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18 luglio 2012 3 18 /07 /luglio /2012 18:38

marathon-trail-lago-di-como-Podio-femminile.jpgSi è svolta tra il 14 e il 15 luglio la 2^ edizione del Marathon trail Lago di Como, con una doppia offerta: per i trailer "duri" la gara individuale di 106 km- 6300 mt D+ (MaratonTrail del Lago di Como "Classico", cui era possibile iscriversi come staffetta) e per i trailer più morbidi la distanza di 35 km (il "Supercorto", individuale oppure aperto a special team uomo+cane). 
Ha partecipato Maria Ilaria Fossati (Road Runners Club Milano), vincitrice nell'edizione 2011 del "Supercorto", ed ecco il suo racconto.
Per la cronaca, Maria Ilaria Fossati si è classificata 18^ assoluta ed è stata terza sul podio femminile con il crono di 19h54'51.
Il primo posto femminile è stato appannaggio di Simonetta Castelli (GS Altitude), 12^ assoluta con il crono di 19h07'37, mentre sulla seconda piazza del podio è salita Giuliana Arrigoni (3 Life), 17^ assoluta con il crono di 19h45'23. 

(Maria Ilaria Fossati; fonte: sito web del Road Runners Club Milano) Della prima edizione 2011, in cui ho fatto il percorso da 36 km, ricordo l'emozione della vittoria, l'orgoglio, la soddisfazione e la festa che mi hanno fatto tutti. 
Quest'anno, in preparazione ai Mondiali 24 ore, qualche trail lungo ci stava: sperimentare il disagio, la notte, la stanchezza, allenare la resistenza mentale alla fatica sono aspetti fondamentali anche se la corsa in montagna non è propriamente assimilabile a quella su strada. 
Gli organizzatori poi mi avevano coccolato per tutto l'anno, offrendomi anche l'onore di avere il pettorale numero 1 (Wow! proprio come quelle vere!) nell'edizione successiva e quindi senza indugio ho scelto il trail lungo.

Non amo descrivere i percorsi delle gare perché in fondo bisogna solo esserci e provarli. 
Un trail vicino a casa, che parte da Como, passando per Campione d'Italia, Argegno arrivando poi a Menaggio: alcune salite davvero ripide, dei veri e propri "muri" come quello che sale da Campione a Sighignola: un km verticale che si sviluppa in 4,5 km di tracciato.praticamente è una parete, fatta sotto un sole implacabile e la maledizione di Minosse. 
Arrivi in cima, trovi un piazzale, le auto, le turiste olandesi col gonnellino, tacco 8 e cocacola ghiacciata e ti chiedi se sia uno scherzo... o cosa? Poi scopri che si poteva salire sin qui in macchina!

E' stato forse in questo momento che ho invocato un po' d'aria (non una tempesta) e qualche nuvola (non l'uragano.) 
Ben presto (ero a Lanzo d'Intelvi) inizia a piovere sempre più forte, un lungo temporale di 5 ore, a tratti violentissimo. L'importante è essere ben attrezzati, e purtroppo ho visto molti atleti senza criterio né buonsenso.né rispetto per chi poi mette a rischio la propria vita per recuperare chi si fa male in montagna. 
Nel momento peggiore, mentre attraversavamo un crinale completamente esposto, senza un albero, si è scatenato l'inferno. 
40 minuti di grandine violenta, grossa come sassolini, nessun riparo e la montagna che franava morbida sotto i nostri piedi. 
I sentieri erano diventati torrenti, i tombini saltati. 
Vicinissimo a me fulmini ovunque, tanto che decido di nascondere i bastoncini metallici piegandoli sotto il k-way. 
Non possiamo tornare indietro, il rifugio è troppo lontano, si deve scollinare la cima del M.Te Crocetta e scendere, non c'è scelta. 
Qualche livido sulla mano che protegge il viso e sulle ginocchia, le sole parti esposte ai sassi-dal-cielo.

Siamo stati fortunati, anzi: siamo stati graziati. sono arrivata ad Argegno sana e salva, mi sono cambiata interamente e sono ripartita per l'ultima tappa, quella notturna. 
La tensione restava alta, dopo quello che avevamo passato. Vedevo animali selvatici ovunque, addirittura un gruppo di 3 cinghialetti che mi hanno provocato una crisi di panico (lo ammetto..). Anche le mucche che dormivano nella notte mi sembravano minacciose..la mia capacità di accogliere imprevisti si era esaurita sotto la grandinata! 
Di questa edizione 2012 ricorderò soprattutto la paura, il terrore puro di rimanere su quella cima Crocetta, in mezzo ai fulmini e alla grandinata a sassi. Non si sente la fatica, il dolore: si corre all'impazzata verso il basso, verso un riparo...poi si continua, si affronta la notte, finalmente serena.
E' stata un'esperienza bellissima, ancora una volta un grande insegnamento. La forza selvaggia e distruttiva della natura, la sua energia pura e primordiale..i lampi che squarciano il cielo nella notte. La luce, il buio.....la solitudine e la meraviglia davanti ad uno spettacolo che pochi possono ammirare. Poi alle 3 di notte un sorriso, un fantasma con la mantellina rossa mi accoglie... "benvenuta sulla Cima Tremezzo". Sono sempre i sorrisi, a volte anche di uno sconosciuto, a modificare le sorti di una giornata, di un'impresa...che non dimenticherò facilmente! 

Dalla Cima Tremezzo a 360 gradi, uno spettacolo mai visto: lontani temporali su tutta la Lombardia e la Svizzera, lampi che tagliavano in due l'orizzonte ed illuminavano il lago per una frazione di secondo. 
Poi ancora il buio ed il vento che soffia in vetta. Uno spettacolo meraviglioso.

Grazie a Matteo Molinari, l'organizzatore, che al traguardo mi ha fatto subito cambiare idea.  Avevo giurato "mai più trail"...ma concedetemi il beneficio della paura: l'ho detto con le dita incrociate.
Alla prossima. 

 

 Classifica percorso "Classico"

Classifica percorso Supercorto

 

Marathon-Trail-del-Lago-di-Como-mappa.png

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13 luglio 2012 5 13 /07 /luglio /2012 15:28

Ecotrail Valle Imera - tutte le donne - Foto di Maurizio Crispi

 

Elena "SuperElena" Cifali (ASD Movimento é Vita Gela) ha partecipato lo scorso 1° luglio 2012 all'Ecotrail della Valle dell'Imera, prova valevole per il Circuito Ecotrail Sicilia 2012. La gara è andata bene, malgrado le temperature infuocate e ha regalato a tutti (e a SuperElena che scrive il suo racconto) delle intense e fervide emozioni.
Nel dopo-gara nel corso di un simpatico picnic in una assolata area attrezzata nei pressi di Borgo Turolifi si discuteva del perchè si corre trail e ciascuno raccontava dei suoi aneddoti di corsa e di corsa trail.
Il racconto di SuperElena, che si muove simpaticamente tra rimembranze ed emozioni attuali, fornisce delle risposte a tutti i praticanti di questa disciplina del running che non è solo corsa, ma molto altro.
C'è, infatti, il contatto diretto con la Natura che riporta alla nostra essenza ancestrale di popolo nomadico che praticava essenzialmente un'attività di caccia-raccolta, percorrendo sentieri e seguendo tracce, e che per fare ciò era continuamente costretto all'osservazione di ciò che lo circondava, teso all'esplorazione e alla decodifica dei segni.
Ecotrail Valle Imera - SupeElenaCifali con un E c'è dunque la scarica di adrelina che si riversa nel nostro sangue, perchè si risvegliano quelle tracce, intimamente depositate nel nostro patrimonio genetico, con la stimolazione soprattutto della sensorialità olfattiva che è quella più antica nello sviluppo filogenetico e che è allocata nella parte più primitiva del nostro cervello.
Ma c'è anche il piacere puro derivante dalla percezione dell'autoefficacia nel portare avanti un'impresa difficoltosa che nulla ha a che vedere con la prosaica corsa sull'asfalto. Ci sono la solidarietà e la consapevolezza di far parte di un gruppo ardimentosi che travalicano l'individualità solitaria della performance sportiva.C'è, infine, proprio a partire dalle stimolazioni olfattive ed acustiche della Natura vivente, c'é il risvegliarsi di memorie sopite e il riemergere di antichi ricordi: il grande libro della natura è aperto per ciascuno di noi e ci consente di iscrivervi le nostre personali emozioni. Si comprende perchè ad un certo punto Elena scriva: "...q
ui tutto è ordinato, pulito, la campagna è curata, il paesaggio mi sembra un quadro dipinto da una mano divina che mi vuole ricordare che la vita non è solo doveri, non è solo città, non è solo lavoro, famiglia, bollette, problemi, ma è anche natura, è anche gioia e spensieratezza".
Parole migliori non potevano essere scritte per spiegare il potere attrattivo del correre trail.
Ma ecco di seguito, il racconto di SuperElena Cifali che dedica il suo scritto all'amico runner Salvo Campanella con l'augurio di una pronta guarigione. 
 

(Elena Cifali) Ridono tutti, belli, sudati, sporchi, impolverati, esausti. 

Tagliato il traguardo ridono tutti anche quelli che non hanno fatto il loro personale, quelli che si aspettavano di più, quelli che “la prossima volta farò di meglio” e perfino quelli che arrivano per ultimi.
Ecotrail Valle Imera - Un gruppo di runner amici - Foto di Maurizio CrispiSi passa dal gonfiabile per due volte, alla partenza ed all’arrivo e, ogni volta, le emozioni sono diverse.
“Scrivi Elena, che noi aspettiamo il tuo racconto!” queste le parole esortative di tanti che mi conoscono, ed io che, da principio, scrivevo solo per me oggi non voglio deludere nessuno.
Ognuno dei miei amici rivive la gara attraverso queste righe ed ad ognuno di loro regalo il racconto delle mie emozioni.
Sulla strada per Caltanissetta fa caldo, Borgo Turolifi è un miraggio che tarda ad arrivare.
La strada tutta in salita degli ultimi km mi fa crescere l’ansia, finché curva dopo curva non si spalanca davanti ai nostri occhi il bel Borgo con i suoi colori ed i suoi odori che sanno di “c’era una volta”.
Scendiamo dall’automobile e comincia il solito ed irrinunciabile rituale dei saluti ai tanti amici.
Ci sono tutti: Aldo, Maurizio, Tatiana, Orazio, Melchiorre, Graziella, Gioacchino, Carmelo, Nino, Francesco, Enzo, Salvo, Tiziana e Rino (la coppia “più trail” del mondo) e, poi, tutti gli altri fantastici e coraggiosi uomini e donne che oggi affronteranno insieme a me questa sfida e questa avventura.
Indosso il mio pettorale trail n° 35, lavato in lavatrice (per sbaglio) dopo l’ultima gara.
Pronti, partenza e VIA!
La voce di Aldo Siragusa ci accompagna per i primi metri, quelli che ci introducono alla prima salita.
L’aspetto che, per primo, mi colpisce è che tutto qui intorno è caratterizzato dalla predominanza del colore giallo.
Gialla la terra che calpestiamo,
gialle le foglie secche degli alberi cadute in terra,
giallo il colore dei campi di grano ormai raccolto.

