, regolando il respiro e non sprecandola per aggiustamenti di assetto di profondità.

La base di partenza è per lui capire per quanti "sol" (il giorno lunare) potrà sopravvivere in attesa della prima missione.

Secondo punto: cercare di produrre altro cibo, sempre partendo da ciò che ha e, a catena, produrre più acqua.

In tutto questo vengono in suo soccorso le sue competenze specifiche, poiché egli - guarda caso - è botanico e può massimizzare alcune patate che fanno parte della scorta alimentare del modulo temporaneo costruito dalla missione sulla superficie del pianeta.

Ma altre sfide lo aspettano dietro l'angolo: per un problema che si risolve, altri ne sorgono, compresi quelli imprevisti e quelli che lo riportano indietro di botto.

Qual'è la strategia mentale per la sopravvivenza che Mark Watney adotta e dalla quale discendono tutte le azioni e tutte le sue scelte: concentrarsi su di un problema alla volta, guardando il dettaglio di esso e senza mai lasciarsi travolgere dall'enormità del compito che l'attende.

Pazienza, spirito di sacrificio, piccoli obiettivi intermedi: tutto questo finisce con l'occupare la sua mente, impegnando il suo corpo in una diuturna fatica. Non viene sopraffatto dalla sensazione di hopelessnes e da un senso crescente di solitudine: no, perché sa che la sua sopravvivenza dipende dalla sua operosità e dalla capacità di portare avanti una serie di subentranti progetti che, tutti assieme, si compongono in quello più grande ed ambizioso, e cioè allungare il tempo della sua autonomia, in attesa di poter essere recuperato.

In questo il film - come del resto il romanzo che contiene nel dettaglio tutti i ragionamenti di Mark Watney nelle sue quotidiane attività di "problem solving" - è davvero grandioso, ma la sua bellezza è contenuta anche nelle riprese di esterni che, a me, hanno evocato alcuni scorci del deserto di Wadi Rum in Giordania, trattati con dei filtri che esaltano le tonalità di rosso (ma potrei anche sbagliarmi) e le sequenze più propriamente "spaziali" nella seconda parte del film, quando l'astronave madre inverte la rotta per tornare a recuperare Mark Watney (riprese che rappresentano - a mio avviso - un grande omaggio al tuttora attuale capolavoro di Stanley Kubrick, 2001 Odissea nello Spazio) sino al salvattaggio finale carico di suspense.

Molti esperti che hanno visto il film sostengono che alcuni dei ragionamenti elaborati da Mark Watney e molte delle soluzioni da lui adottate siano validi scientificamente al 70% e che, dunque, questo tipo di avventura di sopravvivenza sarebbe tecnicamente possibile.

Un film di questo tipo con tutto il percorso letterario che lo ha preceduto a partire dall'invenzione letteraria di Robinson Crusoe ci fa riflettere sulla ridicolaggine assoluta e sull'insulsaggine di programmi come "l'Isola dei famosi" e sulla loro radicale inconsistenza.

Un film da vedere, sicuramente; ed anche un libro da leggere, o prima o dopo.

 

Il trailer ufficiale. Questi i principali protagonisti: Matt Damon (nel ruolo principale di Mark Watney), Jessica Chastain, Kristen Wiig, Kate Mara, Michael Pena, Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Donald Glover .

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16 ottobre 2015 5 16 /10 /ottobre /2015 00:14
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler
Erano ragazzi in barca. La vera storia dell'otto con USA che, in finale olimpica nel 1936, vinse la Germania e umiliò Hitler

Una lettura imperdibile per gli appassionati di canottaggio e di sport in generale (e degli insegnamenti che le discipline sportive possono veicolare) è il volume - di recente edito da Mondadori (2015) - di Daniel James Brown, Erano ragazzi in barca. La vera storia della squadra di canottaggio che umiliò Hitler.
Il romanzo racconta un episodio rilevante in occasione degli XI Giochi Olimpici Moderni di Berlino (1936) ed è incentrato sulla straordinaria vittoria dell'Otto con che sconfisse in finale l'analogo armo tedesco nella corsa verso la vittoria, fortemente vagheggiata da Hitler.
In certo qual modo si può considerare l'analogo della bruciante umiliazione inferta ad Hitler e al suo malriposto orgoglio fondato sui falsi valori della supremazia della razza ariana dal mitico Jesse Owen
.

