Overblog Tutti i blog Blog migliori Sport
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
26 febbraio 2019 2 26 /02 /febbraio /2019 09:41
Sara Dossena (con Maurizio Brassini e Francesca Granà), Io Fenice. Il libro di Sara Dossena dall'Atletica al Thriathlon alla Maratona, Fenice SAS Edizioni, 2017 (con prefazioni di Orlando Pizzolato e Linus). Con immagini dalla Maratona di New York 2017

Sara Dossena, subito dopo la sua straordinaria perfomance alla New Yoirk City Marathon del 2017, per sua natura e vocazione anche molto "social" e comunicativa con un suo pubblico di fan, ha pensato di mettere mano alla pena e di raccontare la sua travolgente esperienza. E' nato così questo volume, con la partecipazione nella realizzazione dell'opera di Maurizio Brassini e di Francesca Granà): Io Fenice. Il libro di Sara Dossena dall'Atletica al Thriathlon alla Maratona, Fenice SAS Edizioni, 2017 (con prefazioni di Orlando Pizzolato e Linus).

Sara Dossena vi racconta della sua esperienza di esordiente nella disciplina della Maratona, che la vide sesta classificata ad appena un soffio dalla quinta donna e del percorso lungo e tormentato (per via di numerosi infortuni) che l'ha portata a passare dall'Atletica al Triathlon per poi tornare all'Atletica con l'ambizioso progetto di correre una maratona, ma sostanzialmente in queste pagine racconta tutta se stessa. L'asse portante della narrazione è, ovviamente, la Maratona di New York dai giorni di vigilia alle diverse fasi della gara: dentro il racconto, tuttavia, con una serie di flashback e diversioni, vi è tutta la sua storia, la sua passione per lo sport, i suoi esordi in atletica, i suoi infortuni, la sua volontà di ripresa. 
Quindi, mentre osserviamo Sara Dossena percorrere i fatidici 42,195 km della più celebrata maratona del mondo (e nel farlo occorre anche avere presente le immagini della sua performance divulgate nel web), impariamo a conoscerla meglio con le sue doti, le sue qualità, ma anche con le sue ossessioni e con le sue paure.
Il bello della narrazione è anche che il suo filo rosso si dipana per mezzo di due vertici d'osservazione differenti: quello soggettivo di Sara e quello più oggettivo (più esterno, si potrebbe dire) di Maurizio Brassini suo personal coach e, per un periodo precedente, anche suo compagno di vita. 
Il volume acquisisce per questo e per via dell'arricchimento dato dalla prefazioni di Orlando Pizzolato e di Linus, oltre che della postfazione di Alessia De Gillio, una struttura davvero corale e polifonica.
In ultimo, non manca una piccola scelta di commenti raccolti attraverso i social, dal momento che Sara Dossena è un personaggio dello sport molto attivo nel web (ha anche una sua pagina web) e che la sua impresa ha colpito e commosso tantissimi dei suoi follower, sia del mondo della corsa sia di quello del Triathlon, che sono stati entusiasti del vederla correre alla testa delle donne per una buona metà della distanza ed uscire persino per prima dal fatidico passaggio per il Queensborough Bridge.
Per completezza, il volume si chiude con il racconto degli allenamenti che Sara ha seguito nelle ultime dodici settimane prima del fatidico appuntamento.
Quello seguito da lei è un allenamento non convenzionale, basato sul principio del Cross Training e, dunque, fatto di una commistione di session di nuoto e bici (prevalentemente MTB), oltre che naturalmente di corsa. Sara applica in questo modo la lezione appresa con la pratica del Triathlon ed  anche un rimedio rispetto alla sua tendenza ad infortunarsi, applicando carichi di lavoro troppo specifici. Anche per questo Sara Dossena è un personaggio del tutto sui generis che ha dovuto fare tutto da sè e con il prezioso aiuto di tutti coloro che hanno creduto in lei.
Il suo sogno è stato coronato dal successo (anche se il crono che ha realizzato è stato inferiore alle sue attese, tuttavia, il suo piazzamento è stato eccellente con un negative split significativo) e grazie alla sua performance è entrato a pieno diritto nel mondo della corsa professional. 
Sara Dossena non ha partecipato alla Maratona di New York 2018, per via di un infortunio, ma già sono stati programmati per lei importanti appuntamenti di maratona nel 2019 e nel 2020. Sara Dossena è instancabile, non si abbatte ed è sempre pronta a ricominciare, risorgendo sempre dalle proprie ceneri (dovute ad infortuni vari), proprio come la Fenice del mito.

(dalla quarta di copertina) Perché ho deciso di scrivere un libro se non ho (ancora) vinto nessuna medaglia né ai Mondiali né alle Olimpiadi?
Ho deciso di scrivere queste pagine per capire meglio me stessa. E per rispondere ai tanti che mi chiedono sui miei infortuni, sui miei numerosi stop e sulle mie altrettante ripartenze.
La mia non è una ricetta magica e universalmente valida, funziona bene a malapena per me stessa. Prendetelo piuttosto come uno spunto di riflessione, perché il vero messaggio del libro é quello di non arrendersi mai. O, almeno, di essere i primi a credere nella nostra rinascita.
Quello che avete tra le mai è il racconto delle mie paure e delle mie scelte di vita. Delle mie cadute e delle mie risalite. Delle mie ambizioni e dei miei sacrifici. Quello che avete tra le mani è il racconto delle mie esperienze. Di più: della mia esperienza alla maratona di New York, come paradigma della mia crescita sportiva e personale.
Quella che leggerete è la storia di una persona normale che ha realizzato i propri sogni. E, credetemi, tra i sogni non esistono gerarchie.

Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)
Una rassegna di immagini (dal web)

Una rassegna di immagini (dal web)

Condividi post
Repost0
24 ottobre 2018 3 24 /10 /ottobre /2018 10:21

«È il momento di avere pazienza e di non fare errori. È il momento di cercare la nostra corsa perfetta, quella che abbiamo costruito giorno per giorno, espressione del nostro personale equilibrio tra sforzo e durata, tra velocità e resistenza. Se ci siamo allenati con la testa, oltre che con le gambe, ormai la conosciamo bene, è diventata una vecchia amica. Siamo nelle condizioni migliori per metterla in pratica: non dobbiamo spingere troppo – anzi, dobbiamo controllare la velocità – e possiamo concentrarci sull’efficienza. Eccola, la nostra corsa perfetta!»

Gastone Breccia (dalla quarta di copertina)

Gastone Breccia, storico e giornalista (con all'attivo numerosi saggi, anche su temi di attualità), sin da giovane è stato un runner appassionato (la sua prima maratona corsa appena ventenne). Ha cominciato a correre prestissimo e non ha più smesso: all'inizio ha mostrato di possedere grandissime doti e , quasi sin da subito, si è collocato nella fascia degli amatori "top runner", accumulando nella prima parte della sua carriera sportiva numerosi titoli eccellenti .
Poi, nel corso del tempo le sue prestazioni, con il progredire, hanno perso un po' del loro smalto, mantenendosi tuttavia sempre nella fascia dell'eccellenza (in funzione dell'età raggiunta).
Ciò nonostante, Gastone Breccia si definisce con molta modestia, un "tapascione", sia pure di alto livello, annoverando tra le sue migliori prestazioni un crono di 2h26'44 in maratona (ottenuta nel 1996) e un 1h08'58 nella Mezza, crono conquistato nella Roma-Ostia nel 1997, senza contare i numerosi titoli prestigiosi che ha conquistato nell'arco di tutta la sua carriera podistica.
In  La Fatica più bella. Perchè correre cambia la vita (Laterza Editore, Collana I Robinson. Letture, 2018), egli ha trasfuso la sua passione sconfinata per la corsa, che ha fatto da sempre da contraltare e da contrappeso ai suoi interessi professionali e culturali poliedrici. 