Circondata da persone che conosco, mi tengo vicina ad Orazio, Salvo ed Enzo.
Di Francesco che avrebbe dovuto correre insieme a noi il suo primo Trail, neppure l’ombra – immagino che sia avanti insieme al gruppo di testa (forse si è lasciato travolgere da un eccessivo e poco prudente entusiasmo…).
La gara si dimostra dura sin dai primi chilometri a causa del forte caldo secco.
L’aria è asciutta, caldissima, il sole brucia – più che sull’Etna – e, inoltrandoci all’interno del boschetto di Eucalipti, non ho quella sensazione di fresco e benessere che mi sarei aspettata.
SuperElena al termine della sua fatica allEcotrail Valle Imera - Foto di Maurizio CrispiLe zone d’ombra sono rarissime e comunque calde: sudo copiosamente ed il desiderio di bere è sempre presente.
Tutta questa fatica non ci leva il gusto di ridere e scherzare.
Solari come sempre io ed Orazio ci abbandoniamo a battute ed ilarità che ci fanno sembrare meno pesanti i chilometri che intanto trascorrono.
Incitiamo Salvo a farsi valere: “Fai vedere di che pasta sono fatti gli atleti di Movimento é Vita di Gela!” e, così, lui a passo svelto si allontana correndo anche in quelle salite che ci costringono a camminare.
Il primo rifornimento arriva graditissimo, troviamo acqua e della deliziosa frutta fresca.
Ripartiamo immediatamente: la strada da fare è ancora tanta e non mi va di perdere posizioni ai ristori.
Ci avevano avvisati che avremo attraversato il letto del fiume, ma non avrei mai immaginato che sarebbe stata un’esperienza così bella: si corre sulle pietre bianche che riverberano su di noi il raggi del sole e, nel frattempo, faccio molta attenzione a non cadere dentro la ristagnante acqua che ha assunto una colorazione verdastra per mancanza di un regime abbondante di piogge.
Ovviamente, come spesso capita in simili circostanze, i miei ricordi riemergono prepotenti e ridivento bambina. Ho più o meno l’età che ha oggi mio figlio, nove anni e tanta voglia di crescere.
Ricordo, come fosse ieri, le domeniche trascorse coi nonni sulle rive del Lago Biviere a Gela.
Il nonno caricava sulla sua “mitica” FIAT 127 le bici mia e di mio fratello, mentre la nonna preparava il pranzo (che tutto era tranne che “al sacco”), ricco di ogni ben di Dio e si andava in gita sul lago.
Conservo ancora la vecchia bici nel garage e, mese dopo mese, mi riprometto di rimetterla a nuovo e di esporla nel salone di casa – tanto per ricordare agli amici che forse qualche rotella mi manca.
E’ in quei posti che è iniziato il mio amore per la natura.
Ecotrail Valle Imera - Gruppo di runner ASD Movimento é Vita gela - Foto di Maurizio CrispiCon il cestino in vimini sotto braccio si attraversavano le campagne in lungo ed in largo alla ricerca di tutto ciò che si poteva raccogliere: lumachine, finocchietto selvatico, capperi, verdura.
Insomma quella era un’epoca in cui si riciclava qualsiasi cosa e in cui la parola “spreco” non era nemmeno conosciuta.
Nel pomeriggio, poi, si andava a caccia di ranocchi.
La sera, tornando a casa, ci si addormentava come sassi rivivendo la splendida giornata.
Ma ora basta sognare! La salita che mi si para davanti mi fa ricordare di botto che di anni ne ho 39 e che magari questa china, da bimba, l’avrei scalata in un baleno, ma oggi faccio molta fatica.
E’ una salita dove vedo la predominanza di pietre, massi e e pietroni: sembra quasi di scalare una parete rocciosa.
Già, una scala un po’ accidentata e piena di insidie.
La fatica ci leva il fiato, ma io devo fare del mio meglio, voglio distrarmi da questa sofferenza ed allora inizio a cantare.
Canto proprio nel momento in cui dovrei tacere e risparmiare tutto il fiato che ho per la mia fatica!
Intono la solita canzone “La canzone del trail” – come la chiamo io- quella degli Stadio
Un podista mi viene dietro e storpia un pochino le mie rime, ma niente di meglio per dimenticare quello che stiamo facendo, perché - sforzandoci di trovare la rima giusta - ci dimentichiamo del caldo, della sete, del sudore, della fatica e della stanchezza.
E’ fatta anche questa, si va avanti di buon passo!
Sento il canto dei grilli e e il frinire delle cicale che ci accompagna da diversi chilometri, costante, penetrante, a tratti prepotente, come prepotenti sono le tafanesche mosche che ci ronzano attorno e si appoggiano sulla nostra pelle sudata.
Continua a fare molto caldo: accolgo come una benedizione l’acqua che ci viene spruzzata addosso dai numerosi volontari, mi attacco alla bottiglia che mi viene offerta noncurante di chi possa averci bevuto prima di me.
Ho troppa sete.
Mi verso addosso il contenuto delle altre bottiglie che trovo a disposizione e riparto rigenerata dopo il secondo rifornimento. Un vero toccasana, perché adesso con la maglia e i calzoncini bagnati soffro meno ed affronto meglio l’impegnativa salita, corredata da scalini ai quali mi sono abituata durante gli allenamenti in Pineta a Nicolosi.
Arriviamo in cima molto più freschi di tanti altri passati prima di noi (almeno a quanto riferito da alcune persone che abbiamo trovato sul posto), ma semplicemente perché noi andiamo a passo di lumaca, senza sforzarci troppo.
Abbiamo superato il 13° km, Orazio è andato avanti ed io sono sicura che anche Enzo – rimasto indietro- ormai se la saprà cavare senza di me.
La guardo da lontano e senza averla mai vista la riconosco: è “la salita del calvario”.
Eccoci mia bella salita, faccia a faccia, muso duro a muso duro, tu mi sfidi e io accetto la sfida.
Faccio rapidamente due calcoli: sono quasi alla fine, non ho dolori, mi sento in forma, alla fine ci sarà il ristoro…
Va bene! Ti affronto, come ho affrontato gli ultimi 10 km alla Supermaratona dell’Etna.
Guardo i corridori avanti a me ed uno dopo l’altro li vedo come possibili obiettivi ed infatti ne passo parecchi, un passo dopo l’altro; a volte sprofondo, le miei scarpe vengono risucchiate dalla morbida sabbia, alzo le braccia sulla testa per far circolare meglio il sangue alle mani che nel frattempo si sono gonfiate a tal punto da non permettermi di chiuderle completamente.
La grinta non mi manca e inizio a parlare con tutti, passo dopo passo, parola dopo parola “Sono in cima”! 
Benedico i volontari che si premurano di darmi dell’acqua, afferro un paio di succose e fresche albicocche e proseguo cosciente del fatto che ormai il grosso è fatto.
Ricomincio a correre, qui tutto è ordinato, pulito, la campagna è curata, il paesaggio mi sembra un quadro dipinto da una mano divina che mi vuole ricordare che la vita non è solo doveri, non è solo città, non è solo lavoro, famiglia, bollette, problemi, ma è anche natura, è anche gioia e spensieratezza.
La vita è anche questo trail che mi ha riportata a 30 anni fa, tra le braccia della nonna, quella stessa nonna che sera dopo sera conforto e sollevo – solo a parole purtroppo – dai suoi dolori della vecchiaia.
Ancora persa nei miei pensieri, giungo al punto della partenza: riconosco il Borgo, rivedo Ezio, ascolto Salvo che m’incita ad alzare le gambe e sotto il portico trovo ancora una volta mio figlio Luca che, a sorpresa, mi prende la mano al volo e taglia il traguardo insieme a me.
Sarebbe troppo semplice vivere senza correre, ma sarebbe molto più difficile vivere senza poterlo fare.
Voglio dedicare questa mia gara, i miei ricordi e il mio racconto all’amico Salvo Campanella, con l’augurio che molto presto io e lui possiamo tagliare ancora una volta il traguardo di una maratona mano nella mano come abbiamo fatto a Siracusa nel mese di gennaio scorso.
Riprenditi in fretta Salvo, perché qui c’è bisogno anche di te!

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6 luglio 2012 5 06 /07 /luglio /2012 12:03

Andrea Furlanetto al traguardo di FaenzaTra i tantissimi esordienti (oltre 800 runner) sulla distanza dei 100 km alla 40^ edizione del Passatore "La 100 più bella del Mondo", c'era anche il friuliano Andrea Furlanetto. E' arrivato alla fine di questa sua prima esperienza, tagliando felice il traguardo di Piazza del Popolo a Faenza e consapevole di aver compiuto un'importante esperienza.
Quello che segue è il suo racconto profondo ed intimo, più centrato sull'esperienza compiuta che sul suo aspetto meramente performativo, anche se non sono d'accordp con lui quando dice di sé "Non sono e non sarò mai un atleta...".
In verità, chi affronta la 100 km del passatore, contando solo sulle proprie forze (e su ciò che fornisce l'organizzazione) compie un'impresa non da poco e memorabile che, specie la prima volta, rimarrà per sempre impressa nel cuore e nella mente: un'impresa non da atleta, ma forse equirabile - 
per alcuni aspetti -a quella di un eroe della mitologia, che si sottopone ad una prova iniziatica o a un rito di passaggio, dopo il quale il proprio rapporto con il mondo non sarà più il medesimo, così come il pellegrinaggio nei luoghi santi era lo strumento principe di un percorso di trasformazione personale (e forse anche un'esperienza di morte-rinascita).