Il pomeriggio del 14 agosto 1936 a Berlino, sullo specchio d'acqua del Langer See, sotto gli occhi di Adolf Hitler e di una folla immensa si svolge la finale dell'otto maschile, la gara di canottaggio più attesa dell'XI Olimpiade. In sesta corsia, la meno favorevole, l'equipaggio statunitense si prepara a coronare un sogno incredibile, la conquista della medaglia d'oro, in uno dei più emozionanti e sorprendenti trionfi negli annali della specialità.
Solo pochi mesi prima, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle possibilità di vittoria della squadra dell'Università di Washington, formata da ragazzi di umili origini, figli di un'America messa in ginocchio da una spaventosa crisi economica. Eppure, spinti dall'insopprimibile desiderio di cambiare un destino apparentemente segnato, gli studenti della Washington sostengono senza battere ciglio allenamenti sfiancanti in condizioni climatiche proibitive e, grazie all'aiuto di tecnici esperti e inflessibili, ma ricchi di umanità, imparano a superare individualismi e gelosie, e a fidarsi ciecamente l'uno dell'altro, trasformandosi in una delle migliori squadre di canottaggio di tutti i tempi.
Tra questi ragazzi spicca Joe Rantz, entrato nell'equipaggio per guadagnare un po' di autostima e trovare il proprio posto nel mondo insieme alla sua adorata Joyce. Per lui in particolare, con una dolorosa vicenda familiare alle spalle, la disciplina imposta dallo sport agonistico traccia il faticoso percorso verso la maturità, dandogli l'orgogliosa consapevolezza – ancora ben viva settant'anni dopo – di aver compiuto un'impresa memorabile.
Alla luce di una grande mole di documenti dell'epoca – quotidiani, giornali radio, notiziari cinematografici, diari privati – e di interviste e colloqui con i protagonisti e i loro parenti e amici, Daniel James Brown racconta con la passione e la leggerezza del romanziere una pagina di storia sportiva troppo a lungo ignorata, tracciando dapprima il fedele ritratto di un'America che tenta faticosamente di uscire dalla Grande Depressione, e poi, attraversato l'oceano, descrivendo la straordinaria avventura vissuta da nove ragazzi dello Stato di Washington in una ventosa giornata dell'estate 1936 nella Berlino nazista. Un raggio di luce alla vigilia di uno dei periodi più bui dell'umanità.

Daniel James Brown è autore di due saggi,Under a Flaming Sky: The Great Hinckley Firestorm of 1894 (2007), finalista al Barnes & Noble Discover Award, e The Indifferent Stars Above: The Arrowing Saga of a Donner Party Bride(2010). Ha tenuto corsi di scrittura presso la San José State University e la Stanford University.

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1 ottobre 2015 4 01 /10 /ottobre /2015 17:42
Quella che segue è la storia di un libro trovato casualmente lungo un Cammino di Elena Cifali. E' proprio vero che i libri vengono a noi e che sono loro a cercarci e ad attirare la nostra attenzione. Mai che accada al contrario, anche quando siamo certi al cento per cento di avere pilotato le nostre scelte, ci sbagliamo profondamente. Nulla accade per caso.

Quella che segue è la storia di un libro trovato casualmente lungo un Cammino di Elena Cifali. E' proprio vero che i libri vengono a noi e che sono loro a cercarci e ad attirare la nostra attenzione. Mai che accada al contrario, anche quando siamo certi al cento per cento di avere pilotato le nostre scelte, ci sbagliamo profondamente. Nulla accade per caso.

(Elena Cifali) Quando caricai lo zaino per partire decisi che nessun libro vi avrebbe preso posto.

La decisione fu insolita per me che ovunque vado mi faccio far compagnia da una buona lettura.

Eppure, stavolta no, lo zaino era già di per se troppo pesante e piuttosto che riempirlo avrei voluto svuotarlo d’un fardello che porto addosso da troppo tempo oramai.

Deciso, parto leggera!

