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13 agosto 2012 1 13 /08 /agosto /2012 06:54
Trailer sul crinale Serrecozzo - Etna Nord, Linguaglossa - Foto di Maurizio Crispi(Maurizio Crispi) In occasione dell'Etnatrail sulla distanza di 30 km, con oltre 1700 metri di dislivello positivo, i runner siciliani appassionati di Trail si sono trovati - per la prima volta a confrontarsi con un trail di impegno severo, con una distanza ed un dislivello altimetrico positivo vicino agli standard italiani ed internazionali delle gare trail di alto livello. Il 5 agosto 2012 rimane dunque, nell'evoluzione del trail siciliano una data davvero epocale, un punto di discrimine tra un modo avventuristico di correre trail ed uno più scientifico, più tecnico, più accorto.
Anche se già, nel panorama siciliano, c'eraro state 
su distanze maggiori l'Ecomaratona delle Madonie oppure l'Ecomaratona di Pantelleria  (che da quest'anno diventa Pantelleria trail sulla distanza di 50 km), non c'è raffronto possibile, nel senso che la gara di Linguaglossa s'è presentata prepotentemente con il volto del Trail di alto livello: un trail arduo, di distanza media, con percorsi non semplici (in cui senza la segnatura si sarebbe potuto facilmente sbagliare strada, altamente tecnici, con forti dislivelli altimetrici, con difficoltà climatiche (con l'aggravio di pochi posti di ristoro), con caratteristiche assimilabili a quelle di una gara trail in territori semi-desertici.
Iniziazione e shock cognitivo. Per molti dei trailer siciliani la gara di Linguaglossa è stata una vera e propria "iniziazione", per tanti ha rappresentato un piccolo shock "cognitivo", rispetto alle conoscenze e alle esperienze vissute sul trail precedentemente accumulate: uno shock coognitivo peraltro attenuato dalle bellezze paesaggistice e dal contatto intimo con la forza primordiale del vulcano.
Tanti sono stati i ritirati: molti di più in misura percentuale dei ritirarati su altre gare del Cricuito Ecotrail Sicilia su distanze più brevi.
Questa prova, considerando che è stata l'anteprima dell'Etnatrail 2013 che, secondo le anticipazioni, dovrebbe svilupparsi su di una distanza di 60 km, impone una riflessione, sul fatto che - se quando il gioco si fa più duro, i duri ballano di più - i duri per poter ballare devono essere adeguatamente preparati.
Nulla può essere imputato agli organizzatori se propongono una gara di impegno più severo: in questi casi tutto ciò che doveva essere detto, era stato detto tempestivamente, avvertenze ed istruzioni d'uso diramate con largo anticipo.
Bisogna entrare nell'ordine di idee che occorre prepararsi bene e con scrupolo: e che una buona preparazione per affrontare un trail di alto livello non è solo ed esclusivamente fisica, ma è anche "tecnica", nel senso di sperimentare prima della gara terreni che presentino caratteristiche similari (addirittura recandosi in anticipo sul terreno di gara per mettersi alla prova proprio lì): alcuni organizzatori di Trail lunghi, nel Nord Italia, organizzazno con largo anticipo degli allenamenti di prova su parti del circuito di gara che hanno individuato e diramano con tutti i mezzi a loro disposizione l'invito a partecipare a questi allenamenti che hanno la caratteristiche dei "trail auto-gestiti" ma che si avvalgono della presenza e delle conoscenze degli organizzatori o di loro delegati che fungono da "guide". 
La preparazione scrupolosa impone anche al trailer l'obbligo di sperimentare in allenamento più volte tutte le attrezzature extra che dovrà utilizzare in corso di gara: bisogna abbandonare l'dea di correre leggere (cosa che prediligono fare i maratoneti e i corridori su brevi distanze). Nel trail occorre avere con sé un'attrzzatura, bisogna saperla usare, bisogna imparare a gestirla e poter fare tutto ciò bisogna utilizzarla, provando e riprovando fino a trovare il modo più congeniale.
Gli allenamenti e i trail brevi diventano così un'occasione unica di sperimentazione dell'attrezzatura base (ghette, camelback, speciali copricapi, occhiali protettivi, fischietto etc).
