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8 febbraio 2013 5 08 /02 /febbraio /2013 17:58

 

L'impresa delle I tre palermitani Claudia Occhipinti (ASD SportAction), Marco Saitta e Salvatore Maira (ASD Panormus Bike and Trail Team), tutti e tre runner e trailer di consolidata esperienza, hanno messo in atto l'ambizioso progetto (sviluppato a partire da un'idea di Salvatore Maira) di percorrere in tappa unica  la distanza compresa tra Palermo (con punto d'inizio ai piedi della Scala Vecchia che sale a Monte Pellegrino e Palermo (falde di Monte Pellegrino) toccando le tre cime del lato Nord della Conca d'oro  e, cioè, Monte Pellegrno, Pizzo Manolfo e Monte Cuccio: un percorso impegnativo sia per la dstanza complessiva (76 chilometri, inclusi i tratti di raccordo con la seconda e la terza montagna, ma anche per il dislivello altimetrico: 608+800+900 metri D+).
Un vero e proprio raid podistico...

I tre pionieri hanno pianificato attentamente la loro impresa e, un bel giorno, alle primissime luci dell'alba si sono messi in cammino.
Hanno completato con successo la loro impresa, attenendosi rigorosamente alla "camminata" più o meno veloce a seconda dell pendenze con cui si confrontavano. Il loro obiettivo era quello di completare la distanza, portando al termine un impresa podistica unica nel suo genere e ancora mai tentata.
Non importava loro di correre il più velocemente possibile, ma soltanto dimostrare che l'impresa era realizzabile.
E, in poco meno di 14 ore, i tre intrepidi ce l'hanno fatta raggiungere il loro personale obiettivo.
Complimenti!, dunque, ai tre valorosi di casa nostra per la grande impresa, che potrebbe considerarsi l'edizione Zero di un'ipotetica gara di ultramaratona palermitana (con un perco misto asfalto/sterrrato/single track), nello stile Urban Trail, come è - tanto per fare un esempio - il Maddalena Urban Trail di Brescia...
Chissà! Da cosa nasce cosa.
Nel compiere una simile impresa da pioniere se c'è innanzitutto come fattore motivante il piacere di sperimentare un'inedita avventura (come è nel caso dei Trail Auto-gestiti), ma - in secondo luogo - vi è il desiderio di tracciare una via, mettendo la propria esperienza, al servizio di altri...
Grandi gare podistiche sono nate esattamente in questo modo: come, ad esempio, la Pistoia-Abetone (oggi rinomatissima) avviata in modo quasi "mitico" dal podista pistoiese Artemidoro Berti che volle dimostrare che si poteva correre da Pistoia a L'Abetone (70 metri di dislivello sul mare ai 1400 slm dell'Abetone) al di sotto di un certo tempo cronometrico.
L'impresa delle Da quella prima esperienza pionieristica di corsa in solitaria compiuta da Berti, per quanto con testimoni e giudici che potessero certificare sia la distanza percorsa sia il crono realizzato, è scaturita una delle più celebri ultramaratone su strada italiane.
A titolo di curiosità aggiungiamo questa piccola chicca che ci viene dalla testimonianza riportata da Maurizio Zappulla, ASD Palermo H13.30), secondo la quale una esprienza similare con le Mountain Bike era già stata avviata alcuni anni fa: "Tanti anni fa io, il Maestro Vella e qualcun'altro inventammo la 'Tre cime MTB', una gara di mountain bike a cronometro. Così articolata: partenza da Scala Vecchia tutti insieme e arrivo al Santuario, dove si prendevano i tempi. Si aspettava l 'ultimo e si partiva in gruppo per monte Gallo. Da lì, si partiva di nuovo insieme e, arrivati in cima, si ripeteva lo stesso discorso con la terza montagna individuata che era Pizzo Manolfo. Si faceva la somma dei tempi che ciascuno aveva realizzato nelle tre salite e si individuava il vincitore. A maggio 2013 ci sarà la terza edizione!".
Claudia Occhipinti ha raccontato in un suo scritto questa bella esperienza: scritto inizalmente lanciato sul sito web di ASD Trinacria Palermo (pubblicato il 6 febbraio 2013). Eccolo.

E tre cime... furono

 

L'impresa delle (Claudia Occhipinti) Durante il periodo natalizio un amico venne da me per parlarmi di un progetto che gli era stato suggerito: percorrere in un solo giorno - e consecutivamente - le tre cime di Monte Pellegrino, Pizzo Manolfo, Monte Cuccio. L'idea mi ha subito affascinato, ma- inizialmente - l'ho considerata inconsistente, uno di quei propositi di cui si parla, ma che non si concretizzano mai veramente.
Invece una domenica, esattamente il 13 gennaio 2013, senza capire come, mi sono ritrovata alle 7.00 allo stadio delle Palme perché avevo un appuntamento con gli altri due compagni dell'impresa: Marco Saitta e Salvatore Maira
Qualche giorno - molto francamente - avevo sperato che l'impresa saltasse a causa delle condizioni meteo, perché, dopo una settimana di intenso lavoro e di impegni familiari, quando arriva la domenica, vorresti rilassarti, ma ci sono molti modi per rilassarsi e non si può tornare indietro: sarebbe come tradire gli altri.
Pochi preamboli: si parte e comincia il "folle" volo con un equipaggiamento costituito da zainetto camel bag con un litro d'acqua, pantaloni lunghi e maglia lunga di ricambio, cappellino, guanti, giacca anti-pioggia e lampada. Il tutto mi è sembrato esagerato, ma ho accettato di portare tutto con me, seguendo i consigli del saggio e più esperto Saitta.
Il tempo sembra favorevole, la temperatura è accettabile, anche se il cielo è coperto.
Partiamo dallo Stadio e,  attraversando la Favorita, giungiamo ai piedi della Scala Vecchia che porta al Santuario di S. Rosalia.
Comincia la prima salita, che facciamo rigorosamente camminando: c'è il divieto assoluto di correre, meglio il passo svelto (di una corsa che sarebbe troppo lenta) per non consumare troppe energie. Giunti alle Antenne [che rappresentano il punto più alto del Monte Pellegrino - ndr] scattiamo la prima foto ricordo.
Il tempo è passato veloce tra le chiacchiere e siamo ancora "freschi".
Scendiamo al Santuario e poi seguiamo la strada che porta a Mondello, evitando la "Rufuliata" per non infangarci: occorre mantenere condizioni ottimali, poiché i chilometri sono ancora tanti.
L'impresa delle Proseguiamo per viale Venere e via dell'Olimpo sino al Cinema Aurora a Tommaso Natale. In questo tratto del percorso, ho sofferto a causa della monotonia della strada piatta e della presenza delle macchine; e sono quasi stata sopraffata dalla voglia di mollare, ma non volendo scoraggiare gli altri, ho cercato di distrarmi ascoltando i loro discorsi. 
Si comincia la seconda salita, nel corso della quale effettuiamo una breve sosta, appena giunti al Belvedere [dal quale si gode un panorama eccellente sia di Monte Gallo, sia di Monte Pellegrino - ndr], per fare uno spuntino di cereali in barrette, mandorle, uva passa e cioccolata. La strada è facile, ma comincia una fine pioggerellina che ci costringe ad indossare le giacche antipioggia, ed io metto anche il cappello: meno male che ho dato retta a Saitta!
Finora tutto bene: non avverto eccessiva stanchezza e sento di poter continuare; tuttavia mi angoscia sentire i miei compagni che comunicano i chilometri percorsi. Io mi affido a loro completamente e alla loro esperienza e cerco di distrarmi dal pensiero che dovremo andare avanti fino a sera. Ascolto le chiacchiere in silenzio, anche perché non è facile intervenire: loro parlano di tutto, dalla politica ai fatti personali ed hanno moltissima energia. Io ne approfitto e ascolto,senza mai interloquire, ma vengo "bacchettata" per il mio isolamento e mi viene imposto di partecipare ai discorsi... Intanto, passa il tempo e con le ore che scorrono si consumano i chilometri.
Siamo alla seconda cima e facciamo la seconda foto che ha il valore di una medaglia: 
Monte Cuccio stiamo arrivando!
A questo punto incontriamo una difficoltà e azzardiamo una strada per uscire dalla riserva e imboccare la Statale, dalla quale giungere alla terza cima. Saremo già al 30° chilometro, e comincia per me un periodo di crisi, anche a causa dei piedi doloranti. Ho sbagliato scarpe: quelle che indosso sono troppo consumate e la suola è sottile al punto che la pianta è troppo sensibile alle pietre e alle asperità. La crisi continua sino al 40° chilometro, quando improvvisamente avverto di avere superato una soglia del dolore e che posso continuare a lungo, quasi per inerzia.
L'impresa delle Finita la Statale, siamo davanti al cancello per attaccare la terza salita importante. Intanto, ha cominciato a piovere: la temperatura s'è abbassata, le mani sono fredde e quasi non riesco a muoverle; ci consultiamo sul da farsi e ventiliamo la possibilità di abbandonare, ma all'imporvviso il materializzarsi d'un meraviglioso arcobaleno ci suggerisce di fare il contrario. E così continuiamo con la consapevolezza che non ricapiterà facilmente l'opportunità di raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati.
Il percorso all'inizio non è molto bello: 
ovunque si vede materiale di risulta, ma lo spettacolo peggiore lo offrono gli alberi spezzati, schiantati, bruciati e abbattuti, cadaveri vegetali sparsi dappertutto, che suggeriscono l'idea di un "cimitero di alberi". Salendo ancora giungiamo al "quadrivio" [dove le strade si dividono: una scende per Torretta, l'altra va per Montelepre, mentre la terza si inerpica su per il pendio di Monte Cuccio, per poi perdersi - ndr], dove si vede un bunker (risalente alla 2^ Guerra Mondiale) e, a sinistra, forse i resti di un'antica torre, un manufatto abbandonato come tanti ce ne sono a Palermo e dintorni.
Superiamo un altro cancello e adesso il paesaggio diventa bellissimo: siamo circondati da boschi di pini e prati verdeggianti dove ci fermiamo per un secondo spuntino. Continuiamo a salire: non c'è anima viva, solo mucche sparse qua e là che bloccano il percorso, ma appena ci avviciniamo si spostano impaurite.
Finalmente raggiungiamo la terza cima: qui la sensazione è bellissima. Riflettere al fatto che siamo riusciti ad avere il controllo su tutto e che siamo riusciti a gestirci passo dopo passo, senza lasciarsi travolgere dalle difficoltà, è la sensazione più esaltante.
Le condizioni fisiche però sono precarie: con le gambe "imballate" che non si piegano facilmente, mi cambio per indossare i pantaloni e la maglia lunga, ma ho difficoltà ad usare le dita per allacciare le scarpe.
Cominciamo la discesa da Monte Cuccio: a questo punto dobbiamo affrontare ancora 23 km, perchè su in cima erano 53. Ora il problema sarà rifare il percorso al buio: ci resta un po’ di tempo per uscire dalla riserva ancora con la luce.
Ora la mia più grande paura è sbagliare strada, ma vengo rassicurata dai miei compagni che conoscono bene il percorso perché lo hanno fatto tante volte in mountain bike.
Il ritorno è stato veramente duro, soprattutto il tratto di statale e la strada verso la staccionata panoramica di Pizzo Manolfo. Ormai parliamo poco e procediamo per inerzia, e meno male che la serata è splendida e si vede un bel cielo stellato.
Tagliamo dalla "Vacca Morta" e dopo 4 km siamo al cancello dove un meraviglioso Fabrizio Saitta come un vero "deus ex machina" è venuto a prenderci.
Non sono mai stata così felice di vedere qualcuno!
Totale: 76 km per 13h40', e siamo ancora vivi!