Breccia ha un atteggiamento rigoroso nei confronti della Maratona: secondo lui la fatidica distanza dei 42,195 km (che è per lui la distanza "perfetta", nel rapporto che si determina tra efficienza e resistenza) deve sempre essere affrontata "al limite" delle proprie possibilità e, di conseguenza, va sempre preparata accuratamente. Ogni maratoneta già addestrato e ogni aspirante maratoneta deve sempre poter conoscere in anticipo i propri limiti e, di conseguenza, progettare la "sua" maratona, in modo tale da poter ogni volta avvicinarsi in maniera ragionevole al proprio obiettivo, considerando che non sempre la maratona che si è appena corsa risulterà essere "perfetta". Bisogna ogni volta far conto di imprevedibili circostanze e, naturalmente, dei propri errori (dei quali, avendo l'umiltà di affrontare un'impietosa autoanalisi nelle ore e nei giorni successivi, bisogna far tesoro per potersi migliorare).
Ma per Breccia ciò che davvero imperdonabile è la "sciatteria" che rappresenta una vera e propria offesa ad un sano agonismo e ad una corretta filosofia della maratona.
Egli, da asceta della disciplina, è per principio contrario alla maratona corsa "tanto per" e, di conseguenza, disapprova anche coloro che "vanno per maratone", solo per collezionare un numero impressionante di gare di lunga durata (includendo anche le ultra) partecipate e concluse, ma senza mai essersi confrontati con il proprio personale limite: senza di ciò non vi è mai la "sfida di maratona".
In questo senso, Gastone Breccia è decisamente contrario al Tapascione, a colui che strascica i propri piedi e che senza verve alcuna si trascina sino al traguardo: in sostanza, sotto questo profilo, egli boccia con fervore almeno il 50% di coloro che costituiscono la fitta schiera del "popolo delle maratone" (e molti ancora di più fra quelli che partecipano alle ultramaratone, dove il gesto della corsa per i più tende ineluttabilmente a trasformarsi in semi-corsa o in camminata).
Ciò nonostante, come abbiamo già rilevato egli stesso si definisce umilmente un "tapascione" -  benché di alto livello.
Questa la premessa per comprendere il suo approccio alla corsa di lunga durante: e naturalmente bisogna tener presente che il suo enunciato scaturisce dal fatto che egli sia sempre stato un maratoneta brillante e anche adesso per la inevitabile perdita di smalto legata al progredire dell'età, egli tende ancora a salire sul podio di categoria.

Su questa sua formulazione si potrà anche non essere d'accordo, ovviamente: e per sicuro molti dei podisti "lenti" che partecipano solo per il gusto di esserci, indossando il pettorale non apprezzeranno questa sua ferma presa di posizione da "purista" della corsa".

Tuttavia, dalla lettura del suo libro, c'è sicuramente molto da imparare e, nella mente del lettore che sia conoscitore delle cose di corsa (non solo in teoria ma anche per esperienza diretta) si staglieranno indelebili dei brani stillanti di autentica passione che tutti coloro che hanno avuto dimestichezza con le gare di lungo corso non potranno non apprezzare.
Ed è soprattutto la statuizione serpeggiante in numerose pagine magistrali di questo testo ad avere una grande risonanza: cioè quella secondo cui la maratona "cambia la vita del runner", in quanto la maratona non è solo corsa, ma diventa regola e stile di vita, essendovi sempre la necessità di acquisire abitudini alimentari e consuetudini quotidiane che senza essere ascetiche devono essere necessariamente rigorose.

Il volume si conclude con una serie di appendici che potranno essere utili al maratoneta in erba per preparare la propria maratona secondo i principi di Breccia il quale, dopo essere stato preparato da altri, è diventato lui stesso "preparatore" di amici e di runner che sono entrati a far parte di un suo entourage.

La fatica più bella è sicuramente un volume che tutti coloro che amano la corsa dovrebbero leggere e conservare per rileggerlo di quando in quando e per ricordare a se stessi che, sempre, la Maratona dovrebbe contenere in sé inclusa una sfida al limite, al proprio personale limite: e che senza il desiderio di avvicinarsi al proprio limite non vale nemmeno la pena metterci mano.

(Dal risguardo di copertina) Come insegnano i filosofi orientali, la strada è più importante del traguardo, ed è il cammino a dare un senso alla meta.

«È il momento di avere pazienza e di non fare errori. È il momento di cercare la nostra corsa perfetta, quella che abbiamo costruito giorno per giorno, espressione del nostro personale equilibrio tra sforzo e durata, tra velocità e resistenza. Se ci siamo allenati con la testa, oltre che con le gambe, ormai la conosciamo bene, è diventata una vecchia amica. Siamo nelle condizioni migliori per metterla in pratica: non dobbiamo spingere troppo – anzi, dobbiamo controllare la velocità – e possiamo concentrarci sull'efficienza. Eccola, la nostra corsa perfetta!»

La corsa sulle lunghe distanze è una disciplina dura. Richiede costanza, capacità di sopportare la fatica e superare soglie di sofferenza a cui la nostra vita sedentaria non ci prepara. Ma è l’attività più naturale che sia possibile praticare; un’attività nella quale milioni di anni di evoluzione della specie ci hanno reso imbattibili. E, soprattutto, la corsa ci rende felici. Non soltanto più magri e forti, più sani e soddisfatti: riesce a toccare qualcosa di misterioso, che ci avvicina alla nostra natura più profonda e ci fa sentire liberi. Se l’uomo è un perfect runner, la maratona è la distanza perfetta. Rappresenta infatti il giusto compromesso tra resistenza ed efficienza: mette alla prova la capacità fisica e mentale di ‘tenere duro’, ma consente di esprimere un gesto atletico efficace, limpido, ‘bello’.Può essere un’avventura splendida o fallimentare; può lasciare stanchi e felici, o frastornati, svuotati e delusi. Non tutto dipende dal risultato. Come insegnano i filosofi orientali, la strada è più importante del traguardo, ed è il cammino a dare un senso alla meta.

 

Gastone Breccia

(Note biografiche) Gastone Breccia vive a Cremona dove insegna Storia bizantina presso la Facoltà di Musicologia, sede staccata dell'Università di Pavia. Ha pubblicato diversi scritti di taglio storico-filologico su testi della cultura bizantina.
Negli ultimi anni si è dedicato alla ricerca in campo storico-militare anche al di fuori dell’ambito della bizantinistica. Esperto di teoria militare, di guerriglia e controguerriglia, ha condotto ricerche sul campo in Afghanistan (2011) e Kurdistan (Iraq e Siria, 2015). È membro del direttivo della Società Italiana di Storia Militare (SISM) e collaboratore fisso della rivista “Focus Wars”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: I figli di Marte. L’arte della guerra a Roma antica (Mondadori 2012); L’arte della guerriglia (Il Mulino 2013); La tomba degli imperi (Mondadori 2013); Le guerre afgane (Il Mulino 2014); Nei secoli fedele. Le battaglie dei Carabinieri 1814-2014 (Mondadori 2014); 1915. L’Italia va in trincea (Il Mulino 2015); Guerra all’Isis. Diario dal fronte curdo (Il Mulino 2016). 

Sul tema de "L'arte della guerra" (Einaudi 2009), ha scritto "Con assennato coraggio...L'arte della guerra a Bisanzio tra Oriente e Occidente", apparso nel 2001 su «Medioevo greco - Rivista di storia e filologia bizantina», e due saggi sulla guerriglia a Roma e a Bisanzio (Grandi imperi e piccole guerre) usciti sulla stessa rivista nel 2007 e 2008. Più divulgativo l'articolo Adieu, Herr von Clausewitz, un'analisi delle difficoltà americane in Iraq alla luce delle teorie belliche classiche, pubblicato su «Limes» nel 2006.

 

Condividi post
Repost0
7 giugno 2018 4 07 /06 /giugno /2018 09:06
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, Einaudi, 2018

Camminare è secondo Erling Klagge un gesto sovversivo e libertario  (e nel sostenere questo punto di vista egli si ispira ovviamente, molto, a Thoreau e al suo saggio sul camminare. Ed è un'affermazione autorevole la sua, dal momento che egli non è un camminatore comune, ma uno che, camminando, ha compiuto significative ed ineguagliate imprese.
Tuttavia, egli afferma, il gesto del camminare è identico sia che lo si affronti con un obiettivo ambizioso sia che lo si faccia come un'attività quotidiana, con finalità di fitness o anche da flaneur.
D'altra parte, come risulta dai diversi resoconti, sono molteplici le motivazioni che spingono centinaia di persone ogni anno a percorrere il Cammino di Santiago - tutte valide, peraltro, perchè in ciascuna motivazione individuale vi è contenuta una verità personale - ma alla fine è soltanto il camminare giornaliero con la mission di compiere quei 25-30 km a forgiare il camminatore e a tramutarlo in taluni casi in pellegrino.
Il camminare - come anche il correre lento - pone il soggetto in maniera ineludibile in contatto con il mondo al di fuori e nello stesso tempo con il proprio mondo interiore, allentando le barriere protettive, rende più permeabile l'interno e nello stesso consente l'emergere di istanze interiori dimenticate oppure ricoperte dalla spessa corazza della quotidianità.
Camminando si mettono tra parentesi le preoccupazioni quotidiane, oppure ci si ritrova a pensare creativamente, poichè gli stimoli esterni entrano in contatto con il Sè più intimo ed attivano forme di story telling e impreviste contaminazioni tra piani di coscienza differenti.

Il camminare quotidiano, secondo Kagge (con il supporto di studi scientifici che egli non manca di citare) sviluppa la creatività, facilitando gli individui nel trovare delle soluzioni a problemi da cui sono assillati o anche a metterli tra parentesi e potere così dedicarsi ad un'attività che, se effettuata con abbandono e dedizione, può servire a fare nella mente il vuoto e a creare la sospensione di memoria e desiderio (entrambe i fenomeni di per se stessi terapeutici).
Siamo fatti per camminare (o per correre) e l'Homo sapiens si è evolluto proprio svolgendo queste due fondamentali attività che rappresentano lo strumento fondamentale di presa di contatto e di dominio della realtà.
E camminare, come correre o anche l'andare in vbicicletta, sono tra le poche attività autenticamente "anarchiche": nel senso che per svolgerle non c'è da chiedere il permesso a nessuna istituzione, nè c'è alcuna tassa da pagare.