Il Cammino per le Vie Storiche di Sicilia sarebbe dovuto essere un libro non scritto fatto delle storie di tutti coloro che vi avrebbero preso parte. La storia dell’amico ingegnere, quella della guida, del vigile urgano, della psicologa, del disoccupato, dello studente universitario, insomma, la storia la stavamo scrivendo noi.

Ma… c’è quasi sempre un “ma”!

Il Cammino ti dà ciò di cui hai bisogno

Il sole troppo caldo, il sudore che scorre, gli occhi abbagliati dalla luce, le gambe stanche, i piedi doloranti, 50 e 50 e 50 chilometri ancora da percorrere … è tutto così emozionante, tutto così fortemente stancante. Attraversiamo chiacchierando una strada di campagna, poche case, nessuna anima ad accoglierci. La terra rossa, arida, chiede pietà e implora acqua.

Sul ciglio della strada, tra sterco di mucca e tracce di pneumatici passati e diretti chissà dove, li vedo abbandonati malamente, uno sopra l’altro, come amanti insaziabili: i libri!

Potrebbe essere un miraggio, cosa ci fanno due vecchi libri in mezzo alla campagna?

Non lo saprò mai, ma so che il Cammino mi dà sempre ciò di cui ho bisogno.

Gli altri sono avanti, accanto a me solo Nino, il suo passo mi accompagna e la sua allegria mi conquista.

Mi chino, li raccolgo, li tocco, li rimetto in ordine, li spolvero, poveri libri. Chi può averli messi sul mio Cammino e perché? Non trovo risposta, trovo solo la voglia e il coraggio di portarli sulle mie spalle, dentro il mio zaino.

E diventano miei. Ancora una volta, l’ennesima volta, dei libri si sono fatti trovare sulla mia strada.

Tornando a casa li ripulisco senza riuscire a levare completamente l’odore di campagna, di vissuto, di vita che portano d’appresso, di passato che mai conoscerò.

Li tocco disegnandone i contorni, ne scelgo uno e inizio a leggere ….

Lo Stoppino che fumiga” di Cesare Zavoli.

L’autore avverte: è una storia triste, e coloro che la leggeranno ne trarranno un senso di pena per le vicende narrate. Storie di ragazzi tormentati nell’infanzia e nell’adolescenza malata, la storia di una maestrina e di un dottore sul finire del secondo conflitto mondiale. Storie d’amore e di solitudine, di dolcezza e amarezza, di contrasti, di violenza e di atti generosi.

Io credo, che nella mente dell’autore Lo stoppino che fumiga altro non sia se non la considerazione delle condizioni umane e patologiche che affliggono alcuni essere umani. Credo che sia la capacità di considerare che, nel corpo misero, esista anche una sensibilità difficile e chiusa e soprattutto un’anima che aspetta quel tanto di illuminazione e di redenzione che può venire solo dall’amore.

L’ho letto in pochi giorni, tra le mille cose da fare al ritorno d’un viaggio che mi ha dato molto più di quanto potessi aspettarmi. L’ho letto con la consapevolezza che ciò che inizia molto spesso non finisce mai, con l’illusione di essermi portata dietro per sempre la gioia di quei gironi, la spensieratezza, il ricordo della fatica, la contaminazione dell’anima e del corpo.

A questo proposito mi tornano alla mente le parole del “mio ragazzo” Manfredi, un uomo che ho tanto amato e che continuo ad amare nel silenzio indolore e tombale che purtroppo lo avvolge:

“Nulla è per caso”. Già, caro Manfredi, nulla è per caso …

Cesare Zavoli. Lo stoppino che fumiga. Racconto di scuola triste, Marzagalli, 1962

Location: Scheveningen north-beach, early morning, 21 July 2011. Music: Vienna Blue, by Doc & Lena Selyanina.

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20 agosto 2015 4 20 /08 /agosto /2015 07:21
Oceano Mare di Baricco. Una lettura estiva fortemente suggestiva

Elena Cifali ci propone qui un'altra delle sue "letture estive". Questa volte la sua è stata una rivisitazione di Oceano Mare di Alessandro Baricco, una lettura fortemente evocativa perchè porta il lettore a riflettere sugli attuali drammatici naufragi dei migranti spinti dalla speranza.

(Elena Cifali) Mi capita tra le mani “Oceano Mare” di Alessandro Baricco. Alcuni mesi fa lessi questa storia che da subito trovai molto bello.

