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24 dicembre 2012 1 24 /12 /dicembre /2012 13:19

Ecotrail-della-Ficuzza 2012 - Lara La Pera - Passaggio attorno al 7mo km - Foto di Maurizio CrispiLara La Pera (F35, Polisportiva Nadir) ha partecipato il 23 dicembre 2012 all'Ecotrail della Ficuzza, 12^ ed ultima prova del Circuito Ecotrail Sicilia 2012. Qui, pur ancora provata dalla sua partecipazione alla PisaMarathon 2012, appena una settimana prima, ha concluso la sua fatica in 2h29'47, alla spalle di Graziella Bonanno, vincitrice della gara rosa. Tra l'altro, su 186 classificati di entrambi i sessi, è stata la 58^ assoluta.
Ovviamente, la classifica - nelle gare trail e nel rispetto dello "spirito trail" - non conta poi davvero tanto: l'importante è partecipare, condividere e vivere l'esperienza, ma arrivare al traguardo "bene" è pur sempre una soddifazione in più.
Ecco di seguito il suo racconto che, per inciso, ci è giunto con una straordinaria temepestività, quasi da record. 
 

(Lara La Pera) Scampati indenni alla profezia dei Maya, ieri 23 dicembre 2012 più di 200 appassionati del trail si sono ritrovati di fronte alla reggia di Ferdinando di Borbone per correre l’ultimo trail dell’anno, il trail della Ficuzza.

Alle 8.00 faceva ancora tanto freddo (c’erano circa 5 gradi), ma l’atmosfera come sempre era calda. L’ora che precede una gara di trail è sempre molto divertente. Ormai, noi appassionati di questa splendida disciplina in Sicilia formiamo una grande famiglia e ritrovarsi è sempre un piacere.
Nei momenti che precedono lo start, si scambiano chiacchiere sulle ultime gare fatte, su quelle che si faranno, si parla del percorso del trail che si sta per affrontare…  salite, discese, pietraie, fango, caldo, freddo. Ieri tra noi appassionati del trail c’erano anche podisti che solitamente corrono su strada e che  in occasione di una gara particolare si convincono a provare l’ebbrezza del trail 
[citiamo, a titolo di esempio, il forte Max Buccafusca del Marathon Monreale - NdR]. Di questi "neofiti" alcuni si innamorano e poi ritornano in occasione di un’altra gara, altri si terrorizzano (perché il trail rispetto alla corsa si strada rappresenta un’altra dimensione della corsa!) e non li vediamo più.
Nel trail comanda la Natura… e non detta legge il GPS che ci impone un’andatura da inseguire e rispettare…

Prima della partenza tra una chiacchiera e l’altra si cercavano le zone della grande piazza antistante il castello riscaldate dal sole… Aldo [Siragusa] ci rassicurava sul fatto che durante la mattinata la temperatura avrebbe raggiunto anche i 15°C, raccomandava di portare la borraccia con almeno mezzo litro d’acqua. In effetti, la sua profezia si è avverata, perché durante la gara abbiamo anche sofferto un po’ il caldo e correre senza liquidi sarebbe stato un problema.

Radunati tutti i runner in zona partenza, alle 9.05 si parte. I primi 4 Km fino alla galleria sono molto scorrevoli e chi da poco s'è avvicinato al trail può commettere l’errore di pensare che la gara sia tutta così e che si possa tenere, di conseguenza, l'andatura di un diecimila. Cosa che in un trail di 23 km può essere un errore fatale!
Ma quello era solo l’antipasto, perché dopo il tunnel c’è solo un secondo di respiro al primo ristoro e poi inizia il vero trail…. salita, bosco, fango, rami secchi, odore di sotto-bosco…
Insomma per gli appassionati non manca nessun ingrediente per  esaltarsi.
Il trail della Ficuzza è abbastanza “veloce": non ci sono salite impossibili da scalare o discese vertiginose… Per i più audaci ed esperti è un trail tutto da correre. Per tradizione alcuni, una volta raggiunto il Pulpito del Re si fermano per una foto, altri presi dalla gara non si accorgono nemmeno dell’esistenza di questo "Pulpito", ma piuttosto notano il cranio di una mucca al centro di un sentiero che rischia di farci lo sgambetto!
Ieri il livello di difficoltà della gara è stato innalzato dalla grande quantità di fango che i giorni scorsi di pioggia hanno lasciato un eredità… Foglie secche e fango rendevano le discese particolarmente viscide ed insicure: ma per gli appassionati trailer anche questo è un valore aggiunto!
Gli ultimi quattro km di gara su strada bianca sono risultati abbastanza scorrevoli (per chi ha saputo dosare le energie!) e si possono lasciare girare le gambe..c’è qualche breve taglio da fare attraverso il bosco, un altro po’ di fango da portare come trofeo all’arrivo, una passatoia di legno su un ruscello e un'ultima scalinata per salire in piazza: ed ecco che siamo arrivati! Mentre si aspettano i compagni di gara sotto l’arco gonfiabile rosso-arancione, si iniziano scambi di divertenti commenti sulla gara. Passa così un’altra ora piacevole, deambulando tra la zona arrivo e il bar in attesa della premiazione.

Durante l’assegnazione dei premi tra applausi e incitazioni di trailer, amici e parenti, pensavo che riusciamo a fare più casino durante la premiazione di un trail (sarà che ci conosciamo praticamente tutti) rispetto a gare dove ci sono più di mille partecipanti e pochissima gente alla premiazione finale, perchè sono tutti pronti a fuggire non appena sia stato ritirato il proprio premio.
Ieri siamo rimasti quasi tutti fino alla fine. Il trail è belle anche per questo e ci auguriamo che nel 2013 questo movimento cresca ancora di più mantenendo l’entusiasmo che fino ad oggi lo ha caratterizzato.
Ovviamente, adesso, attendiamo con ansia il calendario 2013.

Buon Natalea tutti!

 

 

Foto di Maurizio Crispi: Lara La Pera in azione all'Ecotrail della Ficuzza 2012, attorno al 7° km di gara.

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21 dicembre 2012 5 21 /12 /dicembre /2012 13:57

lara-la-pera in azione alla Maratona di Torino 2012Lara La Pera (Polisportiva Nadir) ha partecipato assieme a Roberto Magnisi (sua "dolce metà") alla Maratona di Pisa (alla sua 14^ edizione), lo scorso 16 settembre 2012.
Qui ha realizzato il suo miglior tempo di maratona ed è chiaramente stata felice di questo risultato: alla performance ci si tiene sempre - è ovvio - ma quando al traguardo di una gara si arriva bene, realizzando per di più il proprio personal best, questa è soltanto una ciliegina sulla torta.
Prima di arrivare alla ciliegina finale e assaporarla si degusta la "torta" cioè l'esperienza nel suo insieme, fatta di tanti diversi momenti tutti ineliminabili che, miscelati in varia maniera, contribuiscono a dar vita a quell'avventura unica e irripetibile che è ciascuna delle gare di lungo corso cui si partecipa: ingredienti che sono costituiti da avventura, viaggio, piacere di essere in un luogo ancora non conosciuto, gioia, solidarietà e condivisione con tanti che pur non conoscendoli del tutto sono per qualche ora compagni di strada.
Lara La Pera viene da un anno podistico davvero intenso, che - per lei - è stato denso di soddisfazioni, tra le quali ha occupato un posto centrale la terna di vittorie rappresentata dalla Supermaratona dell'Etna 0-3000, dall'Ecomaratona delle Madonie e dall'Etna Trail.
E, alle gare trail, fallito per vari motivi il progetto di correre la maratona nella grande Mela, ha fatto seguito - in un empito di instancabile e lodevole stakanovismo podistico - la partecipazione alla Maratona di 
Torino, per concludere con quella di Pisa.

Adesso, i due coniugi e portatori di una passione condivisa (Lara La Pera e Roberto magnisi sono felicemente affronteranno l'ultima fatica dell'anno che sarà l'Ecotrail di Ficuzza (Palermo), il prossimo 23 dicembre e, per un po' potranno finalmente riposare, in attesa di definire il loro calendario sportivo 2013.
Ed ecco, di seguito, il suo racconto, preceduto da una breve auto-presentazione.


(Lara La Pera) Ieri pomeriggio mentre cercavo di sopravvivere al mio fastidiosissimo raffreddore e alle ultime due ore di lavoro,squilla il mio telefono… era Maurizio a salvarmi da questa 
“agonia”! Dopo aver scambiato quattro chiacchiere sulle prossime gare, mi ha chiesto di scrivere qualcosa per "Ultramaratone Maratone e Dintorni" sull’ultima maratona che ho corso, quella di Pisa e di raccontare qualcosa in generale sulle mie maratone (e sulle mie corse, in genere). Scrivere mi piace, ma parlare di me mi riesce difficile…

Ho iniziato a fare sport a 12 anni… ne ho quasi 37 e i giorni della mia vita in cui sono rimasta ferma per fortuna li posso contare sulle dita di una mano. Ho iniziato con il nuoto, poi ci sono stati la pallanuoto, il nuoto in acque libere che mi ha regalato momenti bellissimi e, nel 2007, ho iniziato a correre. Era un brutto periodo della mia vita e la corsa è diventata la mia migliore amica… e adesso siamo inseparabili.
Il risultato più bello ottenuto in questi sei anni è stato quello di conoscere tante persone splendide con cui condividere questa passione. Da un anno a questa parte corro la mattina con un gruppetto di amici innamorati quanto me di questo sport. Scherzando, ci chiamiamo i Seven o’Clock perché caldo, afa, vento, pioggia, grandine….alle 7.00 siamo allo Stadio delle Palme e si parte. Da quando corriamo insieme siamo tutti migliorati tanto. La forza del gruppo! Quando non posso unirmi a loro, corro vicino casa mia ad Aspra… anche lì in buona, anzi ottima compagnia.
La mia prima gara? La maratona di Roma del 2007…, chiusa con onore e lacrime (di dolore), trascinata da Roberto (la mia dolce metà) in 4h52’… Qualche chilometro prima dell’arrivo, quando mi sono seduta per terra sfinita, lui mi ha tirata su e mi ha detto…"Ormai dobbiamo arrivare, anche strisciando!".
Quel giorno ho capito che la maratona è una cosa seria e che mi dovevo impegnare un po’ di più! Da allora di maratone ne ho corse 15 in giro per l’Europa e l’Italia e soprattutto, grazie alla guida del mio coach Salvo, di Roberto e di un carissimo ed espertissimo amico (anche velocissimo!), Matteo Maggiore, sono riuscita a migliorare.
Le gare più brevi non mi divertono… si sta sempre con il cuore in gola… La maratona, invece, è un viaggio, un confronto con i nostri limiti, è sapere gestire il proprio corpo e la propria mente.
Da Roma 2007 ho percorso migliaia di chilometri, nei sentieri della Favorita, sul lungomare di Aspra, in montagna.
Negli ultimi due anni ho scoperto il trail… ed è stata una scoperta meravigliosa.
Correre in mezzo alla natura, senza tempo né andatura, ma seguendo il ritmo di salite e discese (spesso tirando il freno a mano), è divertentissimo.
Ma torniamo sul nero asfalto: domenica scorsa a Pisa ho corso la mia quindicesima maratona, riuscendo a realizzare un tempo che rincorrevo (in tutti i sensi!) da mesi: 3h07’32’’. Da punto di vista atletico ho vissuto un autunno pieno di colpi di scena.
Ero iscritta a New York e, per una serie di imprevisti, tra cui la "signorina" Sandy, non sono potuta partire. Quindi, abbiamo deciso di andare a fare la maratona di Torino (bellissima), ma ovviamente mi è venuta l’influenza e ho corso tra starnuti e colpi di tosse. Al posto del gel di carboidrati, aprivo pacchetti di fazzoletti di carta. Dopo 38 chilometri di sofferenza pura, mi si è affiancato un vecchietto in bici che mi ha detto: “Coraggio, signora, si vede che sei messa male, ma stai arrivando!.
Signoraaaaa, mi ha chiamata. Signoramentre, avevo lottato disperatamente per andare avanti piuttosto che indietro… e quello mi ha detto pure che ero messa male (...ma guarda un po')!
Ma arrendersi mai, neanche dopo questo schiaffo morale! Ma anche a Torino, in quelle condizioni, arrivare e trovare Robi al traguardo con un sorriso a "54" denti è stato emozionante… e poi ero felice per lui che era riuscito a fare una splendida gara.
Quindi prima che ci si mettessero anche i Maya a rovinare tutto, mandando in fumo mesi di allenamento, dopo aver letto un articolo scritto da Maurizio sulla maratona di Pisa, l’ultima del 2012, abbiamo deciso di andarci.
La maratona di Pisa parte e arriva nella suggestiva Piazza dei Miracoli, il percorso è molto vario sia dal punto divista paesaggistico che dell’altimetria. Città, lungarni, pineta, lungomare e poi di nuovo città. E’ una maratona a dimensione d’uomo, questo poco più di 2300 iscritti; non si fanno file colossali al guardaroba o alla toilette, non si viene ingabbiati tre ore prima. Insomma, un sacco di pregi...
Domenica per fortuna, dopo giorni di freddo e neve, sembrava primavera e anche se soffiava un po’ di vento da Sud, per noi Siciliani il clima era perfetto (con una temepratura di circa 15 gradi). Io ho corso con Roberto che, dopo le fatiche di Venezia e Torino, aveva deciso di accompagnarmi… per la prima volta avremmo corso un’intera maratona insieme. Aiuto! Ovviamente, prima di partire l'ho minacciato “Se mi fai scoppiare ti ammazzo!”…  Risposta: “La Pera… almeno in queste occasioni stai zitta, corri,e soprattutto non guardare l’orologio.  Fidati di me!” Ed è stato perfetto. 
Partenza tranquilla seguendo il palloncino (un po’ accelerato) delle 3h15’: partire piano (ma non troppo!) alla fine premia sempre. Dopo i primi 5 chilometri Robi mi annuncia che il riscaldamento si era concluso e si iniziava a correre.
Ma perché fino ad ora cosa avevamo fatto fatto???? Fino al 20° chilometro scambiavamo qualche parola, anche con chi si affiancava a noi… Dopo la mezza, a Tirrenia, io sono entrata in un mutismo totale: iniziava la vera gara.
Non ho mai avuto una vera crisi, ma la fatica inevitabilmente iniziava a farsi sentire. Per fare scorrere i chilometri lui mi diceva di guardare qualcuno poco avanti e superarlo… e questa cosa funzionava, così mi distraevo dalla fatica.
Dal 33° al 39° sempre una leggera salita, avevo un po’ di dolore al fianco, ma cercavo di respirare profondamente e nella mia mente cantavo (lo faccio quando sono molto stanca).
Se ci si concentra solo sulla fatica è la fine e gli ultimi chilometri rischiano di diventare infiniti. Anche se non ci si schianta contro il temutissimo "muro" di maratona, dopo 35 chilometri bisogna gestire alla perfezione le energie residue.
Tanti podisti ormai camminavano lungo il percorso, altri correvano arrancando, qualcuno ci ha superato….
40° Km, si entra nel centro storico. Ho guardato l’orologio: 2h57’52’’ e ho capito che potevo farcela. Il mio cuore batteva come un tamburo, il respiro accelerato, i muscoli delle gambe gridavano, ma sapevo che non mi avrebbero abbandonata proprio alla fine. Ho raccolto le forze residue e ho rincorso questo risultato in cui ho creduto per mesi (crederci è fondamentale!).
Sentivo Robi gridare “La Peraaaaa…pensa come era l’ultimo Km della 0-3000…corriiiiii”. Svoltand l’angolo al 42° km, si entra in questa meravigliosa piazza dove la Torre Pendente (ma quanto è storta!) ti accoglie insieme a tanta gente che fa il tifo.
A quel punto ho gridato e ho tagliato il traguardo!
Ero sfinitamente (più che infinitamente!) felice. 
Quando si finisce una maratona realizzando il tempo per cui ci si è allenati e si sono fatti tanti sacrifici è una gioia grande… Però ogni maratona è una storia a sestante: e arrivare è sempre bellissimo. So che queste forti e belle sensazioni le provano tutti quelli che almeno una volta nella loro vita hanno corso i 42,195 km, ed è bello condividerle. 
Cosa ho pensato dopo qualche minuto quando ho ripreso lucidità con la medaglia da Finisher al collo? “Ma vent’anni fa (passato remoto!), quando ho visitato Piazza dei Miracoli in occasione di una gita scolastica,trascinandomi dopo l’ennesima notte insonne sul bellissimo prato, chi me lo doveva dire che un giorno sarei arrivata sotto la Torre Pendente, tagliando il traguardo dopo una corsa di 42,195 km, schizzando adrenalina da tuttii pori??”
Buona maratona a tutti!
Lara La Pera Pisa marathon