Dopo un volume di meditazione sul silenzio, Erling Kagge ci propone - con altrettanta incisività - un breviario di pensieri sul camminare, maturato e filtrato attraverso la sua peculiare esperienza di grande ed instancabilmente camminatore. Si tratta di Camminare. Un gesto sovversivo (nella traduzione di Sara Culeddu), pubblicato da Einaudi(Stile libero Extra) nel corso del 2018
 

Erling Kagge

(dalla quarta di copertina) Dall'autore del best seller mondiale Il silenzio, un gesto d'amore per il pianeta, un viatico per chi vuole accordare il corpo al ritmo dell'anima.
Camminare è diventato un gesto sovversivo. Non serve essere atleti professionisti, aver scalato l'Everest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria piú efficiente, è piú creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la piú semplice esperienza in un'avventura indimenticabile.
«Con un senso di stupore e meraviglia, Kagge vaga piú che narrare, muovendosi tra filosofia, scienza ed esperienza personale...È sempre bene ricordare le antiche verità. E Kagge sa come farlo». Los Angeles Review of Books
L'autore. Erling Kagge (Oslo, 1963) è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest.
Per Einaudi ha pubblicato Il silenzio (2017), che è stato venduto in 35 Paesi, e quest'ultimo volume sul Camminare (2018).

Condividi post
Repost0
17 maggio 2018 4 17 /05 /maggio /2018 07:50
Blue Heart

La Compagnia dei Cammini ha ospitato, martedì 15 maggio 2018 a Colle Val d’Elsa (SI), la proiezione del film documentario realizzato da PatagoniaBlue Heart. Salviamo i fiumi selvaggi d’Europa, in collaborazione e con il circolo Arci Il Cipollino Felice. Ha fatto seguito discussione con Luca Gianotti e  con alcuni rappresentanti della Compagnia dei Cammini.
Più di 3.000 dighe e derivazioni sono attualmente in fase di realizzazione o progettazione nei Balcani, sugli ultimi fiumi incontaminati d'Europa.
Queste centrali idroelettriche provocheranno danni irreversibili ai fiumi, alla fauna selvatica e alle comunità locali. Blue Heart documenta la lotta per difendere il Vjosa, in Albania, il più grande fiume incontaminato d'Europa, gli sforzi profusi per salvare la lince dei Balcani in via di estinzione in Macedonia e la protesta delle donne di Kruščica, in Bosnia ed Erzegovina, condotta 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per proteggere l'unica fonte di acqua dolce della loro comunità.
Il film ha una durata film 40 minuti.
Prodotto da Patagonia, in collaborazione con le ONG della regione balcanica e di tutta Europa, diretto da Britton Caillouette (Farm League) e con musiche di Andrew Bird, il film è uno strumento cruciale della lotta volta ad aumentare la consapevolezza globale della campagna Save the Blue Heart of Europe. Nel film e per tutta la durata della campagna, Patagonia chiede alle persone di scendere in campo e firmare una petizione online per fare pressione sugli sviluppatori e sulle banche estere che stanno finanziando progetti di costruzione di dighe, anche all’interno di aree protette. Blue Heart è stato lanciato in tutto il mondo il 28 aprile 2018. La prima mondiale del film si è tenuta a Idbar Dam in Bosnia-Erzegovina, seguita da proiezioni nella penisola balcanica e nelle principali città del mondo.
Il film sarà anche disponibile su iTunes a partire dall’8 agosto 2018.

 

Blue Heart


Save the Blue Heart of Europe

Condividi post
Repost0
7 maggio 2018 1 07 /05 /maggio /2018 09:15
Biagio D'Angelo, Non ci resta che correre. Una storia d'amore e di resistenza, Rizzoli, 2017

Biagio D'Angelo nel suo primo libro Non ci resta che correre. Una storia d'amore e di resistenza (Rizzoli Editore, 2017) è riuscito a raccontare egregiamente e senza retorica quello che può essere il viaggio dentro il pianeta della corsa di lunga durata, a partire da un primo aprroccio casuale e da spettatore, quando si ritrovò da turista a osservare dall'esterno i tantissimi corridori che sfilano per le strade della grande Mela, in occasione dell'appuntamento annuale con la Maratona più celebre del mondo. Del tutto casualmente, dopo quell'esperienza, Biagio prende a correre e inizia un lungo viaggio che lo porterà a correre la sua prima maratona, a Venezia.

Come sanno tutti quelli che si sono sperimentati in questo campo, di un vero e proprio viaggio si tratta: tra passaggi da luoghi dove non si sarebbe mai andati senza la scusa della corsa e incontri con tantissime persone, praticanti e non, che hanno da raccontare delle storie. Come sottolinea Kagge, nel suo libro sul camminare, anche la corsa specie quella lenta (non quella dei top runner, per intenderci) è una corsa che porta verso se stessi, che spinge a pensare e a riflettere, ad elaborare un pensiero creativo, ad osservare il mondo con freschezza e a incontrare gli altri, a raccontare le proprie storie e ad ascoltare quelle di altre. Il libro di Biagio è così tante cose assieme: viaggio, avventura, introspezione, scoperta di luoghi e di persone. E, intanto, con il passare dei capitoli, Biagio accumula sempre più chilometri corsi, comincia a sperimentarsi sul terreno delle non competitive e non, sino alla sua prima Mezza maratona e oltre.

E, ad ogni singolo  step di questo percorso, egli si ritrova a scoprire, con meraviglia, mondi sempre nuovi, mondi di cui avrebbe continuato ad ignorare l'esistenza se fosse rimasto nel chiuso di una palestra. Ed è davvero una splendida avventura quella che egli persegue successivamente nel passaggio dalla Mezza alla Maratona.
Il lettore attento si accorgerà che il libro si conclude con lo start della Maratona di Venezia che, al momento di chiusura del volume, dovrebbe rappresentare il culmine della sua esperienza podistica. Manca il racconto della Maratona di venezia: cosa avrà visto, cosa avrà sentiti, quali emozioni avrà sperimentato lungo i fatidici 42 e 195 metri, quale sarà stato il suo stato d'animo quando ha tagliato il suo primo traguardo di maratona. Tutto questo rimane in sospeso e avvolto in un silenzio che può riservarsi soltanto alle esperienze indicibili o a quelle che ti riempiono così tanto che, almeno inizialmente, debbono rimanere come una pagina non scritta del proprio diario di bordo.

E' un libro in cui chiunque abbia fatto l'esperienza della corsa amatoriale può riconoscersi: apprezzando con piacere che egli si rivolge a quelli come lui, cioè a coloro che amano la corsa lenta. Volutamente egli non si occupa della corsa agonistica dei top runner, lasciando quest'aspetto ai cronisti sportivi. Lui, come tanti, vuole essere un podista lento e come tale può divertirsi nel senso più puro del termine e sperimentare sempre cose nuove con freschezza d'animo.

Vorrei spendere alcune parole per spiegare come mi sono imbattuto in questo libro.

Edoardo Vaghetto alla 6 ore di Mondello 2017 (foto di Maurizio Crispi)

Alla 6 ore di Mondello 2017, l'8 dicembre, ho incontrato Edoardo Vaghetto uno dei personaggi della corsa di lunga durata che popolano le pagine di Non ci resta che correre a cui Biagio D'Angelo ha dedicato un intero capitolo dal titolo "La Corsa di Edoardo" (e in quell'occasione, Edoardo, ovviamente, inossidabile come sempre, benchè già a metà strada tra i 75 e gli 8o anni, partecipava).