L'obbligo dell'attrezzatura-base in corso di gara deve essere preso molto sul serio e non può essere sottovalutato.
Ritornando alla preparazione fisica, se si decide di partecipare a trail lunghi ed impegnativi, bisogna abbandonare l'idea che si possa improvvisare, rinuncia alla pretesa avventuristica di "lanciarsi" (supportati dal retropensiero che tanto comunque in un modo o nell'altro si arriverà alla fine). Con i trail lunghi le cose non funzionano più così: se non si è preparati c'è il rischio che a metà strada, in un luogo impervio ci si possa sentire male con tutte le conseguenze del caso e che ciò possa provocare difficoltà impreviste agli organizzatori, ma anche ad altri atleti.
Chi si iscrive ad una gara deve avere sufficiente autoconsapevolezza per valutare se è opportuno per lui/lei partecipare o meno.
E' per questo che gli organizzatori mantengono - in parallelo - la formula del Walktrail proprio per consentire ai podisti meno allenati la partecipazione ad una gara che sia più "soft".
Nell'ipotesi di una gara lunga sulla distanza di 60 km (come sarà l'edizione 2013 dell'Etnatrail, gli organizzatori dell'Atletica Linguaglossa potrebbero tuttavia prendere in considerazione di offrire accanto alla possibilità della distanza lunga e al walktrail, la distanza breve competitiva (30 km) e la possibilità della gara a squadre (secondo una formula largamente sperimentata in altri trail - vedi ad esempio il caso dell'Abbots' Way), con i  cosiddetti Twin Team (maschile, femminile, misto), in cui ciascun atleta della diade coorre per una frazione di gara di 30 km. 
Ma esaminiamo più nel dettaglio ciò che ci ha insegnato l'Etnatrail del 5 agosto 2012. 
No all'improvvisazione, dunque. Dal punto di vista dell'atleta, un trail di 30 km con oltre 1700 metri di dislivello positivo non si improvvisa: occorre un'attenta preparazione sia in termini di allenamento (anche di tipo tecnico con corse effettuate su percorsi "diffcili" che richiedono particolari adattamenti), sia in termini di scelta dei materiali da utilizzare (scarpe ghette, camelback e quant'altro che - sempre - vanno sperimentati in allenamenti pre-gara, in modo tale che in corso di gara ciascuna conosca la sua attrezzatura e il suo corredo di vestiario alla perfezione.
Nulla può essere imputato agli organizzatori. Secondo il mio modesto parere, nulla può essere imputato agli organizzatori: la natura delle difficoltà era stata ampiamente specificata nei comunicati preliminari, così come anche alcuni degli accorgimenti che i runner avrebbero dovuto adottare soprattutto per sopperire aall'impossibilità tecnica di garantire n rifornimento idrico tra il 5° e il 15° km.
Gli incidenti possono dipendere più spesso, a mio avviso, dalla "leggerezza" con cui si affronta un evento che va invece affrontato "seriamente" (anche se sempre con l'intento di divertirsi e di star bene).
DSC03338Tempo massimo. Una delle cose su cui gli organizzatori dovranno lavorare sara il tempo massimo, a mio avviso, essendo 6 ore un tempo troppo ristretto (anche se poi in realtà questo tempo limite è stato ampliato a 6h30' e, poi, alla fine non è più stato preso in considerazione. 
Partendo dal dato di fatto che il primo uomo abbia chiuso in 3h40' e la prima donna in 4h12, appare palese che un tempo massimo di 6 ore è troppo ristretto: e che dovrebbe essere portato ad almeno otto ore, con l'istituzione di un cancello cronometrico molto rigido ai 10 km. 
Chi non esce dal primo cancello cronometrico entro una data ora, deve ritirarsi. 
Mettere il cancello cronometrico solo al 25° km ha una valenza esclusivamente sadica e penalizzante e finisce con il mortificare la fatica di quelli che, pur soffrendo, hanno resistito sin quasi alla fine.