Molte sono le vie che conducono alla 100 km del Passatore e, in questi molteplici percorsi, ciò che conta è il viaggio non la meta (come giustamente afferma Andrea, citando Claudio Magrisi): e, dunque, proprio per questo il viaggio che conduce ogni singolo runner a tagliare il traguardo sito al centro della manfreda Piazza del Popolo di Faenza, comincia spesso molto, ma molto prima, sia in termini di chilometri da percorrere sia in termini di tempi e di attesa.
E l'esperienza del viaggio va bevuta sino in fondo, va assaporata, centellinandola - non certamente ingurgitandola come fanno coloro che si polarizzano inmodo ossessivo soltanto sul traguardo finale e che, in nome di quell'obiettivo, si consentono di edulcorare l'esperienza e di renderla più comoda con molte e fantasiose forma di assistenza personalizzata. 
Per la cronaca, Andrea Furlanetto, è stato finisher della 40^ edizione della 100 km del passatore, in 12h40'07, ma è significativo - e in piena armonia con ciò che scrive - che egli del crono finale non faccia menzione in nessun punto del suo racconto. 

Andrea Furlanetto a Faenza lieto della sua condizione di finisher(Andrea Furlanetto) Ho atteso un mese esatto per scrivere alcuni pensieri sulla mia prima partecipazione alla 100 km del Passatore. E’ stata un’esperienza molto intima e profonda, tanto che scriverne sembra quasi un controsenso. Mi sono risolto a farlo perché me lo ha chiesto Maurizio, una persona che stimo profondamente per la sua intelligenza e per l’ironia con cui attutisce l’impatto significativo che la sua cultura ha sull’interlocutore.

Il "mio" Passatore ha avuto inizio nel 1976, poco dopo il terremoto del Friuli. Abitavo a Trieste ed in quel periodo i miei genitori mi concedevano qualche deroga alla regola di andare a letto presto. Passavano un po’ più di tempo con me dopo cena, probabilmente per rassicurarmi. Una sera mio padre ed io ci ritrovammo per caso a guardare un resoconto del Passatore. Non saprei dire se si trattasse dell’edizione di quell’anno o di quella dell’anno precedente. Ricordo che mi impressionò molto il coraggio di queste persone che valicavano nottetempo l’Appennino contando solo sulle proprie forze per compiere un viaggio di 100 chilometri.

Mio padre morì nel 2003, dopo due anni difficili, alle prese con una malattia che condizionava pesantemente i suoi ritmi di vita e che si dimostrò incompatibile con il suo desiderio di libertà e autonomia. Riflettendo sui suoi ultimi mesi, spesso penso che abbia scientemente accelerato la sua morte.
A distanza di nove anni, otto dei quali passati a consumare scarpe da corsa, ho pensato che fosse venuto il tempo di pagare quel debito che avevo contratto a con me stesso tanto tempo fa.

Durante i mesi trascorsi dalla notte di dicembre in cui mi iscrissi al Passatore, mi è tornato in mente spesso il concetto che Claudio Magris esprime così chiaramente in Danubio: il viaggio conta più della meta. Il mio viaggio verso Faenza è stato emozionante e la fatica è stata solo fisica, mai mentale. La prima maratona dell’anno l’ho conclusa stringendo forte la mano di una persona cui sono molto legato, poi sono passato per altre quattro stazioni, ed in ognuna di esse la fermata ha permesso di caricare insegnamenti, emozioni, incontri, soddisfazioni (più emotive che sportive, beninteso). Insomma, un piccolo stralcio di vita, spesso parallelo a quella principale, perché mia moglie ha una viscerale avversione per la corsa e molte delle mie gare restano segrete.

Questo itinerario, a volte tortuoso ma coperto con serenità, mi ha condotto sabato 26 maggio a Firenze, pieno di rispetto per la distanza, tuttavia pronto ai necessari sforzi per arrivare in fondo. L’aspirazione di arricchirmi di un’esperienza e l’assoluta mancanza di un obiettivo cronometrico hanno avuto come logica conseguenza la decisione di predisporre un unico cambio sulla Colla di Casaglia (maglia leggera a maniche lunghe, lampada frontale e fascette catarifrangenti) e di basarmi solo sui rifornimenti ufficiali. Ho dovuto rifiutare quasi scortesemente l’aiuto che il carissimo Giuseppe mi ha offerto, ma so che ha compreso perfettamente quali fossero le ragioni e che sa quanto mi siano piaciute quelle chiacchiere al ristoro di San Cassiano, l’unico nel quale ci siamo ritrovati.

D’altra parte, per chi come me percorre 30 e più chilometri bevendo l’acqua delle fontanelle pubbliche dei paesini attorno a casa, i ristori del Passatore sono sontuosi e la loro frequenza è più che adeguata. Oltre alla ricchezza ed alla varietà di cibi e bevande, quello che colpisce è il sorriso dei volontari, la prontezza con la quale reagiscono a qualsiasi richiesta ed il piacere con cui offrono ciò di cui dispongono. Ivi compreso il the bollente che mi ha ustionato la bocca a Fognano, ma la ragazzina che lo porgeva era perentoria e suadente allo stesso tempo: inutile provare a resisterle.

Queste persone mi hanno quasi drogato con la loro passione: credo sia grazie a loro se, alla vista del cartello del 60° chilometro l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata “Manca solo una maratona, e ne ho già fatte tante”, salvo dopo richiamarmi all’ordine, intimarmi maggiore prudenza e stupirmi di uno stato mentale talmente positivo da essere – probabilmente – irripetibile.

Se c’è qualcosa che non funziona, in questa corsa meravigliosa, ricca di panorami e di storie straordinarie da ascoltare e raccontare, è la cultura di molti partecipanti. Vorrei che si rendessero conto che l’auto in appoggio non serve, che non sanno quanto ci si sente forti a fare questa corsa senza orologio, che perdono un pezzo importante di esperienza, che l’abbraccio dei figli, dei compagni di vita e degli amici provoca brividi fortissimi anche e soprattutto dopo aver raggiunto il traguardo. Tra qualche anno spero di poter tornare a percorrere la Faentina con le mie gambe, spero di rivedere quel cartello sull’ultima rotonda che recita ‘FIRENZE 100’ e pensare: “Sì, lo so”, spero di trovare più compagni di viaggio e meno automobili. Soprattutto, spero di trovare Simone in piazza, già cambiato dopo la doccia, che mi aspetta con una birra fresca, anzi tiepida, perché sarà arrivato da cinque ore.

Non sono e non sarò mai un atleta, però avevo un debito con me stesso e l’ho pagato spostando gradualmente il mio limite.
Ora so per certo che la mente immagina le barriere, poi le eleva e infine le abbatte, mentre il corpo non può fare altro che adeguarsi.

 

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26 giugno 2012 2 26 /06 /giugno /2012 08:43

Elena-Cifali-prima-della-partenza-2.jpgElena Cifali (ASD Movimento è Vita Gela) ha partecipato alla 6^ SuperMaratona dell’Etna che si è svolta sabato, 16 giugno 2012, concludendo la sua avventura in 7h31’.
E’ stata per lei un doppio upgrade rispetto alle precedenti esperienze podistiche dall’esordio nel mondo della corsa che l’hanno vista passare dalle gare più brevi, alla Mezza, alla Maratona, mettendoci dentro anche numerose gare di difficoltà diverse.
Un doppio upgrade, perché la Supermaratona dell’Etna si qualifica anche come gara 0-3000 – unica nel suo genere – poiché conduce i runner da 0 metri sul livello del mare (la partenza avviene dalla spiaggia di Marina di Cottone) alla quota di 3000 metri, quasi alla cima dell’Etna. 
Ma, nello stesso tempo, la Supermaratona dell’Etna, sia pure di poco sconfina nell’ambito delle Ultramaratone (in cui, tecnicamente, rientrano tutte le gare podistiche che vanno oltre i classici 42,195 km della maratona). 
Elena, dunque, in questa magica giornata, non solo ha corso da 0 a 3000 metri di quota, ma è anche entrata per la prima volta – e quasi senza accorgersene – nel reame delle Ultramaratone (che è nei suoi sogni poter esplorare).
E’ stato - come dicevamo - un doppio battesimo del fuoco, in cui Elena, su 16 donne partenti è stata l’ultima delle donne giunte al traguardo (8 le ritirate in corso di gara), ma non è stata l’ultima in classifica, visto che negli ultimi – fatidici – chilometri da Piano Provenzana ai 3000 metri di quota, ha superato una decina di concorrenti uomini.
Quindi non solo finisher, ma anche non ultima a tagliare il traguardo.
Nella carriera podistica di Elena, il 16 giugno 2012, rimarrà pertanto una data memorabile, quella di un doppio battesimo del fuoco.
Ma oltre all’aspetto tecnico, si deve aggiungere il “peso” emozionale della sua partecipazione ad una gara che ha visto la”piccola” Elena confrontarsi con “Sua Maestà” l’Etna e a concludere vincente il confronto: “Maestà sono arrivata alla tua Corte!”, paragonabile soltanto ad un’immaginaria scalata sino alla vetta dell’Olimpo dove dimorano gli dei degli antichi Greci: e non dobbiamo dimenticare peraltro che proprio i Greci ritenevano che all’interno del cratere dell’Etna dimorasse Efesto, il dio zoppo che forgiava i metalli e che conosceva i segreti del fuoco.
E fu così che, come tutti gli eroi dei miti e delle leggende, Elena Cifali, da quel giorno diventò “SuperElena” Cifali, pronta a vivere altre avventure e a raccontare altre storie.
Ed ecco il suo racconto.

(Elena Cifali) I Catanesi quando vogliono parlare dell’Etna dicono "Il vulcano" oppure “’a muntagna”Per me, l’Etna è sempre Sua Maestà.