Mi ha chiesto se avessi già letto questo libro. Io gli risposi: No, non ancora! (bluffando sul fatto che il suo passaggio dalle librerie mi fosse sfuggito)! Solitamente, seguo molto da vicino tutte le new entry editoriali in questo campo, perchè mi piace leggere e poi scrivere le recensioni per il mio magazine. 
Lui mi disse (senza menzionare il fatto che  ci fosse un capitolo a lui dedicato: un bell'esempio di modestia) che nel tuo libro si parlava anche di Enzo Cordovana e che lui intendeva portarne una copia ai familiari. Enzo ci ha lasciato dopo una breve, inattesa, malattia un paio di anni fa. Anche lui, come me psichiatra, quando - senza aver mai partecipato ad una gara podistica e senza aver mai corso - gli venne la voglia improvvisa di cimentarsi nella sfida dei 100 km, si rivolse a me per chiedermi dei consigli. Allora, in Sicilia (siamo alla fine degli anni Novanta) quelli che avevano già corso delle 100 km erano delle autentiche mosche bianche e i neofiti si ispiravano - chiedendo eventualmente guida e consigli - a quei pochi che già vi si erano sperimentati.
Io molto volentieri gli diedi le dritte necessarie: fu così che diventammo rapidamente amici e compagni di corse e di viaggi per una stagione durata diversi anni.
Tramite Enzo il Verbo delle Ultramaratone si diffuse anche ad altri del suo entourage professionale ed egli diivenne per questo motivo ispiratore anche di Edoardo: si erano conosciuti per affinità di residenza - Enzo abitava a Ficarazzi e Edoardo a Bagheria, ad un tiro di schioppo, praticamente.
Per la prima 100 km di Edoardo (il suo "battesimo") partimmo, infatti, in tre: io, Enzo (che aveva già superato con successo la fase di neofita e che mi spingeva verso altre e più impegnative imprese di ultramaratona) e l'esordiente Edoardo.
Dopo questo breve colloquio con Vaghetto, ho preso nota mentalmente del titolo del libro di Biagio D'Angelo e dì lì a poco l'ho acquistato. 
Sin dalle prime battute, ho sentito che questo libro mi avrebbe spinto a scrivere una recensione "ispirata", poichè vi ho potuto leggere il mio percorso attraverso la corsa e attraverso le mie esperienze di scrittura di cose di corsa (se penso, ad esempio, agli anni di collaborazione con podisti.net...), con un'attenzione - direi minuziosa ed empatica, alle persone e ai luoghi.
A me che già scrivevo, la corsa diede uno straordinario impulso alla scrittura, spingendomi a sperimentarmi in territori diversi dalla saggistica scientifica: non so perchè ciò accadesse. 
Dovevo scrivere di tutto: la partecipazione ad una gara di corsa (oppure il compiere un semplice allenamento) mi imponeva come sottoprodotto quasi necessario (per il compimento di un'elaborazione interiore) un intenso impegno di scrittura per raccontare la gara, la sua atmosfera, la mia esperienza, i miei stati d'animo, cosicchè ogni allenamento, ogni gara, si trasformavano in una sorta di viaggio meraviglioso.
Credo che sia proprio questa l'essenza della corsa che - se si riesce a evitare di viverla come una non-esperienza, cioè come una attività coatta (come a tanti capita: e sono tanti, forse troppi, gli amatori che la trasformano in un secondo lavoro) - possa essere un'occasione di perfetta sintesi di conoscenza del proprio corpo (inteso come psico-soma), delle proprie emozioni e di affinamento della capacità di osservazione interna ed esterna e, non ultima cosa - di slatentizzazione del senso della meraviglia (o, se vogliamo, di recupero del nostro sguardo dei bambini che fummo sulle cose).
Il libro mi è piaciuto, senza deflessioni, nel passaggio da un capitolo all'altro. Mi è piaciuta, in particolare, questa continua alternanza tra il punto di vista interiore, i bozzetti di realtà filtrati dallo sguardo dello scrittore e le narrazioni concernenti altri personaggi della corsa, accolte da Biagio con curiosità empatica.
Quando si entra nel mondo della corsa si può avere l'impressione di entrare in un pianeta a se stante, o forse meglio, in un universo, un intero macroverso che si fa microverso, attraverso la raccolta di microstorie individuale, ciascuna delle quali può acquistare delle valenze universali e può insegnare tante cose. E la stessa sensazione la si può avere se si passa dall'esperienza della Maratona a quella delle Ultra, partendo dalla 100 km per approdare alla realtà delle Ultra a tempo su circuito.
La corsa è un'occasione preziosa per stare con se stessi (forse anche per riconciliarsi con il proprio Sè interiore) e per incontrare altri, che si presentano il più delle volte a nudo, con sogni e speranze che non è possibile vedere quando si indossa la corazza protettiva della vita di tutti i giorni.

 

Biagio D'Angelo

(dal risguardo di copertina) Con il suo primo libro, Biagio D’Angelo scrive una dichiarazione d’amore coinvolgente, commovente e autoironica, che appassionerà tanto i runner di lungo corso quanto i neofiti alle prese con i primi chilometri

«Facciamo un brindisi» dice allora la Vale a voce alta. «Alla maratona.» Come altri brindano alla pace nel mondo, al futuro, all’anno nuovo, all’amore, alla bellezza o ad altre cazzate che salveranno il mondo, noi brindiamo alla maratona. È già qualcosa.

Il momento in cui ti innamori, anche se mentre lo vivi non te ne rendi conto, innesca conseguenze impreviste e irreversibili. È ciò che succede anche al protagonista di questo libro, quarantacinque anni, padre separato, quando un sabato pomeriggio di marzo mette su la prima maglietta di cotone che gli capita, un paio di vecchie scarpe e invece di andare in palestra tira dritto e comincia a correre lungo il Naviglio: due chilometri all’andata e due al ritorno. Perché sì, è della corsa che si innamora. Di quella cosa che “si fa per non impazzire”, per tornare bambini o per preparare “il viaggio più bello della vita”: la prima maratona. Ed è così che nasce questo libro che parla di running, da leggere tutto d’un fiato come un romanzo. Perché a dare il passo all’autore ci sono tanti personaggi incredibili: per esempio c’è Edoardo, che scopre la corsa a sessant’anni sotto gli sguardi irridenti dei suoi compaesani e che oggi, a settantotto, è il secondo ultramaratoneta al mondo della sua categoria; c’è Constantin, che corre in stampelle dopo l’amputazione di una gamba; c’è Mahanidhi, prototipo del corridorecercatore; c’è persino Chet Baker, che appare come una visione in un’alba nebbiosa alle porte della città. E c’è appunto Milano, la Milano del Parco Sempione e quella delle periferie, di tanti luoghi nascosti e tanti sguardi possibili solo all’occhio di chi li attraversa correndo.ù

L'autore. Biagio D'Angelo è nato a Messina e vive a Milano. Da oltre vent'anni si occupa di comunicazione, collaborando con diversi marchi nazionali e internazionali. Dal 2016 con l'agenzia K words realizza progetti di welfare aziendale. Non ci resta che correre (Rizzoli 2017) è il suo primo libro. Il suo sogno è quello di poter scrivere un giorno un romanzo: d'altra parte corsa e scrittura si coniugano perfettamente come ci ha mostrato Haruki Murakami, nel suo "L'Arte di Correre", in cui la corsa quotidiana alimenta la scrittura e viceversa in un circolo in cui è difficile poter dire cosa abbia originato cosa.

... la corsa su lunghe distanze mi ha insegnato la disciplina e la pazienza necessarie per scrivere. Si tratta di una cosa che ho sempre fatto, anche per lavoro (ho un'agenzia di comunicazione), ma da lettore accanito ho sempre sognato un giorno di poter raccontare qualcosa attraverso delle storie.
La corsa è stata per me un viatico sorprendente per iniziare. E anche adesso, che sono impegnato a scrivere un nuovo libro, che non parla di corsa, un romanzo vero e proprio, è proprio grazie a quel poco che ho imparato nelle corse su lunghe distanze (quella cura nell'essere presenti a se stessi, di cui mi parli, nel sapere che l'unico modo per procedere è mettere un passo avanti all'altro, trovando il proprio ritmo, come si fa con le parole, con calma e tenacia) che piano piano, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, sto portando avanti anche questa piccola impresa.

Biagio D'Angelo, in risposta ad una mia mail

Condividi post
Repost0
1 aprile 2018 7 01 /04 /aprile /2018 10:12

L'ultima luce del giorno, quella che allunga le ombre sulla polvere, è la più preziosa. La sola a svelarti il mistero del camminare, a dare un senso a quell'istinto ottimista e avventuriero di appoggiare un piede davanti all'altro per scoprire cosa ci sarà oltre quel ponte, quelle case, quella collina.

Riccardo Finelli

Riccardo Finelli, Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi, Sperling&Kupfer, 2017

Riccardo Finelli, giornalista e scrittore modenese, ha cominciato raccontare dei suoi cammini nel 2012, quando pubblicò “Coi binari fra le nuvole” (Neo), in cui narrava il suo cammino lungo la ferrovia dismessa che collega Sulmona a Carpinone, la Transiberiana d’Italia. nel 2016 invece ci ha raccontato il suo Cammino di Santiago in “Destinazione Santiago”. (Sperling&Kupfer).