E brava Lara: ottimo racconto!!! 
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7 dicembre 2012 5 07 /12 /dicembre /2012 14:00

12 ore in pista alla 24 ore del Sole 2012 - partitiLa catanese Elena Cifali della ASD Movimento é Vita Gela (in Facebook conosciuta ormai come SuperElena Cifali) ha partecipato alla 12 ore su pista, in occasione della 24 ore del Sole che si è celebrata tra il 24 e il 25 novembre 2012, a Palermo all'interno dello Stadio di Atletica "Vito Schifani" e ce l'ha fatta: ha condotto bene la sua prima esperienza di ultramaratona, testando se stessa, in vista di più ambiziosi impegni e scoprendo così di poter stare sulle gambe per 12 ore di seguito, avvicinandosi di molto al fatidico traguardo dei 100 km.
Non male come prima esperienza: nelle 12 ore di gara ha percorso quasi la distanza di due maratone (82,428 km), tra l'altro laureandosi campionessa italiana IUTA 2012 di specialità (12 ore su pista), vista che la gara era valecvole come Campionato italiano IUTA 12 ore su pista!
Si merita un sentito in "In Bocca al Lupo" in vista di future imprese da parte di "Ultramaratone, maratone e dintorni"]

(Elena Cifali) 12 ore per correre senza infortunarsi;
12 ore per sudare senza sauna;
12 ore per stancarsi senza farsi venire il fiatone;
12 ore per pensare senza trovare la soluzione;
12 ore per riflettere, senza inabissarsi in discussioni sterili;
12 ore per rivivere un’intera vita;

24 ore del sole - Prima della partenza della 12 ore - Foto di Maurizio CrispiQuando un amico scherzando mi propose la 12 ore su pista lo guardai con sorpresa: una simile gara non l’avevo messa in calendario, non era tra le mie priorità, non mi ero allenata per sopportare uno stress psico-fisico così impegnativo. Quando se ne parlò la prima volta, avevo nella testa la maratona dell’Etna. “Finisco la maratona e poi ci penso", risposi. Finita l'Ecomaratona dell’Etna iniziai a pensarci seriamente. Mancavano solo 3 settimane, nessun allenamento su pista e tanta stanchezza ereditata dalle gare precedenti.
Ma chi mi conosce sa perfettamente che raramente mi tiro indietro. Quindi decisi: partecipo!
Sono arrivata allo Stadio Vito Schifani di Palermo durante la mattina del sabato, quando i partecipanti della 24 ore già correvano. La prima cosa che mi ha colpito è stata la serenità che la pista mi trasmetteva. E’ un pista “serena ed allegra” colorata come piace a me di un bel colore arancio. Sembra un’enorme biscotto che non chiede altro di essere mangiato. Tutto intorno volti che riconosco, amici che mi salutano, atleti con i visi imperlati di sudore che cercano di mantenere la concentrazione.
Mi assegnano il numero del pettorale: 96, un bel numero tutto tondo, che non potrà che portarmi fortuna!
Sbrigate tutte le formalità, ho abbandonato lo stadio per tornarci in tarda serata.
Le ore che mi separano dalla partenza sembrano interminabili, ho lo stomaco in subuglio, l’ansia mi attanaglia e non riesco a fare il riposino pomeridiano che mi ero programmata.
Ritornando in pista, mi accorgo che tutto intorno è pieno di lucciole e che la luna quasi piena è alta in cielo. Da questo momento, l'astro pallido sarà la mia compagna fedele per tante ore. Sarà lei a guardarmi, ad illuminare il mio cammino, sarà lei che come un faro nella notte guiderà i miei pensieri.
Siamo pronti, in 7 dietro la linea di partenza, ridiamo ed applaudiamo noi stessi.
Dieci secondi, sette, cinque, tre, due, uno, via!
24 ore del Sole 2012 - Prima della partenza della 12 ore - Foto di Maurizio CrispiIo e gli altri compagni iniziamo a correre chi sul primo e chi sul secondo anello,ed è un’emozione che mi “strizza il cuore”, che mi fa diventare “grande”: da ora in poi sarò proiettata in un’altra dimensione. 
Tutto il mondo - tutto il “mio” mondo - è qui. 
La pista diventa il mio “pianeta ovale” 
Qui sono al sicuro, corro, ascolto la musica dalle mie cuffiette e penso. 
Inizio a pensare che questo mio Pianeta ha tutto quello di cui ho bisogno: c’è IL Re Luigi Stella (patron della manifestazione), c’è il Contastorie Aldo Siracusa, c’è il Condottiero Maurizio Crispi, ci sono tutti gli Assistenti di Corte (addetti alle attrezzature informatiche), ci sono i Domestici (addetti ai ristori, all’ambulanza, ed ai bagni) e poi c’è Il popolo (che corre, quindi produce). Ognuno col suo ruolo preciso, ognuno porta a termine il lavoro che gli è stato affidato con onore e rispetto per quel che fa.
Proprio la gioia e la volontà di fare bene quello che compete fa in modo che tutto funzioni alla perfezione. Si potrebbe vivere un’intera vita su quella pista, ma ahimè il gioco durerà solo 24 ore !

I primi chilometri scorrono molto velocemente, le mie gambe funzionano benissimo, nessun dolore, nessun fastidio, sono felice come una bimba sulla sua giostra e lasciandomi prendere dall’entusiasmo e dal ritmo della musica azzardo qualche giro più veloce. Ci penserà il saggio Salvo Piccione, più esperto di me in simili gare, a frenare la corsa di questa cavalla pazza. Mi acchiappa, mi mette una mano in testa e mi consiglia di moderare il passo: “La notte è lunga, se continui così alle 6 del mattino sei KO”.
Gli do retta, rallento di molto e cerco di mantenere un’andatura costante, anche se ogni tanto mi sorprendo un pelino più veloce di quello che dovrei essere.
24 ore del Sole - Prima della partenza della 12 ore. Da sinistra Salvo Crudo, Elena Cifali e Salvo Piccione - Foto di Maurizio CrispiI volti del popolo della 24 ore iniziano ad essermi familiari, vedo lo psicologo, il carabiniere, la casalinga, l’autotrasportatore, la segretaria, il poliziotto, l’impiegato di banca, il medico, il postino, il pensionato, insomma nel nostro piccolo mondo ci siamo tutti, ma proprio tutti.
La voce di Aldo scandisce il trascorrere delle ore e dei km percorsi da ognuno, la stessa voce si fa ovattata nel cuore della notte, assume un tono più pacato, più lento, la stanchezza ed il sonno coglie di sorpresa tutto il Regno.
Di tanto in tanto cerco con lo sguardo il mio compagno di viaggio e di avventura Salvo Crudo, trovo confortante il fatto che ovunque io sia, ovunque lui sia, siamo sempre a portata di vista. Perdersi qui non è possibile.
A perdersi invece è la mia mente che viaggia ripercorrendo l’intera mia vita, a farmi viaggiare è la musica che ho caricato, musica che mi fa ripercorrere 39 anni col sorriso sulle labbra. 
Ed intanto che i km passano ho l’impressione di fare un viaggio su una strada con un’infinità di curve:
21 km: mi sento una leonessa.
42 km: sto bene, ho solo freddo alle gambe e decido di mettermi addosso una felpa per proteggere il torace.
50 km: aspetto l’alba, aspetto che cambi il giorno e mi chiedo da che parte sorgerà il sole, infatti ignoro l’esposizione della pista. 
Le miei pause si fanno più frequenti, i biscotti, che mi hanno alimentata durante la notte (restandomi appiccicati alle dita per causa dell’umidità), rimangono ancora il mio cibo preferito. Bevo the caldo nel vano tentativo di far passare un brutto dolore allo stomaco sicuramente causato dalla bassa temperatura.
Ma l’alba non tarda ad arrivare, le prime luci schiariscono il cielo, l’umidità che l’ha fatta da padrona per tutta la notte lascia il posto al tepore del sole che lentamente sorge.
Sono quasi le 8.00 del mattino, ho concluso i miei 60 km ed il primo a saperlo è l’amico Pietro Bernardo che ha saputo cogliere l’attimo con una breve, confortante ed incoraggiante telefonata.
La pista torna a vivere di una nuova vita, le luci dei riflettori si spengono, la musica si alza, il freddo pungente lascia posto al calore, la notte al giorno, il riposo alla stanchezza.
Già, la stanchezza!
Inizio a sentirla, anzi, la sento. I piedi mi fanno male, anche se è un dolore sopportabile, li sento gonfi. Vorrei levarmi le scarpe ma non lo faccio perché tempo che i piedi una volta fuori dal loro “involucro” non ne vogliano più sapere di tornarci dentro. Sopporto e vado avanti. 
24 ore del Sole - 12 ore - Elena Cifali in gioco. Dietro Salvo Piccione - Foto di Maurizio CrispiI volti dei miei compagni si sono trasformati, sono invecchiati in una sola notte. Smorfie di dolore si dipingono, in molti camminano o meglio: in pochi corrono ancora. Tra coloro che ancora corrono Salvo Piccione che gira e gira senza fermarsi quasi mai, lo vedo passarmi giro dopo giro, mi incoraggia, lo incoraggio. Io, Salvo Crudo, Guido Pittaresi e “Leone” alterniamo corsa e cammino cercando di risparmiare le ultime energie rimaste. Ognuno di noi ha avuto come unico compagno se stesso, ognuno di noi ha avuto un’occasione unica: trascorrere 12 lunghe ore senza essere “disturbato” dai problemi quotidiani.
Vivo intensamente questa gara facendo il “punto” della situazione, sperando in un buon risultato. 
Un’emozione fortissima mi coglie quasi impreparata quando Luigi Stella, a bordo pista, mi applaude chiamandomi Campionessa: essendo l’unica donna in gara, sapevo già che sarebbe successo, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa. Sono la prima donna, sono prima davanti a tutte coloro che non hanno voluto o potuto partecipare. Ma non le biasimo, la pista può spaventare, gestirla non è semplice ed oltre a buone gambe serve anche una buona testa. Non prendiamoci in giro, girare in ovale per così tante ore non è certamente un gioco da ragazzi e per farlo - e per saperlo fare - ci vuole una grande dose di coraggio ed incoscienza.
Per tutta la notte non ho chiuso occhi, non mi sono mai sdraiata ripetendomi che non sono arrivata fin qui per dormire, ma per correre, ma ora la mente inizia a perdere un po’ di lucidità, non riesco più a seguire bene sul monitor del PC [ubicato vicino al punto di rilevamento dei passaggi - ndr] a che punto sono nella mia progressione; sono stanca e dolorante, decido di sdraiarmi in una branda per qualche minuto. Chiudo gli occhi cercando di riposare senza sprofondare in un sonno pesante, altrimenti riprendermi sarebbe impossibile. Mi rialzo dopo appena 7 minuti, tanti mi sono stati necessari a ricaricare parzialmente le batterie. 
70 km: sono stanchissima, prima di partire avevo scommesso con mio marito che ne avrei fatti almeno 80, ma questi ultimi 10, ancora da percorrere, sembrano un miraggio. Mi arrabbio con me stessa e mi ripeto che 10 chilometri sono una sciocchezza, che in allenamento li faccio in un batter d’occhio.
24-ore-del-Sole 6556Devo solo ingannare la mente e fare finta di essere a casa, stare per uscire per fare una semplice sgambettata. Ma la mente non si lascia raggirare, anzi, sentendo odore di inganno mi tira un brutto scherzo. Inizio a perdere di vista le mie motivazioni e comincio a piangere mio malgrado. Lacrime su lacrime che scendono copiose su un viso che rimane inespressivo (almeno credo). Invio un sms all’amica Tiziana (che da casa aspetta mie notizie) per trovare conforto nella sua risposta, ma la risposta arriverà solo dopo il mio arrivo!