Ricordo ancora la prima volta che lo vidi nel 1992, quando ancora fresca di diploma di ragioneria mi trasferii a Catania per iniziare gli studi universitari e coronare un sogno che forse era più quello dei miei genitori che non il mio.

Elena Cifali con Era un giorno d’estate. La Madre superiora del Collegio di suore francescane - nel quale rimasi ospite pagante per due anni- mi accompagnò al primo ingresso nella stanza che avrei diviso con altre fortunate. Il mio primo gesto (forse per fuggire da un luogo che in quel momento non sentivo mio) fu quello di aprire le pesanti imposte di legno ed affacciarmi. Vidi uno spettacolo che non potrò mai dimenticare: l’Etna. Bello, fumante, nero, maestoso. Rimasi per qualche minuto ad osservarlo e da quel momento guardarlo al mio risveglio è un rito al quale difficilmente rinuncio.

Ed eccolo, oggi, Sua Maestà, ancora una volta davanti a me: è come se fissasse i miei occhi azzurri e mi dicesse “Vieni su, ti sto aspettando da 20 anni!

Siamo sul mare, a Marina di Cottone: il mare è splendido, azzurro, gelato, limpido e cristallino e mi verrebbe voglia di tuffarmici dentro, ma conosco quant’è gelata la sua acqua e poi oggi si corre….
No, decisamente non posso fare il bagno!

Dietro la linea di partenza siamo quasi 150, pochissime le donne, tanti amici vecchi e nuovi, tante persone che mi conoscono e che mi salutano dimostrando un affetto sincero. Vicino a me l’inseparabile Salvo, il mitico Vincenzo, il buon Davide, il folle Piccione e il prezioso Luigi, ma non per ultimo il gigante buono: Pietro!
Già, Pietrone - come lo chiamo io - venuto apposta da Roma per partecipare alla sua prima 0-3000, ha acquistato un “giocattolino nuovo”, una bella video camerina “frontale” che si piazza sul capoccione e con la quale inizia a riprendere ogni cosa.

Supermaratona Etna partenza con Elena CifaliFa caldo, molto caldo già dalle prima luci dell’alba e capisco da questo esordio che ci sarà da sudare, ma ancora non immagino quanto.
Ci siamo quasi, pochi minuti e si parte.
Si parte dalla spiaggia e devo fare molta attenzione a non fare entrare neppure un granellino di sabbia nelle scarpe.
Dopo lo sparo dello start, inizia la gara e con essa la festa.
Non vedo più i campioni, sono volati via veloci sull’asfalto mentre io e il mio gruppetto viaggiamo a velocità molto moderata, con parola d’ordine: “Risparmio energetico”. Seguo scrupolosamente i consigli di Davide, mi tengo vicina a Salvo, tengo d’occhio il Piccione e non mollo Luigi. Tutto bene: la salita si fa sentire quasi subito, inizio a bere immediatamente, le labbra si seccano presto e la gola arde.

Saliamo, saliamo ed ancora saliamo ad un passo costante, senza mai strappare, senza mai fare mosse azzardate. La più piccola fesseria ci comprometterebbe la gara e questo certo non lo vogliamo.

Lungo il tragitto e fino al 10° km ci segue in moto l’amico Claudio, si ride, si scherza, si parla, riesco anche a scambiare qualche parola con le signore anziane che si affacciano dalle loro abitazioni e che ci guardano con ammirazione. Di gare ne ho fatte tante, ma la cordialità e l’affetto che hanno dimostrato gli abitanti di Linguaglossa mi stupisce.

Prima del “traguardo volante” di Linguaglossa alzo gli occhi e vedo Ezio che mi saluta, gli consegno la macchina fotografica che avevo portato con me e continuo la mia corsa. Avere il su sostegno è stato molto utile, sia materialmente che psicologicamente. Gli do appuntamento ogni 2-3 km circa, anche se all’inizio me la cavo bene anche da sola.

La stanchezza inizia a farsi sentire, il caldo picchia forte e la pelle bagnata si abbronzerà pericolosamente, lasciando sul corpo il segno della magliettina e del pantaloncino.

Dopo il 15° km il mio gruppo si sfalda: Pietro e Vincenzo sono rimasti indietro, il Piccione e Davide sono volati via, Luigi ha concluso a Linguaglossa, chiedo a Salvo di lasciarmi e di andare via: “Io me la so cavare, tranquillo, arriverò”, lo saluto e lo vedo ancora una volta allontanarsi.

Da ora in poi sono sola. Inizia così la mia gara.
La strada diventa più dura, si inerpica, tornanti su tornanti ed ognuno di loro sembra schiaffeggiarmi.
Al 19° km faccio fatica a correre, i miei passi sono lenti e pesanti, potrei forzare e tirare ancora per un paio di chilometri, ma non oso farlo perché voglio sfruttare solo l’80% delle mie riserve.
Questa non è la classica maratona, per correre la quale ho imparato a conoscermi e a sapere cosa posso e cosa non posso chiedere al mio fisico. Qui, invece, sono di fronte ad un territorio ignoto e non so cosa mi aspetta fino al 43° km. Quindi, decido di camminare.
Davanti a me tre donne - tutte all’apparenza più fresche ed allenate - più sicure, ridono scherzano e si tengono per mano, ma nessuna di loro riuscirà a salire fino al traguardo, a dimostrazione del fatto che questa è una gara che riserva molte sorprese. Con me, invece, solo il silenzio, e il rombo dei motori dei mezzi degli assistenti.

Inizio a guardarmi attorno, mentre cammino a passo svelto e sciolto.
Il paesaggio è spettacolare, a tratti si vede il mare che si sposa con l’orizzonte, il profumo dei fiori di ginestra è inebriante, ma a farmi compagnia ci sono centinai di mosche che mi danno noia, come a tutti i corridori. Motteggiando tra me e me,  penso che forse iniziamo a puzzare di morto e che loro – le mosche - fanno festa prima di iniziare il banchetto !

Mi abbandono ai miei pensieri ed inizio a pensare a mio marito, a mio figlio.
Non so come mai ogni volta che corro mi torna in mente mio nonno, al quale nella vita di tutti i giorni non penso quasi mai.
Penso a ciò che sto facendo e a quello che vorrò fare e mi perdo felice in un turbinio di emozioni.

SuperElena con Giorgio CalcaterraPasso dopo passo sono quasi al 29° km, quando Ezio mi porta Luigi, che sceso dalla moto, inizia a farmi compagnia. E’ stata una sorpresa graditissima, sono sola da tanto tempo e inizia a farmi male la schiena.
E’ un dolore pungente, all’altezza dei reni, ma riesco ancora a controllarlo.
Con Luigi proseguiamo gomito a gomito fino al cancello di Piano Provenzana, dove mi cambio le scarpe e mi faccio spruzzare un po’ di ghiaccio spray sintetico sulle ginocchia e sui polpacci doloranti.
Saluto Ezio e, incamminandomi sullo sterrato, che per 10 km mi porterà a quota 3000 inizio a pensare: “Vabbè Elena, ormai il grosso è fatto, adesso sarà tutto più semplice”.

Macchè! Adesso, dopo aver fatto 19 chilometri di corsa, 14 di camminata veloce, dopo aver sofferto il caldo ed il sole, dopo aver fatto i conti con le mosche e con i miei pensieri, inizia il bello!

La salita è terribile, l’Etna mi schiaffeggia, le mie scarpe affondano nella morbida sabbia vulcanica e, a volte, ho l’impressione di fare passi a vuoto, e quando ciò succede, è come se mi trovassi sempre ferma allo stesso punto.
Il primo chilometro, dopo Piano Provenzana, l’ho fatto molto lentamente, quasi in uno stato di trance: ancora non mi rendevo conto, non immaginavo nemmeno lontanamente cosa mi aspettasse ancora.
Nella mia testa ero arrivata al passaggio di Piano Provenzana, e invece adesso mi rendevo conto che la gara – malgrado i chilometri già percorsi - era solo all’inizio.
Già, solo all’inizio perché col cambio delle scarpe mi sono dimenticato del dolore alle piante dei piedi, ma il dolore alla bassa schiena si è riacutizzato, diventando davvero forte e sempre meno gestibile.
E’ stato qui che, dopo 9 anni, mi sono ricordata come se fosse ieri, dei dolori sofferti durante il parto: identici (almeno nei miei ricordi) ed allora mi sono detta, parlando a voce alta, tanto qui su non mi sentiva nessuno: “Elena, così come hai dimenticato quelli del parto, dimenticherai anche questi, e domani vorrai essere di nuovo qui!

Tutto intorno a me è pietra nera e grigia, piccoli cumuli di neve e tanti, tanti tronchi d’alberi, d’un bianco spaventoso, dall’aspetto irreali, sembrano calcinati dal calore, mo non carbonizzati dal fuoco dell’eruzione del 2002: le loro radici annegarono nella lava e i loro rami spogli e bianchi si innalzano verso il cielo come poveri cristi a chiedere pietà.

Sono al 34° km, vedo un corridore davanti a me, ci separano ad occhio e croce 300 metri ed allora inizio un giochino che faccio spesso quando corro: “Ora lo vado a prendere, al limite rimango con lui e ci scambio quattro chiacchiere e ci confortiamo a vicenda”. Grazie a questo giochino ne passo una decina circa, finché non mi accorgo che davanti a me, con passo lentissimo e succube di dolori lancinanti alle gambe, c’è Davide. Non lo riconosco subito, lo chiamo per nome e gli chiedo cosa ci faccia lui ancora li. Ezio mi aveva detto che lui e Salvo erano passati molto prima di me. Qualcosa è andato storto, qualcosa non ha funzionato. Vorrei aspettarlo, fargli compagnia, ma il suo passo è troppo lento e decido, pur a malincuore di andare avanti.

Via il 39° km, il 40°, il 41°, i chilometri adesso passano svelti e nella confusione creata dalla stanchezza penso di essere quasi arrivata: ne dovrebbe mancare solo uno all’appello…

In realtà, al cartello che segna i 42 km, mi sveglio dal mio torpore e ricordo in un lampo che questa è la Supermaratona dell’Etna di 43 km! Porca miseriaccia! Pensavo d’essere arrivata e, invece, ne devo percorrere ancora uno. Il più terribile.
Ma quest’ultimo che mi rimane, lo faccio ridendo: ho il sorriso stampato sulle labbra, sono in perfetto orario, sto bene, mi sento una leonessa, sono felice, euforica, vado incontro agli amici che sono arrivati molto prima di me e che mi incitano, dimostrandomi il loro affetto. Se non avessi il cuore di pietra mi scioglierei in un pianto liberatorio.