Pochi mesi fa è uscito invece “Il cammino dell'acqua. A piedi da Milano a Roma lungo il corso dimenticato dei fiumi” (Sperling&Kupfer, 2017), che contiene il racconto del cammino di Finelli camminò da Milano a Roma non percorrendo la Francigena o altri cammini noti, ma un itinerario personale, da lui studiato, cioè seguendo i corsi dei fiumi, in un viaggio a piedi di circa ottocentocinquanta chilometri.
Dal Naviglio al Ticino, poi il Po, e dove si aggancia il Trebbia, quindi via verso l’Appennino lungo questo fiume. Poi l’Aveto, il Penna, il Taro, il Verde, il Magra, il Lucido, il Serchio, l’Arno, l’Elsa fino a Siena, l’Arbia, l’Orcia e il Paglia, fino alla confluenza di questo con il Tevere. E gli ultimi chilometri in barca per entrare a Roma dall’acqua.
In Italia, i fiumi sono dimenticati, abbandonati, spesso torturati e violati, ma sono un mondo da scoprire. E Finelli vive belle scoperte, al tempo stesso incontrando sul suo cammino persone e storie da raccontare.
E il fatto che abbia inventato un cammino originale, in luoghi dove veder passare un camminatore era una sorpresa, gli ha consentito di vivere una esperienza senz’altro più ricca che non quella di camminare su un percorso in cui le persone del luogo si sono assuefatte ai viandanti.
La sua conclusione è interessante e vale la pena di citarla: “Mi sono convinto che non viaggiamo per raggiungere qualcuno o qualcosa, ma per soddisfare una pulsione primaria scolpita nei meandri del nostro DNA, come fosse il bisogno di bere o respirare. E ho cominciato a considerare gli abituali sogni a occhi aperti davanti a un atlante non solo come una mia personale fissazione, ma la naturale attitudine del pronipote di una stirpe quadrupede”.
In altri termini, attraverso queste parole emerge l'essere nomadi per bisogno ancestrale, e anche una sorta di diritto inalienabile a essere nomadi. (LG)
(dal risguardo di copertina) Cosa spinge un uomo a riempire uno zaino e percorrere a piedi quasi novecento chilometri da Milano a Roma? Sulle spalle l'essenziale, davanti nessun sentiero, nessun compagno, nessuna prenotazione, affidandosi all'antica leggerezza del viandante. Dopo anni di itinerari predefiniti, Riccardo Finelli ha deciso di uscire dalle strade battute e tracciare il proprio cammino, seguendo una via dimenticata: il corso dei fiumi, che un tempo muovevano uomini, merci e mulini, e oggi scorrono pigri e abbandonati. Dal Naviglio Pavese al Tevere, passando per il Po, il Trebbia e l'Elsa riaffiora un'Italia di piccoli centri e borghi arroccati, malinconica, generosa e accogliente. Ne fanno parte Alessio, che tiene faticosamente in piedi l'oasi di Alviano; Lino, erede di una generazione di barcaioli che parla ancora la grammatica dell'acqua; o Francesca, che ogni giorno si muove sulle sponde che uniscono Lunigiana e Garfagnana. Ma un viaggio è fatto soprattutto di osservazione lenta e minuziosa, lunghi silenzi, sospensione di giudizio. In questo spazio di solitudine e libertà, emerge la vera vocazione del camminatore: non raggiungere la meta ma esplorare la strada, riscoprire località cancellate dalle mappe, prendersi il piacere di deviare verso la bellezza insospettata dell'ordinario. In questo libro, Finelli ci invita a seguirlo e a ritrovare quell'istinto vagabondo e transumante che per millenni ha accompagnato l'umanità.

L'autore. Riccardo Finelli, giornalista e scrittore, esplora da dieci anni luoghi inediti e viaffi a passo lento. Ha pubblicato Destinazione Santiago (Sperling & Kupfer, 2016), Il cammino dell'acqua (Sperling & Kupfer, 2017); per Incontri sono usciti Storie d'Italia (2007), C'è di mezzo il mare (2008), 150 anni dopo (2010), per Neo Edizioni Coi binari fra le nuvole (2012) e Appeninia (2014).

Condividi post
Repost0
8 gennaio 2018 1 08 /01 /gennaio /2018 07:47
Andrea Bianchi, Il Silenzio dei Passi. Piccolo elogio del camminare  a piedi nudi nella natura, Ediciclo, 2016

Nel 2011, Andrea Bianchi, da sempre affascinato dalle ascensioni verso le grandi altezze montane come simbolo della ricerca interiore dell'uomo, durante un'escursione in altitudine, si è tolto le scarpe e ha scoperto che camminare a piedi nudi può essere un'esperienza di grande benessere e di riconnessione con la natura. Dopo la prima, timida e casuale prova, si è andato sperimentando in contesti di terreno sempre più difficili e sempre più a lungo, anche nella pratica escursionistica su sentieri impervi. Il suo camminare a piedi scalzi è assieme una "pratica" e una filosofia di vita che sconfina in una relazione con la natura tesa a coglierne lo spirito vitale e l'energia.
Da allora non ha più smesso e, con una serie di articoli che si sono trasformati in libri, ma anche con la il suo insegnamento diretto, ha tentato di trasmettere ad altri la sua visione.
Non possiamo dimenticare, ovviamente, che il suo camminare a piedi nudi, è un ritorno alla semplicità francescana e, più in generale, ad una filosofia di vita in base alla quale, per il raggiungimento di un pieno benessere, in tutte le nostre abitudini/attitudini occorra semplificare, ridurre drasticamente l'utilizzo di tutti quegli oggetti di cui ci siamo circondati e di cui siamo dipendenti sino all'osso, lasciando  invece solo ciò che è essenziale.

Ma d'altronde in questa pratica ci sono degli antecedenti illustri, come ala pratica dello sport a piedi scalzi tra i quali il cosiddetto "gimnopodismo" ha molteplici rappresentanti illustri (e non illustri), per non parlare delle pratiche ancestrali dei Tarahumara che usano correre ritualmente su i montagnosi sentieri della Sierra, praticamente a piedi nudi - solo con la protezione della sottile intercapedine di sottili sandali che essi stessi (come parte del percorso iniziatico tribale) si sono costruiti: pratica ampiamente descritta da Christopher McDougall e riportata al grande mondo del podismo attraverso il volume interessantissimo - e di grande successo su scala planetaria - Born to Run.

Lo snello, ma succoso volume Il silenzio dei passi. Piccolo elogio del camminare a piedi nudi nella natura, pubblicato nel 2016 da Ediciclo nella Collana Piccola Filosofia di Viaggio, contiene appunto il percorso scalzo di Andrea Bianchi e la sua "filosofia di viaggio".

Mi sono ritrovato molto in ciò che Andrea Bianchi scrive e trovo pienamente condivisibili le sue considerazioni: non è così semplice mettere in pratica questo Verbo, poiché come lo stesso autore avverte ci sono, attorno al camminare  e al correre a piedi nudi, molti pregiudizi culturali che è difficile abbattere. Bianchi, nel corso della sua esposizione che ha l'autorevolezza derivante dalla pratica diretta e da una lunga esperienza, controbatte puntualmente tutte le possibili obiezioni (in maniera garbata e non fondamentalista), nello stesso tempo invitando tutti i suoi lettori non del tutto convinti a provare in prima persona, cominciando ovviamente con situazione relativamente protette e comode, per passare poi ad impegni via via più hard ed ambiziosi, in un percorso che diventa viaggio e filosofia di vita.

Andrea Bianchi, A piedi nudi. Il cammino silenzioso dalla A alla Z, Ediciclo, 2017

Io stesso dopo aver letto le sue pagine, visto che non corro più, mi sono ritrovato a fare una parte dei miei lavoretti in campagna a piedi scalzi, ritrovando un forte stimolo vitale nel contatto diretto dei miei piedi con la terra e con la pietra: ritrovando le sensazioni adrenaliniche ed energetiche che avvertivo in me, quando - più giovane - correvo a piedi nudi, sulla spiaggia o anche sugli sterrati e sull'asfalto., oppure, al mare, saltabeccando da uno scoglio all'altro.

I podisti che adoperano scarpe tecniche altamente protettive perdono la finissima capacità propriocettiva del piede e la sua capacità di adattamento naturale ad ogni tipo di terreno. Camminare o correre a piedi nudi ci consente di trovare un rinnovato equilibrio e una maniera più naturale di articolare con un appoggio prevalente sull'avampiede: cosa che nel lungo termine consente di curarsi da inspiegabili malanni che affliggono i camminatori o i runner calzati e che non hanno riscontri strumentali significativi.

Provare per credere.

Questo libretto trova il suo ideale complemento nel volume sempre di Andrea Bianchi, A piedi nudi-Il cammino silenzioso dalla A alla Z (Edicliclo, 2017, collana Ciclostile)
 

(nota editoriale) Togliersi le scarpe e percorrere scalzi un piano sentiero boscoso, un prato umido di rugiada, o i gradini naturali di un sentiero d’alta quota e imparare a percepire sotto le piante dei piedi nudi il flusso di calore della pietra esposta al sole e le sue diverse tessiture: tutto questo è alla portata di ognuno, appartiene alla preistoria e alla storia dell’umanità, eppure è anche una cosa che oggi è diventata rara nella vita di molti. Basta invece poco per re-imparare a camminare scalzi, e ritrovare una dimensione in cui si intrecciano la meccanica del piede umano, le connessioni benefiche con l’elettromagnetismo terrestre, l’arte di passare dal freddo al caldo che Kneipp elevò al rango di terapia, i milioni di stimoli sensoriali che si accendono nella mente, fino alla scoperta di aspetti più sottili, come l’invisibilità delle tracce e il silenzio che accompagna questo passo leggero, quasi felpato, che mai si impone ma sempre trova il suo personale e unico percorso.