Foto di Maurizio Crispi 

 

 

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8 febbraio 2013 5 08 /02 /febbraio /2013 07:10

iracusa City Marathon (14^ ed.). Il racconto di SuperElena Cifali alle prese con quei Il 27 gennaio 2013 si è svolta la 14^ edizione della Siracusa City Marathon. Anche Elena Cifali vi ha partecipato, benchè fosse ancora recente la fatica della Maratona di Ragusa, appena 15 giorni prima, tra l'altro realizzando il suo personal best.
Ma, avendo Elena in mente, un progetto podistico ambizioso per il 2013, ci stava anche correre una seconda maratona a così breve distanza di tempo, se non altro come allenamento di "lunghissimo".
Durante questa maratona Elena è andata in crisi: non stava bene e ha sofferto di crampi allo stomaco. Ne ha risentito la sua prestazione cronometrica, ma è arrivata egualmente al traguardo, dando un'ottima prova di carattere (che è la base poi della ressitenza mentale: quando si è capaci di stringere i denti ed andare, mettendo tra parentesi fastidi e dolori o, come in questo caso, dolorosi crampi addominali). Ci ricorda Elena che, quando si corrono le maratone, bisogna sempre ricordarsi (ed essere allenati a far fronte a ciò) che le prime avvisaglie di una crisi sono un'orda  di "Cattivi pensieri vestiti di nero".
Ancor più valida è stata la sua prova, considerando che in quest'occasione ha dovuto correre da sola, visto che il suo fidato compagno di corsa Salvatore Crudo, per questa volta ha dovuto rinunciare, a causa di un leggero infortunio.
Ed ecco di seguito, arrivato puntualmente come sempre a distanza di una settimana dalla sua partecipazione all'evento podistico, il suo racconto.

(Elena Cifali) Provate ad immaginare come ci si sente a correre due maratone nell’arco di due settimane, ci siete riusciti ? No ? Poco male, ve lo racconto io!
Questa volta voglio raccontarvi una maratona fatta di momenti e non di soli chilometri  e minuti che scorrono inesorabili. 
Il momento più bello è sempre quello dell’arrivo, mi vedrete attraversare il gonfiabile sfoggiando uno dei miei migliori sorrisi, come se il tempo e la strada non fossero mai passati sotto le suole delle mie scarpette.
Alzo le braccia e tento di volare, già volo alta perché non sempre è necessario fare i conti col cronometro: sto imparando a correre senza il suo assillo e senza pretendere da me più di quanto io non possa regalarmi. Già, perché la corsa è regalarsi, è donarsi a se stessi e agli altri. Provate ad immaginare (ed in questo momento mi riferisco a tutti coloro che non corrono e che vedendomi in pantaloncini e magliettina 5 mattine la settimana, subito dopo l’alba, col berretto calato sugli occhi nel tentativo di proteggere malamente la testa e gli occhi dal sole e dal vento e ancor più spesso dal freddo gelido di questi ultimi mesi) di essere in un luogo affollato da centinaia di amici, tutti sorridenti, tutti allegri, che trasudano felicità da ogni poro.
Sono certa che in tale circostanza anche voi sareste fieri di voi stessi.

La domanda che più spesso mi viene fatta è: “Ma chi te lo fa fare?” 
Non lo so!
E’ vero, non saprei spiegare a loro cosa mi spinge ad essere qui a Siracusa in questa fredda e soleggiata domenica di fine gennaio. Come faccio a spiegargli che quello che sto andando a fare è quanto di più bello poteva capitarmi oggi

iracusa City Marathon (14^ ed.). Il racconto di SuperElena Cifali alle prese con quei In maratona i momenti belli si alternano a quelli brutti. Alla partenza urla di gioia, applausi, eccitazione, voglia di correre, le gambe si sollevano da sole senza nessuno sforzo dall’asfalto, i piedi sembrano vivere una vita propria, battono e ribattono innumerevoli volte sulle basole di pietra lavica del magnifico centro storico della città. Ortigia odora di mare e di pesce, porta dentro di se tutti gli odori che mi riportano a quando ero bambina ed il nonno si impegnava ore ed ore nel tentativo di insegnarmi a nuotare. Si, imparai a nuotare proprio in quel meraviglioso mare che oggi assiste la mia gioiosa corsa tenendosi alla mia destra e osservando il mio passaggio quasi muto, poche onde irriverenti si fanno sentire col loro infrangersi sugli scogli. Il sole lo rende uno specchio con venature grigie, azzurre ed avorio. Che spettacolo!
Il passaggio da Ortigia è il momento dell’infanzia: mi rivedo bambina e poi adolescente, dapprima col secchiello e la paletta e poi a fare i conti con un corpo che cresce e cambia. Si, amici miei che non correte, si pensa a anche a questo durante la maratona!

Il momento d’aggregazione che c’è tra i podisti è fortissimo, perché - soprattutto durante i primi chilometri - si è in tanti, ci si incoraggia e ci si sostiene a vicenda, si fanno le ultime raccomandazioni. Ognuno di noi sa di essere solo durante questo lungo viaggio, ma la natura umana, quella natura che cerca il compagno esce allo scoperto anche in questa occasione, così succede che spesso ci si affianchi o ci si faccia affiancare da qualcuno che conosciamo e che reputiamo possa essere un compagno di viaggio perfetto.
Passano ben 20 km e quasi non me ne accorgo: sono troppo impegnata a salutare gli amici che fanno la maratonina e che al giro di boa sul fiume Ciane tornano indietro, li vedo scorrere tutti in fila uno dietro l’altro come disordinati soldatini. 

Al mio fianco due cari amici: Enzo e Davide ma sento forte la mancanza del mio compagno di corsa Salvo, cerco di non pensarci e continuo a correre, ma il momento della stanchezza arriva prima del solito. “Che ti succede Elena, hai già finito la benzina?” - continuo a ripetermi, mentre percepisco un calo vertiginoso della mia prestazione, perdo un minuto al km nel giro di pochissimo, inizia a girarmi la testa, continuo a non capire “eppure mi sto nutrendo con regolarità che mi succede? “
Succede che durante i primi 21 km ho esagerato sprecando energie fondamentali; succede che ho corso la maratona di Ragusa solo 15 giorni addietro; succede che non mi sento in forma come avrei dovuto essere; succede che il mio fisico non ne vuole più sapere di chilometri, di fatica e di sudore - non per oggi perlomeno.
iracusa City Marathon (14^ ed.). Il racconto di SuperElena Cifali alle prese con quei Tuttavia continuo la mia corsa con infinite difficoltà, si affianca l’amico Piccione che mi ammonisce d’esser partita troppo veloce, mi regala qualche centinaio di metri spingendomi con la sua forte mano sulla schiena. In quel momento ho come l’impressione di volare, nessuna fatica, la sua mano trasmette energia positiva, ma non appena la toglie il benessere benessere sparisce. Lo invito ad andare col suo passo: io oggi non sono in grado di tenerlo a bada, si allontana a malincuore, ma è giusto che sia così. 

Non senza difficoltà termino i due giri sotto l’odiato cavalcavia, ben 12 km che sembrano non finire mai.
Ma le sorprese, per me, non sono terminate, anzi, sono appena iniziate. Al 33° km una fortissima fitta allo stomaco mi costringe a fermarmi, mi piego in avanti, stringo i denti, vorrei urlare la mia fatica, il mio dolore, la mia sofferenza, la mia solitudine.
Cattivi pensieri si fanno avanti come soldati vestiti di nero. Mi fermo, mi nascondo dietro un muretto sperando che svuotando la vescica il dolore passi, ma non è così. Riparto e, come vittima di doglie e di crampi, sono costretta a camminare ogni qual volta il dolore si fa più acuto; mi fermo e riparto con passo di corsa non appena sento meno violenta la morsa. E così per tanti chilometri.
Siracusa è la mia città natale ma è già il secondo anno che mi castiga con una maratona mal fatta.

Prendo il coraggio a due mani e vado avanti fino a quando non raggiungo Pippo e Peppe, due amici ultramaratoneti che si stupiscono di vedermi dietro di loro. Anche loro portano sulle gambe la stanchezza della maratona di Ragusa ed anche loro sono vittime di crampi. Ma gli ultra non si arrendono mai e passo dopo passo terminano le loro imprese con gusto e soddisfazione.
E’ il momento di accettare che anche il mio corpo ha dei clamorosi limiti, al di la del fatto che io mi consideri Super, la stanchezza c’è e non posso negarla.
Ho provato ad ignorarla ma nessuno può ingannare il proprio fisico, neppure io.