Mancano solo 100 metri e mi sento chiamare da colui che mi ha preparata a questa avventura: è il mio amico Salvo Crudo, alzo le braccia in un gesto di esultanza e di liberazione, passo sul tappeto, sento il bip del cip e il mio nome – Elena Cifali - che viene pronunciato dallo speaker. Che emozione! Sono arrivata in cima al vulcano! Eccomi Sua Maestà Etna, eccomi mio caro, visto da qui non mi sembri più tanto spaventoso, siamo diventati amici io e te; e per dimostrarti quanto bene ti voglio oggi ti ho portato 150 amici!

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23 giugno 2012 6 23 /06 /giugno /2012 22:33

Ciro di Palma Milano24 da staffettistaRSi è svolta tra il 9 e il 10 giugno scorso la Milano24 (cui era abbinata una 6 ore – la Milano6 – e una Staffetta 24X 1 ora – la MilanoXTutti – all’insegna della solidarietà.
Anche Ciro Di Palma c’era: non per partecipare ad una delle due ultramaratone in programma (tra l’altro, essendo nell’imminenza di una altro imminente appuntamento ultra-podistico – il Giro del Lago Balaton in Ungheria). Ciro é stato presente con grande senso di solidarietà sportivaper tutta la durata della manifestazione, pur correndo solo una frazione della gara a staffetta.
Quello che segue è il suo resoconto sulla manifestazione, di cui illustra i tantissimi aspetti positivi, non rinunciando ad esprimere tuttavia qualche notazione critica ai fini di un miglioramento della gara, in vista di una possibile assegnazione del Mondiale 24 ore, forse nel 2015.
Ecco il suo articolo.

(Ciro Di Palma) Dopo la catastrofe sismica che il nostro paese ha subito in questi giorni, era obiettivamente difficile organizzare una gara come il Campionato italiano 24 ore, arricchito da una 6 Ore e da una staffetta 24x 1ora (MilanoXTutti). Non era facile, ripeto, da due diversi punti di vista: il primo logistico e il secondo economico.
Allestire una manifestazione del genere, vuol dire dotarsi di infrastrutture mobili come tende, avere a disposizione tanti lettini o brande per far riposare gli atleti durante la notte o quando la stanchezza inizia a far capolino, disporre di molti volontari che gestiscono i ristori e, all’occorrenza, in determinati orari, forniscono dei pasti caldi; purtroppo - e giustamente - gran parte di tutto ciò è stato convogliato nelle zone di maggior bisogno e, per far fronte a questo drammatico imprevisto, gli amici meneghini hanno dovuto dare il meglio di se stessi affinché tutto andasse per il giusto verso.
Alla fine non ho sentito uno di noi che si lamentasse di qualcosa ed eravamo tutti contenti.
E’ stata approntata una kermesse minimal, ma l’impegno mostrato dal Road Runners Club Milano è stato, ripeto, encomiabile. Certo, una critica o forse più di una gli va pure mossa, ma sempre nell’ambito di un futuro miglioramento stante la loro volontà di preparare un Campionato del Mondo della 24 ore nel prossimo futuro [probabilmente nel 2015].
Una cosa da rivedere è sicuramente il percorso, troppo stretto per ospitare tanti atleti e un po’ pericoloso, se, come nel caso di sabato, sul tracciato gareggiano podisti che girano a velocità diverse per la presenza di tre gare in una sola kermesse.
Tracciato poco scorrevole nella parte interna al parco, presenza di curve secche e di rapidi cambi di superficie. Secondo me si potrebbe trovare qualcosa di meglio [o comunque studiare delle varianti - NdR].

Un’altra cosa sbagliata – a mio avviso - è stata quella di proporre un Campionato italiano a giugno [ma sono state esigenze di calendario, più che altro, anche se in linea generale non si può che essere concordi con Ciro, aggiungendo come correttivo che, in genere, la valutazione si fa più che sulla singola prestazione, sulla carriera e sull'evoluzione del singolo atleta - ndr], quando per un atleta desideroso di realizzare una prestazione di rilievo era fine aprile il limite di tempo per presentare un certo risultato alla Federazione per essere preso in considerazione dalla Nazionale per i mondiali di settembre.
Come me, tantissimi altri amici, hanno “snobbato” la corsa lombarda per questo motivo ed hanno virato su altre manifestazioni. Vedere solo un manipolo, seppur qualificato, di atleti alla partenza ha dato meno lustro agli organizzatori.

Certo, poi, c’è stata la gara delle 6 ore e della staffetta a rimpolpare, “drogando” i numeri;  però, se contiamo i partecipanti che lottavano per il titolo nazionale, non è che ci sia stata un’invasione (meno di 30 i partenti). Peccato.
Si potrà parlare di calendario saturo, ma credo che qualche accordo si sarebbe potuto e dovuto trovare in virtù dello status della gara.

Sono giunto al parco Sempione di Milano circa un’ora prima della gara e l’atmosfera era quasi surreale.
Poca gente, ancora quasi tutto in allestimento e molto ancora da mettere a posto.
Ad un certo punto mi sono anche chiesto se non avessi sbagliato il posto di ritrovo e il punto di partenza.
A poco a poco, tutto però è stato messo in ordine ed è arrivato l’orario dello start.
La gara è partita con un tiepido sole e ha visto subito la fuga di Daniele Baranzini per gli uomini.
Ciro di Palma e Rossella Verzeletti byMaurizioCrispiMolto concentrato e sicuro di sé va è andato avanti col suo passo anche bello da vedere, mentre tra le donne una splendida Ilaria Fossati ha preso la la testa della gara.
Man mano che le ore trascorrevano, le condizioni meteo andavano peggiorando e durante la notte (a partire dalle 21.30 circa) un vero nubifragio s'è abbattuto nei pressi dell’Arena Civica rendendo molto più difficile la corsa degli atleti già provati dalle tante ore di corsa. La gara femminile vivrà di tante emozioni, la Fossati si ritirerà per un problema ed in seguito prenderà la leadership della gara una sempre sorridente Rossella Verzeletti, all’esordio sulla distanza.
La classifica finale femminile sarà: Verzeletti, Ardau e Agostini.
La gara maschile, invece, vedrà il sorpasso di Paolo Rovera nelle ultime ore di gara ai danni di un provato Baranzini, alla fine secondo, e poi una splendida terza posizione da parte di Stefano Montagner.
Dispiace che dei problemi abbiano privato la gara di uno protagonisti della vigilia, Vito Intini, forte atleta pugliese.
Una gara spettacolare è stata anche la 6 ore che, partita nel pomeriggio, ha dato vita ad uno splendido testa a testa tra Capponi, Ascoli e Bonfanti per la prova maschile, mentre in quella femminile una splendida Ilaria Marchesi ha avuto la meglio sulla francese Hyvernaud e sulla Aiazzi.
Molto bello e toccante è stato quando alla premiazione la Marchesi si è presentata con la bandiera di Crevalcore, la sua terra, uno dei posti più maltrattati dal terremoto.
E’ stato questo il modo di far sapere a tutti che Crevalcore c’è e ci sarà e noi tutti insieme a loro.
In questa festa dell’ultramaratona lombarda c’era anche la gara della staffetta 24 x 1ora.
Cinque squadre composte da ventiquattro atleti che si davano il cambio ogni ora.
I team erano le associazioni onlus: La Via della Felicità, Vivi down e il Tapa Team del dott. Sorriso.
Le altre due squadre erano Gazzetta Runners Club e Road Runners Club Milano.
Molto bello è stato il lavoro svolto dai volontari dell’associazione La Via della Felicità che durante la manifestazione hanno distribuito al pubblico e agli atleti presenti l’ormai noto opuscolo “La Via della Felicità”, il codice morale laico scritto da Ron Hubbard, che viene utilizzato ormai in tutto il mondo per sensibilizzare la società a fermare quel declino morale che ogni giorno viviamo.
Una guida per una vita migliore che anche io ho deciso di utilizzare da qualche mese.
La cosa che mi ha fatto enormemente piacere che l’intera manifestazione sia stata all’insegna della solidarietà e che sia servita per divulgare un messaggio positivo.
Io ho partecipato alla staffetta entrando in gara alla terza ora, ho corso un po’ più di una quindicina di chilometri e mi sono divertito tantissimo.
Dopo sono rimasto per tutta la durata della manifestazione al parco ad incitare tutti gli amici che erano in gara e che vedevo soffrire. Facevo il tifo per tutti e non poteva essere altrimenti essendo io uno di loro. Sapevo quello cosa stavano provando in quei momenti, leggevo i loro pensieri, li guardavo dentro, m’immedesimavo nella loro corsa, la mia anima era lì che correva con loro che sono i miei avversari di sempre quando gareggio.

Avversari per modo di dire, perché tra di noi c’è amicizia, quella che mi ha portato ad esultare per una probabile convocazione in nazionale di uno di loro e che mi ha fatto emozionare quando ho visto il pianto finale di Baranzini.
Credo che il segreto della bellezza dell’ultramaratona sia proprio in questo, nel sentimento di amicizia che lega gli atleti ed il sapere che nel caso di bisogno si possa sempre contare sull’aiuto di un altro.
Un altro aspetto che in questi due giorni mi ha arricchito tantissimo è stato il parlare con tante persone che mi chiedevano delle mie gare.
E’ sempre bello sapere che tanti ti seguono e leggono interessate quello che scrivi. Incontrare e poi anche confrontarmi dialetticamente con persone come Maurizio Crispi, fine intenditore di corse ultra, e Gregorio Zucchinali, presidente IUTA, è stato per me la ciliegina sulla torta.
Una menzione particolare e speciale va al Mitico Marco Airaghi conosciuto nell’ambiente come il Capitano Scatenato.
Con la sua presenza ha dato un tocco di colore e di calore umano in più a tutto l’ambiente. Un grazie va agli organizzatori, i Road Runners Club Milano, anche se devono migliorare alcuni aspetti per poter ambire all’assegnazione del mondiale.