Devo ritrovare la forza per affrontare l’ultima ora di gara, mi distraggo chiacchierando per qualche breve istante con l’amico Franco Mura che spudoratamente mi da della “pazza”!
Ormai manca poco meno di mezz’ora e mentre tutti gli altri affrettano il passo per terminare in bellezza io decido di sedermi su una poltroncina che avevo “corteggiato” durante la notte, poggio i piedi su una panca e a braccia conserte mi godo la gara dei miei amici. Mi alzerò solo a 5 minuti dalla fine, mi consegnano la bandierina ed inizio a correre per l’ultimo giro di pista.
Sono stanca, dolorante e molto commossa, ma a questo punto avviene una cosa che non mi sarei mai aspettata. D’incanto dimentico tutta la fatica e mi rendo conto d’essere dispiaciuta che la mia favola in questo bellissimo Pianeta stia per finire. Vorrei rimanere qui ancora per tanto tempo, vorrei avere il tempo di ripensare a tutto, vorrei avere il tempo per rivivere tutto, ma - ahimè - il tempo non ritorna indietro. 
Ecco, ci siamo è mezzogiorno in punto, ho percorso 82.428 metri, la gara è finita!
Poggio la mia bandierina per terra e mi sdraio sfinita, piango in silenzio lacrime di gioia e commozione, l’emozione si è impadronita di me ed è la prima volta che mi succede da quando corro.
Sono io la protagonista oggi e lo sono perché ho vinto contro la notte, contro il freddo, contro il caldo, contro la stanchezza, contro la noia, contro la solitudine, contro quelle gambe pesanti e quei piedi doloranti. Ho vinto contro tutti coloro che mi dicevano “E' una follia”. Ho vinto perchè nemmeno io osavo pensare che che avrei mai potuto superare una sfida così ardua.
24-ore-del-Sole 6843Guardo i volti di chi ha trascorso 24 ore su quella pista: tutti eroi. Ognuno soddisfatto a suo modo, negli occhi di questi grandissimi atleti splende la luce della conquista. 
Quel che è fatto è fatto, quello che non sono stata capace di fare lo rifarò il prossimo anno.
Si, perché ho una sfida aperta con questo Pianeta e con la sua gente. 

Arrivederci al prossimo anno mio dolce pista.

Post Scriptum (che in realtà è stato un prae scriptum) - E' giunto il momento di scrivere qualcosina riguardo la mia impresa di ieri. Trascorrere 12 ore su pista è stata un'esperienza bellissima, non ho subito la noia della pista, anzi la sentivo "amica" e mi divertiva pensare che solo dopo 400 metri sarei "arrivata". 

Ringrazio tutti coloro che si sono premurati affinchè ogni concorrente avesse a disposizione tutto ciò di cui necessitava. 
Ringrazio Aldo SiragusaLuigi Stella, gli assistenti ai ristori, i medici e il massaggiatore che con gesti sapienti ha ridato vita alle mie gambe doloranti. 
Ringrazio Salvatore Crudo che mi ha incoraggiata fin dal primo istante, Salvo Piccione che ha saputo frenare l'entusiasmo di questa cavalla pazza, Guido Pitarresi che, più di una volta, guardandolo negli occhi azzurri come i miei mi ha fatto rivivere il mio entusiasmo. 
Non posso e non voglio dimenticare gli amici che mi sono stati vicini col pensiero: Inge Poidomani, Pietro Bernardo e coloro i quali mi hanno sostenuta durante la crisi Tiziana Calabrese e Franco Mura
Un ringraziamento particolare va al mio dottore Maurizio Crispi che ha saputo darmi consigli e suggerimenti impareggiabili.
A parte mio marito Ezio Sanfilippo e mio figlio Luca che da casa tifano e scommettevano sui chilometri che avrei percorso, chiedendosi cosa avevano fatto di male per meritarsi una pazza simile in casa credo di non dimenticare nessuno. 
E qualora lo avessi fatto sono pronta a correre 1 metro per ognuno di loro come penitenza!

Brava Elena! Sei riuscita a fare una cosa grande!

 

 

Foto di Maurizio Crispi

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1 dicembre 2012 6 01 /12 /dicembre /2012 12:00

Inge-Hack-Le-vie-di-San-francesco-2012.JPGSi è svolta tra il 27 e il 28 ottobre 2012, la prima edizione dell'Ecotrail "Per le vie di San Francesco", organizzato da OutdoorConsulting: 130 km di trail, D+ 5000m, 4 punti qualificanti UMTB.  Ed é finalmente nato il racconto sull'Ultratrail "Le Vie di San Francesco" di Inge Hack, tedesco-sciiliana che vi ha partecipato, concludendo la sua prima esperienza di Ultratrail: e che Ultratrail!
Un racconto che è risultato un po' lungo, ma che - vista l'importanza e l'unicità dell'esperienza vissuta dalla nostra Inge, va bene così com'è. Sarebbe stato davvero un peccato espungerne qualche parte...
E siamo, ovviamente, lieti di pubblicarlo. 


(Inge Hack) Per me - come straniera - è una grande fatica scrivere correttamente in Italiano, ma alla fine ci sono riuscita. Come sempre il mio racconto è un modo per dire grazie all'organizzatore, in questo caso a Raffaello Alcini e tutti il suo staff.
Più racconti si scrivono di una gara, più questi eventi avranno visibilità.
I "ragazzi" della Outdoorconsulting sono podisti e quando un podista organizza una gara, le cose sono fatte sempre con un gran cuore. Pacc gara con maglietta tecnica, pasta party con i fiocchi, ristori con cibi di qualità, gilet finisher della Ferrino, ecc ecc. 


Le vere star delle competizioni non sono gli atleti, ma i volontari che ci rendono possibile gareggiare, divertirci, conoscere dei posti favolosi ecc.
Durante questa competizione, in particolare, i volontari hanno dovuto presidiare le diverse postazioni loro assegnate sotto la pioggia e con un vento gelido per permettere a noi runner di compiere le nostre prodezzele (o pazzie, a seconda dei punti di vista). Un grazie di cuore a loro!


Il mio racconto è un pò lungo, ma tutti i miei tentativi di accorciarlo sono finiti con il contrario, ho aggiunto sempre di più. Lo spedisco e lo lascio nelle mani di un esperto che di sicuro me lo rende accettabile. 

Ma ecco, di seguito il mio racconto.

 

ecotrail-le-Vie-di-San-francesco.jpg26 ottobre 2012. Partenza da Catania con direzione Roma dove raggiungo l’amico Pietro Bernardo che mi ha coinvolto a partecipare all’Ultratrail “Le Vie di San Francesco”. Per la mia prima esperienza di un ultratrail ho scelto  una competizione con una difficoltà talmente alta da attribuire 4 punti qualificanti all’UMTB 2013, il massimo che si può ottenere in una gara ultra.

Da Roma ci spostiamo in automobile ad Attigliano (TR) in Umbria dove arriviamo nel tardo pomeriggio, ritiriamo i pettorali presso l’Hotel Umbria e subito dopo godiamo del “pasta party” in un edificio adiacente l’albergo. Un party abbondante: ci servono non solo pasta a volontà ma anche un secondo con i fiocchi. Una costoletta di maiale grigliata che copriva gran parte del piatto, salsiccia e patate al forno. Tutto accompagnato da acqua, vino rosso o birra fresca. Un trattamento di lusso.

Al mio tavolo ci sono Pietro Bernardo con la moglie, Manuela Sabbatini con Nicola Malucci, Giovanni Baldini (uno degli organizzatori) che mi incanta con i suoi racconti del Tor des Geants e altre gare favolose.

Sapevo che Manuela e Nicola corressero come coppia in questa gara. Correre in coppia significa partire, passare tutti i cancelli orario ed arrivare sempre insieme sino al traguardo. Se uno dei componenti della coppia non ce la fa può ritirarsi e l’altro ha la facoltà di continuare e classificarsi come atleta individuale.
Fino a pochi giorni prima della gara si erano iscritte solo 3 coppie ed a Pietro venne l’idea di propormi di partire come 4° coppia. Dovevamo solo sperare che una delle 3 coppie non arrivasse insieme al traguardo e così lui poteva fare uno “scherzetto” ai suoi amici: salire sul podio anche se arrivava  per ultimo!!!

Il regolamento prevedeva la premiazione dei primi 3 uomini, delle prime 3 donne e delle prime 3 coppie.

Io ero alla mia prima esperienza di ultratrail e non avevo nessuna pretesa di poter vincere qualche cosa, tanto più che il meteo prevede pioggia e temporali per tutto il sabato. Durante qualche allenamento mi sono imbattuta in qualche goccia di pioggia ma correvo sull’asfalto e mai mi è venuta l’idea di correre sotto una pioggia abbondante fuori sentiero o dentro il bosco.

Ho accettato di correre in coppia perché con queste condizioni meteo non si può pensare di gareggiare sul serio. Così è nata la 4° coppia: Inge/Pietro “la coppia degli avvoltoi” che doveva solo aspettare che uno delle altre non ce la facesse.

Il sabato mattina del 27 ottobre 2012, alle 6.00 raduno in Piazza Vittorio Emanuele II di Attigliano per la solita punzonatura e alle 7.00h in punto partenza.

Avevo il cuore in gola pensando alle previsioni meteo.
Chi sa che cosa ci aspettava: un terreno già reso fangoso e scivoloso nei primi 20km a causa delle piogge del venerdì. Salite e discese quasi impraticabili dal fango. Io, purtroppo, non avevo nemmeno scarpe da trail che hanno una soletta particolare che aderisce a questi terreni. Ora rimpiangevo di correre con le mie Nimbus che sono favolose per la corsa su strada e basta. La scarpa si incollava al terreno e si staccava solo praticando uno sforzo. Così, ogni volta che si stacca la scarpa avevo l’impressione che mi si sfilasse dal piede. Meno male che le avevo allacciate bene, ma sentivo alla caviglia che la scarpa faceva forza, come se volesse rimanere attaccata al terreno.
Un paio di volte mi son fermata per stringere di nuovo i lacci perché si allentano in continuazione.

Non abbiamo ancora fatto tanta strada e Pietro accusa dei problemi alla gamba. Ci aspettano ancora tantissimi chilometri e questo non è di sicuro un buon segno. Speriamo non sia una cosa grave! Sono già le 9.00 e, secondo le previsioni meteo, avrebbe dovuto incominciare a piovere. Mi domandavo, come si potesse salire e scendere per accumulare un dislivello di 5000m con queste condizioni del terreno e con una pioggia torrenziale.
Il cielo non prometteva bene e anche se adesso non pioveva prima o poi ci sarebbe stato da combattere come nella Fisherman’s Friend Strongman Run, che è più una battaglia di fango che una corsa.

Ho ringraziato Pietro tante volte perché ha insistito affinché portassi i bastoni. Questa sarebbe stata la mia prima gara con i bastoncini e ancora non ne capivo la l'importanza. Per non farmi mancare nulla, due settimane prima della gara sono caduta causandomi gravi ferite alle mano destra. Non avrei proprio voluto portarli, ma viste le previsioni meteo e essendo riuscita (un giorno prima della partenza) ad acquistare una polsiera ho pensato che questa sarebbe stata la soluzione ai miei problemi.
Potevo coprire la ferita e impugnare i bastoni. Un cerotto si sarebbe staccato con la pioggia e il sudore, un bendaggio sarebbe stato troppo stretto da sopportare per tutte quelle ore.

Ci avviciniamo al posto di ristoro di Baschi al 42°km - la distanza di una maratona.
Ci aspettavano altre due maratone. I ristori sono organizzati alla grande: all’interno di edifici o gazebi, tutti al chiuso in modo da consentirci di ripararci dalla pioggia e dal vento e riposare un po’.
Ogni volta ci chiedevano il nostro numero di pettorale (che spesso era nascosto sotto i mantelli da pioggia). In questo modo nessun atleta poteva fare il furbo o tagliare la strada, ma serviva anche a controllare che nessuno di noi si perdesse e dava a noi la possibilità di controllare quanto vantaggio avevano gli altri partecipanti.
Nei primi ristori come al solito acqua e qualche biscotto. Nei successivi oltre al dolce anche noci, mandorle, prosciutto crudo e grana. Da bere Cola, Fanta, Sali, Birra, Vino Rosso, Thè freddo, thè caldo, caffè e compresse effervescenti di Supradyn.