Arrivo al 41 km, mi viene incontro un simpaticissimo ragazzo su un vespone rosso fuoco: “Sei tu Elena?”.
“Presente - rispondo, ridendo - Bene, se ridi vuol dire che non sei morta”. 
“E chi m’ammazza a me? - 
rispondo con una fragorosa risata - Di' a chi ti ha mandato da me che sto arrivando e quando lo farò se ne accorgeranno in tanti”.
Questo scambio di battute suscita una rinascita nel mio corpo: i crampi come per incanto sono quasi spariti, le gambe ritornano a girare, il fiato diventa regolare, mi guardo intorno e scopro di essere di nuovo nel centro della città.
Una ventata d’orgoglio mi attraversa quando vedo i vigili urbani fermare il traffico per farmi passare, io, scortata dall’omino sul vespone che mi incita “Dai, dai, corri Elena, stai arrivando, e sarà un grandissimo arrivo!”.
Sostengo sempre che durante la corsa i miei angeli mi assistono, oggi questo era colorato di rosso.

Ecco, vedo il gonfiabile, davanti a me a un centinaio di metri riconosco Maurizio con la sua macchina fotografica che mi scatta una raffica di foto e, mentre gli passo accanto, mi incoraggia dicendo che terminare una maratona quando non si sta bene tempra il fisico e la mente.
Che soddisfazione! Taglio il traguardo con le braccia alzate e ringrazio Dio d’essere finalmente arrivata.

E’ il momento dei bilanci e del “senno del poi”.
Se avessi fatto, se non avessi fatto, se fossi riuscita, se avessi pensato, se non avessi pensato … ma che importa, il pensiero dell’uomo che amo mi ha accompagnata per 42,195 km ed ora mi godo la mia medaglia e tutto il resto.

Qualcuno cantava “Nessun rimpianto, nessun rimorso” ed io non voglio averne, ho tentato il possibile e ci sono riuscita.
Non voglio limitarmi ad immaginare come ci si sente a correre due maratone in due settimane! All’immaginazione preferisco la realtà e sapete cosa vi dico?

Mi sono davvero divertita!

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2 febbraio 2013 6 02 /02 /febbraio /2013 10:58

Andrea Furlanetto a Crevalcore 2013 Foto di Maurizio CrispiIn occasione della Maratona di Crevalcore che, alla sua 2^ edizione, è andata in scena lo scorso 6 gennaio 2013, assme alla prima edizione della Mezza della Befana, Andrea Furlanetto mi aveva promesso un racconto che, alla fine, è arrivato a distanza di poco meno di un meno di un mese.
Come si suol dire "Ogni promessa è debito"!
Andrea colpisce nel segno, mostrandoci attraverso il foltro delle sue personali motivazioni, una maratona fatta di cose semplici ed essenziali e, soprattutto, di solidarietà tra le persone e tra amici di corsa, mentre tutto il resto passa in dissolvenza come un dettaglio inessenziale.
Eccolo di seguito il suo racconto. 

 

(Andrea Furlanetto) E’ passato quasi un mese dalla seconda edizione della maratona di Crevalcore. Avevo promesso a Maurizio di scrivere qualcosa, ma ho temporeggiato perché l’unica urgenza che avevo sentito in relazione a questa gara era quella di prendervi parte.

Come capita ad alcuni "maratoneti seriali" [una definizione sulla quale mi piacrebbe un approfondimento da parte dello stesso Andrea, in vista di un ulteriore articolo - ndr, mi piace partecipare alle prime edizioni di una corsa: l’elemento di novità rende ancora più interessante emotivamente la sfida fisica rappresentata dalla maratona.
Sulla scorta di queste considerazioni mi ero iscritto alla maratona di Crevalcore nel 2012. La corsa mi era piaciuta, per il percorso che permetteva di correre gustandosi la tranquillità della campagna, per l’organizzazione inappuntabile e, soprattutto, perché avevo avuto l’opportunità di correrla in compagnia di una carissima amica.


Dopo la terribile notizia del terremoto di maggio 2012, ho cercato di testimoniare la mia vicinanza agli amici emiliani, e – in particolare – a Monica Barchetti e Andrea Accorsi. Così ho partecipato da lontano alla raccolta fondi promossa dai podisti romani, correndo in quel sabato di giugno per le strade assolate di una città straniera con la canotta gialla consegnatami a Crevalcore. In seguito, quella canotta gialla è diventata la mia divisa in tutte le gare del secondo semestre del 2012 e, appena è arrivata la conferma che questa orgogliosa cittadina avrebbe fatto tutto il possibile per ospitare di nuovo i podisti, ho deciso di essere presente.

Davanti a queste motivazioni, onestamente, qualsiasi altro fattore passa in secondo piano. Certo, il percorso era gradevole, rilassante e significativo, specie nei passaggi vicino alla ‘Rotonda’ e all’interno del centro storico ancora così duramente ferito. Sicuro, il centro maratona nel palazzetto era accogliente e offriva in pochi metri tutti i servizi importanti. Però, perdersi a commentare la qualità del cibo offertoci dopo la corsa, oppure la temperatura delle docce o la tipologia di medaglia, secondo me significa non avere colto la differenza tra questa gara e le altre.

Io ho ricevuto dei premi preziosissimi e insostituibili: l’abbraccio affettuoso di Monica, che aspettava sul traguardo anche i ritardatari, e la stretta di mano vigorosa e sincera di Andrea, che ammiro e sento vicino per tanti motivi. Mi dispiace per chi non ha capito quanto valessero queste semplici cose e si è rammaricato del fatto che la medaglia fosse di cartone: la mia sta facendo compagnia da quella sera a qualcuno che in queste settimane corre la sua gara più dura e lui – che ha vinto delle coppe grazie alle sue doti podistiche – non si è scandalizzato di ricevere un pezzo di cartone che puzzava di sudore e amicizia.

 

 

Foto di Maurizio Crispi

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31 gennaio 2013 4 31 /01 /gennaio /2013 09:32

Giuliana Montagnin dopo la Maratona di Crevalcore 2013 - Foto di Maurizio CrispiQuesta volta Giuliana Montagnin non era tanto propensa a scrivere un racconto sulla sua partecipazione alla Maratona di Crevalcore (che - assieme alla Mezza della Befana, alla sua prima edizione -si è svolta lo scorso 6 gennaio 2013).
Mi ha confidato di non sentirsi particolarmente ispirata, ma non perchè la Maratona non le fosse piaciuta.
Forse, perchè non si era attivata dentro di lei quell'alchimia mentale che porta il podista a volersi trasformare in scrittore per buttare giù e condividere alcuni vividi ricordi di questa o quella gara.

Io ho insisitto e, alla fine, Giuliana mi ha inoltrato il suo racconto, accompagnandolo con questa divertente nota: "Nonostante la torre di babele che regna nel mio ufficio son riuscita ad apportare le ultime modifiche/correzioni al mio racconto e mi son ricordata della frase che ci avevano insegnato a scuola MA CON GRAN PENA LE RECA GIU': forse la conosci anche tu Maurizio, era per ricordare i nomi delle Alpi: Marittime, Cozie Graie ecc. Nel caso del mio racconto, appena partorito, si può dire MA CON GRAN FATICA LO SI BUTTA GIU'".
E, malgrado Giuliana non fosse ispirata, è riuscita a scrivere un racconto interessante e gradevole che riesce anche a dare un insegnamento: a proprosito del fatto che, in presenza di una de-motivazione, chi si arrende è perduto, mentre chi resiste può andare incontro ad un improvviso - quanto imprevisto - rovesciamento dell'assetto mentale di disfatta e riuscire così a portare a termine la sua gara con grande - ed impagabile - soddisfazione finale.
E' questo un piccolo esempio sul modo in cui la resistenza mentale nelle gare di lunga lena si fondi su piccole cose, su "piccoli" eventi interiori, su concomitanze esterne che pssono diventare inattese "scialuppe di salvattaggio" e sulla voglia di non mollare mai, senza attendersi mete irraggiungibili.
E si riesce in questo tanto meglio, quanto più si riesce ad essere scanzonati ed autoironici.
E, dunque, penso proprio che Giuliana si meriti un bell'applauso sia perchè ha portato a termine la Maratona di Crevalcore (malgrado la demotivazione iniziale ed una crisi incipiente) sia per il modo in cui ha saputo racocntarcela (benchè a suo dire, anche nell'affrontare l'impresa del racconto, non si sentisse motivata).


(Giuliana Montagnin) Lo scorso 6 gennaio 2013 ho partecipato alla seconda edizione della Maratona di Crevalcore. Quest’anno c’era anche la possibilità di scegliere la mezza maratona con partenza differita. Optai per la maratona classica di 42,195 km, un po’ perché amo le distanze lunghe e un po’ perché volevo mettermi alla prova anche quest’anno, con l'ambizione di concludere il “trittico d’inverno” consistente in 3 maratone nell’arco di tre week end successivi: questa era la seconda prova, l’ultima sarebbe stata la Maratona della Pace sulle sponde del Lamone, un trail agevole di 47 km.

Non ero particolarmente stanca della gara di sette giorni prima [la Maratona di San Silvestro, ndr] e, naturalmente avevo riposato e recuperato, nessun allenamento e men che meno ripetute, solo qualche allungo sul tapis roulant della palestra che frequento quotidianamente: stretching e ginnastica a mio piacimento.

Non ho nessun allenatore e non so neppure io se faccio gli allenamenti giusti e i recuperi che dovrei: indubbiamente, lo stare completamente ferma e condurre una vita sedentaria non gioverebbe per nulla, allora meglio il movimento anche se blando in fase di recupero.

Partimmo da un campo di atletica al suono dell’inno nazionale, come piace a me, anche se lo preferisco in finale, perchè lì mi avrebbe dato più carica. Dopo il giro di pista ci immettemmo sulla strada e qui ebbi modo di notare che il percorso era cambiato rispetto all’anno precedente. A me non dispiaceva il tragitto dell’anno scorso, anzi lo preferivo e la stessa impressione l’ha avuta anche un’altra atleta di mia conoscenza.

Dopo alcuni chilometri, la stanchezza si fece sentire forse anche a causa della mia idea fissa: la mannaia del tempo massimo. La gara consisteva nell’effettuare due volte un percorso di 21 km: all'improvviso, mi ritrovai completamente demotivata, non so perché.