 

Foto di Mauizio Crispi

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23 giugno 2012 6 23 /06 /giugno /2012 08:08

Francois-Pierdet_6-ore-di-Spoleto.pngFrançois Pierdet ha partecipato di recente alla 1^ edizione della 6 ore di Spoleto (svoltasi il 2 giugno scorso). Podista duttile ed amante anche dei trail, François Pierdet, a Spoleto, si è cimentato per la prima volta con un'Ultra "a tempo". Per lui, obiettivo quasi raggiunto, esperienza felicemente compiuta e gara archiviata nel bagaglio delle esperienze compiute.
Ecco, di seguito, il suo contributo.
(François Pierdet) Era da un po’ di tempo che volevo provare a correre una gara "a tempo" e l’occasione mi si è presentata a Spoleto: la prima edizione della 6 Ore di Spoleto è stata dunque anche la mia prima 6 ore. Presa la decisione di partecipare, mi sono iscritto con l’amico Fabio Z. (anche per lui sarebbe stato l’occasione di andare per la prima volta oltre la maratona…).

La data si è avvicinata rapidamente e purtroppo non sono riuscito ad allenarmi come avrei dovuto (e voluto), preso dal lavoro e dai compiti della prima media (…) e l’unico "Lungo" che mi è riuscito di fare è stato in occasione dell’Ecomaratona dei Marsi. Dopodiché mi son dovuto accontentare di qualche giro "al biscotto" e di gare brevi nelle quali, tra l’altro, ho ottenuto buoni riscontri di velocità… Insomma, la preparazione adeguata non c’era proprio (anzi…), ma in tanti mi hanno detto che in questo tipo di gara la testa conta molto di più e io, da questo punto di vista, mi sentivo forte e motivato… Proprio per questo motivo mi sono prefissato, dichiarandolo, l’obiettivo da raggiungere: 60k.

La competizione, organizzata dall’Atletica Spoleto 2010, prevedeva anche la classica maratona e in tutto siamo un centinaio a prepararci per affrontare i primi giri sotto un sole molto caldo.
Il percorso è un circuito stradale, di 1.081 mt, che costeggia la Rocca Albornoziana, offrendo un panorama stupendo sulla città e suoi monumenti, sul ponte e sulla natura umbra. Lì ritrovo l’amica Patrizia M., esperta ultramaratoneta (ma anche Francesco C.) che mi presenta quasi tutti i concorrenti: mi rendo conto che sto entrando in contatto con un mondo nuovo.

Mentre Fabio fa un giro per scoprire il circuito preferisco starmene tranquillo all’ombra e bere, perché la temperatura è piuttosto alta.

Qualcuno ha detto che faceva troppo caldo e che partire il pomeriggio era complicato, ma credo che sarebbe stato ancora peggio partire alle ore 08:00 e finire le ultime 2 ore con quel caldo.

Alle ore 14:00 si parte e cerco di trattenere il mio solito entusiasmo e di non andare troppo veloce: nella prima ora percorro quasi 12 km - ed anche nella seconda - e mi dico che sto andando bene, ma in realtà è già troppo veloce e avrei dovuto capirlo perché ho superato tanta gente nelle prime tre ore. Me ne renderò conto, quando alcuni - parecchi - mi supererano a loro volta nelle ore successive…

Il percorso si rivela abbastanza difficile (anche se in realtà non lo posso cmparare ad a quello di altre gare simili, visto che è la mia prima 6 ore), perché c’è una salita non ripida ma piuttosto lunga mentre la discesa è molto più breve; poi, ci sono tanti turisti che ogni tanto obbligano fare un po’ di zig-zag (anche perché lo fanno loro il zig-zag essendo venuto alla Festa Internazionale del Vino...); però questo clima di festa aiuta a far passare i giri.
Ed infatti non mi sono per niente annoiato a girare su questo stesso breve percorso perché, oltre alla vista e agli spettatori che ogni tanto si trasformano in tifosi, col passare del tempo sono cambiati i compagni di viaggio, la luce e naturalmente le mie condizioni fisiche e mentali.

Dopo i primi 30 km ho deciso di fare la salita camminando velocemente e cercando, intanto, di bere e/o mangiare… A questo proposito, direi che ho sbagliato la gestione dei rifornimenti (andrà meglio la prossima volta…), perché ho bevuto e mangiato troppo, ma ritrovare il tavolo ogni chilometro è stata una tentazione alla quale non ho saputo resistere abbastanza!

Ricordandomi dei consigli ricevuti ho provato a non guardare il tempo che passava (e che rimaneva), concentrandomi soltanto sul computo dei chilometri, come si fa in una gara “normale”: Buono l'intendimento, ma non è stato così facile…

Man mano che passava il tempo il mio ritmo rallentava e qualcuno che avevo superato mi riprendeva (come per esempio la vincitrice o anche Patrizia), senza citare naturalmente quelli che poi saranno i primi classificati: io intanto però continuo a mia volta a superare qualcuno (compreso l’amico Fabio…) e devo dire che questo continuo superare ed essere superato è piacevole e anche stimolante!

La quinta ora è stata per me la più difficile, perché la stanchezza accumulata era già tanta e non si vedeva ancora la fine.
Invece i miei ultimi 15/20 minuti di gara sono stati la conferma che la testa è molto importante in una gara a tempo, perché per riuscire ad avvicinarmi al mio obiettivo (anche se ero cosciente che non era ormai più raggiungibile) ho trovato le forze per “accelerare” di nuovo pur essendo molto, molto provato (basta vedere la foto!)

Pur non essendo riuscito a centrare pienamente il mio obiettivo, sono comunque soddisfatto (essendomi classificato primo di categoria e avendo riportato a casa una bellissima confezione di miele), anche perché sono convinto che si tratta di una gara alla mia portata (con, in futuro, una migliore gestione della gara e soprattutto allenamenti più adeguati): mi sono stati attribuiti 58,374 km anche se credo che ci sia un piccolo errore perché corrispondono esattamente a 54 giri mentre mi sono fermato circa 340m dopo l’arco della partenza…

Nel partecipare a questo tipologia di gara c’è, infine, un aspetto da non trascurare importante per chi, come me, è accompagnato: ad ogni giro si può ricevere una parola, un sorriso, un incoraggiamento.
Grazie alle caratteristiche del percorso e all’organizzazione mio figlio Cri ha potuto fare 5 giri un po’ con me, un po’ con Fabio (chiedendoci “Ma perché non andiamo più veloce?”)!

Ringrazio anche Denise Quintieri che ha fatto un servizio fotografico incredibile!

Per informazione il vincitore, Matteo Luzzi, ha corso 72,657km (il secondo è arrivato a quota quasi 67 km…) e la vincitrice, Lorena Piastra, 61,491 km.

Insomma è stata un'ennesima bella esperienza di corsa e sono decisamente molto contento di aver partecipato: anche se non ci siamo praticamente mossi dalla Rocca è stato un vero e proprio viaggio!
E pensare che qualcuno lo fa per 8, 12, 24 ore e … 6 giorni!

Ma ora è tempo di pensare ad un’altra avventura…


 

Vedi anche il seguente articolo:

6 ore di Spoleto (1^ ed.) Mattteo Luzzi e Lorena Piastra i vincitori di questa prima edizione

 

 

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17 giugno 2012 7 17 /06 /giugno /2012 12:22

Si avvicina a rapidi passi la Monza-Resegone 2012. Tantissime le terne iscritte e in alcuni casi, delle Società podistiche presentano diverse terne. Quindi, alla partenza ci sarà competizione tra le singole terne, ma anche tra le terne appartenneti ad una stessa società podistica.
Molta competizione, ma anche molto divertimento, tanta solidarietà. E' chiaro che, in preparazione, le terne - specie se se non si sono già sperimentate in quella combinazione - devono allenarsi molto per calibrare le rispettive capacità individuali.
Questo è il resoconto di uno degli allenamenti della "Terna RB Vintage".
(Sergio Colombini, ASD Runners Bergamo) stamattina ci siamo ritrovati a Comun Nuovo per una corsetta di scarico, alla fine saranno stati 19 km di sterrato...
Non il massimo per le mie caviglie, ma tant'è questo è quello che passava il convento. Oltre alla terna e a Dario nostro allenatore superstite c'erano diversi altri RB tra i quali giova ricodare la nostra mitica Franchina Conese che ormai vedo 4/5 volte all'anno, appunto a Comun Nuovo e alla "pizzata" post-riunione. Un bel modo per tornare agli antichi fasti quando maratonava alla grande. Dai, Franchina, ti voglio nuovamente sulla 42, magari a Firenze!

Sull'aspetto tecnico della corsa di oggi non c'è molto da dire se non che abbiamo tenuto il nostro ritmo di 5'40 fino a quando la nostra capitana ha iniziato a sentire i fumi dell'alcool, bevuto ieri sera, ed ha tirato i remi in barca (neppure il richiamo del DT al grido: "Sembriamo il gruppo vacanze Piemonte!" l'ha risvegliata...).
C'è invece molto da scrivere sull'incontro con alcuni rappresentanti di una delle terne RB favorite per la vittoria di squadra alla Monza-Resegone (sappiamo tutti che la "cosiddetta" terna Top o, forse, dovremmo dire "Ex-Top", visto che ha abbandonato per la paura di perdere la leadership della competizione interna).
Più in dettaglio il soggetto che corre belando mi ha proposto un'ingente ricompensa nel caso fossimo riusciti a mettere fuori gioco almeno uno degli avversari dell'altra terna.
Lui puntava su un'involontaria spintarella sul Pra di Ratt, ma ho spiegato lui  che i loro avversari ci raggiungeranno dopo pochi chilometri dalla partenza, visto che dovrebbero prendere il via circa 15 minuti dopo di noi.
A quel punto rimaneva solo la mina antiuomo, ma la cosa ci è parsa un po’ troppo crudele: pertanto, ho sdegnosamente rifiutato la proposta promettendo di non rivelare a nessuno l'episodio.
Ai posteri l'ardua sentenza.