Arrivati al punto di ristoro di Baschi, Pietro mi disse che avrei dovuto proseguire da sola. Il problema alla gamba adesso lo avvertiva non solo in salita, ma anche in discesa. Avevamo solo percorso un terzo del percorso e lui temeva di non farcela. Non voleva nemmeno rischiare di lasciarmi da sola. Nei ristori precedenti aveva controllato a che distanza erano gli altri gruppi. Noi eravamo gli ultimi. Mi disse di sbrigarmi e di raggiungere gli altri per non passare la notte nei boschi da sola. E così è “scoppiata la coppia degli avvoltoi” ed io sono ripartita da sola a caccia dei penultimi.

Ho superato due fratelli, poi altri due concorrenti ma non mi sono fermata con loro perché al prossimo ristoro ci dovevamo cambiare per la notte e mangiare. Se perdevo troppo tempo rischiavo di nuovo di rimanere da sola. Arrivata al ristoro trovo diversi atleti ed un gruppetto quasi pronto per ripartire. Ho cambiato i vestiti bagnati e le scarpe. Volevo mettermi anche un paio di gambali a compressione ma ero talmente infreddolita e bagnata che ho perso più di 5 minuti a provare di mettermeli senza riuscirci. Speravo che il pantalone lungo a bassa compressione e un paio di ginocchiere potessero risparmiarmi problemi di acido lattico e “l'effetto  gamba di legno” dopo la gara.
Le scarpe le ho buttate subito nella spazzatura. Erano vecchie e talmente sporche che provavo una certa soddisfazione nel sapere di non doverle lavare.

Dopo aver mangiato un piatto di pasta, ho potuto aggregarmi a Paolo Reali e Davide Talone. Ho perso più di un ora al punto di ristoro e non vedevo l'ora di proseguire. Davide aveva bisogno di una tazzina di caffè e ci siamo fermati in un bar.
Pronti, partenza, via! Ora potevo finalmente provare anche il mio frontalino nuovo di zecca. Non sapevo se la luce bastasse per vedere le balise di notte. Le balise: parola mai sentita prima, e ora mi dovevano guidare durante la notte attraverso il bosco.
La luce del frontalino era sufficiente per scoprire le balise da lontano e gli alberi o i sassi colorati con una striscia bianca e blu che marcavano il nostro percorso.
Ora c’erano anche delle balise catarifrangenti. Paolo aveva una lampadina tascabile fissata alla spalla destra  e  un frontalino comprato per 5 euro marca cinese che era più potente della mia Petzl MYO RXP che mi era  costata più di 80 euro.  I
lluminava nei punti difficili più dei nostri attrezzi professionali (professionali uguale più costosi). Avevo già letto nei forum di trail che qualche trailer affermava che aveva fatto buone esperienze con dei frontalini da 5/7 euro (prima usava anche dei modelli che superavano i 200 euro).
Ma io non avevo il tempo di provare tutto questo prima della partenza perché avrei dovuto uscire anche di notte per correre. Come da regolamento dovevamo avere con noi due frontalini funzionanti con un cambio di batterie alla massima carica.
Con una pioggia torrenziale è importante avere un attrezzo affidabile. Qualcuno per sicurezza ha anche coperto il frontalino con lo scotch per non far entrare l'acqua.

Il buio è arrivato e con lui anche il freddo. Stavo pensando alla bella tazzina di brodo caldo che ci aspettava al prossimo posto di ristoro. Ma purtroppo questo ristoro è saltato perché c’era (già dal pomeriggio) una battuta di caccia al cinghiale in corso.
Noi sentivamo in lontananza gli spari. Nella parte di bosco che percorrevamo noi si vedevano spesso dei cartelli con il divieto di caccia e pensavamo di essere al sicuro. Mentre i cacciatori non la pensavano così. Cacciavano anche in una parte del nostro percorso e per non averci fra i piedi ad un certo punto hanno incominciato di togliere le balise.
Solo i primi 13 corridoi sono riusciti a passare e poi gli organizzatori hanno dovuto allestire un percorso alternativo per la nostra incolumità.

La luna piena non illuminava un gran ché perché il cielo era pieno di nuvole. Ora dovevo rimanere al passo di Paolo e Davide che avevano il tipico passo da trailer.  In salita andavano più piano perché sono più pesanti di me ma in discesa correvano a rotta di collo. Io invece, solitamente, vado veloce nelle salite e con molta prudenza nelle discese. Correre nelle discese con tutto quel fango o con il terreno scivoloso mi faceva una gran paura.
A prendere una slogatura ci vuole un attimo di distrazione. Corro con l'aiuto dei bastoni. Era una corsa molto goffa. Ad un certo punto ho deciso di andare nelle salite al passo mio per non dover correre troppo veloce nelle discese.
Così andavo avanti in salita e mi facevo superare in discesa.
E fu così che mi sono persa!  Non mi sono accorta che ci dovevamo imboccare in un sentiero stretto e sono andata oltre. Dopo un po’ mi sono meravigliata che Paolo e Davide non mi sorpassassero. Mi sono giro e non vedevo le loro luci. Ho chiamato, ho preso il fischietto che dovevo portare da regolamento, ma nessuna risposta. Sono tornata indietro e non li ho trovati più. Ma mi accorgo delle balise illuminando quello stretto passaggio che non avevo visto prima. Ho pensato che loro non mi avessero vista sbagliare, percorso perché da dietro la luce del frontalino non si vede. Loro avevano imboccato il sentiero giusto, pensando che io fossi davanti.
Non so quanto tempo avrò impiegato per raggiungerli ma ero un po’ preoccupata perché in tre è difficile sbagliare percorso, ma da sola si può. E come!!!

Sfido chiunque a fare una prova. 3 frontalini fanno abbastanza luce che non si vedono le proprie ombre passare vicino. La luce di un frontalino ti fa passare la tua ombra vicino vicino e spesso non capisci che è la tua.
Dopo mezz’ora li ho trovati e mi hanno confermato che mi pensavano davanti. Si sono solo chiesti se qualcuno di loro mi avesse offesa e se me ne fossi andata per questo.  

Paolo nel frattempo accusava dei dolori al tallone.
Aveva problemi nel salire: proseguiva solo zoppicando. Più tardi non ce la faceva nemmeno in discesa e la nostra media era meno  di 5km/h. Abbiamo accompagnato Paolo fino al ristoro di Porchiano e lasciato a lui la decisione se proseguire, riposare o ritirarsi. Davide controllava il passaggio degli altri partecipanti e sapeva che erano passati non molto tempo prima. Così ci siamo messi a correre fino a quando non li abbiamo raggiunti. Avevo il desiderio di aumentare un po’ la velocità, perché mi sembrava di non arrivare mai. Il terreno non permetteva di correre a 6km/h, ma almeno una media di 5km/h la si doveva tenere.

Purtroppo, raggiunto questo gruppo, la velocità si ridusse di nuovo. Davide si trovava fra amici e, come detto già prima, i trailer sono un popolo particolare. Non è importante in quanto tempo si si sarebbe coperto il percorso, l’importante è terminare. Così ho conosciuto Maria Paola De Santis e il marito Antonio Camertoni.
Ho chiacchierato un po’ con Maria Paola ma, sia per la stanchezza, sia per l’attenzione che si doveva prestare per non fare passi sbagliati, la conversazione era a tratti. Ho imparato che loro portano della bresaola e grana nelle competizioni perché il dolce lo si trova in ogni punto di ristoro, il salato no. Intanto, eravamo arrivati al ristoro di Amelia, a 105 km.

Ogni ristoro una chiacchierata, chi si sedeva per far riposare le gambe, chi si toglieva le scarpe, chi si metteva mezz’ora a dormire, chi si faceva lo stretching…
Il tempo passa, ma la strada che si percorre è poca.
La mia prima esperienza di trail è stata traumatica anche per questo. Sono abituata a correre su strada e da sola.
Correndo su strada ho una media diversa, la strada “te la mangi” ad una media molto più alta e il traguardo si avvicina a poco a poco. Qui, in 10 ore avevamo percorso solo 45 km!

La notte era quasi passata quando il mio frontalino lampeggia per la prima volta.
Questo significa che le batterie sono quasi esaurite. Io ho capito che avevo fatto uno sbaglio. Le batterie di ricambio le dovevo tenere a portata di mano invece si trovavano dentro lo zaino. Per recuperarle devo togliere il mantello, lo zaino, cercarle ed sostituirle. Non mi ero esercitata a cambiarle senza guardare. Ero in compagnia di altre persone che mi illuminavano il sentiero ma se in futuro dovessi fare un altro trail le batterie dovrò sistemarle diversamente.

Alla fine non c’era bisogno di cambiarle. Ci salutava il nuovo giorno. Ora mi veniva la voglia di competere. Ho pagato l’iscrizione, il biglietto aereo e l’albergo fare una gara e non per pettinare le bambole o una passeggiata nel bosco con amici.
Volevo gareggiare, correre allo sfinimento. Il terreno lo permetteva. I sentieri non erano più melmosi e qualche volta c’erano anche delle strade bianche. Ho aumentato il passo nella speranza che anche loro venisse voglia di farlo. 25 km al traguardo, 25 km a 6 km/h sono 4 ore ma a 5 km/h sono altre 5 ore senza pausa ai ristori. Altri 2 posti di ristoro dove avremmo perso più di mezz’ora.
Ci voleva troppo tempo e ormai ero cotta. Volevo solo arrivare. Purtroppo loro non aumentarono il passo e dopo un po’ mi sono ritrovata da sola.
Ognuno deve fare il passo suo in una competizione così lunga e per me la corsa significa libertà. Non so se loro se lo sono presa a male e spero che qualcuno di loro, leggendo questo questo racconto, mi perdonerà. 

Prossimo posto di ristoro: Penna. Riempire la borraccia di acqua, acchiappare una fetta di pane con marmellata, un po’ di grana una banana e via. Tempo impiegato: 1 minuto ed ho trovato anche il tempo di scherzare e di ringraziare a tutti.

Altro ristoro: Giove. Qui, ho avuto un trattamento speciale. Uno dello staff mi ha guidato al ristoro e poi mi ha messo sul sentiero per Attigliano.
Mi sono potuta rilassare per un attimo. Sempre con lo sguardo in cerca di balise, di sassi, pali di lampade o alberi colorati di bianco e blu. Avere anche per pochi metri qualcuno che ti accompagna è molto utile. Mi ha fatto vedere da lontano Attigliano e con lo sguardo fisso puntato sulla metà mi sono fatta gli ultimi sali/scendi.

Sono arrivata ad Attigliano dopo 28h48'. Sono felice perché sono riuscita a concludere questo trail di 130 km con un dislivello di 5000 m. Le gambe non mi hanno tradito, i muscoli hanno retto, nessun crampo, nessuna vescica. Nemmeno acido lattico! L’unica cosa che era indolenzita erano le braccia per lo sforzo inusuale dei bastoncini.

All’arrivo ci aspettava il solito fotografo, un intervista per la televisione locale, il gilet da finisher e una tavolata di buone cose da mangiare tra cui prosciutto crudo di qualità e grana. Che goduria!

Giovanni Baldini mi ha portato con la propria macchina in albergo, sudata e sporca com’ero. Quando un runner organizza una gara lo fa con un gran cuore.

Guardando oggi le classifiche ho potuto vedere che su 60 partecipanti sono arrivati in 43, (di cui 32 uomini e 11 donne).
Al 42° kilometro ero l’ultima e mi sono classificata 34°.
Che dire? Gallina vecchia fa buon brodo!

 

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9 novembre 2012 5 09 /11 /novembre /2012 08:02

TerrediMezzo_joelette_5.jpgSi è svolto a Daverio (Varese), il 4 novembre 2012, il Trail Terre di Mezzo, organizzato dalla ASD Runners Valbossa (e da Marco Zarantonello, azzurro di Ultratrail). Disponibili nel contesto dell'evento la distanza lunga (35 km, 950 D+) e quella corta (14 km, 400 D+). All'interno dell'evento erano anche incluse delle belle iniziative di solidarietà come illustra l'articolo "Al Trail delle Terre di Mezzo corre la solidarietà". In particolare con la joelette, una sorta di bici-carrozzella due amici diversamente abili sono stati accompagnati da due portantini e hanno avuto modo di apprezzare così le bellezze paesaggistiche ed essere parte dell'evento.
 La gara di 14 km ha visto la vittoria di Maurizio Brassini (Atletica Casorate) in 58’ e 58”, seguito dalla coppia Cristiano Marchesini e Manuel Beltrami, giunti al traguardo appaiati al secondo posto. La classifica femminile ha visto la vittoria della forte Elena Begnis (Runners Valbossa), in 1h11’13” che, partita in sordina, ha incrementato la velocità raggiungendo e superando le avversarie altrettanto quotate. Alle sue spalle si sono posizionate, seconda Barbara Benatti e terza Elisabetta Di Gregorio.
La gara lunga ha vissuto una bella battaglia tra atleti molto forti e quotati in campo nazionale. Dopo un continuo avvicendamento alla testa della gara l’ha spuntata, in 2h e 32’, Luca Ponti (G. P Gazzada Schianno ) che si sta rivelando una promessa del futuro del trail running visti anche gli eccellenti risultati ottenuti nelle gare disputate nei mesi scorsi. A complicargli la vita ci ha pensato Stefano Trisconi, già campione italiano di trail di media distanza. Nella salita della cava, la più dura, il duo di testa ha staccato Massimiliano Rigamonti giunto terzo al traguardo dopo aver tenuto il ritmo indiavolato dei due battistrada per 25 km. 
La gara femminile è stata più delineata con la vittoria della forte bergamasca Cinzia Bertasa (team IZ SKI RUNNING) in 3h e 10’ seguita da Scilla Tonetti, sicuramente la più forte rappresentate del Varesotto in gare di questo genere. Al terzo posto Michela Urh, rivelando con questa sua performance un finale di stagione in crescendo.


terree di mezzo solidarietàAl Trail Terre di Mezzo ha partecipato anche l'Azzurra di Ultramaratona Maria Ilaria Fossati (ASD Road Runners Club Milano) che ha scritto un breve resoconto della sua nuova avventura podistica.
Il suo racconto è stato già pubblicato nel sito web dell'ASD Road Runners Club Milano, alla cui compagine Maria Ilaria Fossati appartiene.
Ecco il suo racconto.