Fui superata da tantissime persone e temevo il fatto di ritrovarmi ultima su una strada pressoché deserta. Ad un certo punto, cominciarono a superarmi gli atleti della mezza maratona, i primi come bolidi; mi trovavo su un tratto di terreno sterrato e, temendo di essere travolta, dovevo ogni volta che sentivo uno scalpiccio di passi alle mie spalle, farmi da parte rallentare e quasi fermarmi; poi pian piano arrivavano gli altri, sempre meno veloci. Rimpiangevo la gara dell’anno prima, i chilometri di sterrato non c’erano ed avevo davanti a me solo lunghi rettilinei, senza incroci, quasi in una "perfetta" solitudine, dove far scorrere i miei pensieri liberamente senza preoccuparmi del percorso.

Verso la fine del primo giro rientrammo nel centro abitato di Crevalcore: ecco, questa è sempre la parte che odio di più in una gara, giri a destra, giri a sinistra, incroci a volte con la segnaletica precisa a volte mancante.
Presenza dello staff dell’organizzazione agli incroci, un po’ di dubbi … però, non sempre. Sbagliai strada, di pochissimo credo 50 o 100 metri, mi fecero girare attorno un’aiuola spartitraffico e mi indirizzarono verso un sottopassaggio. Proseguii ancora più demotivata e stanca, riflettevo se ritirarmi o meno alla fine del primo giro, perchè non avevo proprio nessuna voglia di perdermi completamente per le vie del centro di Crevalcore, anche se certamente avrei incontrato dei passanti che mi avrebbero indirizzato verso il palazzetto dello sport.

Con mia grande sorpresa alla fine del primo giro non ci facevano passare per il campo di atletica ma da una strada che lo sfiorava lungo il suo perimetro esterno, indirizzandoci sunito verso la periferia del paese per intraprendere il secondo giro. Un attimo di riflessione e proseguii borbottando tra me e me: Ma sì dai, proviamoci, ancora un giro, di tempo ce n’è. Cercai, nonostante il mio solito fastidio ai tendini, di correre seppur lentamente, volevo a tutti i costi aggregarmi a qualche gruppetto che mi precedeva. Riuscii ad agganciarmi ad alcuni atleti: non fu difficile, perchè camminavano a passo svelto ed io, correndo naturalmente senza affannarmi, riuscii ad acciuffarli.

Non mi misi a chiacchierare, non per essere schiva ma temevo di sprecare energie parlando: ero molto tesa e decisa a non mollare nessuno, tanta era la mia paura di perdermi in quei tortuosi ultimi km che mi si prospettavano alla fine.

Di nuovo i lunghi rettilinei che non finivano mai e senza biforcazioni mi fecero riprendere coraggio, vedevo le tabelle che indicavano i chilometri percorsi: ormai mancava poco, "solo" una decina di km e sarebbe finita anche questa seconda prova del trittico.
Iniziai nuovamente a correre piano alternando piccolissimi tratti al passo, in tal modo riuscii a raggiungere altri due atleti che erano più vicini al traguardo. Sembravano amici, più o meno della mia età, uno - un po’ più snello - marciava con passo molto spedito, mentre l’altro che sembrava dolorante e non in perfetta forma teneva duro, un po' camminava veloce (ma mai quanto il primo) e un po’ correva per raggiungerlo. Mi misi in testa di seguirli, costi quello che costi: non li avrei superati in nessun caso, era solo per far loro compagnia in quanto pareva che conoscessero bene la strada.

Buongiorno, ragazzi - dissi -, mi aggrego a voi solo perché ho paura di perdermi negli ultimi km che sono un po’tortuosi e mal segnalati, prometto che non vi sorpasso.

Ah! Se è così sono un po’ più tranquillo – mi rispose il primo atleta scherzando ed accettando ben volentieri la mia compagnia.

Non correvamo appaiati, perchè si era stabilito come un tacito accordo: il primo ci trainava, marciava con un passo decisamente svelto ed ogni tanto con la coda dell’occhio sbirciava per vedere se riuscivamo a stargli dietro. Dai che ce la facciamo ad arrivare tutti e tre assieme – ci incoraggiava.

Accidenti, hai un passo proprio assassino – disse l’altro, con un bellissimo accento emiliano

Ecco mi hai letto nel pensiero, volevo dire la stessa cosa – aggiunsi io.

Un po’ correvamo, un po’ marciavamo, tutto pur di non perderlo di vista.
Appresi che l’atleta più lento era caduto a terra,     durante il compimento del primo giro, e che aveva perso parecchi minuti poiché era stato assistito dall’ambulanza, per fortuna nulla di grave.

Ci complimentammo con lui: tutto sommato era ancora lì a soffrire e a portare a termine un’altra maratona.

Raggiungemmo finalmente il campo di atletica, ancora 400 mt e la maratona sarebbe finita!
Fui di parola: come promesso, non agii con cattiveria, sprintando gli ultimi 100 metri. Non avrebbe avuto alcun senso: la finimmo tutti e tre assieme, alzando le braccia in segno di vittoria.

Una situazione alquanto bizzarra. Demoralizzata al massimo e pronta quasi al ritiro… Poi, ad un tratto, la volontà di aggregarmi ad altri atleti, pur di non perdermi in un dedalo di viuzze…

E’ per questo motivo che sono appassionata delle gare a tempo su circuiti. Lì, non puoi sbagliare, sei sempre in compagnia, finisci quando finiscono gli altri, vai inanellando giri su giri.
C’è un soprannome che mi sono messa da sola: La signora degli anelli.

 

 

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28 gennaio 2013 1 28 /01 /gennaio /2013 11:15
Eleonora Suzzio all'arrivo della 14ma edizione della Maratona di Siracusa - Foto di Maurizio CrispiPubblichiamo di seguito il racconto di Eleonora Suizzo che, nell'occasione della 14^ edizione della Siracusa City Marathon, ci ha inviato per la prima volta un suo contributo al quale, ovviamente, siamo felici di dare la massima visibilità.
Eleonora Suizzo (ASD Archimede), ha completato la maratona in 4h12'21, classificandosi 85^ in graduatoria assoluta (su 115 finisher al traguardo dei 42,195 km) e 6^ tra le donne (2^ categoria TF).
Ad Eleonora Suizzo diamo il benvenuto nella tribù di Ultramaratone Maratone Dintorni e ci completiamo con lei per qusto suo primo racconto di gara, augurandoci che a questo ne seguano molti altri!
(Eleonora Suizzo) Sono stanca, maledettamente stanca, di una stanchezza purificatrice e chiarificatrice.
Da testarda e caparbia quale sono, ho deciso di correre la maratona di Siracusa a sole due settimane dalla maratona di Ragusa.
Immaginavo, anzi ero sicura, di incontrare il mio amico muro molto prima del fatidico trentesimo chilometro, ma non pensavo che mi sarei schiantata contro una  barricata!
Vi racconto, con le poche energie che oggi ho in corpo, la mia avventura.
Le prime luci del mattino fanno ben sperare. L'aria é frizzante, ma il sole fa capolino all'orizzonte e non ci abbandonerà fino alla fine.
Oggi provo le mie nuove calze a compressione graduata.
Dicono che migliorino  la circolazione ed evitino la comparsa di crampi non graditi durante la gara. Essendo di un colore acceso: fucsia e abbastanza frivolo, anche se non sortiranno l'effetto desiderato, mi permetteranno di essere comunque facilmente riconoscibile.
Non so ancora cosa aspettarmi da questa giornata in corsa, di sicuro completerò la mia decima maratona, di sicuro conoscerò persone che condividono la mia stessa passione e che portano con sé storie e aneddoti da raccontare.
Poco dopo lo sparo di inizio, mi ritrovo accanto un amico. È lo stesso amico con cui ho corso fino al diciottesimo chilometro in occasione della maratona di Ragusa. Lui parla tanto e questo mi sta bene perché mi distrae, corre con me perché vanta le mie doti di runner dal passo costante (quando sto bene, preciserei io).
Ho delle sensazioni buone fino al giro di boa della mezza maratona, alle rive del fiume Ciane; da lì il percorso si biforca e i maratoneti seguono un'altra strada.
Cominciamo a divertirci, il panorama di fronte a me mi appare solitario e torrido. Il sole mi scalda, come in primavera, e corro su una strada in saliscendi, ci sono altri due falsi piani in salita e poi un cavalcavia. Mi sfianca, ma le mia gambe sono ancora reattive e il mio fiato pure. Il mio amico mi dice allora che ci aspetta un circuito alquanto statico e noioso da ripetere due volte; non ne sono entusiasta ma almeno non ci sono auto che passano e posso ascoltare il ritmo del mio cuore e dei miei passi in tranquillità.
Al secondo giro del circuito di 6 chilometri, mi accorgo che comincio a faticare, ingurgito prontamente un integratore, che però non sortisce l'effetto sperato. Il mio amico si allontana e, giustamente, lo faccio allontanare: ogni maratoneta deve andare, ad un certo punto, per la sua strada. Incontro un altro amico che si accorge che sono in piena crisi. Non mi lascia, cammina con me quando ho bisogno di recuperare e riparte con me quando riprovo a correre. "meglio soffrire in coppia che da soli" - mi dice. Un po' come "nella buona e nella cattiva sorte", del rito nuziale.
Ma è un motto che vale sia in maratona che nella vita reale.
Io nel frattempo ho sete, tanta sete, troppa sete. Ad ogni rifornimento bevo due bicchieri d'acqua, prendo fiato e riparto.
Ma ecco di nuovo il cavalcavia. In condizioni normali lo supererei sorridendo, ma oggi mi sembra una montagna insormontabile.
Vincenzo ci prova ancora a tirarmi su, ma io so dentro di me che sto per arrendermi. Gli dico di andare.  Sono al 33 esimo chilometro e avverto strane sensazioni. Il motore della mia auto ha acceso la spia della riserva, sono in calo energetico, gli zuccheri sono esauriti, il mio cervello e' in tilt. Conosco i sintomi ma chissà perché tutte le volte si manifestano in maniera diversa. Spengo il garmin, la mia gara con il tempo finisce qua.Eleonora Suizzio alla 14ma edizione della Maratona di Siracusa - Foto di Maurizio Crispi Comincia la mia lotta per la sopravvivenza. Riesco solo a camminare perché mi viene la nausea, mi sento mancare, ho sonno, ho freddo. Il sudore mi si è asciugato addosso e so che questo non va affatto bene. Provo a fare un cenno ad un ragazzo dell'organizzazione in scooter, ma non si accorge che sono in sofferenza piena. Mi voglio fermare, voglio tornare a casa, voglio vedere mio figlio, la mia famiglia. Ma nessuno si accorge di me. Bene Ele, mi dico, perché io mi parlo quando sono in gara, sola con me stessa. Dobbiamo arrivare, non importa come e in quanto tempo.
Ho camminato per 6 chilometri, ho incontrato tanti che come me camminavano e che poi ricominciavano a correre, è  stato come tornare alla mia prima maratona ed ho capito perché mi piace correre le lunghe distanze.
Non è solo una sfida con il mio corpo e con la mia mente, ma è anche il piacere di incontrare uomini speciali, ognuno con la propria storia di motivazioni, con il proprio bagaglio emotivo e con il proprio cuore.
Ritorno alla strada per ultimare il racconto della mia avventura siracusana.
Arrivo a leggere il cartello del 38 chilometro. Sosto all'ultimo ristoro, prima del l'ennesimo cavalcavia all'orizzonte e assaporo l'arancia più dolce, succosa e gustosa della mia vita, allora arriva un gentil giovane in groppa al suo cavallo (lo scooter) che mi dice se sono in difficoltà e se voglio un passaggio. Leggo 39° km, e dico: No, grazie adesso arriverò sulle mie gambe.
Sono al 40° e penso che adesso Claudio si starà chiedendo cosa mi è successo e si starà anche preoccupando.
Ed e' vero. Mi si affianca un simpatico ragazzo con una vespa rossa che mi chiede se va tutto bene, perché al traguardo mi stanno aspettando.
Sono viva, rispondo io. La cosa più carina é stata che quel ragazzo, prima ha tranquillizzato Claudio che mi aspettava per la foto di rito al traguardo e, poi, è tornato da me e mi ha accompagnata fino all'arrivo.
Note stonate: i commenti calorosi di persone che non sanno stare al mondo e ti insultano perché sulle loro macchine costose non hanno neanche idea di quello che stai facendo del significato e della bellezza di questo sport, che è salute, vita e orgoglio di essere uomo.
Per concludere, sono arrivata ben oltre le quattro ore dalla partenza, ma il sorriso di chi mi aspettava é stato un abbraccio caloroso, una ricompensa della sofferenza patita e una prova che, eccetto qualche pecora nera, il mondo dello sport e della corsa, sopra ogni altra cosa, e' sano.