Per la distanza dei 60 km (che andrà in scena nel 2013) è ovvio che il tempo massimo dovrà tener conto di questi dati iniziali (sul trail già realizzato sulla distanza di 30 km). 
Spero di non essere frainteso: ribadisco che, nel dire  "Una gara così non si improvvisa", intendo solo ed esclusivamente riferirmi alla preparazione dell'atleta che vi si iscrive. 
La preparazione degli organizzatori, anche in questo caso, è stata certosina ed ineccepibile, benchè si addentrassero in un territorio ancora inesplorato per il Circuito Ecotrail Sicilia: quello di una gara che si avvicina agli standard internazionalei del Trail sia per lunghezza del percorso sia per dislivello altimentrico da superare 
I pionieri (coloro che si espongono nell'organizzare qualcosa di nuovo e mai affrontato prima) spesso devono pagare un piccolo tributo (in termini di ritorno di critiche che si spera possano essere sempre costruttive) per dover apprendere, attraverso l'esperienza, a far meglio. 
Si impara dall'esperienza. Certo, una prima edizione su d'una distanza già importante come sono i 30 km su questo tipo di terreno e con simili difficoltà tecniche, può comportare qualche piccolo errore di valutazione iniziale e, indubbiamente, dall'esperienza si impara per poter far meglio alle successive edizioni.
Sono certo che l'Etnatrail 2012 sarà preziosa anche per introdurre migliorie nel piano organizzativo predisposto per il Pantelleria Trail 50 km (parlando soprattutto di tempo massimo, cancelli cronometrici e disposizione dei ristori).
Attrezzature obbligatorie. Suggerirei anche che, con decisione,si passi dal semplice "suggerimento" di avere con sé una certa attrezzatura, all'obbligo di averla con sé e che, a tale scopo, si introduca, nei preliminari della gara la "punzonatura" degli atelti allo scopo di verificare che ciascuna abbia con sé tutta l'attrezzatura disposta dal regolamento, precisando altresì che ciò con cui si parte lo si deve avere all'arrivo: se usi i bastoncini, li devi portare con te per tutta le gara ed averli all'arrivo. 
Queste le dichiarazioni finali di Aldo Siragusa, responsabile organizzativo del circuito Ecotrail Sicilia 2012 che, nel tentativo di fare un bilancio sulla gara celebrata nei giorni precedenti, prende in esami molti commenti e critiche costruttive che a lui e agli organizzatori sono pervenuti: "Voglio ringraziare tutti i partecipanti all'Etna Trail per aver reso speciale questa giornata che è andata oltre le nostre aspettative in termini di partecipazione. Sia noi organizzatori, sia i partecipanti hanno avuto modo di confrontarsi con una dimensione trail che non era mai stata collaudata fino a questo momento in Sicilia: la dimensione del vero trail. Quella dei percorsi con grandi difficoltà tecniche e altimetriche e che non ti permettono di correre forte neanche in discesa, che presentano l’esigenza di una gestione tecnica e delle risorse idriche accorta e responsabile, in cui la gara viene studiata a tavolino, in cui si fa tesoro delle indicazioni dell’organizzatore perché ne va del risultato finale. 
In breve, un vero trail. 
Da questo confronto noi organizzatori siamo stati portati a fare tante riflessioni (abbiamo fatto una riunione a caldo subito dopo la gara), e molte delle nostre riflessioni coincidono con le vostre. 
Adesso, dopo questa importante prova generale, ci sentiamo pronti ad affrontare l’Etna Trail di 60 km del 2013. 
Vorrei adesso fare alcune puntualizzazioni su alcune vostre considerazioni, non per polemizzare ma per inserirmi in questa discussione con l’obiettivo di completare le informazioni e rendere tutto ancora più costruttivo. 
Il numero dei partecipanti era di 167 nella 30 km e 27 nella 14 km. Il tempo limite di 6 ore è stato portato a 6 ore e mezza e poi non è stato neanche preso in considerazione, basti guardare il tempo dell’ultimo classificato. Anche il cancello è stato portato da 5 a 5 ore e trenta, spostando di fatto il tempo limite ad oltre sette ore perché chi arriva al ventiquattresimo km in 5 ore e trenta può impiegare anche più di due ore per completare la gara (vedi Vincenzo Ferro). Se il cancello è stato messo solo al 24° è perché volevamo dare a tutti la possibilità di arrivare almeno a 24 km. C’è da decidere se, per i più lenti, è meglio essere fermati al decimo km e fare solo una minima parte della gara, o al ventiquattresimo quando almeno sei riuscito a farne oltre due terzi.