Condividi post
Repost0
30 novembre 2017 4 30 /11 /novembre /2017 09:00

Se vuoi puoi. Quello che sembrava impossibile, se lavori duramente non è più impossibile. È questa la visione. Come un esploratore la va a cercare, un musicista la canta, un pittore la dipinge, uno scrittore la mette in parole, così un corridore la corre.

Quarta di copertina

Folco Terzani con Michele Graglia, Ultra. La libertà é oltre il limite, Sperling&Kupfer, 2017

Ha conosciuto Michele Graglia  in occasione della prima edizione della Ultra Milano-Sanremo, dove - ancora poco conosciuto nel mondo degli ultramaratoneti italiani - arrivò, sgominando alcune grandi firme dell'ultramaratona mondiale ed europea, inaspettatamente da vincitore alla prima edizione della ultracorsa su strada Milano-Sanremo, avviata nel 2014 sulla falsariga (stesso identico percorso) della classica di ciclismo su strada Milano-Sanremo, tenuta a battessimo nel 2014: un'impresa da giganti con i suoi oltre 280 km in tappa unica, con notevoli difficoltà altimetriche.
E' arrivato da pochi mesi nelle librerie un volume in cui Michele Graglia racconta la sua storia e la sua avventura nel mondo dell'Ultra (Folco Terzani con Michele Graglia, Ultra. La libertà é oltre il limite, Sperling&Kupfer, 2017), con il confronto non solo tecnico ma anche amicale di Folco Terzani, nella veste di scrittore e giornalista, ma anche di appassionato della corsa e dunque pienamente titolato per comprendere appieno il lungo racconto di Michele.
Del suo passato sportivo Michele tace: evidentemente, per lui le piccole imprese giovanili di atletica (per le quali era comunque dotato) e poi una veloce incursione nel mondo del Thriathlon non sono stati rilevanti dal punto di vista della sua "conversione" al Verbo dell'Ultra.
Sì, perché di vera e propria conversione si è trattato, quando un bel d' nel bel mezzo della sua carriera "per caso" di modello fotografico di alto profilo, prima a Miami e successivamente a New York, Michele decise di cimentarsi nella sua prima impresa di ultra della sua vita.
E sin da subito, come quando si aderisce ad una nuova fede a qualsiasi costo e con totale 
abnegazione, la sua scelta è stata immediatamente assoluta ed estrema, con un un tuffo istantaneo - e a capofitto - nelle esperienze di ultramaratone con elevatissimo coefficiente di difficoltà.
Michele Graglia ha voluto subito inebriarsi delle difficoltà maggiori, sulla base di un'adesione assoluta e senza mezzi termine, senza aver prima costruito un'esperienza per gradualità successive: e ciò che viene sottolineato, ai fini del compimento di queste imprese estreme, è l'importanza della volontà e della determinazione, della Mente e del Cuore, come ingredienti essenziali ed ineliminabii, prima ancora della assoluta certezza nella propria capacità fisica.
Sin da subito, ispirato da alcune delle imprese dell'eroe americano di Ultra Dean Karnazes, il suo obiettivo è stato quello di andare oltre il limite, addirittura di porsi dei limiti impensabili e, ragione con il raziocinio, assolutamente irraggiungibili.
Nella filosofia di Graglia, quanto più distante è il limite da raggiungere e da conquistare, tanto maggiori sono la forza della motivazione e la spinta ad andare avanti: e tanto maggiore ovviamente è la possibilità di rimettere in forma la propria vita, indebolita dalla mancanza di un "vero" scopo.
Capitolo dopo capitolo, con qualche intermezzo in cui Folco Terzani racconta dei suoi incontri con MIchele (è implicito, ma evidente, che tra i due sia scattata subito la molla di un amicizia forte), sentiamo il dipanarsi della storia di Michele, novello Saulo sulla via per Damasco: la pratica dell'Ultra diviene per lui una vera e propria religione della mente, in primo luogo.
E siccome Michele scopre anche - strada facendo - di essere dotato e di potere ottenere buoni risultati  - come nel caso dell'avvio della carriera di modello, quasi per caso - ha una spinta in più a perseverare e ad impegnarsi: le eventuali "cadute" e i fallimenti servono semmai a rinsaldare la motivazione.
Ma i traguardi raggiunti sono per Michele - semmai - i punti di partenza per nuove e più ambiziose mete da conquistare (e prima ancora da sognare).
Cosa rimane dopo aver fatto propri (e aver messo in archivio) alcune delle più impegnative gare Ultra su strada e trail? Forse, dice Michele, mettere in cantiere un giro del mondo a piedi (o di corsa), ma senza mettere a repentaglio la propria vita (principio che apprende egli stesso, strada facendo, in corpore vili).
In questo libro ci sono dentro tante cose e tra le cose più specificatamente sportive spiccano i valori degli affetti familiari e quelli dell'amicizia: senza di questi, le imprese di Michele forse non sarebbero state possibili, poiché quasi sempre - qualche gara dopo il suo "lancio" - ha potuto contare sul supporto costante di un team di amici e familiari.
Uno spazio particolare è dedicato - ovviamente - alla sua "creatura", l'Ultra Milano-Sanremo e alla sua vittoria.


(dal risguardo di copertina) Michele ha una folgorante carriera da modello a Miami e New York, macchine sempre più grandi, tanti soldi per pagarsi ogni capriccio, feste tutte le sere, una moglie bellissima. E bellissimo è anche lui, tanto che viene presentato a Madonna come «The Abs», gli addominali. Però, una sera, si trova sul davanzale del suo appartamento al quindicesimo piano a chiedersi che farsene di tutto quel lusso e degli eccessi. Se non è quella la sua strada, allora qual è? La risposta arriva come un colpo di fulmine, nascosta dentro un libro: l'ultramaratona. Nel giro di un anno diventa uno dei campioni più forti al mondo, ma vincere per lui non conta. L'ultra è una sfida con se stessi, non con gli altri: correre per centinaia di chilometri, in tutte le condizioni atmosferiche, tra i ghiacci del Canada o con cinquanta gradi nella Valle della Morte, spingendo il corpo e la mente oltre ogni limite immaginabile. Passo dopo passo, mentre le gambe cedono e i muscoli si disfano, nella solitudine di una corsa infinita, Michele vive gli opposti: la sua fragilità estrema di fronte alla natura e la forza della sua volontà, che si libra oltre la fisicità, per esplorare cosa c'è dopo la fatica e il dolore. In questo libro, Folco Terzani racconta la straordinaria storia di un ragazzo che aveva tutto ma non era niente, e nel ritorno all'atto primordiale della corsa ha trovato la sua libertà, il suo coraggio, il suo essere più puro. Perché alla fine l'ultra non è più uno sport: è un mezzo per arrivare alla natura e a se stessi.

 

Michele Graglia e Folco Terzani

Gli autori. Folco Terzani, figlio del famoso giornalista Tiziano Terzani, scomparso nel 2004, è nato a New York nel 1969 e ha vissuto la sua infanzia tra vari paesi, seguendo gli spostamenti del padre. Ha frequentato scuole in tutto il mondo, inclusa una scuola pubblica a Pechino. Si è laureato in Lettere Moderne a Cambridge e in Cinema a New York. Dopo un’esperienza di un anno alla casa dei morenti di Madre Teresa in Calcutta, ha girato il documentario "Il primo amore di Madre Teresa". Affascinato dall’Asia, ha anche girato un film sui Sadhu dell’Himalaya.
Nel 2006 ha curato "La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita" (Longanesi), il libro postumo di Tiziano Terzani, che, sapendo di essere arrivato alla fine del suo percorso, parla al figlio Folco di cos'è stata la sua vita e di cos'è la vita. Proprio a partire da queste conversazioni ha in seguito curato la sceneggiatura dell'omonimo film. Nel 2011 ha pubblicato A piedi nudi sulla terra (Mondadori) e nel 2016 La santa. Accanto a Madre Teresa, in collaborazione con Mario Bertini. Di recente uscita, il volume "Il Cane, il Lupo e Dio" (Longanesi, 2017).
Michele Graglia (Sanremo 1983) è uno dei più forti ultramaratoneti a livello mondiale. E ciò è indiscutibile anche se sino a questo momento non è mai stati selezionato per far parte di una rappresentativa italiana ai campionati del mondo di ultramaratona (100 km, 24 h) e di ultratrail.
Ha iniziato la sua carriera come fotomodello a Miami e successivamente a New York per i maggiori brand internazionale. Una carriera iniziata per caso, poichè si trovava in Florida per tutt'altri motivi.
Da un certo momento in poi, ha iniziato a dedicarsi alle corse sulle lunghissime distanze.
Dal 2011 ha intrapreso con successo alcune delle gare più estreme di ultramaratona ed ultratrail, prima negli Stati Uniti e poi in molti altri paesi del pianeta. Ritornato in Italia ha dato vita alla Ultra Milano-Sanremo, sullo stesso percorso della classica ciclistica Milano-Sanremo e ha trionfato nella prima edizione che ha avuto luogo nel 2014.