 
Foto di Maurizio Crispi
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17 gennaio 2013 4 17 /01 /gennaio /2013 08:34

Ragusa-Marathon 2013 - Foto di Maurizio CrispiSuperElena Cifali ha partecipato alla Maratona di Ragusa (10^ edizione), lo scorso 13 gennaio 2012, prima amratona di un anno che per lei sarà l'avvio di nuove e stimolanti imprese.
E, a tempo di record, magrado gli impegni di lavori e quelli di mamma e donna di casa, è riuscita ad inoltrarci il suo racconto.
Ma il record è stato anche quello che ha realizzato a Ragusa, dove - malgrado le avversità e le preoccupazioni (il piccolo Luca proprio poche ore prima della maratona si è ritrovato afflitto da un fastidioso rialzo termico) - inaspettamentamente è riuscita a realizzare il suo miglior tempo nella 42,195 km (abbassandolo di ben 13 primi).
Ci auguriamo per lei che questo sia il punto di esordio di un anno podistico soddisfacente e ricco di nuovo imprese.
(SuperElena Cifali) Cosa si prova a tagliare il traguardo di una maratona ?
Sono le 6:30 quando stringo i lacci delle mie Mizuno, fuori la strada è bagnata, non c’è molto freddo, ma una spessa coltre di umidità rende diverso l’ambiente circostante. Le auto ai lati delle strade sono bagnate mentre le luci dei lampioni sembrano provenire da molto lontano, tutto sembra ovattato…quasi onirico…
E già, mi sembra di star sognando quando al 35° km di questa splendida maratona di Ragusa mi rendo conto di essere in serie difficoltà. Ho freddo, molto freddo allo stomaco, nonostante in verità non ne faccia così tanto. Bevendo dell’acqua ad un ristoro ho bagnato accidentalmente la maglietta che, poggiandosi sul mio corpo, ad ogni passo mi dà una sgradevole sensazione di malessere.
Ragusa Marathon 2013 - Foto di Maurizio CrispiPorto la mano calda sotto la maglia, scoprendo ulteriormente l’addome nel vano tentativo di scaldarmi. Nulla da fare, devo resistere ed andare avanti.
Ma il freddo non è l’unico problema, anche le gambe iniziano ad essere stanche.
Adesso mi trovo nella zona industriale: vicino a me non c’è anima viva, solo io, il cielo, l’asfalto e la mia interminabile fatica.
La musica che ho ascoltato sinora non mi è più d’aiuto, è come se non la sentissi, non ricordo assolutamente cosa stessi ascoltando durante questa terribile crisi …
Il "muro" (quello che alcuni definiscono il "muro di Maratona")! ad ogni gara – fin dal momento della partenza - ed indipendentemente dalla distanza che dovrò coprire so che il “mio amico muro” mi affiancherà da qualche parte lungo il percorso.
La sua compagnia – che durante le prime gare odiavo - adesso mi è naturale.
Questo piccolo diavolo dispettoso mi affianca ed inizia a deridermi: “Ma chi credi di essere, non sei una campionessa, tu non farai mai le Olimpiadi, non sei nessuno, non vali nulla”.
Ragusa Marathon 2013 - Foto di Maurizio CrispiLo odio quando mi dice questo, ma ho imparato che posso sconfiggerlo. Certo, non è cosa da poco: sono impegnata nella corsa, devo far rotare le gambe, devo stare attenta a non inciampare a respirare con regolarità e devo nel frattempo tenere a bada Lui.

E’ a questo punto che chiedo aiuto ai miei angeli custodi.
Li chiamo a raccolta uno per uno, pronunciando a voce alta i loro nomi. I pensieri positivi che si affacciano sono sicuramente più forti di ogni crisi, di ogni muro. Presto riconquisto me stessa, torna la lucidità e con lei tutta la conoscenza sulla corsa e sul mio fisico. 

Mi stabilizzo subito su un passo costante e armonico, il tutto scandito dal mio respiro e dall’incedere felpato del mio passo sull’asfalto, nessuna auto in movimento, nessuno in giro, solo io ed i miei angeli, che adesso corriamo fianco a fianco sfiorandoci i gomiti...
Mi rendo conto che devo nutrirmi e, al ristoro, prendo un dolce che risputo dopo pochi metri: non riesco a mangiare.
Bevo a piccoli sorsi mentre il ricordo del vomito che mi colpì durante l’Etna trail mi fa riflettere. Il mio stomaco sembra essersi ristretto ed è tanto contratto da non permettere l’ingresso di nessun cibo solido. Succhio e mastico una tavoletta energetica e continuo a correre.

Salvo, con il quale ho corso gran parte della gara mi ha distanziato di molto, non riesco a riprenderlo mentre vengo affiancata da un simpaticissimo runner sordomuto. Mi sorride, mi fa un cenno d’intesa con la mano e corriamo qualche centinaio di metri insieme, in un silenzio irreale. 
La sua presenza mi fa riflettere e mi distrae non poco. Lui non sente, non sente il suo respiro affannoso, lo sbattere delle sue scarpe sull’asfalto, solo il battere del suo cuore e la sua macchina fotografica gli fanno compagnia.
Lo supero, mi supera, ci alterniamo fino a quando riusciamo ad entrare nuovamente nella zona abitata. Lo invito a seguirmi, a restarmi accanto ma lui sorride facendomi vedere la macchinetta fotografica, con cui vuole godersi il paesaggio.
Provo ad aumentare l’andatura ed riesco a staccarlo, cerco di rendere poco più ampia la falcata, atterrando di mesopiede all’altezza della parte alta del torace e dando più spinta dietro.
“Ecco, ci sono… sto sui 4:30” - mi dico - cerca di mantenere costante questa andatura e curare bene il respiro”
Mi infilo nella splendida Ibla ricamata di Barocco, percependo tutta la mia fatica e la mia gioia. Adesso ai lati del mio viso scorrono goccioloni di sudore, i capelli sono bagnati, sono accanto ai miei angeli, uno di loro mi spinge leggermente toccandomi la schiena, l’altro accanto a me mi ripete: “Siamo soli, io e te Ele” e, pur con la fatica che mi preme, riesco ad immaginare di voltarmi verso lui ed in effetti mi ritrovo quasi d’incanto all’ultimo ristoro qui un ragazzo mi porge un bicchiere d’acqua, mi applaude, mi incita, mi incoraggia. “Ecco un’altro angelo”, lo guardo negli occhi neri e non riesco a non sorridergli. 

Ragusa Marathon 2013 - Foto di Maurizio Crispi“E’ un giorno bellissimo, oggi… Lo sapevo che sarebbe stato un giorno da incorniciare oggi”
Una generosa discesa mi fa volare alta, quasi non poggio i piedi per terra, manca solo l’ultimo km e poi il meritato riposo. Ma l’ultimo km è tutto in salita, per terra il nero asfalto ha lasciato posto alla pietra bianca che bellissima si incastra l’una nell’altra in un mosaico armonico.
“Le ultime curve, forza, ci sei quasi, alza i piedi, respira” - mi ripeto come in uno stato di ipnosi.
Lo vedo: è il gonfiabile dell’arrivo, alzo le braccia al cielo, urlo di gioia, rido.
Termino la mia corsa in 3:53', ben 13 minuti meno del mio miglior tempo. 

Sono felice, ad arrestare la mia corsa le braccia dell’ultimo angelo, Giuseppe, che mi afferra subito dopo l’arco e ridendo mi dice: “Brava, Elena!”.

Cosa si prova a tagliare il traguardo di una maratona?
Ognuno prova ciò che vuole, io provo felicità, una felicità immensa che riempie ogni parte del mio corpo, provocando quel “piacere” che mi fa sentire “super”. 
Se sono riuscita a portare il mio corpo a spasso per 42.195 metri, correndo e senza mai fermarmi, lo devo proprio a questa ricerca del piacere, un piacere al quale una volta provato è quasi impossibile rinunciare. 
Imparate a correre le maratone ed imparerete a parlare con i vostri angeli.