La prima volta che ne sentii parlare, prima ancora di scoprire che questo è il libro forse più famoso di Baricco, mi colpì il titolo. Nessuna congiunzione tra le due parole, come fossero lamedesima cosa. Eppure mare non è solo oceano! Ci deve essere qualcosa di misterioso in questo libro, altrimenti non si spiegherebbe la suggestione del titolo. La mia domanda non rimase a lungo senza risposta. Letto in poco più di 48 ore mi ha letteralmente rapito e trascinato in quella dimensione marittima che tanto mi piace. Ma attenzione, qui il mare è inteso in senso stretto,lontano dal chiasso e dalla confusione delle nostre spiagge a ridosso del Ferragosto, quando si trasformano in porcilaio e immondezzaio!

Il Mare, anzi, l’Oceano, quelloche ho visto, toccato, ascoltato, ammirato e infine fatto mio alla fine delCammino per Santiago. Il suo colore così azzurro, una tavola dipinta dapennellate di blu intenso e sfumata di schiuma bianchissima. Il suo motoperpetuo che incanta e anestetizza qualsiasi dolore.

Il mare inteso come cura.

E come cura lo intendono alcuni dei personaggi che scopro affascinanti tra queste pagine. Scorre via fin troppovelocemente, quasi non faccio in tempo ad afferrarlo, schizza e si agita questolibro durante i pochi giorni in cui ho il piacere di tenerlo stretto.

Il mare non ha caverne” (nonna aveva ragione quando me lo ripeteva nel tentativo di mettermi in guardia dai suoi pericoli). E in effetti non le si sarebbe potuto dare torto. Baricco racconta in maniera surreale e affascinante i sentimenti che toccano alcuni dei sopravvissuti ad un naufragio, catapultando chi legge in una dimensione di buio, paura,sconforto. Il mare divine nemico tanto quanto le armi tenute strette in pugnodai malcapitati.

Con incantevole maestria riesce anche a far provare sensazioni di benessere e piacere come quando ci s'immerge con i piedi fino alle caviglie tra le acque gelide dell’oceano. La riva, le onde, l’acqua, la solitudine, il silenzio. Provate a chiudere gli occhie sentire sul corpo il refrigerio del liquido che tocca e non tocca più lavostra pelle. Divino!

Oceano Mare è il protagonista e la metafora, è l’amore eterno e il coraggio che viene e che va. Mi piace laricerca di uno dei personaggi sul “dove finisce il mare” e la ricerca oppostadi un altro che ne cerca il principio. Un inizio e una fine, come per tutte lecose del mondo, forse non esiste in nessuna cosa del mondo. Dopotutto è ormaiconsolidata e forse anche “superata” la legge della conservazione della massa secondocui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Sarà questa la morale? Non c’è principio né fine alle cose, ai sentimenti, agli avvenimenti ma tutti questioni e restano in continuo moto, in eterna trasformazione … Oceano Mare, un libro bello e coinvolgente che sottolinea ancora una volta la straordinaria capacità di comunicare di Baricco.

(Dal risguardo di copertina) "Oceano mare" racconta del naufragio di una fregata della marina francese, molto tempo fa, in un oceano. Gli uomini a bordo cercheranno di salvarsi su una zattera. Sul mare si incontreranno le vicende di strani personaggi. Come il professore Bartleboom che cerca di stabilire dove finisce il mare, o il pittore Plasson che dipinge solo con acqua marina, e tanti altri individui in cerca di sé, sospesi sul bordo dell'oceano, col destino segnato dal mare.

E sul mare si affaccia anche la locanda Almayer, dove le tante storie confluiscono. Usando il mare come metafora esistenziale, Baricco narra dei suoi surreali personaggi, spaziando in vari registri stilistici.