 

Sembra quasi una fiaba la vita di Michele Graglia. Arrivato in America per cercare nuovi clienti per l’azienda di famiglia, si ritrova, grazie ad un incontro casuale, catapultato nel mondo dell’alta moda.  Da quel momento in poi, Michele vive la vita che molti vorrebbero. Poco lavoro, moltissimi soldi, feste esclusive con personaggi importanti, macchine di lusso e appartamenti con vista mozzafiato nelle più belle città d’America.  Ma c’è qualcosa, in tutto quel mondo scintillante e favoloso, che Michele sente di non avere e di non poter comprare. Qualcosa che gli sfugge. Come se, circondato da così tante cose, da così tante persone, non ci fosse un senso nella sua vita e in quella di chi, come lui, vive in quella “gabbia dorata” che molti invidiano.  Questo pensiero, nato dopo una serie di esperienze assai “forti”, lo porterà a guardare la sua bella vita dorata sotto un’altra luce e a cercare un nuovo senso per la propria vita. Sarà in una piccola libreria di New York che Michele conoscerà il mondo delle Ultramaratone, gare estreme in cui i partecipanti devono andare oltre i propri limiti.  Ed è entrando in questo mondo che Michele avrà modo di incontrare Folco Terzani. Dopo un iniziale diffidenza i due stringeranno una fortissima amicizia che li porterà a condividere l’esperienza e il mondo delle Ultramaratone.  “Però conoscendolo bene non sta bene quel poveraccio. Che poveraccio non lo è, perché ha più soldi di quello che possiamo immaginare. Ma la mattina si alza e non ha ancora trovato quello che lo rende felice nella vita, perché chiaramente nonostante i miliardi di shopping tutti i giorni e il jet privato e il motoscooter e le donne e gli uomini che si può comprare non ha raggiunto quello che realmente conta. Ma allora? Ma allora? Gente che nella vita non fa nulla, ma nulla nulla. Non deve neanche lavorare perché ha talmente tanti soldi che è libera quanto le pare. Per generazioni! Quindi può fare tutto quello che vuole, ma non trova un senso nella vita. Perché alla fine ti alzi al mattino e ti chiedi “chi sono io? Cosa faccio nella vita? Compro cose?”. Lui era in depressione totale, alcolizzato, sempre fatto di Xanax e di chissà quali altre pastiglie, perché non riusciva a sopportarsi. Quella visione mi ha toccato tanto in quel momento. Solo, senza più un obiettivo. Perdi il senso. E se non hai il senso puoi avere tutto quello che vuoi, ma non ti sentirai mai appagato come persona. Questo è quello che mi ha fatto capire quell’angelo biondo. Poveraccio.”(pag.47).  Sono rimasto profondamente colpito dalla storia di Michele Graglia, un modello che aveva tutto quello che poteva desiderare nella vita e che decide, dopo un lungo e sofferto percorso, di gettare la propria carriera per non scendere a compromessi, per non arrendersi e trovare il proprio posto nel mondo, la propria identità, il proprio scopo nella vita.  In questo libro scritto a quattro mani da due autori eccezionali, Terzani e Graglia, mi sono ritrovato a leggere non solo lo straordinario percorso di vita di Michele, un percorso tormentato fatto di successi e sconfitte, ma anche la continua e instancabile ricerca di identità in un mondo sempre più fasullo e artefatto.  Un libro, a mio parare importante, che invita il proprio lettore a porsi delle domande che qualcuno reputerebbe “scomode” o “difficili” come solo il cercare di capire chi si è davvero può essere.  Un libro che, personalmente, mi sento di consigliare vivamente a chiunque sia in cerca di qualcosa di straordinario (Recensione di Gabriele Scandolaro)

Sembra quasi una fiaba la vita di Michele Graglia. Arrivato in America per cercare nuovi clienti per l’azienda di famiglia, si ritrova, grazie ad un incontro casuale, catapultato nel mondo dell’alta moda. Da quel momento in poi, Michele vive la vita che molti vorrebbero. Poco lavoro, moltissimi soldi, feste esclusive con personaggi importanti, macchine di lusso e appartamenti con vista mozzafiato nelle più belle città d’America. Ma c’è qualcosa, in tutto quel mondo scintillante e favoloso, che Michele sente di non avere e di non poter comprare. Qualcosa che gli sfugge. Come se, circondato da così tante cose, da così tante persone, non ci fosse un senso nella sua vita e in quella di chi, come lui, vive in quella “gabbia dorata” che molti invidiano. Questo pensiero, nato dopo una serie di esperienze assai “forti”, lo porterà a guardare la sua bella vita dorata sotto un’altra luce e a cercare un nuovo senso per la propria vita. Sarà in una piccola libreria di New York che Michele conoscerà il mondo delle Ultramaratone, gare estreme in cui i partecipanti devono andare oltre i propri limiti. Ed è entrando in questo mondo che Michele avrà modo di incontrare Folco Terzani. Dopo un iniziale diffidenza i due stringeranno una fortissima amicizia che li porterà a condividere l’esperienza e il mondo delle Ultramaratone. “Però conoscendolo bene non sta bene quel poveraccio. Che poveraccio non lo è, perché ha più soldi di quello che possiamo immaginare. Ma la mattina si alza e non ha ancora trovato quello che lo rende felice nella vita, perché chiaramente nonostante i miliardi di shopping tutti i giorni e il jet privato e il motoscooter e le donne e gli uomini che si può comprare non ha raggiunto quello che realmente conta. Ma allora? Ma allora? Gente che nella vita non fa nulla, ma nulla nulla. Non deve neanche lavorare perché ha talmente tanti soldi che è libera quanto le pare. Per generazioni! Quindi può fare tutto quello che vuole, ma non trova un senso nella vita. Perché alla fine ti alzi al mattino e ti chiedi “chi sono io? Cosa faccio nella vita? Compro cose?”. Lui era in depressione totale, alcolizzato, sempre fatto di Xanax e di chissà quali altre pastiglie, perché non riusciva a sopportarsi. Quella visione mi ha toccato tanto in quel momento. Solo, senza più un obiettivo. Perdi il senso. E se non hai il senso puoi avere tutto quello che vuoi, ma non ti sentirai mai appagato come persona. Questo è quello che mi ha fatto capire quell’angelo biondo. Poveraccio.”(pag.47). Sono rimasto profondamente colpito dalla storia di Michele Graglia, un modello che aveva tutto quello che poteva desiderare nella vita e che decide, dopo un lungo e sofferto percorso, di gettare la propria carriera per non scendere a compromessi, per non arrendersi e trovare il proprio posto nel mondo, la propria identità, il proprio scopo nella vita. In questo libro scritto a quattro mani da due autori eccezionali, Terzani e Graglia, mi sono ritrovato a leggere non solo lo straordinario percorso di vita di Michele, un percorso tormentato fatto di successi e sconfitte, ma anche la continua e instancabile ricerca di identità in un mondo sempre più fasullo e artefatto. Un libro, a mio parare importante, che invita il proprio lettore a porsi delle domande che qualcuno reputerebbe “scomode” o “difficili” come solo il cercare di capire chi si è davvero può essere. Un libro che, personalmente, mi sento di consigliare vivamente a chiunque sia in cerca di qualcosa di straordinario (Recensione di Gabriele Scandolaro)

Condividi post
Repost0
29 novembre 2017 3 29 /11 /novembre /2017 09:21
Paolo Foschi, Omicidio al Giro, Edizioni e/o, Collana Originals, 2015

In Omicidio al Giro (Edizioni e/o, Collana Originals, 2015) si sviluppa la più recente indagine (nell'ordine cronologico della serie) del Commissario Igor Attila, assegnato da sempre alla speciale sezione della Polizia che indaga sui i crimini sportivi.  Igor Attila è la creatura di Paolo Foschi che, diplomato in Scienze Motorie e giornalista per necessità, ha trasposto la sua originaria passione sportiva in questo serial narrativo che scandaglia i multiformi aspetti del mondo sportivo.
Le indagini di Igor Attila si sviluppano sequenzialmente, mentre la sua vita e quella del manipolo di subordinati che lavora nella sua squadra si evolve.
Igor Attila, anche in questa avventura, è alle prese con i fantasmi del suo passato sportivo, che lo portano a detestare tutti gli  inciuci e le combine degli incontri sportivi (di cui lui stesso è stato vittima in occasione delle Olimpiadi di Seul in cui venne messo fuori gioco da una trama losca, affinché fosse il pugile coreano - suo diretto avversario - a vincere l'Oro). Nello stesso tempo, si evolve la sua vita privata, in mezzo a conflitti e a tempeste, con la relazione con l'amico Titta, sempre traballante e sull'orlo della debacle.
Alla morte - apparentemente accidentale - del campione di ciclismo Paolo Fallai, favorito del Giro il cui start è imminente, Igor Attila, parte lancia in resta, deciso a condurre la sua indagine malgrado i tentativi di insabbiamento proveniente da alto loco. E, mettendo a rischio, la sua carriera e quella dei suoi colleghi, mantiene la sua linea, finché la verità non verrà a galla: una verità complessa e sfaccettata, in ogni caso: è il momento della verità sarà esattamente alla conclusione della prima tappa del Giro d'Italia, in cui il defunto Paolo Fallai è il grande assente.
Ottimo intreccio, ritmo incalzante e, tra le righe, una denuncia forte della corruzione che regna nel mondo del ciclismo e che finisce con l'avvelenare con l'ombra del sospetto anche i campioni puliti, inquinando anche le migliori intenzioni.