 

 

Foto di Maurizio Crispi 

 

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15 gennaio 2013 2 15 /01 /gennaio /2013 06:51

Giuliana-Montagnin in versione di Giunge in redazione tardivo, ma come sempre benvenuto, il racconto di Giuliana Montagnin relativo alla sua partecipazione alla 24 ore del Sole (alla sua 7^ edizione) dello scorso novembre.
Giuliana, in questa circostanza, per una concomitanza di eventi ha migliorato anche se di poco il suo personale nella 24 ore sulla pista di Palermo (il suo personal best a San Giovanni Lupatoto con 130 km, circa). Il motivo per cui è riuscita in questa impresa è poi lo stesso che l'ho indotta a ritardare l'invio del suo racconto.
Insomma, per dirla tutta, ma senza fare nomi in questo preambolo, si è attivata nel corso di questa 24 ore un'autentica disfida tra triestini di sesso opposto...
E Giuliana ci ha messo tutto il suo impegno per non essere da meno...
(Giuliana Montagnin) A fine novembre ho partecipato, come gli anni scorsi, alla “24 Ore del Sole” di Palermo. Confesso di essere partita senza grosse ambizioni, il mio obiettivo era di portare a termine i miei soliti 115-120 km. Sapevo che sarebbe stato allo stesso tempo piacevole, ma anche impegnativo, che avrei dovuto cercare in tutti i modi uno stimolo per andare avanti nelle ore notturne, combattere il sonno, il freddo e cercar di superare le crisi.
In questa occasione ho fatto il viaggio in aereo, decisione presa pochi mesi prima dopo alcune valutazioni, ma soprattutto con la certezza di arrivare leggermente più riposata rispetto ad un lungo viaggio in treno.
Dall’aeroporto di Ronchi (della mia regione) ho preso un volo diretto su Trapani, poi un pullman in direzione Palermo. Anche la soluzione di un albergo vicino alla stazione si è rivelata un’ottima scelta: vi giunsi ad un’ora accettabile; il tempo di una pizza e mi coricai abbastanza presto.

L’indomani, dopo una buona colazione, mi sono avviata verso lo Stadio delle Palme: la giornata era, come al solito, soleggiata.
Era la quarta volta che mi accingevo a partecipare a questa gara e non ho ancora trovato una giornata piovosa. Naturalmente ci sono delle perturbazioni anche in Sicilia - ne sono convinta - ma la probabilità di un diluvio è sulla base della mia esperienza abbastanza remota. Sono riandata col pensiero alla 24 Ore di Torino 2012, in una pioggia torrenziale ad aprile non ci diede tregua un attimo per tutta la durata della gara.

Partii correndo piano, alternando la corsa al cammino e non guardando per nulla l’orologio. Col passar delle ore la stanchezza cominciò a fare capolino, ma cercavo ugualmente di rilassarmi ascoltando la musica degli altoparlanti: ecco un’altra cosa positiva del gareggiare in pista, riesci sempre a sentire le canzoni in qualsiasi punto ti trovi, se la gara si svolge su un circuito cittadino ovviamente in alcuni punti non senti più nulla.
Non amo portare gli auricolari, sarebbero un aggeggio in più da manipolare ed io preferisco sentirmi completamente libera.

In prossimità del passaggio dal tappeto dei chip notai la targa dedicata a Vito Schifani e mi ricordai di ciò che aveva spiegato lo speaker l’anno scorso. Lo Stadio delle Palme era stato intitolato proprio a questo giovane e sfortunato atleta che perse la vita nell’attentato a Falcone nel maggio del 1992, in quanto faceva parte della scorta.

Sono trascorsi dieci anni dalla tragedia e i miei ricordi erano piuttosto vaghi, incuriosita feci alcune ricerche su internet per cercar di saperne di più: anzi, quest’inverno guardai un programma alla TV dove la vedova raccontava quei tragici momenti. Mi fece molta impressione la compostezza del suo dolore, mentre si aggirava fra le rovine di quello che era stato il nascondiglio di coloro che avevano progettato l’attentato.

Tornando alla gara, ad ogni giro cercavo di non arrendermi, Vito non l’avrebbe mai fatto. Era appassionato di corsa e specialista delle distanze brevi 200 e 400 mt., il lavoro, la famiglia e le gare talvolta fatte con spiccioli di preparazione.

Spesso amici e conoscenti mi chiedono: Cosa stai preparando ora?
Imbarazzo totale da parte mia: non credo di aver mai preparato niente seguendo rigorosamente tabelle o schemi, perchè dopo qualche tentativo i buoni propositi fallivano sempre miseramente per impegni familiari o per qualche piccolo dolore muscolare che preferivo non trascurare e quindi qualche giorno di riposo mi portava a desistere.

Questa volta, mi sono proposta di camminare di buon passo per quasi tutto il giro di pista, ma di correre seppur lentamente davanti la targa e lungo le decine di metri a seguire davanti i giudici. La cosa funzionava, perchè col cammino mi riprendevo e, allo stesso tempo, la corsetta in prossimità dell’arrivo mi manteneva attiva, sveglia ed i muscoli rispondevano sempre bene.

Di cedimenti ne ho avuti ben pochi, solo poche volte mi sono ritirata nella tenda allestita per gli atleti per pochi minuti, cinque al massimo, volevo vedere per quanto tempo poteva tener duro il mio fisico. In genere, durante le gare, quando cedevo completamente, dopo circa 7 ore circa non riprendevo più a correre.
Quest’anno ho voluto provarci per tutta la durata della gara ad alternare corsa/cammino, copiando il metodo Corri e Cammina di Jeff Galloway.

Superai le 12 ore con questo sistema, non mi era mai riuscito prima. Ed era accaduto solamente alla 12 ore di Reggio Emilia un mese prima.

Continuai ancora, credo che quella specie di “corsetta" fosse molto poco più veloce di una semplice marcia, però la stanchezza aumentava ed il ritmo del mio passo sarebbe stato sempre più lento di quello che avrei voluto.

La notte trascorse lentamente ma al mattino ero ancora in pista con la corsa/cammino, aspettavo il sorgere del sole che mi avrebbe riscaldato un po’.

Totalizzai 127,862 km, veramente soddisfatta.

Una volta rientrata a casa ho confrontato questo risultato con quello degli anni precedenti:

nel 2009 124,806 km

nel 2010 123,381 km

nel 2011 100,422 km (però in questo caso mi ero fermata al raggiungimento dei 100 km, poichè avevo programmato solo quelli).

Realizzai che avevo ottenuto il mio record sulla pista di Palermo.

Non è stato il mio record in assoluto in quanto nel 2007 sulla pista di S. Giovanni Lupatoto (Verona) percorsi ben 130 km. Però chiaramente era una situazione diversa e soprattutto le condizioni climatiche erano differenti.

 

 

Nella foto (di Maurizio Crispi): Giuliana Montagnin in versione "viaggiatrice d'inverno" a Crevalcore lo scorso 6 genniao 2013.