(Maria Ilaria Fossati). Finalmente un trail a bassissimo impatto ambientale...... 

Anche se il termine "trail" nel mio immaginario è legato a ben altri dislivelli e panorami, in questa bella corsa di 35 km su e giù per le colline del Varesotto non è mancato il fango, la pioggia, i sentieri, i boschi ben tenuti di castagni. 

Organizzazione impeccabile, con un'attenzione a farne un evento "sostenibile" in termini ambientali: niente bicchieri ai ristori, nemmeno a quello finale, dove solitamente si vedono i sacchi ed i cestini traboccare di plastica usata e gettata. 
Poche tazze a disposizione, comuni, per un rapido ristoro volante per una gara interamente corribile e molto veloce. 

Peccato per il tempo, perchè il sole ci avrebbe regalato uno scenario di colori impagabile nei boschi attorno al Lago di Varese...ma la perfezione dell'organizzazione, la cura dei dettagli e lo spettacolare "terzo tempo" offerto dopo la gara hanno fatto dimenticare le ore di pioggia che ci siamo presi. 
Per la cronaca, l'organizzatore è Marco Zarantonello, atleta della Nazionale di Ultratrail che insieme ai Runner Valbossa da due anni organizza questa bella garetta autunnale: ottima occasione per chi vorrebbe cominciare a calcare i sentieri trail... Pensateci per l'anno prossimo! 

Come spesso accade, non è mancata l'occasione di dare testimonianza di solidarietà: due atleti disabili hanno potuto godere del trail corto (14 km) con una speciale carrozzella portata a mano da impavidi volontari. 
Bello, naturale, dovuto... come la premiazione speciale dei due atleti, fatta prima di tutti gli altri. 

Il Terzo Tempo? ormai i trail fanno a gara a chi offre di più... polenta, formaggio e salamella (con possibilità di menù alternativo per i vegetariani!!), tiramisù, caffè... e birra a volontà! 
Il tutto, gratis per gli atleti e nel massimo rispetto della logica "km zero". 
Ai fornelli naturalmente Marco che, quando non corre velocissimo su per le montagne, di professione fa il cuoco.
Solo prodotti locali, compresi anche i premi del fantastico cesto che mi sono portata a casa!
In più, animazione con un gruppo che cantava simpaticissime canzoni in dialetto, tipo Davide Van des Sfroos, capito?! Un autentico spasso... 

Per me è stata una sorpresa continua... non solo riuscire finalmente a spingere un po' di più dopo mesi inchiodata a ritmi troppo "ultra", riuscire a piazzarmi subito dietro le specialiste del trail ben più veloci di me...
Ma fondamentalmente il piacere di scoprire sentieri così belli e corribili tra boschi e campagne, a pochi chilometri  da dove sono cresciuta. 

Lo stupore che mi ha accompagnato lungo il percorso ha preso vita in una banale domanda: "Ma perchè sono andata a vivere sotto la tangenziale EST?!?

Nel dubbio, corri che ti passa... 


Sito web Trail terre di Mezzo 

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8 novembre 2012 4 08 /11 /novembre /2012 06:56
Alfonso SciarrattaIl podista siciliano Alfonso Sciarratta ha portato i colori della sua Società podistica Athlon Ribera nel deserto, in occasione della 100 km del Sahara che si è svolta tra il 26 e il 27 ottobre 2012: una speciale occasione, in cui questa gara solitamente a tappe, si è svolta in'unica soluzione, no-stop.
Grande fatica la sua, ma anche grande soddisfazione.
L'impatto con la prima gara desertica é stato per Alfonso molto duro: tanto da fargli pensare, appena tagliato il traguardo, intriso di sudore, con le incrostazioni del sale del sudore evaporato addosso e le scarpe piene di sabbia: "Mai più!".
Per accorgersi dopo, a mente più lucida, di essere stato contagiato dal fascino dei deserti e dal Mal d'Africa.
E, adesso, non vede l'ora di tornarci di nuovo.
Di lui ha scritto, il giornale on line SicaniaNews.it.
Ecco di seguito, il suo racconto.
(Alfonso Sciarratta) Ho pagato pegno per una mezza tirata la domenica precedente (il 21 ottobre 2012, a Sant'Agata di Militello, Messina) per cercare di fare classifica e già dopo il 20° km non riuscivo a reggere il ritmo dei miei compagni.
Ma facciamo un passo indietro e partiamo dall'inizio... 
Tutto pianificato (almeno così speri quando affronti un'avventura del genere), ma all'arrivo a Djerba di tutto il gruppo non arriva (responsabile un'addetta al chek-in) solo il mio bagaglio.
Meno male che l'indispensabile per la gara 
è con me: sdolo un po' di ansia, perché nella tarda serata me lo fanno recapitare.
Cena in albergo, dormitina e l'indomani partenza per Chenini da dove parte la gara.
Controllo delle attrezzature e certificati e poi si parte...
Lo scenario è da favola: un posto che a chiamarlo "paesino" è già un'iperbole: sono solo quattro case arroccate su una roccia.
Si percepisce che è il giorno più importante della loro festa principale (Festa del sacrificio o Id al-adha, credo si chiami) e dappertutto c'è gente che scanna montoni, pozze di sangue, tanfo di animali macellati, mosche, donne che sciacquano interiora e gettano l'acqua sulla "strada", che poi è solo una polverosa mulattiera.
Si attraversa in salita questo villaggetto e poi si affronta discesa che ci porta ad affrontare una mulattiera in salita (simile alle nostre) al cui culmine ci si affaccia in uno spettacolo naturale fantastico un grand canyon (credo che vi abbiano fatto dei film western), e da li a poco a poco ci si addentra nel deserto sulla parte più caratterizzata da sassi. 
Alfonso Sciarrata con la moglie durante una gara podistica siciliana su strada (Memorial Salvo D'Acquisto 2012) Foto di Maurizio CrispiNel frattempo, si allungano le ombre della sera.
Il morale ancora è alto, si sta in gruppo e si continua a scherzare, ma col far della notte le cose cambiano: il 
fondo che ci avevano detto essere molto compatto, invece cede spesso il posto a lunghissime strisce di sabbia per le quali non eravamo preparati perchè ce le aspettavamo solo nell'ultimo tratto e, quindi, veniamo rallentati. Chi di noi è sfornito di ghette spessissimo deve svuotare le scarpe dalla sabbia.
Nel frattempo, complice il fatto che i jeepponi che passano ogni tanto lasciano la sabbia in sospensione, soffro per non poter respirare bene.
Non riesco a tenere il passo e chiedo agli amici di lasciarmi dietro, per non danneggiare la loro gara.
Il buio ci avvolge fitto, non si percepisce con la lampada frontale quasi nulla di ciò che ci circonda e, stranamente, questo terreno “piattone” risulta sempre in salita (sensazione che poi si è rivelata comune a tutti). 
Pian piano mi assale una sonnolenza strana fin quasi a una sensazione di svenimento che mi porto dietro tutta la notte e che, sovente, con una frequenza preoccupante, mi fa pensare al ritiro, ma quando ormai tutto sembra perso mi appare una “fatina” nei panni di una bella signora che mi chiede come va e che ha un bel passo di camminata; mi propone di agganciarmi a lei per vedere di superare la crisi.
Il suo passo, però, è celere e per starle dietro devo corricchiare, ma ce la faccio...
Nel frattempo le poche parole che scambiamo mi aiutano 
tantissimo fino al ristoro del 60° km; poiché lei, avendo incontrato il marito, si ferma a mangiare e riposare, ci salutiamo e ognuno prosegue per la sua strada. Io con con il mio amico e compagno, Salvo Piccione, che ho raggiunto.Mi affretto a cambiarmi per ripertire senza una sosta per il riposo.
Ma non riesco a seguirlo e mi faccio lasciare nuovamente. 
Un'immagine di atleti in azione durante la 100 km del Sahara no-stop del 2012Il sonno mi vince nuovamente e comincio a cantare per tenermi sveglio, ma con scarso risultato. Mi rendo conto che buona responsabilità è anche della lampada frontale che non fa una luce adeguata e quindi gli occhi fanno fatica a restare aperti, ma anche il fatto che sono abituato, nelle lunghe distanze a bere tanto the.
Qui invece lo trovo solo ogni 20 km.
Prego Dio di darmi la forza fino a che fa giorno, certo che le cose potranno migliorare ed cosi è.
Durante la notte non ci aiuta nemmeno il fatto di riconoscere a distanza i posti di ristoro, perchè la sensazione di andare sempre in salita poi corrisponde al vero e li vediamo solo appena arriviamo al crinale sovrastante.
Pian piano si fa giorno, e alle prime luci dell'alba questa terra brulla ci appare in tutta la sua interezza: ci accompagna anche qualche cinguettio, in cui identifico - da vecchio cacciatore - anche il canto delle calandre e questo mi distoglie dalla fatica.
Ma comincia  a spuntare il sole e con esso il caldo che si fa sempre più opprimente, con esso i tre 
flagelli che mi accompagneranno nel tratto più duro, il finale di 15 km: le mosche a milioni,  il vento sempre più forte che ci frusta la sabbia addosso (che ti entra dappertutto anche negli occhi nonostante la protezione di cappellino ed occhiali) e le dune.
E' un continuo saliscendi, coi piedi che 
affondano sempre più.
Non si riesce a respirare a bocca aperta perchè 
mastichi sabbia e rischi di fare un pasto iperproteico a base di mosche.
Nel frattempo il vento sempre più teso ha abbattuto molti segnali e molte bandiere di riferimento e, quindi, bisogna andarseli a cercare, facendo la massima attenzione.
Ma ecco che appare il fortino romano su un crinale e, con esso, la consapevolezza che il traguardo non dovrebbe essere molto lontano, arrivati lì dovrebbero mancare “solo” circa 5 km.
Ma quella che sembra una distanza breve, tale non è!
Per raggiungerlo il traguardo passa molto tempo, un tempo che sembra infinito. 
Arrivati in cima ci dicono “Dai che è quasi finita” e ci indicano un punto all'orizzonte dove si vede una fila di alberi dietro i quali c'è l'oasi e l'arrivo, ma nel mezzo tantissime dune sormontate, da un velo che altro non è che la sabbia alzata dal vento che, nel frattempo, si è fatto impetuoso.
Un passo dietro l'altro ce la dobbiamo pur fare... e guardi gli altri a notevole distanza ognuno a cercare la strada più breve o meno pesante cercando di tenersi sempre sulla cresta delle dune... ma non è facile.
Finalmente gli alberi sono sempre più vicini e si cominciano a vedere gli uomini e le donne dell'organizzazione che sono lì ad aspettarti.
Ed ecco che finalmente arrivo alle piante, le attraverso e, svoltando, mi ritrovo il gonfiabile e tanti ad aspettarmi - anche concorrenti arrivati da un pezzo - ad applaudirmi e una simpaticissima ragazza che mi abbraccia (io, lercio di sudore!) e mi cinge il collo con la Mia medaglia, quella che mi sono conquistata, io che ho la sensazione di essere l'ultimo dei gladiatori sopravvissuti.
Posso solo aggiungere che quando ho finito ho pensato lì per lì: "Mai più".
Oggi devo dire che l'Africa con le sue mosche, il suo gran caldo, la sua sabbia, il suo sudiciume, il suo lezzo ha un suo fascino che ti prende e... non vedo l'ora di ritornarci.
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5 novembre 2012 1 05 /11 /novembre /2012 10:30

Etna Marathon 2012 - l'arrivo di Elena CifaliL'ormai arcinota Elena Cifali (ASD Movimento é Vita Gela), ma ormai conosciuta al popolo di Facebook dopo la Supermaratona dell'Etna (0-300) come SuperElena Cifali, ha corso anche il 3 ottobre la 7^ edizione della Neuberg Etna Marathon. Ha chiuso la distanza in 5h03' circa.
Ecco di seguito il suo racconto che, ccoinvolgente come sempre, ci conduce nel suo viaggio: un viaggio che si misura in chilometri percorsi, ma che è anche interiore, questa volta non nella memoria, ma delle sensazioni, emozioni e stati d'animo.
(SuperElena Cifali) "Coraggio Elena, mancano solo 400 metri ed è finita anche questa. Solo gli ultimi 400 metrie finalmente potrai riposarti”.
Continuavo a ripetermelo, dopo ogni passo, dopo ogni pietra, dopo ogni albero e il traguardo si faceva sempre più vicino e, con esso, la consapevolezza che anche in questa occasione ho dato il meglio di me. 

E’ stata dura. La maratona è sempre la regina delle corse e correrla sull’Etna ha avuto un fascino particolare.