(dalla quarta di copertina) Alla vigilia del Giro d'Italia il favorito, Paolo Fallai, muore in un misterioso incidente stradale mentre si allena sulle strade alla periferia di Roma. L'inchiesta viene affidata alla Sezione crimini sportivi guidata da Igor Attila, con l'esplicito invito a chiudere in fretta il caso, senza alzare un polverone. Il commissario-pugile, fra diversi colpi di scena, si getta invece a capofitto nelle indagini, determinato a scoprire la verità, come sempre affiancato dall'odiosa vice Chiara Merlo e dagli altri uomini della Squadra. Sotto torchio finisce subito il principale rivale di Fallai, il corridore Claudio Mele, mentre l'allenatore Sandro Fioravanti, distrutto dalla morte del ciclista, sembra comunque nascondere un segreto. Fra prove scomparse, misteriosi viaggi dei protagonisti in Calabria e in Turchia, sospetti di doping e parallelismi con il dramma umano di Marco Pantani, l'inchiesta sembra arenarsi. Intanto Igor Attila vive l'ennesima crisi personale con il suo compagno Titta, che lo mette di fronte a un aut aut senza (apparente) via d'uscita, mentre Chiara Merlo si ritrova al centro di un triangolo amoroso che rischia di interferire con le indagini.

Paolo Foschi

E proprio quando il commissario si prepara a gettare la spugna, l'inchiesta riparte su una nuova pista, grazie a un'intuizione casuale che porterà all'imprevedibile soluzione del caso proprio all'arrivo della prima tappa del Giro d'Italia, a Sanremo.

L'Autore. Paolo Foschi, nato a Roma nel 1967, è diplomato in educazione fisica. Musicista per passione, ma giornalista per necessità, è redattore al Corriere della Sera, dove si occupa di economia e politica. Ha lavorato all’Unità, al gruppo Espresso e in Mondadori. Per E/O Edizioni ha pubblicato: Delitto alle Olimpiadi (2012), Il castigo di Attila (2012), Il killer delle maratone (2013), Vendetta ai Mondiali (2014).

Condividi post
Repost0
7 novembre 2017 2 07 /11 /novembre /2017 10:22
Elisa Nicoli, L'Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi, Altraeconomia editore, 2017

Per l’editore Altreconomia è uscito recentemente (2017) il volume “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” scritto da Elisa Nicoli scrittrice, giornalista, documentarista nel filone dei suoi interessi per l'ambiente.
Si tratta di un libro piccolo, ma denso di proposte. La prefazione è di Franco Michieli, l’esploratore che collabora da anni con la Compagnia dei Cammini.
Esistono ancora in questa Italia cementificata luoghi selvaggi, dove la natura signoreggia e la presenza umana è rarefatta? Sono pochi, ed Elisa vi propone di conoscerli camminandoci dentro.
La dichiarazione di intenti è chiara: «Questo libro è alla portata di tutti, anche di chi è alle prime armi con l’escursionismo e non ha esperienza di selvatico. Se invece siete degli esploratori “patentati”, forse questo libro non fa per voi. In altre parole, non ce la sentiamo di mandare i nostri lettori allo sbaraglio, su tracce di sentieri che si perdono. Questo libro vuole essere un’iniziazione al selvaggio, uno sfiorarlo, un intravederlo, a volte un anelarlo, raggiungendolo solo in pochi momenti…».
Alle giuste e necessarie indicazioni preliminari seguono 14 schede di luoghi selvaggi.
Si comincia con la famosa Val Grande.
Di ogni luogo Elisa intervista uno specialista del luogo, guide, scrittori, guardiaparco, persone che vivono lì. A seguire, l’autrice  elenca i buoni motivi per visitare quell’area, gli itinerari da fare a piedi, consigliando anche posti tappa, libri e mappe.
Un libro da possedere e da consultare come vero e proprio Baedeker se si ha voglia di esplorare a piedi oasi ancora incontaminate del territorio italiano, molte delle quali sono state già da molti anni oggetto di trekking organizzati da "La Compagnia dei Cammini".

(dalle soglie del testo) Da Nord a Sud le aree selvagge sono anche la Val Codera, i Lagorai, la Valtramontina, poi negli Appennini la Valle dello Scesta, in Abruzzo la Cicerana e i Monti della Meta, poi più a sud l’Orsomarso, l’Aspomonte, in Sicilia Cava d’Ispica e in Sardegna il Supramonte.
(risguardo di copertina) Lo spirito con cui avvicinarsi ai luoghi selvaggi, lo zaino perfetto, la preparazione fisica e tutte le cose che è bene sapere prima di partire. 14 aree selvagge dal Nord al Sud dell'Italia, isole comprese: Val Grande, Valle Cervo, Val Coderà, Val di Vesta, Lagorai, Valtramontina, Fosso del Capanno, Valle dello Scesta, Cicerana, Monti della Meta-Mainarde, Aspromonte, Orsomarso, Cava d'Ispica, Supramonte. Gli itinerari più belli, la natura da scoprire e i consigli del genius loci, il "custode" del territorio. Un vasto repertorio, con decine di percorsi nella wilderness, dalle Alpi agli Appennini, dai grandi Parchi alle piccole oasi segrete. Infine, i focus su wild swimming e fiumi, canyon e gole, foreste ataviche, coste e dune solitarie, paesi fantasma.

Elisa Nicoli é scrittrice e documentarista, insegna in giro per l'Italia a fare sapone, detersivi e cosmetici. E' "autoproduttrice" e camminatrice per passione.

Da anni si occupa di tematiche ambientali, attraverso diversi media.

Nata a Bolzano, ha studiato Scienze della Comunicazione a Padova ed è tornato nella sua natìa Bolzano, dopo aver vissuto per un anno a Lione e due anni a Roma.

Ha finora scritto cinque libri, per diverse case editrici e realizzato diversi documentari.

Per dettagli e contatti leggete il sito www.elisanicoli.it e per saperne di più sull'autoproduzione www.autoproduco.it.

Condividi post
Repost0

Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
  • Contatti

About

  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


Ricerca

Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

banner tre rifugi Val Pellice 194x109

IAU logo 01
  NatureRace header
BannerRunnerMania.JPG
 banner-pubblicitario-djd.gif
VeniceUltramarathonFestival
supermaratonadelletna.jpg
LogoBlog 01
runlovers
atletica-notizie-01.jpg


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagine

Gli articoli più letti negli ultimi 30 giorni

 

ultrasportheader950.gif

 

 

Gli articoli più visti dal 24/03/2014 al 24/04/2014
Mobile Virgin Money London Marathon 2014 (33^ ed.). L'evento è stato… 2 303
Articolo Virgin Money London Marathon 2014 (33^ ed.). L'evento è stato… 1 728
Home Ultramaratone, maratone e dintorni 579
Mobile Maratona del Lamone 2014. Podisti fanatici e ignoranti affermano: Ti… 247
Articolo Ciao, Carmelo! Il commiato di Elena Cifali - Ultramaratone, maratone… 241
Articolo Corsa, fatalità e senso di responsabilità - Ultramaratone, maratone e… 236
Mobile Ciao, Carmelo! Il commiato di Elena Cifali - Ultramaratone, maratone… 223
Mobile UltraMilano-Sanremo 2014 (1^ ed.). Il sapore della sfida, a pochi… 206
Articolo UltraMilano-Sanremo 2014 (1^ ed.). Il sapore della sfida, a pochi… 196
Mobile Virgin Money London Marathon 2014 (34^ ed.). L'evento è stato… 134
Articolo Maratona del Lamone 2014. Podisti fanatici e ignoranti affermano: Ti… 118
Mobile A 98 anni suonati Giuseppe Ottaviani fa incetta di Ori a Campionati… 104
Mobile Corsa, fatalità e senso di responsabilità - Ultramaratone, maratone e… 103
Articolo A 98 anni suonati Giuseppe Ottaviani fa incetta di Ori a Campionati… 102

 

Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
Iscritti alla Newsletter 148
Articoli pubblicati 4259


Categorie

I collaboratori

Lara arrivo pisa marathon 2012  arrivo attilio siracusa 2012
            Lara La Pera    Attilio Licciardi
 Elena Cifali all'arrivo della Maratona di Ragusa 2013  Eleonora Suizzo alla Supermaratona dell'Etna 2013 (Foto di Maurizio Crispi)
            Elena Cifali   Eleonora Suizzo
   
   
   
   
   
   

ShinyStat

Statistiche