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4 gennaio 2013 5 04 /01 /gennaio /2013 01:30
Ecotrail-della-Ficuzza 8284La catanese Elena Cifali ha concluso il suo anno podistico con due gare trail: l'Ecotrail della cava di croce santa a Rosolini (SR) e l'Ecotrail della Ficuzza (Palermo), rispettivamente il 9 e il 23 dicembre. Contrariamente alle sue abitudini ha tergiversato un po' prima di scrivere il resoconto della gara di Rosolini e, alla fine, invece di un due racconti ne ha confezionato uno solo per raccontare in un modo un tantino diverso le sue due ultime corse dell'anno.
Da qui il titolo "Due in uno. Tra Rosolini e Ficuzza" di un racconto che dice anche dell'amore per la corsa della nostra Elena.
(SuperElena Cifali) Lo confesso: mi sono innamorata.
Il mio è un amore vero, sincero, un amore con la A maiuscola. 
Ricordate ancora quando vi è successo la prima volta?
Si dice spesso che il primo amore non si scorda mai, neppure quando si è vecchi e smemorati.
Vi ricordate il cuore che batte forte forte e sembra voglia uscire dal petto? E la sensazione di avere delle farfalle nello stomaco? La testa che pensa solo ed esclusivamente all’amato, un solo pensiero dalla sera alla mattina, il volto intrappolato in un perenne sorriso?
Per il nostro primo amore abbiamo fatto ogni sorta di follia, con l’assoluta convinzione che quello che stavamo facendo fosse l’unica cosa giusta da fare, con la convinzione che il nostro amore meritasse ogni genere di sacrificio ed una dedizione assoluta.
Io sono una di quelle donne che si innamora di continuo: della vita, della natura, delle persone, degli animali e perfino, adesso, della corsa! 
E’ inutile negarlo, ne sono profondamente innamorata e per questo mio amore sono disposta a svegliarmi nel cuore della notte, a percorrere oltre 500 km in automobile, a correre 23 km tra fango e bosco, a subire il freddo ed il caldo. 
Sono ancora le 4.00 quando suona la mia sveglia in una fredda notte della pre-vigilia di Natale.
Ecotrail-della-Ficuzza 8270Mi alzo dal letto, faccio forzatamente colazione e mi preparo a raggiungere gli amici con i quali mi recherò nel Palermitano per partecipare ad una gara che si rivelerà tra le più belle ed entusiasmanti del Circuito Ecotrail. 
Arriviamo a destinazione dopo alcune ore, con un notevole ritardo, sul posto ci sono già tutti i nostri amici pronti per la partenza.
In molti chiacchierano, altri si scaldano, alcuni fanno l’ultima fila al bagno. L’aria di festa che si respira è meravigliosa.
Il via non tarda ad arrivare. Sono quasi 200 gli amici che si svincolano in un lungo serpentone. Tutti felici e sorridenti e adesso che siamo partiti nessuno batte più i denti a causa del freddo o i piedi a terra per scaldarsi; adesso ognuno di noi deve fare la sua gara, deve correre per 23 km cercando di non farsi male e di divertirsi il più possibile.
Inizio a correre a fianco dell’amico fraterno Carmelo Santoro.
Da subito capiamo che questa sarà la nostra gara. I primi chilometri scorrono veloci, siamo circondati da altri corridori e, finchè rimaniamo in gruppo, le possibilità di perdersi nel bosco sono sempre molto basse.
Le mie gambe ed il mio fiato per una volta vanno molto d’accordo: mi sento in ottima forma, procedo bene e sono felice. 
Ma la “bella vita” dura per poco, presto ci rendiamo conto che le piogge dei giorni precedenti hanno lasciato il segno, e che segno!
A dire il vero i segni più evidenti sono quelli dele scarpe da trail su fiumi di fango.
Ecotrail-della-Ficuzza 8274Lunghe scie ci fanno capire che chi è passato da qui prima di noi ha subito la stessa sorte: quella di scivolare a destra e a sinistra. 
Finiamo con le mani nel fango spesso impastato di letame e, una volta tanto, non abbiamo paura di sporcarle, come quando eravamo bambini ed impastavamo la terra per giocare a fare i grandi.
Mi sembra di essere su un tappeto volante, faccio un passo in avanti e torno indietro di due. Camminare agevolmente su questo fiume melmoso non è cosa semplice.
Sembra di calpestare del sapone liquido.
Iniziamo a ridere a crepapelle, quando a superarci è Davide Sabatino che urla di gioia e ride come un matto. Le sue risa sono contagiose. Come un bimbo sulla giostra che chiede ai genitori il permesso di fare un altro giro, anche lui, finita la discesa fangosa si ferma, si volta e mi dice: “Voglio farlo un’altra volta, starei tutto il giorno qui a fare e rifare questi 100 metri”.
Io, Carmelo e Davide procediamo insieme per alcuni chilometri, ci fermiamo a scattare alcune foto e ci mettiamo in posa appena dietro il teschio di vacca che troviamo poggiato sul terreno.
Continuiamo a ridere con l’assoluta consapevolezza che ciò che ci sta capitando, ciò che stiamo facendo sia un privilegio.
E già, per molti dei miei amici i sacrifici e le rinunce che faccio per correre sono impensabili.
In realtà io credo di essere una privilegiata: infatti ho il privilegio di essere in mezzo ad uno dei boschi più belli del Palermitano, in un dedalo di sentieri fangosi che mi divertono, sento l’odore del bosco, l’odore di terra bagnata (l’occasione mi fa ricordare di quella bellissima frase che dice che noi veniamo dalla terra ed alla terra torneremo). Ecotrail-della-Ficuzza 8310Ed allora amiamola questa nostra meravigliosa terra, smettiamo di mortificarla con ogni ignobile mezzo.
Questo è un miracolo, la vita stessa è il nostro miracolo e chi come me è capace di goderla oggi corre sfidando se stesso ancora una volta.
Ho saltato il primo ristoro, preferendo nutrirmi con ciò che ho portato con me, ma al secondo mi fermo a succhiare un generoso spicchio d’arancia ed addentare un biscotto secco che gradisco sempre.
Già che sono ferma ne approfitto per affondare il dito dentro la scarpa destra e tirare fuori un cumulo di fango e pietre che si è insinuato in profondità nonostante le ghette.
Riparto subito con Carmelo, ma stavolta Davide decide di rallentare la sua corsa.
Una ripida discesa suscita altra ilarità: ci ritroviamo in un sentiero stretto delimitato ai bordi da arbusti spinosi che strappano la pelle delle mie gambe facendola bruciare, successivamente un po' di sottobosco ci permette di alleggerire le scarpe che nel frattempo hanno fatto il carico di fango.
Siamo giunti velocemente al 17° km e ormai manca poco all’arrivo: inizio a fare il conto alla rovescia, il grosso è stato fatto e gli ultimi chilometri me li aspetto tutti in discesa.
Un lungo vialone di strada bianca ci permette di velocizzare il passo, ormai scambio solo poche parole, un piede avanti all’altro, lunghe falcate, il battere delle scarpe sulle pietre, il silenzio tutto intorno spezzato solo dal rombo dei motori di alcuni motociclisti. 
Manca davvero poco, quando - davanti a me - vedo Carmelo scivolare lungo un fianco, un sussulto, il cuore si ferma, per fortuna nulla di grave, si rialza e zompetta più allegro di prima.
La stanchezza si fa strada più velocemente dei chilometri trascorsi, abbiamo superato un bel gruppo di runner, sono contenta perché una circostanza del genere non mi capita molto spesso.
Manca solo l’ultimo chilometro: chiedo a Carmelo di infilare la mano nel mio zaino e tirare fuori il cappellino e la barba di Babbo Natale che ho portato per ricordare a me stessa che l’unico desiderio che avevo espresso si stava realizzando.
Li indossiamo (a Carmelo tocca la barba bianca, a me la berretta rossa) e siamo pronti per uscire dal bosco attraverso un cancelletto di legno, quasi a significare che da quel cancello si entra e si esce da una meravigliosa fiaba, una fiaba tutta natalizia che porta gioia e serenità nei cuori di chi la vive.
Purtroppo Carmelo viene afflitto dai crampi proprio negli ultimi 300 metri, mi urla di andare, di tagliare il traguardo, di arrivare. “Ma tu sei pazzo! Ho corso insieme a te 23 km e con te arriverò fino alla fine”.
Gli afferro la mano e lo trascino tra le urla di dolore su per gli ultimi gradini che portano dritti dritti all’arrivo.
La sua smorfia si mischia alla mia gioia, alla mia felicità, tagliamo il traguardo mano nella mano e siamo fieri l’uno dell’altra.
Anche oggi ho visto cose che voi podisti di strada non immaginereste neppure, anche oggi sono ridiventata bambina, anche oggi ho goduto del mio amore, tornate ad amare ciò che fate e scoprirete il piacere del primo amore.
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31 dicembre 2012 1 31 /12 /dicembre /2012 07:36

Ecotrail-della-Ficuzza _ Elena Cifali, subito dopo l-arrivo - Foto di Maurizio CrispiIl contributo che segue è il regalo più bello che io, Maurizio Crispi, creatore e amministratore di questa pagina web (presto suo Direttore responsabile a tutti gli effetti) avrei mai potuto ricevere per Natale e per questo passaggio di fine anno, da parte di Elena Cifali (SuperElena in FB), mia amica di corsa e assidua collaboratrice di "Ultramaratone maratone e Dintorni" con i suoi racconti brillanti, intensi e vibranti di sentimento.Come sempre le parole di Elena sono emozionanti e sono emozionanti perchè nascono nel cuore.Elena, nel concludere il suo breve scritto, non manca di fare un bilancio sul "meraviglioso" anno podistico appena concluso che è stato un anno di imprese sportive, ma anche di nuovi incontri, di nuove amicizie e di esperienze arricchenti, perchè, come sottolinea Elena, è proprio questo il vero miracolo della corsa, un'attività che pur essendo laica e apparentemente confinata al mondo delle pratiche sportive, possiede qualcosa della "religio" nel senso più letterale del termine (significato contenuto nell'etimo re-ligare). Ad Elena i più sinceri auguri di fine anno e di buon inizio di un 2013 carico di nuove avventure e di tantissimi chilometrti da percorrere, sfidando se stessa.
 

 

Ecotrail-della-Ficuzza 2013 - Elena Cifali dopo l-arrivo - Foto di Maurizio Crispi(SuperElena Cifali) Dal novembre 2011 mi diverto a raccontare all’amico Maurizio Crispi delle mie gare e, a volte ,dei miei allenamenti. 
Ho iniziato per caso, facendo la sua conoscenza attraverso Facebook. il suo essere gentile, educato e garbato, la sua intelligenza, il suo sapere hanno subito catturato la mia attenzione e, nel giro di poche settimane, mi sono sorpresa a dirgli “Ti voglio bene dottore”. 
Da quella data in poi, per me, Maurizio non solo è diventato un amico sincero ma anche un esempio.
Non corro gara senza consultarlo, senza chiedergli come prepararmi, soprattutto nelle gare più lunghe ed impegnative. I suoi suggerimenti, i suoi insegnamenti e non per ultimo il suo giudizio sono per me di fondamentale aiuto. 

Ricordo ancora quello che mi rispose quando gli dissi che avrei voluto correre la maratona di Siracusa solo 3 settimane dopo la mia prima maratona a Ragusa nel gennaio del 2012: “Elena, certo che la puoi fare, magari senza esagerare e senza aspettarti grandi risultati in termini di tempo”. Ed era verissimo !!
Quando mi accinsi a preparare la Supermaratona dell’Etna ascoltavo tutti i suoi consigli e i suoi racconti con l’avidità di una bimba attaccata al seno della sua mamma. 
E di volta in volta, ad eccezione di qualche garetta, ho sempre inviato al mio “Dottore” il racconto, sottoponendolo al suo insindacabile giudizio e mai sono stata delusa.
"Ultramaratone, Maratone e dintorni" è stato un ottimo trampolino di lancio per me e per la mia carriera di “runner/narratrice”.
A sorpresa, durante le gare in molti mi riconoscono, mi salutano e mi incoraggiano, e sapere che attraverso i racconti riesco a trasmettere parte delle mie emozioni e dei miei sentimenti è un incoraggiamento per continuare a scrivere, anche quando il tempo per farlo è davvero poco ed è rubato alla famiglia, al lavoro ed a tutte quelle faccende quotidiane con le quali ognuno di noi si trova giornalmente a fare i conti. 

Un ulteriore ringraziamento va non solo a chi mi legge ma anche a tutte le meravigliose persone che questa attività mi ha dato l’opportunità e la fortuna di conoscere, persone di tutte le età, dall’Avvocato alla Casalinga, dal Medico al Muratore, dal Poliziotto al Pensionato, tutti eccezionali a loro modo.
Questo io lo chiamo miracolo! 

Concludo il mio anno con 2167 km corsi, un totale di 19 gare tra cui 5 maratone, una supermaratona, la 12 ore e tre gare lunghe. Non male per una “ragazzina di 39 anni” che corre da poco meno di 2 anni e che lo fa solo per divertimento. 
A conclusione di questo splendido 2012, carico di gioie, emozioni e soddisfazioni, un anno durante il quale (non senza rinunce e sacrifici) un’infinità di sogni si sono realizzati, non posso che rendere un grazie carico di riconoscimento proprio a te, mio caro Dottore. 
Per il 2013, auguro a me stessa e a tutti gli affezionati lettori un anno di salute e di infiniti chilometri, siano essi su strada o anche in natura.
Buone gambe a tutti!