41 km di sterrato, di pietre e di foglie, piccole foglie gialle ed arancio che si erano depositate per terra quasi aformare un tappeto, come nelle migliori occasioni.
Il cielo è limpido ed il sole alto.
Ssubito dopo il via io, Salvo e Davide partiamo per questa stupenda avventura che ci condurrà a vivere stati d'animo, emozioni e sentimenti nuovi ed inaspettati.
Quando sei dietro la linea di partenza non puoi mai sapere cosa ti aspetta e cosa succederà lungo questo “viaggio”.
Hai progettato, studiato e programmato ogni singolo km, ma quando hai le scarpe da trail ai piedi e stai calpestando il più alto vulcano attivo d’Europa di tutto può accadere. 

E può accaderti (così come è successo a me) di trovarti insieme a meravigliosi amici che hanno preparato insieme a te la gara.
Oggi mi tengo vicina a loro, quasi per miracolo rompo subito il fiato ma i miei muscoli tibiali risentono della temperatura novembrina e mi bruciano un bel po’ durante i primi chilometri.

Io ed i miei compagni partiamo cautamente come al solito: il paesaggio è usuale per noi, alzando lo sguardo sappiamo perfettamente dove si trova il cratere centrale che con i sbuffi e  sporadiche nuvole ci fa compagnia.
Ci sorveglia dall’alto dei suoi 3000 metri e, come un padre rigoroso e severo, ci ricorda che siamo suoi ospiti.
Etna Marathon 2012 - partenza La natura è prepotente in questi luoghi: il bosco con i suoi alti pini ci indica la strada per raggiungere l’altro versante del Monte.
Ovunque io mi giri vedo la vegetazione che ha indossato il suo mantello autunnale e che si prepara a ricevere la coltre di neve che presto la seppellirà.
Sul suolo oltre le pietre e le foglie ci sono ghiande e ricci di castagne e, ogni tanto, incontro qualche piccola coccinella che cerco di non calpestare.
I primi chilometri trascorrono beati, oggi ho deciso di indossare le cuffiette auricolari per ascoltare della musica senza disturbare i miei compagni.

Solo al giungere del 3° km mi rendo conto di non aver avviato il timer ed il conta chilometri del mio Garmin.
Mi arrabbio con me stessa perché questo significa che non avrò l’esatta cognizione del chilometro che sto percorrendo, ma ormai il danno è fatto. Cerco di non pensarci e mi faccio coinvolgere dalla musica e dalle sue parole. Ho scelto d’ascoltare solo musica italiana, così avrò l’opportunità di meditare sul significato di ogni brano.
E la meditazione non tarda ad arrivare!

Nei primi chilometri tutti in salita mi faccio accompagnare da Carmen Consoli che canta la nostra straordinaria Sicilia, descrivendone con cura il fare degli abitanti: impiccioni e “sfacinnati” per natura. E già perché si sa che noi Siciliani siamo un popolo di “omertosi” ma che in fondo in fondo “sappiamo e ci informiamo” di tutto e di tutti. 
Nel frattempo, i miei compagni allungano il passo lasciandomi indietro e li lascio andare cosciente del fatto che tra poco arriverà la discesa e che allora potrò raggiungerli.
Mi faccio riassorbire dai miei pensieri quando, in compagnia di Renato Zero, inizia per me una lunga planata, chilometri e chilometri di discesa che scuote ogni singolo muscolo del mio corpo.
Etna Marathon 2012 - partenzaQui adesso c’è tempo per formulare tanti, forse troppi pensieri. I miei sogni si accavallano e si scavalcano l’uno con l’altro. Penso a quello che ho fatto in questi mesi e a tutto quello che ho in programma. Si dice spesso che i sogni si custodiscono dentro il cassetto, ebbene, per me ci vorrebbe un’intera cassettiera, di quelle antiche con almeno una decina di profondi cassetti [O un armadio? o una "curriola"? - ndr] perché a me piace sognare e sognare imprese ardite dove il confronto con me stessa è sempre ìmpari.

Si, ìmpari perché la parte più sognatrice di me è la più forte ed ha la meglio in ogni occasione.
Sono in compagnia di artisti strepitosi: Renato Zero, Fiorella Mannoia, Jovanotti ed ancora Vasco Rossi, gli Articolo 31 che con il loro inno alla “Maria” mi strappano più di qualche sorriso.

Non mi lasciano sola neppure Celentano e Domenico Modugno con il suo “Nel blu dipinto di blu”.
Proprio quando ascolto Modugno raggiungo l’apice della felicità: le gambe girano molto bene, sono riuscita a prendere una buona velocità in discesa e salto, ringraziando, il primo rifornimento (ho portato con me lo zaino dove ho tutto ciò che potrebbe servirmi). Penso, ascoltando questo straordinario artista, a quanto sono fortunata io in questo momento a poter correre in assoluta libertà tra questi boschi nel cuore di questa montagna.
Penso a quanti non possono farlo perché sono invalidi o ammalati, penso a tanti amici che, pur amando la corsa, sono costretti a rinunciarci. Penso a tutti coloro che non “possiedono” più la loro libertà e sono rinchiusi fra quattro mura costretti a dividere il loro spazio e la loro vita (alla quale hanno rinunciato in nome di Dio solo sa che cosa) dentro una cella.
Si, sembra assurdo ma il mio pensiero è volato ai carcerati e, pensando a loro, un brivido mi attraversa le braccia, tanto che me le tocco e le stringo come se mi stessi abbracciando, notando in questo gesto che sono fredda, molto fredda. 

Intanto i chilometri scorrono velocemente, ho l’impressione di non aver iniziato la gara, mi sento bene, anzi benissimo, non sono per nulla affaticata.
Ho lasciato dietro di me Salvo e Davide e questo è un buon segno. 

Mi sono allenata costantemente e con un solo obiettivo: la maratona!
Terminata la discesa, Davide mi raggiunge e mi racconta che è caduto per terra facendo un bel capitombolo, ma che sta bene, senza nessuna conseguenza.
Etna Marathon 2012 - foto di gruppo prima della partenza 01Mi lascia appena la salita diventa più impegnativa, lo vedo allontanarsi col suo passo costante, con la sua andatura, con le sue braccia basse, lo zaino, la fascia in testa, un piede avanti all’altro, dritto e sicuro verso la meta. 

Inizio ad accusare la stanchezza, i chilometri sono diventati tanti ed allora cammino in salita. C'è da confrontarsi con una moltitudine di tornanti stretti stretti dove, per me, sarebbe impossibile correre.
Mi consolo camminando a passo svelto, quel passo che ho imparato a fare durante la Supermaratona dell’Etna, quando il sole era alto e faceva caldissimo, quando a farmi compagnia c’erano solo migliaia di mosche impiccione.

Oggi nessuna mosca, ma tanta quiete e tranquillità.
Decido di sfilarmi le cuffiette e godere del “silenzio” e del “rumore” della montagna. Ancora una volta Sua Maestà mette i puntini sulle "i".
Ancora una volta Sua Maestà mi fa capire chi comanda, mi fa capire che io e tutti gli altri siamo solo piccoli ed insignificanti esseri umani che cercano di cavalcare le sue fronde.
Io mi rimetto al suo giudizio, corricchio, cammino, corricchio di nuovo senza mai perdere di vista il mio obiettivo: il traguardo.

Ho bevuto e mangiato e sento la necessità di far pipì, mi fermo e riparto.
Di li a poco il terzo ed ultimo ristoro.
Saluto gli amici che, con grande devozione e passione, mi offrono da bere e mi incoraggiano a ripartire.
Mi volto ed alle mie spalle riconosco il mio compagno di viaggio: una delle persone a cui devo molto nella mia vita podistica, una persona che oggi è qui con me, sfidando non solo l’Etna ma anche se stesso.

Reduce da un infortunio e non ancora guarito del tutto: Salvatore Crudo.
Vedendolo mi si illumina il viso, rido, lo chiamo a voce alta ed il cuore mi si gonfia di gioia.
Ripartiamo insieme e ci raccontiamo della gara fino a quel momento, procedendo a passo lento. Io sono stanca e lui ha un doloretto al tallone.
La musica mi accompagna ancora una volta.
Procediamo insieme fino al 35° km.
Ooi, incoraggiata da lui che è il mio maestro, allungo il passo e volo verso il traguardo. Gli ultimi chilometri sono i più belli ed i più pesanti al contempo.
Riconosco il percorso che, in quest'ultima parte, è identico a quello dell'Etna Sky Race dello scorso anno e faccio riaffiorare in me tutte le motivazioni e tutti i pensieri positivi che mi hanno portata qui oggi.

elena-Cifali-e-salvo-crudo-alla Maratona di Messina 2012Le fronde degli alberi si stringono sopra di me, quasi a creare una galleria con i loro rami e le loro foglie.
Mi sento in cima al modo, sono felice, contenta, soddisfatta, mancano solo 400 metri e potrò dire ancora una volta: IO C’ERO.
E me ne infischio del tempo impiegato, io sono felice così, grazie alla corsa che con tanto amore pratico come inno alla vita.
La fatica, i sacrifici, le ansie e i timori si contrappongono alla gioia, all'adrenalina ed alla felicità che questo gesto così semplice mi trasmette, insomma un carico di intense emozioni.

Ad un tratto vedo il gonfiabile d'arrivo, è li davanti a me.

Vorrei urlare, ma dalla bocca non esce un solo sibilo.
Solo un largo sorriso che spiega la mia soddisfazione.
Arrivederci, Vulcano, arrivederci alla prossima sgambettata.
Ti lascio in pace per un pò di tempo e, magari, verrò a trovarti una di queste mattine, ma prometto: ma solo per raccoglier castagne!

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31 ottobre 2012 3 31 /10 /ottobre /2012 10:20

Monte-Pellegrino-Up-Down _ Giocchino Maniscalco in azione - Foto di Maurizio CrispiGioacchino Maniscalco (ASD Marathon Misilmeri) ha partecipato con un nutrito gruppo della sua Società all'Ultratrail del Lago d'Orta che si svolto - con partenza ed arrivo a Pogno tra il 20 e il 21 ottobre scorso.
Nella sua Società, già antesignano di simili imprese trail, è stato capace di coinvolgere proprio nel trail un bel numero di rappresentanti del suo gruppo podistico, Innocenzo La Scala suo presidente in testa (sino a pochi mesi quasi esclusivamente "stradaioli". Quindi, da un certo punto di vista, è stato l'ispiratore dell'odierna impresa podistica degli altri 8 atleti del Marathon Misilmeri che hanno partecipato alla gara lunga di Pogno, tutti con grandissima soddisfazione, ma anche il curatore della parte logistico-organizzativa.

Ha concluso in 11h30' circa, dopo aver lottato con una crisi, che soltanto ha potuto superare grazie alle sue esperienze come la Valdigne e del Cervino Xtrail.
Ma ce l'ha fatta ed è questo ciò che conta.
Qui di seguito il suo racconto.

 

(Gioacchino Maniscalco) Pogno  20/10/2012  ore 10.00.  Mi trovo sulla linea di partenza, il sole risplende, il cielo è sereno, ma l’aria frizzante ci ricorda che siamo lontani dalla nostra Sicilia.
Intorno a me una moltitudine di trail-runner colorati ed allegri, di fianco gli amici di sempre, compagni di tante avventure e tanto sudore.
I pensieri sono tanti, ma l’eccitazione cresc.

OK.
Ci siamo.
Si Parte …

Siamo veramente tanti per un Ultratrail di 63 Km con 3.600 di dislivello positivo.
Appena partiti, quasi subito usciamo dal centro abitato ed il lungo serpentone comincia a salire per un sentiero piuttosto agevole ma affollato; mi impongo di andare piano ma i primi km scorrono via veloci tra un sorpasso ed un altro sono già al Santuario, accanto a me c’è Enzo ed insieme passiamo i Monti della Luna dove ad attenderci c’è un panorama mozzafiato sul Lago d’Orta e la simpaticissima Julia che dopo aver lavorato come una matta sul percorso, percorrendolo chissà quante volte è lì con la sua macchina fotografica ad immortalare tutti.
Adesso siamo nel bosco, Enzo ed io abbiamo preso un bel ritmo, il percorso è invitante con saliscendi continui su un letto di foglie.

Ecco, ci siamo! E' arrivato il momento in cui corri e basta, i pensieri si annullano e, mentre tutto il resto del mondo si allontana, tu ritorni bambino, pensi solo a giocare e vuoi che il bel gioco non finisca mai.

I chilometri scorrono, il bosco è sempre più fitto e la magia cresce.
Ora siamo in 6, perché abbiamo beccato un gruppetto che ha il nostro passo e siamo in fila indiana, però Enzo tira - un po’ troppo direi - ed io decido di stare in coda. I km sono tanti e non voglio strafare: so che non posso competere con un grande maratoneta come lui e che su un percorso del genere devo stare calmo.

Sono passate circa 2 ore dalla partenza e comincio ad avvertire stanchezza: Brutto segno è troppo presto, questa non me l’aspettavo, ma come ho faticato tanto per preparare la gara, ci tenevo tanto non è possibile, cosa fare?
I pensieri sono tanti, si accavallano l'un l'altro.
Li ho portati io qua, certamente non posso mollare.

Chissà come stanno gli altri?

Eppure abbiamo fatto tutto per bene, perché ora questa stanchezza?
Devo resettare...
Iio devo arrivare al traguardo e basta, nient’altro conta né l’orario né la classifica né i piedi doloranti, devo essere Finisher e basta.