Durante la tapasciata di stamattina abbiamo reincontrato Sir Marathon che ci ha svelato che, nelle pieghe del nuovo decreto sviluppo societario, è inserito un comma nel quale, a far data da lunedì 18 giugno, sarà severamente vietato superare "runner pensionati" durante le gare di lunga durata (dai 42,195 km in su, per intenderci).
Andrò a verificare la cosa perché secondo me questo non dovrebbe valere per i pensionati pubblici e pertanto per il ns mitticoooo.

Ora vi lascio tranquilli e vi rimando al prossimo comunicato che, salvo eventi straordinari, non sarà prima di martedì (per fortuna, diranno in molti).

Buona domenica a tutti.
Per la Terna RB Vintage
L'addetto stampa.

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12 giugno 2012 2 12 /06 /giugno /2012 21:57
Rossella Verzeletti 01


Ecco di seguito un originale e brioso contributo di Rossella Verzeletti, vincitrice della Milano24 (2^ edizione) che si è svolta a Milano, all'interno del Parco Sempione, dal 9 al 10 giugno 2012. 
E' veramente il sogno che spinge gli ultramaratoneti ad andare avanti e ad affrontare fatica e sofferenza...

(Rossella Verzeletti)   Scusate se i miei Sorrisi arrivano prima dei miei Pensieri.

Questa 24 ore quanto Entusiasmo... dal primo all'ultimo secondo.

Volevo ringraziare tutti quanti al più presto possibile, ma ero "Cotta Giusta Per Una Dormitina"  ...Quindi, adesso:

Grazie per la vostra collaborazione,

Grazie per la vostra disponibilità,

Grazie per il supporto nel momento della "Mia Crisi Mistica".

Milano Siete Stati Un Team Vincente.

Oa Ringrazio tutti i Compagni d'avventura

Montagner e Intini che Ridere... i miei due "bodyguard"....

Barrichelli Giulio, "il Treno Finale"...

Ciro e l'Inter... Evviva, almeno qui si Vince!!! Ahahah

Ilaria il Sole, Marinella la Notte, Alessandra l'Alba...

Agli Ordini!  Capitano Marco AiRaGhi...

Ma il Podio è Vinto da Alfredo Caramelli perchè ..io avrò fatto 161 giri, ma lui tifava pure quando io non giravo CoMpliMeNtI! 

ViTa MiA (come si definisce lui) ... ahahaha!, il Teo e la Mia Cc "SorellinaUltra" ...che adoro quando di fronte alla "Crisi Mistica" mi guarda...

Io Sgrano gli occhi e lei  mi dice: "Ma.. Ossignur ...in questi casi che si fà"  ...Ahahah!

Ti VoGlio Bene Fes.

Grazie per aver sognato 24 ore insieme a Me!

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4 giugno 2012 1 04 /06 /giugno /2012 08:59

I due moschettieri augustaniL'augustano (Siracusa) Nino Ermes Vacante ha partecipato, tra il 26 e il 27 maggio 2012, alla 100 km del Passatore (edizione del Quarantennale), concludendo la sua fatica nella manfreda Piazza del Popolo di Faenza in 14h58'12. Sono partiti in tre amici, ma uno dei tre "moschettieri" si è ritirato al 75° km (Marradi). Tutti e tre erano al loro esordio nella distanza e hanno scelto la "regina" delle Cento per cimentarsi. La loro decisione di partecipare è nata da lontano e si è sviluppata (e si è andata costruendo) con una scrupolosa preparazione che ha incluso anche dei sopraluoghi e degli allenamenti nei luoghi della gara, proprio per confrontarsi con alcune specifiche difficoltà del percorso della 100 km del Passatore.
Ecco di seguito il suo racconto.  
(Nino Ermes Vacante. Fonte: "Daniela e Dintorni"
Trasmettere le emozioni con le parole non è una cosa semplice, perché questa gara non è una semplice competizione podistica come tutte le altre a cui abbiamo partecipato ma ha un suo fascino particolare che per noi è unico:  correre per così tanto tempo e in particolare di notte al buio.

Per la cronaca abbiamo impiegato: 14 ore 58 minuti 12 secondi, siamo partiti da Via dei Calzaioli di Firenze alle ore 15 di giorno 26 e siamo arrivati in Piazza del Popolo di Faenza poco prima delle ore 6 del mattino del 27 maggio.

Siamo partiti in tre compagni di avventura: Piero Veca, Luca Lorenzon e io,  Luca al 75 km si è ritirato, per problemi di gambe e di stomaco, Piero e io, nonostante i dolori alle gambe, siamo giunti all’ambìto traguardo dei 100 km di Faenza.

Un’altra caratteristica peculiare di questa gara è che la prima metà è quasi tutta in salita, dal 5°km al 16°km si passa da 65mt l’uscita di Firenze verso Fiesole fino a Vetta le Croci a 518mt, poi una discesa di 16km fino a Borgo San Lorenzo a 193 mt e siamo al 32°km, poi la salita più ripida che con altri 16 km  porta al Passo della Colla a 913 mt e quindi con un dislivello positivo di 720 mt  si arriva al 48°km.

Da lì in poi sarà tutto un susseguirsi di discese e tratti pianeggianti con saliscendi per altri 52 km fino al 100°km di Faenza a 35 mt slm, attraversando paesini e frazioni dove sono posizionati i ristori ogni 5 km circa.

Se già correre 5 o 10 km può essere una cosa alla portata di molti podisti, correre per 15 o 20 km diventa piuttosto impegnativo, sempre per podisti allenati da anni, mentre arrivare a correre 25 o 30 km lo si fa soltanto in vista di una preparazione specifica per una maratona di 42,195 km; figurarsi poi superare i 40 o 50 km, cosa che è altresì impensabile. Che dire allora se si raggiungono i 60 km e poi i 70 km e poi gli 80 km e poi ancora i 90 km  fino alla fine i 100 km ? Cose da pazzi! [Roba da non crederci, eppure poi alla fine con coraggio e determinazione ci si riesce! ndr]

Classica è l’ora di corsa che molti podisti effettuano durante il giorno di allenamento, quando poi si decide di correre per 2 o 3 ore significa che si è un periodo particolare in cui si sta preparando sicuramente una maratona  e, quindi, qualcosa di più impegnativo, impensabile ai più di arrivare a correre per 4 o 5 ore in allenamento e questo noi lo abbiamo fatto per molte volte.

Alla 100 km del Passatore abbiamo corso e camminato per quasi 15 ore, inimmaginabile per i “comuni mortali”, tutte le salite le abbiamo camminato con un passo piuttosto spedito mentre appena la strada spianava o scendeva subito correvamo con una corsa piuttosto contenuta in modo da conservare le forze per raggiungere il traguardo tanto agognato.

Qualcuno ha detto che la 100 km del Passatore non è una classica 100km in quanto è una corsa a sé stante, molto particolare con molte salite e discese e in più si corre di notte al buio che può avere il suo fascino, ma personalmente a me ha dato noia per il fatto che non si vede alcun panorama, non si vede bene la strada che si percorre e anzi bisogna stare molto attenti al ciglio della strada per il rischio che con l’aumento della fatica si abbassa la soglia di attenzione, comunque nonostante la fatica immane siamo rimasti sempre molto lucidi e svegli, ce lo siamo imposti fin dall’inizio di questa avventura.

Chi ha corso almeno una maratona sa bene cosa significhi arrivare al 30° o 35° km durante la gara e trovare il cosiddetto “muro”, cioè le gambe non ne vogliono sapere più di correre e a volte neanche di camminare, bene, noi abbiamo avuto la stessa sensazione tra il 70° e il 75° km, solo che nella maratona restano soltanto 12 o 7 km all’arrivo mentre nella 100 se ne devono percorrere ancora 30 o 25 km e sembrano un'eternità: vi assicuro che abbiamo corso soltanto con la testa perché le gambe non c’erano più e non so proprio come abbiamo fatto a correre per altri 30 km senza gambe. Semplicemente, lo abbiamo fortemente voluto.

Un’altra considerazione ci tengo a farla, in quanto lo considero un messaggio da far arrivare a chi volesse intraprendere un’avventura del genere, Piero ed io ci siamo preparati per affrontare questa 100 km in particolare negli ultimi tre mesi percorrendo quasi 1000 km; alla fine, abbiamo raccolto il frutto del nostro lungo e faticoso lavoro.
Non è stata una gara improvvisata all’ultimo momento, ma studiata anche a tavolino nei minimi particolari: siamo andati ad allenarci anche lungo il percorso per saggiare le salite più ripide e simulare i momenti di forte stanchezza, sapevamo dove dovevamo cambiarci le magliette e i calzini, grazie anche al supporto del nostro amico Marco che è venuto con la sua macchina fin su al Passo della Colla, ci siamo attrezzati con le luci bianche davanti nelle mani e rosse dietro la schiena fissate alle cinture dei marsupi, i cerotti particolari per le vesciche, il cellulare e gli "euri" per le emergenze, il K-Way alla cintura per il freddo della notte, e tanti altri piccoli particolari che contribuiscono alla buona riuscita dell’impresa.

Un’ultima considerazione che si riallaccia alla precedente riguarda il notevole numero di ritirati (circa 400 su 1600 arrivati) che abbiamo visto nei vari punti di ritrovo dislocati lungo il percorso, in previsione di questo gli organizzatori hanno approntato in ogni punto di ristoro delle vere e proprie tendopoli come degli ospedali da campo dove i ritirati nell’attesa della fine della gara e dell’autobus che li porti all’arrivo li abbiamo visti a decine e decine dormire nelle brande da campo con le coperte fin sopra le teste, una scena spettrale mai vista prima, sicuramente con un forte impatto visivo fotografato dalla mente, vedere tutte queste persone totalmente coperte nel silenzio della notte che dormivano non è uno spettacolo che lascia indifferenti, non ultimo l’incontro nei vari sorpassi degli irriducibili e imperterriti che con passi da formica si ostinavano a raggiungere il traguardo tanto sognato, chi con le mani giunte a guardare il cielo, chi avanzava a zig zag e quindi facendo anche più strada, ma in quel momento era come ubriaco, altri con lo sguardo allucinato fisso nel vuoto.