Su Alessandro Baricco. Nato a Torino nel 1958, si laurea in Filosofia con una tesi in Estetica. L'amore per la musica e per la letteratura ispireranno sin dagli inizi la sua attività di saggista e narratore. Come saggista esordisce con Il genio in fuga. Due saggi sul teatro musicale di Gioacchino Rossini (Il Melangolo, 1988; Einaudi, 1997). Castelli di rabbia (Rizzoli, 1991; Universale Economica Feltrinelli, 2007), suo primo romanzo, Premio Selezione Campiello e Prix Médicis Étranger, è un'autentica rivelazione nel panorama della letteratura italiana e ottiene il consenso della critica e del pubblico. Seguono Oceano Mare (Rizzoli, 1993; Universale Economica Feltrinelli, 2007), Premio Viareggio e Premio Palazzo al Bosco; il monologo teatrale Novecento (Feltrinelli, 1994; edizione speciale, 2014; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2011) da cui Giuseppe Tornatore trae il film La Leggenda del pianista sull'oceano; Seta (Rizzoli, 1996; Fandango Libri, 2007), portato sullo schermo da François Girard con una produzione e un cast internazionali, City (Rizzoli, 1999; Universale Economica Feltrinelli, 2007) e Senza sangue (Rizzoli, 2002), tutti tradotti all'estero e recensiti dalle maggiori testate internazionali, dal "Guardian” al "New York Times”, da "Libération” a "Le Monde”. Tra i saggi, L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin (Garzanti, 1993); Barnum. Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1995) che raccoglie gli articoli comparsi nell'omonima rubrica curata ogni mercoledì sulle pagine culturali del quotidiano torinese ?La Stampa” e Barnum 2. Altre Cronache del Grande Show (Feltrinelli, 1998), in cui sono raccolti gli articoli frutto della collaborazione con "la Repubblica”; è del 2002 Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà. Compare in televisione nelle trasmissioni culturali "L'amore è un dardo”, sull'opera lirica, e "Pickwick”, dedicata ai libri.

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13 agosto 2015 4 13 /08 /agosto /2015 21:59
Non dire notte. Theo e Noa, quei personaggi che mi mancheranno

Ecco di seguito le impressioni di Elena Cifali al temine della lettura del romanzo di Amos Oz, Non dire Notte, che le ha fatto compagnia in questi giorni assolati di fine luglio e di metà agosto.
Le letture aprono sempre visioni su altri mondi, su altri modi di essere, su altre dimensioni: sono la nostro "door in the wall".