Questa convinzione mi fa cambiare tattica: abbasso il ritmo e mi estraneo, predendo ad andare avanti e basta un passo dopo l’altro. Dai, Gioacchino, dai! Lo hai fatto tante volte forza!

E’ difficile spiegare cosa accade nella mente in situazioni del genere, quando sai che non è giornata, che fisicamente non stai bene: però poi decidi che la testa è più forte, che la sfida è qui e adesso  e che non c’è appello, quando comprendi che devi andare oltre i limiti ancora una volta. E allora ti vengono in soccorso i pensieri positivi , le motivazioni lo sguardo dei tuoi cari, e vai, vai e basta.

La gara è infinita. Mi ha superato Giovanni, è un grande… 57 anni, ma sembra un ventenne; non importa, certo mi sarebbe piaciuto agganciarmi a lui , ma oggi la mia gara è un'altra, ci siamo solo io e la montagna ed io devo arrivare al traguardo1

Monte Novesso mi ridà energia, mi piacciono le lunghe salite; sono invece i saliscendi continui che oggi mi sfiancano, in cima poi il panorama è mozzafiato.

Il Monte Rosa domina bianco ed imponente sulla sinistra, mentre sulla destra il Lago Maggiore pare separato solo da una minuscola striscia di terra dall’Orta, che spettacolo!

Julia instancabile ci fotografa anche qui e, con un meraviglioso sorriso, ci annuncia il prossimo ristoro; mentre bevo, arriva Christian felice e contento come una pasqua.
Meno male! Mi rincuora che i miei amici non stiano soffrendo come me, mi sento un po’ responsabile per averli coinvolti: Chissà Angelita come stà, ma lei è forte sicuramente la finisce, quello che mi preoccupa di più è Antonio, lui al massimo ha fatto l’Etna, speriamo bene , saluto Christian e lo incito ad andare, mentre io riprendo in discesa, ma il passo non è quello solito purtroppo.

I compagni di avventura si susseguono, le ore passano , le gambe sono sempre più pesanti, chissà a che ora arriverò, forse ho ancora un paio d’ore di luce, dai andiamo spingi spingi, la testa c’è ma il resto oggi no.

Pensieri positivi, pensieri positivi solo questo, penso ai tanti momenti di difficoltà passati, a tutte le volte che credevo di non farcela ed invece sono riuscito a tagliare il traguardo, e comincio ad immaginarlo, penso alla festa, presto sarà solo festa dai un passo dopo l’altro.

Angelita mi ha superato per fortuna anche lei sta alla grande, mi sento felice per loro, finalmente  ho fatto conoscere ai miei compagni un mondo nuovo e meraviglioso che avevano vissuto dai racconti miei e di Giovanni, con le nostre mitiche imprese sul Cervino e alla Valdigne.

Adesso però devo farcela anch’io, sono arrivato al 48° dove c’è il ristoro; qui bevo un po’ di the caldo, ne approfitto per cambiare la maglia e preparare la lampada, la sera incombe e la strada è ancora lunga .

Quante fatiche mi tornano alla mente, i ricordi adesso sono i miei migliori compagni di viaggio, l’Oriondè avvolto dalla nebbia, il Col de Licony , Planaval e la Punta Fetita con quel vento micidiale, il traguardo di Pantelleria con l’unghio rotto e la pioggia, il calore del traguardo di Morgex, il traguardo del Cervino che non arrivava mai, mio figlio che corre assieme a me verso il traguardo .

Sono nel buio adesso, il bosco di notte è un esperienza nuova ed affascinante , è come se tutte queste ore non fossero passate , mammamia è una giornata intera che sono in gara eppure adesso mi sento bene, riesco a godere del piacere della scoperta, il percorso è segnato benissimo e vado via dritto, manca poco ormai .

All’ultimo ristoro siamo al 60°, prendo un po’ di thè  e la signora anziana che me lo serve si scusa perché non è molto caldo, che gente meravigliosa che abbiamo incontrato…. tutti gentili , disponibili e felici di dare una mano .

Ci siamo vedo le luci del paese, esco dal bosco e comincio a correre in direzione del campanile, è fatta, l’arrivo è dentro il Palawojtila dove tutti già mangiano e festeggiano così che anch’io dopo 11h30' ricevo applausi e festeggiamenti; Enzo è subito lì a darmi il cinque, Julia mi abbraccia e Giovanni mi stringe commosso.
Mi dicono che Antonio è arrivato poco prima…
Che bello!

Tutti al traguardo, tutti felici e grati agli organizzatori ed alla gente del Lago d’Orta per averci regalato una giornata indimenticabile!

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31 ottobre 2012 3 31 /10 /ottobre /2012 08:29

Sulla spiaggia dfi Mondello (1978 - Foto Petyx)

(Maurizio Crispi) La foto riportata sopra (che venne fatto attorno a mezzogiorno sulla spiaggia di Mondello Valdesi di Palermo, il 17 ottobre 1978) mostra i miei primordi della corsa, quello che si potrebbe definire il mio ur-running.
Nella foto, ci sono io (alquanto irriconoscibile rispetto ad ora), immortalato nel gesto della corsa, mentre corro sulla spiaggia assieme al mio primo pastore tedesco, una femmina che venne battezzata Petra (un nome che venne fuori, perchè quelli erano gli anni di Petra Klause, ma anche perché scelto da mia madre che, sin da subito, quando portai questa cucciolotta in casa, ebbe come prima reazione quella di considerarla una "pietra" difficile da digerire.
Di fatto, cominciai a correre sistematicamente da quando ebbi Petra, ma solo dopo che completò la sua crescita. 

Uscivo regolarmente ogni mattina, ma - a volte - con il mio stakanovismo (quello che scatta quando comincio ad applicarmi ad una cosa, tipo che nella fase in cui andavo spesso a lavorare in campagna, dovevano essere almeno otto o nove le ore di lavoro duro, perché io mi sentissi soddisfatto) anche di pomeriggio o in seconda mattinata.
Del resto, in quel periodo, avevo anche un sacco di tempo libero, perché avevo appena finito il mio servizio militare e ancora non lavoravo regolarmente.
Il mio posto preferito dove andare a fare le mie sgambate era Mondello, dove correvo regolarmente a piedi scalzi, sia sulla spiaggia, sia sul vialetto sterrato che si stende parallelo alla sabbia.
Non più oberato dai vincoli militari, avevo dato libero corso alla crescita di barba e capelli: la barba, in particolare, la feci allungare a dismisura, quasi avessi fatto un voto di non tagliarla mai oppure sostenuto dal retro-pensiero (un po' magico) al quale indulgevo nelle mie segrete fantasie che questa barba dalla crescita incolta fosse come i capelli di Sansone e che, qualora l'avessi tagliata, avrei immediatamente perso le mie forze.
Perché correvo a piedi nudi?
Immagino che vorrete saperlo.
Di sicuro, per diverse ragioni...
La prima era che mi piaceva sentire il contatto dei piedi scalzi sul terreno e avevo la sensazione che questo contatto mi desse vigore ed energia (e, oltretutto, mi sentivo più leggero)...
La seconda era che, allora, il mio principio fondamentale era che occorresse temprarsi a qualsiasi cosa: una cosa che nasceva da lontano, quando da bambino esponevo un dito alla fiamma viva per vedere quando avrei resistito al dolore (ben poco, direi: ma almeno potevo dire di averci provato), oppure quando - per lo stesso motivo - mi sottoponevo a piccole torture, per incrementare la mia resistenza (e tenete conto che la mia fantasia era infiammata dalle letture dei romanzi di Emilio Salgari, dove l'eroe di turno resisteva sempre - indomito - ai disagi e alle sofferenze che gli venivano inflitti).
Poi, perché uno dei miei miti cinematografici di quegli anni era diventato il film "Un uomo chiamato cavallo" (uscito proprio in quegli anni), in cui il protagonista deve fuggire completamente nudo e a piedi scalzi dai Pellerossa che lo hanno catturato e che, dopo aver pensato di lui che fosse uno smidollato, devono ricredersi per l'incredibile resistenza che mostra di possedere e lo accettano tra loro, ma sottoponendolo a tutta una serie di riti iniziatici.
Ma devo anche dire che già allora ero preso dal mito di Maratona e, mentre correvo a piedi scalzi, rimbalzavano nella mie mente, le immagini di un altro film-icona che erano quelle de "Il maratoneta" in cui era riportato il mito di Maratona e della corsa di Abebe Bikila a piedi scalzi alla Maratona di Roma Olimpica nel 1960) e il cui protagonista (Dustin Hoffmann), aspirante maratoneta che si nutre del mito di Abebe e della sua vittoria, si salva dal sicario che vorrebbe ucciderlo, correndo a piedi scalzi per le vie di Manhattan).

Ed ecco la storia della foto che ha dato spunto a questo racconto.
Era una giornata ottobrina, calda e sciroccosa. Io correvo sulla spiaggia, altri facevano windsurf, altri prendevano il sole o facevano il bagno.
C'er un fotografo che tirava foto, con una buona macchina (Petyx, allora fotografo del Giorrnale L'Ora).
Nel numero de "L'Ora" del pomeriggio venne fuori un servizio su come i Palermitani avevano vissuto quella incredibile giornata di scirocco, servizio ovviamente corredato con foto, tra cui anche la mia, titolata "Lui e il cane".
Passai nei giorni successivi dalla redazione dell'Ora e me ne feci dare una copia...
E questo è quanto...

"Lui e il cane": si pone come un'immagine-mito della mia personale galleria fotografica...

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29 ottobre 2012 1 29 /10 /ottobre /2012 21:04

Innocenzo La Scala, presidente dell'ASD Marathon Misilmeri, assieme ad altri della sua società, ha parteicpato all'Ultratrail del Lago d'Orta.
Dal 2012, per Innocenzo La Scala ha preso l'avvio la passione per il Trail: la maglia con i colori del Marathon Misilmeri è stata sempre più rappresentata nelle prove subentranti del Circuito Ecotrail Sicilia 2012.
Ma l'appetito vine mangiando, per così dire.
E quindi, dopo le diverse esperienze nel circuito trail siciliano, con un upgrade del livello di difficoltà con cui confrontarsi, è sorta l'idea di cimentarsi in un trail più lungo.

E' stato così che Innocenzo La Scala e i suoi sono partiti per affrontare l'avventura dell'Ultratrail del Lago d'Orta.
Innocenzo a scala ha chiuso la sua gara in 8h34'48, 36° assoluto.
Una bellissima soddisfazione, ma soprattutto una straordinaria esperienza condivisa con i suoi compagni di squadra.

E' stata un'autentica avventura e, come per ogni avventura che si rispetti, eccone il racconto.
 

 

Monte-Pellegrino-Up-Down 2012 - Foto di Maurizio Crispi(Innocenzo La Scala) Da cosa nasce l’idea di partecipare  ad un TRAIL  o addirittura ad un  Ultratrail? Sicuramente, dai racconti di qualcuno che ha avuto esperienze di questo tipo, ed io, per fortuna, ho come compagno d’allenamento  Gioacchino Maniscalco, il quale ha cominciato a frequentare questo ambiente molto tempo prima di me.
Dai suoi racconti è nata in me la curiosità di provare, a me che per 19 anni ho calpestato solo asfalto, avendo in attivo 30 maratone ed una miriade di maratonine.
Proviamo, mi sono detto.
La mia prima gara trail è stata a Ficuzza (alla fine del 2011): fu un disastro perchè l'affrontai come una gara su strada e da qui l’idea di abbandonare, ma Gioacchino non finiva mai di raccontare  quali belle esperienze aveva vissuto.
Un giorno mi disse: Tu che hai esperienza di maratone perché non ti iscrivi all’Ecomaratona delle Madonie? 
Mi ha lavorato per benino ed io, alla fine, ho ceduto, però come tutte le cose che faccio, almeno in quelle più importanti ci metto passione, ed ho preparato questa gara molto scrupolosamente, alla fine mi sono piazzato 11° assoluto con un tempo di 4ore 42’ 35’’. Capii che il trail era nelle mie corde - almeno quello lungo - e cominciai a fare questo tipo di gare.
Non vorrei però che il messaggio che passa sia che faccio trail per i risultati! No, assolutamente no, ma solamente perché ho scoperto dopo 19 anni ininterrotti di corsa un nuovo mondo, a misura  e dimensione di ognuno di noi, tra natura, solitudine, profumi e tanta complicità.
Gioacchino avendo avuto esperienze di trail fuori Sicilia tra cui il Valdigne ed il Cervino, mi continuava  a dire: Dobbiamo fare un ultratrail fuori la Sicilia; e un giorno se ne spunta con questa bella novità: Enzo - mi disse - ASD Trail Running organizza una gara di 63 km di trail che, in più, assegna 2 punti per UTMB, cosi nel 2013 ci iscriviamo alla CCC. Ed io non ancora capivo: quando ho preso visione in rete di cosa parlava, ho detto tra me e me ma: Questo è davvero fuori di testa, può andar bene per la 63 km, ma la CCC per me rimane la terza lettera dell’alfabeto  non 100 km nelle Alpi tra Italia Svizzera e Francia.