 

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1 giugno 2012 5 01 /06 /giugno /2012 20:52

Ilaria Fossati - Ciro dDi Palma e Inge Hack. Foto di Maurizio CrispiAnche Ciro Di Palma (Reggio Events, M40) ha preso parte alla 40^ edizione del Passatore, arrivando al traguardo di Piazza del Popolo di Faenza in 10h25'50 e classificandosi 210° assoluto (37° nella sua categoria). 
Ma per lui - per il piccolo grande Ciro - non conta il riscontro cronometrico: Ciro valuta una gara di ultramaratona sulla base del livello di intima soddisfazione che percepisce dentro di sè, sia in corso d'opera sia dopo averla portata a termine.
E anche se Ciro Di Palma è un ultrarunner di valore intermedio (non nella sfera dei top, ma sicuramente brillante), tuttavia in lui è molto chiara una predisposizione interiore a vedere l'esperienza della 100 km e di altre ultramaratone molto impegnative come viaggio e trasformazione, come momento di raccogliemento e della memoria, come soglia da uno stato all'altro della mente e di metamorfosi interiori. E, sotto questo profilo, ogni gara ha prescindere dal tempo cronometrico, ha qualche di inestimabile da dare a quei podisti che abbiano il cuore per vedere ciò che è invisibile agli occhi.
Ecco il suo racconto.(Ciro di Palma) Ad una mia amica che, qualche settimana, fa mi chiese come fosse la 100 km del Passatore, io risposi: “Non posso dirti com’è, posso dirti invece cos’è! E’ una dura e fantastica emozione attraverso gli Appennini, un viaggio dentro te stesso”. Rimase così basita da questa mia affermazione che non proferì parola.
Quando, a qualche chilometro dall’arrivo a Faenza, domenica notte ha iniziato a piangere, in quel preciso istante ha capito cosa le volessi dire o, meglio, cosa le volessi trasmettere. Parlare di questa manifestazione, della leggenda e del fascino che l’avvolge è come voler dare un colore ai sogni, una voce ad un ruscello che scorre attraverso i fitti boschi; è un qualcosa di bello che trovar parole per descriver facil non è


Il Passatore è la storia della 100 km, il Passatore è "la" 100 km. Da qui sono passati i grandi, tutti hanno dato e tutti hanno ricevuto da questo cammino attraverso l’Appennino tosco-emiliano che vide le scorribande di tal Stefano Pelloni, meglio conosciuto come Passator Cortese, di cui anche Carducci scrisse. Si sono vissute tante storie, tutte diverse, ma con un comune denominatore: la gioia nel tagliare il traguardo a Faenza. 

Abbiamo abbracciato l’epopea del grande Calcaterra, visto la leggerezza della Carlin, il volare di Fattore, la potenza della Casiraghi, la saga dei Russi e poi ancora Sonia Ceretto, Paola Sanna, il grande Ardemagni, Maria Luisa Costetti, Sartori ed il mito brasiliano Valmir Nunez. Quest’ultimo, ritornato l’anno scorso per festeggiare il ventennale della sua prima vittoria, è arrivato in Romagna in lacrime. Se un uomo, un atleta, un grandissimo atleta come il santista, che ha vinto tra le altre gare la Spartathlon e la Badwater ultramarathon, arriva in piazza del Popolo piangendo, un motivo ci deve pur essere e questo motivo si chiama: "100 km del Passatore". 

Ho citato dei campionissimi, ma questa è anche la corsa di tutti, degli atleti normali, di chi è alla ricerca di un’emozione, di chi spera di trovare la pace dentro di sé, oppure di chi comunque vuole dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso. 

Quest’anno più di duemila persone si sono radunate a Firenze per la quarantesima edizione di questa 100 km e, a questo punto, mi chiedo se è il Passator Cortese che col suo richiamo cerca di sopravvivere dentro ognuno dei partecipanti, oppure se sono gli atleti che giungono e vogliono immedesimarsi nel Pelloni. 

Firenze, già piena di turisti, vede già dal mattino presto tutti questi atleti colorati e i loro accompagnatori, li accoglie in grembo e gli mostra le sue grazie. I dialetti si vanno a mescolare alle lingue dei tanti visitatori che guardano divertiti e tutt’intorno un’armonia di suoni echeggia facendo dimenticare il tempo che passa lentamente con qualche goccia di pioggia. 

Si vede mezz’ora prima della partenza un campione come Giorgio Calcaterra iniziare il suo riscaldamento, ma subito fermato dal mondo intero che cerca un autografo e magari una foto per immortalare il momento. Lui, con la squisitezza e l’educazione che lo contraddistinguono, non si nega a nessuno ed ha sempre un sorriso per tutti: fantastico! 

Io sono giunto a Firenze in mattinata, ho raggiunto gli amici dell’Associazione “La Via della Felicità” di cui sono testimonial e, mentre loro distribuivano, gratis, i libricini con i ventuno precetti per un buon vivere (alla fine tra Firenze e Faenza ne saranno stati distribuiti circa cinquemilacinquecento), illustravo agli amici che mi raggiungevano quale fosse il segnale che cercavamo di dare. 

Sono andato dopo un po’ a ritirare il pettorale e, a dir la verità, qualcosa di meglio si poteva organizzare visto l’elevato numero di partecipanti.
Verso le 13.30 ho iniziato a girovagare per le stradine antistanti via dei Calzaiuoli cercando la tranquillità, ma questa rimaneva una chimera perché, anche con immenso piacere, si materializzavano tantissimi amici che leggono i miei articoli e mi seguono sui social network. E’ stata tutta una festa, un interminabile scattare di foto, un divertimento assoluto. 


Alle 14.50 ormai siamo tutti li, sotto lo striscione della partenza, dall'atmosfera che si respira è facile rendersi conto che l’avventura sta per iniziare, qualcuno prega, altri ascoltano musica. Le autorità cittadine ci danno il loro saluto e tre, due, uno... si parte. 

Ognuno col suo ritmo, ognuno col proprio modo di correre. Io, come sempre in questo tipo di gare, che svolgo come allenamento per altre più lunghe, corro ad un ritmo tranquillo e chiacchiero con tutti.
Il mio sguardo presto si posa sullo spettacolo che da Fiesole si gode guardando verso la città. 


Mi fermo a tutti i ristori e riparto molto tranquillamente. Dato il mio incedere non velocissimo, tanti amici mi sopravanzano, ma i chilometri passano anche per me. Il tempo scorre ed arriviamo a Borgo San Lorenzo, il passaggio al traguardo volante mi vede felice e sorridente con la mia amica interista Rossella mostrare insieme una bandiera nerazzurra tra l’ilarità degli astanti e la gioia dei fotografi. 

Ancora un po’ e poi s’inizia a salire verso il passo della Colla, la "cima Coppi" della gara. La corsa si alterna a brevi tratti di passo e così fino al quarantottesimo chilometro.
Lì una festa ci aspetta, tantissimi spettatori applaudono, tanti clacson suonano. Mi fermo un po’ per il ristoro ed il cambio indumenti. 


Dopo una decina di minuti riprendo il mio passo verso Marradi, ci sono da correre una quindicina di chilometri e vengono superati con molta facilità. Prossima tappa San Cassiano e poi Brisighella. 

Il buio ha sopraffatto la luce, la notte ha inghiottito il giorno e la stanchezza inizia a prendere il sopravvento sulla freschezza.
Le luci dei paesi lontani, le lucciole e qualche animale non meglio identificato sono i compagni di strada di tutti noi, ormai assorti nei nostri pensieri. Le luci prima lontane e poi vicine dei borghi, insieme al calore dei volontari ai ristori, sono come manna scesa dal cielo per noi.
Ci danno coraggio, ci incitano e ci fanno capire che siamo anche noi i protagonisti. 


Accuso un po’ di stanchezza, non fisica, ma mentale. Un grave lutto, due giorni prima, aveva messo in discussione la mia gara.
Questo pensiero, il buio e la solitudine mi stavano facendo camminare un po’. All’improvviso però, giunge dalle retrovie, Luisa, una toscana con un carattere molto tosto dietro quella sua faccia d’angelo.
Mi chiede di correre un po’ con lei... Inizio a farlo e poi, come m’accade sempre, comincio a stare bene, dopo qualche chilometro non regge il passo e mi sprona ad andare. 


Ormai mancano diciotto chilometri e vedo solo Faenza.
Come lo squalo col sangue, così io col traguardo... Arrivo ad un chilometro dalla piazza, cinquecento metri e si materializza la figura del grande Emiliano che insieme alla Simonetta hanno seguito gli amici lungo il percorso, si complimenta e vado a tagliare il traguardo guardando il cielo, dedicando questa mia gara alla mia cara nonna che ha deciso di correre verso lidi più tranquilli proprio all’antivigilia della partenza. 


Ristoro tranquillo e complimenti agli amici che sono arrivati prima di me. Una delle cose più belle è stata quando mi ha raggiunto la moglie di Max che, felicissima e con una lacrima che le solcava il viso, mi ringraziava perché il marito aveva fatto una splendida gara, avendo dato ascolto a qualche mio piccolo consiglio. 

In pullmino verso la palestra: Là, mi aspettano una doccia e un bel sonno rigenerante fino al mattino, quando Massimo, al settimo cielo, mi raggiungeva e mi ringraziava per quello che avevo fatto per lui, dimenticando forse che a correre fosse stata la sua persona. Anche la mattinata con le premiazioni e la distribuzione degli altri opuscoli de La Via della Felicità passava tranquillamente, poi un sereno ritorno a casa. 

Qualcuno vuol sapere il crono finale? Per me è poco indicativo perché giudico la gara dal grado di piacere che provo nel correrla, comunque 10 ore e venticinque minuti.
Un tempo alto? No, un buon allenamento e tanta felicità. 


Vorrei ringraziare tutti quelli che rendono questa gara speciale, dagli organizzatori ai volontari, da chi sfida la notte per regalarci un applauso a chi monta dei ristori non ufficiali ma comunque pieni di leccornie, dagli atleti ai loro accompagnatori, anche se qualche volta sono indisciplinati e mettono a repentaglio l’incolumità altrui. 

Forse il troppo smog e la poca scorrevolezza nel ritiro dei pettorali le uniche due pecche.

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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