Mi mancherete tanto, Theo e Noa!
Notte di mezza estate, ho appena finito di leggere di Noa e Theo. Che libro, ragazzi!
Mi ha trascinato con se lentamente, senza colpi di frusta, con la lentezza che molto piacevolmente attribuirei al deserto. Ed infatti, il racconto di vita dei due protagonisti si consuma sul davanzale di fronte all'immensità del deserto, della sua sabbia, del suo vento.
L’ho gustato pagina dopo pagina con una lentezza a volte voluta a volte dovuta.
E’ stato un fine luglio faticoso e un inizio agosto incredibilmente frenetico, stancante. Ho davvero rubato attimi, minuti, quarti d’ora per leggere. Troppe cose da fare e tutte di fretta, troppi imprevisti, infiniti inconvenienti. Ma ormai è fatta, ce l’ho fatta, ho portato con me questa lettura al mare, in montagna, tra le calde file all’ufficio postale, dentro l’abitacolo della macchina in sosta al parcheggio, nel mio letto, sul divano vicino al gatto. Ovunque, io e Theo, io e Noa.
Li sento quasi fratelli questi due testoni innamorati l’uno dell’altra di un amore simile a quello che provo io.
Non è una novità, mi faccio carico delle storie che mi piacciono, che parlano e trasmettono qualcosa di umano, di tangibile, quasi palpabile.
Noa, frenetica, sognatrice, sbadata, caotica.
Theo, riflessivo, con un bagaglio di esperienza umana che gli permette di assumere il controllo delle circostanze e dei fatti che si consumano intorno a lui. Theo che irrita Noa. Noa che non riesce ad intimorire Theo.
Li adoro, adoro i loro dialoghi, i loro battibecchi, le loro passeggiate al buio al confine del deserto.
La loro scelta di non avere figli.
La convinzione che hanno secondo cui le coppie senza figli, che stanno insieme da anni, finiscono per somigliarsi. In loro vedo un po’anche me e il mio Ezio.
Percepisco lo spessore delle notti insonni, ascolto le parole di radio Londra, mi immedesimo nella voglia di fare di Noa e mi faccio fagocitare dalla lentezza di Theo.
Vorrei conoscerli meglio, trascorrere con loro settimane, ma forse - dilatando la lettura - l’ho già fatto.
Ho parlato con entrambi durante le lunghe notti tormentate dai ricordi, dai progetti.
Adesso, gambe incrociate sotto il tavolo sistemato sul balcone per meglio godere della frescura di montagna, con lo sguardo dritto sull’amata Etna, immagino che di fianco a me ci sia il deserto. Il suo vento, la sua sabbia.
Dopo tutto, la sabbia del deserto non deve essere molto dissimile dalla sabbia vulcanica se non per colore e spessore.
Non ho mai visto un deserto africano, ma lo immagino bello e suggestivo come il deserto etneo.
Ricordo, una volta, durante un allenamento in altura, una delle prime volte, mentre ero sulla via di ritorno mi fermai. Zitta. Immobile. Io e il mio deserto di lava nera come le tenebre. Solo silenzio. Assoluto silenzio. Una dimensione mai trovata in nessun luogo. Forse era quello il mio “non luogo”.
"Non dire notte" offre un valido spunto di riflessione sul piacere immenso che si riesce a provare stando a braccetto con la solitudine, quella voluta, quella cercata.
“Non mollare. Coinvolgere le brave persone. Che in fondo non è che mancano qui. Devo essere ancora più sincero con voi? Il nostro vero guaio è che non ci lasciamo entusiasmare da niente. Questa è la vera tragedia. Chi non si attizza più per nulla si raffredda e così si comincia a morire. Così dice Linda e io sono d’accordo con lei. Bisogna cominciare a desiderare. Trattenere forte, con tutte e due le mani perché la vita non scappi, spero capiate quel che intendo dire. Altrimenti è tutto perduto”.
Non avevo mai letto Oz, l’ho fatto senza pregiudizi, senza conoscerlo, senza sapere. Adesso so. So che vale la pena assaporarlo pagina per pagina. C’è una significativa frase che fa eco a tutta la narrazione: “...se si ha un briciolo di bontà si trova bontà ovunque”.
Fatevi coraggio e trovate il tempo di riflettere su queste poche e semplici parole.
Per il resto, cosa fanno, cosa cercano, cosa sognano i miei due amici scopritelo da soli …

Elena Cifali

Non dire notte. Theo e Noa, quei personaggi che mi mancheranno

(Dalla quarta di copertina) A Tel Kedar, una tranquilla cittadina israeliana nel deserto del Negev, abitano Noa e Theo. Dopo sette anni di felice convivenza, sono in una fase stagnante del loro rapporto. Theo, urbanista sessantenne di successo, appare sempre più introverso e sembra aver perso energia, voglia di fare e di mettersi in gioco. Noa, frenetica professoressa di lettere di quindici anni più giovane che insegna nella scuola locale, è sempre alla ricerca di nuovi traguardi e nuove sfide. In seguito alla morte di uno degli studenti di Noa, le viene affidato il compito di dare vita a un centro di riabilitazione per giovani tossicodipendenti. Aiutata da Muki, agente immobiliare, da Linda, una timida divorziata, e da Lumir, un pensionato, Noa si dedica al progetto con entusiasmo e idealismo, pronta a lottare contro l'opposizione di tutta la cittadina che teme che un simile centro possa portare droga e criminalità. Non vuole mostrare le sue debolezze e chiedere l'aiuto di Theo, e lui non vuole interferire se non è richiesto. Se per un verso la vicenda sembra mettere a dura prova la loro relazione, dall'altro dimostra lo struggente affetto, l'infinita tenerezza e il profondo amore che ancora li lega. La storia è narrata dai due protagonisti in prima persona. Un libro che esplora l'animo umano, che racconta la realtà quotidiana di una comunità lontana da Tel Aviv o Gerusalemme, protetta da filo spinato e guardie, che cerca di vivere una vita normale come qualsiasi altra cittadina del mondo.

Sull'autore. Amos Oz (Gerusalemme, 1939), scrittore israeliano, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini. Attualmente vive nella città israeliana di Arad e insegna Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna(2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera(2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta(2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri - Emons Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014) e, con Fania Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica(2013). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) eIl re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono tradotti in oltre quaranta lingue.

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
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Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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