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26 dicembre 2012 3 26 /12 /dicembre /2012 07:02

Pantelleria-arco-dell-Elefante.jpgEcco di seguito il racconto della splendida esperienza pantesca del giro a tappe di Pantelleria dell'estate scorsa, raccontata a pieno cuore da Lucrezia Oliveri della ASD San Michele Cortenuova Lecco, seconda classificata nella categoria F60. Si anticipa qui che, quasi certamente, il giro a tappe di Pantelleria si rinnoverà con tutta la sua magia nella stessa settimana del 2013 dal 23 al 30 giugno, con l'inserimento di tappe che faranno conoscere l'isola nei posti più caratteristici tra cui l'Arco dell'elefante...
Presto sarà reso pubblico il regolamento dell'edizione 2013. 

(Lucrezia Oliveri) Croazia: cespugli di salvia profumata, siepi di rosmarino, giallo prorompente di ginestre, pini ombrosi, corse in riva al mare blu cobalto, muretti di pietre antiche, case assolate, ornate di buganvillee…

Puglia: ricordo frutteti a perdita d’occhio, papaveri altezzosi in mezzo ad umili fili d’erba e preziose margheritine, case bianche sotto un cielo di vento del sud, corsa tra ulivi argentei.

Rallento la mia corsa sulle Murge e mi siedo a guardare la pioggia.

Il cielo s’illumina di lampi, i tuoni si rincorrono, sale il profumo della terra arsa dal sole, finalmente bagnata dalla Provvidenza…

Potrei andare in Sicilia, su qualche piccola isola come Filicudi, Salina, Marettimo..

Ricordo d’averle ammirate nel film “Caro diario” di Nanni Moretti e mi sono ripromessa di visitarle, luoghi di silenzio e di relax, sole e mare…

Potrei volare a Pantelleria.

Ho deciso di cambiare posto. Dopo tanti anni di vacanze trascorse in Croazia e Puglia, andrò a scoprire Pantelleria, terza e quarta settimana di giugno.

La perla nera del Mediterraneo, con il suo profilo arabo e il temperamento vulcanico, scura, intensa, a tratti ancora selvaggia, più vicina alle coste africane che alle italiane, Pantelleria colpisce per quel suo tocco mediorientale, ereditato dalla dominazione araba (800-1000 d.C.).

Sono i dammusi, le tipiche case cubiche di pietra lavica, dai tetti a cupola bianca, per raccogliere l’acqua piovana, il filo conduttore tra passato e presente.

I dammusi si confondono con il territorio, solcato da interminabili muretti a secco delle coltivazioni a terrazze.

Il paesaggio dolce e armonico evoca lontane immagini orientali.

Nelle tranquille e pianeggianti zone di Monastero e Ghirlanda si coltivano uva Zibibbo (che saggiamente vinificata diventa il noto moscato e passito di Pantelleria) e capperi, principale risorsa agricola locale.

Pantelleria lago di venereNei pressi di Benikulà un sentiero conduce al “Bagno Asciutto” un vero bagno turco: una grotta dalle cui fessure esce vapore acqueo ad alta temperatura.

L’antitesi del Bagno Asciutto è la Grotta del Freddo, in contrada Bukkuràm, famosa per l’aria fredda (10-15 gradi in meno della temperatura esterna) che fuoriesce dalla cavità sotterranea.

Regina incontrastata dell’entroterra è la Montagna Grande, 863 metri, un vulcano spento, il tetto dell’isola, dove si lascia essiccare l’uva.

Alla rigogliosa macchia mediterranea si alternano boschi di conifere.

In autunno si trovano ben 181 specie di funghi, fra cui il prelibato porcino.

Lungo i litorali numerosi sono le località dove si può ammirare un mare blu cobalto: Cala Cinque Denti, Cala Gadir, Cala Levante…

Un’enorme scultura naturale è diventata il simbolo dell’isola: l’Arco dell’Elefante.

Soggiorno in un dammuso che si affaccia sul porticciolo dal fondale sassoso, fuori del mondo, nell’antico borgo marinaro di Cala Gadir.

Scelgo il mio posticino in riva al mare e inizio a leggere la rivista Runner’s World; viaggio con la mente seguendo il calendario delle corse organizzate nelle diverse regioni italiane ed in ogni altra parte del mondo.

Incredibile: dal 23 al 30 giugno, si corre il Giro podistico a tappe dell’isola di Pantelleria, Trofeo Canale di Sicilia, prima edizione.

Sono così fortunata da trovarmi nel posto giusto, al momento giusto?

Visito subito il sito universitaspalermo.com per scoprire che le iscrizioni sono chiuse al 10 giugno.

Non mi arrendo, telefono all’organizzatore il quale mi rassicura che ricevono le iscrizioni fino il giorno prima dell’evento.

Non ho la tessera Fidal con me, così telefono al presidente della mia società sportiva e in un attimo ottengo i dati che mi permettono di iscrivermi.

Non ho la maglietta della società, poco male, perchè nessuno del mio gruppo sportivo correrà il giro podistico di Pantelleria.

Pantelleria dammusiIl mattino presto corro sul litorale, scopro angoli di mare blu cristallino, respiro profumi di mirto e origano, colgo i caldi colori dei fichi d’India, i fucsia accesi delle buganvillee, i variopinti oleandri, i delicati fiori di capperi.

Ammiro le palme nel vasto giardino della villa di Giorgio Armani, cittadino onorario di Pantelleria.

Ogni giorno conquisto una piccola parte di quest’isola selvaggiamente attraente.

Sabato pomeriggio vado a ritirare il pettorale e il ricco pacco gara presso il village hotel Suvaki, dove incontro altri runners, con le loro famiglie, che alloggiano nell’hotel.

L’ansia non mi lascia dormire, anche se non dovrò alzarmi prestissimo.

 

24 giugno, domenica

  • ore 9,30: ritrovo Pantelleria centro.
  • ore 10,00: partenza 1^ tappa (Pantelleria centro - Località Grazia e ritorno)

Turisti accaldati applaudono la nostra partenza, di certo non c’invidiano, corriamo sotto un sole africano, ma la grinta è tale da sfidare la calura del profondo Sud.

Siamo partiti dal Borgo Italia, sul lungomare e dopo poche centinaia di metri inizia il percorso bello e tecnico, con parecchi saliscendi, per la morfologia dell’isola.

Una lunga salita ci conduce al secondo ristoro, dopo Camillia, in località Madonna delle Grazie.

Un attimo d’ombra e poi si ritorna per la stessa strada, dove altri runners sbuffano in salita.

Il caldo incalza, meglio non pensarci.

Si devia per Arenella, poi di corsa al traguardo, su Borgo Italia.

L’ansia svanisce nel sole.
Premiazione con prodotti tipici del territorio: capperi, caponata, passito e vino.

Ora ci vorrebbe un tuffo e una vigorosa nuotata.

 

26 giugno, martedì

  • ore 9,30 ritrovo località Rekale
  • ore 10,00 partenza 2^ Tappa (Rekale-Piazza Perugia).

Si parte e la tensione pian piano si allenta, trovo il mio passo di corsa, senza perdermi il panorama di questa parte sconosciuta dell’isola.

Sopra l’abitato di Rekale si possono vedere le Favare (getti di vapore caldo), fenomeno spontaneo; i fiumi bianchi, sbuffando dalle rocce rosse e ocra, regalano visioni singolari, arcaiche…

Dopo una salita iniziale di poco più di due chilometri, il percorso si snoda tra il verde rigoglioso e profumato della macchia mediterranea di Serra Ghirlanda.

Uno sguardo di corsa alle Tombe Bizantine, quindi una volata lungo la piana di Ghirlanda e il traguardo ci attende in salita, a Piazza Perugia, nella borgata di Tracino.

Oggi il caldo è stato mitigato da un leggero vento maestrale, dono della Provvidenza.

Premiazione con “carrettino siciliano” e materiale sportivo.

 

28 giugno, giovedì

  • ore 9,30 ritrovo via del lago di Venere, presso Azienda Marai.
  • ore 10,00 partenza 3^ tappa circuito (Lago di Venere).

Lo Specchio del Lago di Venere è uno splendido scenario naturalistico, un luogo incantato, nei dintorni di Bugebèr.

Dopo una serie di curve, racchiuso in una conca ovale, il laghetto appare come un miraggio.

La sua acqua è alcalina e sulfurea ed è anche possibile sottoporsi a fanghi ricchi di minerali.

Il percorso su sterrato, intorno al lago, è pianeggiante e assolato, non un filo d’ombra.

Solo lo spettacolo del lago color di giada, circondato dal verde delle colline, ci ripaga delle fatiche sotto un sole inclemente.

La premiazione di tappa di tutto rispetto è con prodotti tipici del territorio pantesco e abbigliamento sportivo.

29 giugno,venerdì

  • ore 21,00 ritrovo Pantelleria centro
  • ore 21,30 partenza 4^ tappa (circuito cittadino)

Noi runner avevamo pensato che quest’ultima tappa sarebbe stata una passeggiata per la sua brevità e per l’assenza ovvia del sole, ma ci siamo illusi, senza tener conto del tasso d’umidità.

Il percorso cittadino si svolge tra irte salite e discese veloci da ripetersi sette volte. Il tifo dei panteschi, gli abitanti di Pantelleria, non ci distoglie dal soffocante caldo umido della sera inoltrata.

La sofferenza per il caldo è stata avvertita da tutti i runners, senza esclusioni, ma è l’ultima tappa e si accetta anche questo.

Sul mare scuro luminose imbarcazioni si preparano a una notte di quiete.

Turisti passeggiano sul lungomare, aspettando la leggera brezza notturna.

Corro l’ultimo giro del percorso e non vedo l’ora di terminare per indossare abiti asciutti.

All’arrivo sorseggio acqua a volontà per reintegrare i liquidi dispersi.

Ancora una premiazione con un vassoio in ceramica, dipinto a mano.

Le premiazioni finali si terranno domani mattina presso l’hotel Suvaki, presente Fabio Cappello, pantesco d’adozione.

Una granita al limone è il giusto refrigerio in questa caldissima serata.

Sabato 30 giugno si torna a casa, a correre in Brianza, dopo la corsa spettacolare a Folgaria, il primo luglio: dal mare alla montagna.

Vacanze 2013? Ma Pantelleria!

 

Pantelleria-Giro-a-tappe 0196 (Copia)

 

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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