Stilo un programma di allenamento, il tempo che avevamo a disposizione era abbondante.
La gara di Pantelleria come tappa di avvicinamento era l’ideale e cominciamo questa benedetta preparazione.
Sei giorni la settimana un solo giorno di riposo, assenze in 16 settimane solo una, giustificata, sentivo di essere preparato, i miei compagni ci credevano più di me.
Dalla prima edizione dell’Ecomaratona mi hanno affibbiato il nomignolo di Pulce delle Madonie, Pulce stupirai tutti….
A settembre ci iscriviamo in tutto sette del nostro gruppo,  a  quattro giorni dalla gara Giovanni Landolina ha dovuto abbandonare per una frattura all’anulare del piede destro. Siamo rimasti in sei: io, Giocchino Maniscalco, Angelita Bonanno, G. Di Martino, G. D’Ippolito e A. Martorana.
Come sempre, a Gioacchino è spettato il compito di organizzare tutto, viaggio, soggiorno e visite, tutto perfetto e con pochi soldi.
Arriviamo a Pogno nel primissimo pomeriggio di Venerdì, accolti con grande calore, sistemiamo tutto e, tra una visita veloce in alcuni paesi del lago ed il ritiro pettorali, si fa ora di cena, un classico con tutti gli atleti.
Don Salvatore prete dalle mille risorse, benedice l’oratorio insieme al vescovo la struttura finita da poco era stata consegnata al prete a servizio di tutta la cittadinanza, e per l’occasione agli organizzatori della manifestazione.
A letto presto per cercare di riposare più possibile, anche se la partenza alle 10.00 ci avrebbe permesso di prepararci comodamente, ma - si sa - il materiale e l'attrezzatura vanno preparati prima e quindi prima di dormire è necessario un ulteriore controllo generale allo zaino. Attrezzatura obbligatoria: giacca impermeabile traspirante, lampada frontale, indumenti caldi di ricambio, telefono, fischietto, barrette, acqua per un peso di più di tre chili. Ah, dimenticavo anche altimetria con i km e  ristori, tipo roadbook.
Si dorme e comodamente, c'è tutto il tempo per riposare bene.

La mattina sveglia alle 7.00: colazione,  pronti e vestiti, e si scende.
Un carosello di colori: c'è gente da tutta Europa, la prima sensazione era quella  di sentirsi piccoli di fronte a tanti che hanno affrontato le gare più prestigiose del mondo: UTMB  - CCC - TDS – PTL- TOR des Géants- Le tre Cime di Lavaredo e tanti deserti. C'erano più di 400 atleti vestiti ed attrezzati, uno diverso dall’altro; c'è tempo per le foto di rito e poi la calma apparente prima dello start. Non appena cominciano a chiamarci per la partenza, hanno cominciato a tremarmi le gambe,  lo stomaco in subbuglio, la  sensazione che tutto quello che avevo fatto non sarebbe servito a niente, con la sensazione schiacciante che non avrei potuto correre e che le mie  gambe non avrebbero risposto alle sollecitazioni.
Il tempo di fare una piccola ripresa video alla partenza, la benedizione del Don, a salutarci i fumogeni blu hanno colorato ancor di più il cielo, che nel fine settimana ci ha regalato giornate meravigliose.

Pronti  e via, il segno della croce quasi a cercare la forza che non trovavo più dentro di me.
Partiti dal piccolo paese di Pogno che ci lasciamo subito alle spalle, per immetterci nel bosco, io e i ragazzi della Marathon siamo nella pancia del gruppo: mi ritrovo come sempre accanto a Gioacchino, tra di noi c'è un accordo non scritto secondo cui si fa gara assieme, ma quando uno dei due sente di averne di più va, senza più preoccuparsi dell'altro…  
Cominciamo ad affrontare le prime salite e discese, il "sentiero degli scalpellini" in un castagneto bellissimo che ci porta dopo circa 5 km al primo ristoro: qui, la prima meraviglia si affaccia ai nostri occhi, dal Santuario Madonna del Sasso si può ammirare un panorama meraviglioso, il lago sotto di noi riflette i monti che lo sovrastano.
Una breve corsa su un prato appena tagliato si conclude al ristoro, che è molto veloce e via, avevamo deciso di partire con poca acqua perché i primi ristori erano vicini.
Avevamo cominciato a stabilirci su un bel passo, sono cominciati i primi sorpassi.
Insomma, si comincia a fare sul serio, si continua a salire per scollinare su una fila di versanti bianchi chiamati Monti della Luna, dove si stagliano cumuli di sabbione, ottenuto dall’attività dell’uomo nelle cave di pietra.
Lo spettacolo vale lo sforzo che ti porta in cima, dove c'è Julia pronta con la macchina fotografica ad immortalare questo momento, la gioia più grande che in quel momento sono con Gioacchino, sorridiamo e non forzatamente agli scatti di Julia che, instancabile, ci ha seguiti per tutta la gara.
Comincio a capire che le mie gambe non sono per niente stanche, ma considero che siamo ancora ai primi km. Prima del secondo ristor, Gioacchino si stacca: avevo fatto delle foto prima di separarci, era incredulo a vedermi con la macchina fotografica, ma valeva la pena perdere qualche secondo per fotografare questi luoghi.
La prima discesa mi porta a recuperare molta gente, non avevo idea in quale posizione potessi trovarmi.
Un bambino mi tende il cinque e mi dice “Sei Fortunato”. Non ho compreso bene perché m’avesse detto questo: Avrò tempo di capirlo, pensai.
Giunto al secondo ristoro capii il primo dei tanti motivi per cui il bambino mi aveva detto quella frase,”Sei fortunato”. C'erano più di venti atleti fermi al ristoro, comodamente seduti a degustare quanto di buono c’era nei tavoli, polenta formaggi biscotti frutta miele merendine, e tantissime bevande di ogni genere - addirittura la birra che ho subito scartato preferendo acqua e banane -; era ora di fare scorta d’acqua e affrettarsi per lasciarsi dietro i buongustai che erano partiti a razzo e ho capito per quale motivo.
La salita non era dura: circa 5 km e poi giù sino al 23°km.
Sento di andare bene in discesa: continuavo ad aumentare l’andatura e a recuperare persone.
Al 23° km e, quindi, al terzo ristoro ho trovato la stessa situazione di prima, ancora tanta gente ferma comodamente al ristoro, ancora ogni ben di Dio, tavoli sempre pieni di ogni cosa, ma come prima rifornisco le mie borracce, un po’ di banana, coca cola e via. Guardo il cronometro 2h48': Ho fatto lucidamente dei calcoli, per comprendere che sto andando forte.
Sicuramente c'è la base per una media che mi dovrebbe consentire di finire sotto le nove ore.
Ma ad attenderci c’era la salita più lunga e difficile quella che da Arola porta a Monte Novesso (1430 metri), una salita di 8 km circa che rasenta il Monte Piagera, lunga e stancante: preferisco sostentare ancora il mio corpo con della frutta secca che mi ero portato dietro (uva passa e mandorle), con una busta di gel energetico e acqua.
Lungo la salita incontro altri atleti e con loro si scambiano quattro chiacchiere, la meraviglia nel sentire che arrivavo dalla Provincia di Palermo, l’invidia per le temperature dei nostri luoghi, chiedo lumi sulla salita qualche consiglio e via, passo dopo passo, a sentire la gamba tirare sino in cima, una bella discesa prima del 4° ristoro posto all’Alpe Sacchi tempo impiegato nell’ultimo tratto 1h43'. 
Passaggio al 32° km circa in 4h 32 in totale, se i miei calcoli non sono sbagliati il doppio sono 9 ore e più, ma la parte più dura è alle spalle, la stanchezza non si fa ancora sentire, sono fiducioso, controllo spesso l’altimetria, la prima d'una serie di discese quella che porta a Monte della Piana va affrontata a tutta, mi costa due cadute una in avanti e una scivolata in dietro: mi rialzo e, per fortuna, niente di preoccupante non mi scoraggio; segue un piccolo strappo che porta al 38° km.
Quindi, segue una breve discesa per risalire al 42° km: sapevo che sarebbe stata l’ultima seria asperità, ancora frutta secca e gel a rifornirmi di energie.
Scenari incantevoli: un alpeggio prima dell'Alpe Berru si affaccia a noi alla fine della salita una distesa di verde meravigliosa, il proprietario che ci invita a bere alla fontana alla nostra destra. C'è tutta l’incredulità nel vedere tutto cosi bello e cosi in alto, quasi a nascondere dal mondo caotico, quest'isola di tranquillità ti fa venire la voglia di sederti a godere dello spettacolo, ma ancora c’è da salire e aspettavo terrorizzato il tratto breve che Julia e Vincenzo ci avevano descritto la sera prima, "...il tratto che sarebbe arrivato dopo il 42°, talmente ripido che scivoli indietro e siamo stati costretti a mettere una corda" - avevano dettto.

Benchè terrorizzato, non vedevo l’ora di arrivarci: e, finalmente, una fune rossa si é intravista. Dico al mio momentaneo compagno “Eccola là”.
Llui era all'oscuro di questa novità:
Passo avanti   io tendo la corda e lui dietro di me:  quasi divertiti arriviamo in cima e poi giù sino al 48° km a recuperare secondi dopo secondi 6h42' mancano 15 km che non sono facilissimi, ma sto ancora bene.
Mi fermo al ristoro dei giudici che mi guardano e mi dicono "Misilmeri dov'é?"; ed io: In Sicilia. Mizzica da lontano vieni - ribattano - sai sei 44°.
Lo stupore è tanto: non pensavo di essere cosi avanti, ma avevo fatto di tutto per non essere molto indietro, saluto compiaciuto i giudici, dopo aver mangiato ancora banane e bevuto Coca Cola  e riparto.

Ci sono 9 km prima di arrivare a Pella, un paesino sul lago con le luci accese a rendere tutto ancora più bello. 
Avevamo consumato li il pranzo di Venerdì e la felicità è tanta, quando si affacciano le prime case e arriva il ristoro posto sul lungo lago.
Mauro mi guarda stupito: Stai andando bene, mi dice. Ed io rispondo E' fatta!; lui mi avverte: Attento! Mancano ancora 7 km e non sono facili facili.
Non riempo piu le borracce: non serve andare pesante e via sempre con passo spedito a sentire la fatica, mai rilassato; si rientra nel bosco; arriva un’altra telefonata ancora da mia moglie che, lungo la gara, mi aveva chiamato più volte, ripenso al bimbo dell’11° km.
Eccolo un altro motivo del “sei fortunato”: la sua telefonata mi da ancora più forza un saluto veloce ai mie figli e via senza distrazioni devo fare di tutto per chiudere sotto le nove ore. Quando sono vicino al 60° km, c'è l’ultimo ristoro e, a segnalarlo, tante fiaccole accese che rendevano l’atmosfera magica. Mi rifocillo ancora con Coca Cola e the caldo. La ragazza del ristoro mi dice: Via mancano 3 km.

Segue un tratto agevole che affronto correndo con più grinta di prima.
Le ultime preghiere alla persona a cui mi rivolgo nei momenti di difficoltà mio Padre, e ripenso al bimbo di prima e al suo "sei Fortunato”, penso alla determinazione che mi ha trasmesso nell’affrontare i momenti più difficili, penso alla fortuna che ho avuto di essere figlio di mio padre e agli insegnamenti che mi ha trasmesso.
Dubbi all’ultimo bivio: mi fermo non so dove andare, guardo bene, giù in basso c'è Pogno che mi aspetta, vedo le prime case, le luci che cominciano ad illuminare le strade, mentre la penombra comincia ad avvolgere il paese:
Riaccendo la telecamera che avevo usato per le foto ma anche per delle brevi riprese alla partenza, al 23° ed al 50° km, non potevo non farlo all’arrivo.
Poco prima di entrare nel Pala Wojtyla dove è allestito l'area arrivi mi riprendo: sono emozionato,  sono felice ma sono anche sicuro di essere arrivato prima delle nove ore.

Entro nel Pala Wojtyla e stacco il cronometro.
C'è sempre Julia pronta con la sua macchina fotografica per un’ulteriore scatto, stacco il cronometro, mi squilla il telefono non so se guardare il cronometro o rispondere, é mia moglie che mi chiama. Il mio pensiero ha sorvolato l’Italia, sei fantastico grazie, ti richiamo fammi prendere fiato, Ti amo.
Il giudice mi chiama: Scusa, ci tieni a sapere il piazzamento rispondo si certo, sei 36° in 8h 44’48”.
La felicità sovrasta tutto, soprattutto la fatica, un foto postata su facebook, un bel bicchiere di birra e subito a fare la doccia fredda, per l’occasione scaccia-fatica, mi rivesto e scendo nuovamente al Pala, mi aspettano un piatto di minestrone caldo, wurstel, crostata e tanta birra.
Uno dopo l’altro arrivano i ragazzi della Marathon, c'è la gioia condivisa, gli abbracci, la felicità di avercela fatta, manca ancora Gioacchino, una telefonata ma nessuna risposta, la preoccupazione aumenta, mi affaccio fuori, dopo un po’ scorgo una sagoma dalle somiglianze del Giocchino che si avvicina.E' lui, eccolo, finalmente!
L’emozione mia, ma soprattutto quella di Giovanni D’Ippolito, gli occhi lucidi le braccia aperte aspettano di stringerlo, sai dice Giovanni ero sicuro che non ti ritiravi, sospirone, e di nuovo il pensiero va al bambino e al suo “Sei fortunato”.
Sono davvero fortunato essere a capo di una squadra come la Marathon Misilmeri, un gruppo di ragazzi meravigliosi, coinvolgenti e fantastici.
Fantastici sono anche Mauro, Julia, Moreno, Patrizio, Roberta, il Don e tutti, sì proprio tutti quanti gli organizzatori che, coadiuvati con entusiasmo da tantissima gente del luogo, sono stati capaci di organizzare una gara fantastica sotto tutti i punti di vista, una gara che porteremo sempre nei nostri cuori con tutti i ricordi di questa meravigliosa esperienza.
Grazie a tutti.
Sono fortunato.

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
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Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
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