In merito ai ristori, il numero di essi è stato comunicato con largo anticipo ed è stato ribadito anche al briefing prima della gara, non si può dire a posteriori che i ristori erano pochi, erano quelli (già enunciati prima), ed era compito dei partecipanti organizzarsi di conseguenza. Ho già spiegato che mettere un punto di ristoro tra il settimo e il tredicesimo km sarebbe stato quasi impossibile. Alcuni concorrenti trail runner esperti che mi hanno telefonato prima della gara per chiedermi il numero dei ristori e, quando io ho risposto che erano sei, sono rimasti stupiti trovandoli eccessivi. Magari il suggerimento di portarsi dietro un litro d’acqua sarebbe piuttosto dovuto essere un obbligo da parte nostra.
Se alcuni non hanno trovato l’acqua ai ristori è dovuto al fatto che qualcuno faceva la doccia con l’acqua che serviva per bere o, portava con sé le bottiglie intere perché non si era organizzato come avevamo suggerito. Ma anche qui avremmo potuto vigilare di più. 
Riguardo ai rifiuti abbandonati sul percorso, i divieti e le squalifiche contano poco se non c’è il buon senso e l’educazione di ognuno di noi. Vigilare lungo tutto il percorso è impossibile, ognuno di noi si deve fare carico di fare rispettare le regole a chi gli sta vicino.
Abituatevi all’idea che quello dell’Etna è un Trail che come difficoltà si avvicina agli standard internazionali. Noi organizzatori ci stiamo attrezzando per dare ai siciliani un evento di altissimo livello. 
Quella di ieri è stata la prova generale: e le prove generali non sono mai perfette.
Ci vediamo sotto la Luna di Caltavuturo (Ecotrail della Luna, in due tappe, tra il 17 e il 18 agosto 2012)".
Foto di Maurizio Crispi
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9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 09:31

spartachiadi.jpgL'articolo di Andrea Furlanetto (Cultura e politica dello sport: le medaglie olimpiche si vincono pianificando lo sviluppo sportivo),pubblicato pochi giorni fa ha suscitato molto interesse, stimolando un ampio dibattito. Ed ecco, proprio a partire dal contributo di idee scaturite dal dibattito, un ulteriore riflessione in cui Andrea Furlanetto tira le fila del dibattito che si è attivato, aggiungendo altri spunti.

(Andrea Furlanetto) Ringrazio tutti per le interessanti considerazioni, sono davvero lieto per la discussione che si è generata, una volta tanto non legata all'ultima medaglia o all'interrogatorio di uno scommettitore. Non scriverò nulla sul caso Schwazer, perché è inutile parlare di un fatto d'attualità nel quadro di un'analisi di lungo periodo.
Qualcuno (Matteo Marti) ha sollevato un paio di temi molto utili. Il primo è la 'condizione di maggior favore' che i giudici garantiscono alla squadra di casa. Questa considerazione, anche se non del tutto pertinente al tema, è interessante perché i giudici sono – per loro stessa missione – conservatori. In conseguenza di ciò, si rivelano sempre più benevoli con l'atleta che è espressione della scuola più blasonata: la ginnasta italiana si deve inchinare di fronte alla russa, lo schermidore giapponese paga di fronte all'italiano. La soluzione sta nell’introduzione di maggiori supporti tecnologici, ma gli sport a contenuto estetico (tuffi, ginnastica, pattinaggio, …) e quelli di combattimento restano sempre molto soggettivi e manipolabili.
Il secondo tema di rilievo riguarda la Germania. Qui vado a precisare un ragionamento che ho solo accennato nella nota originaria. Mentre nella Repubblica Democratica Tedesca lo sport era un veicolo di propaganda, nonché uno dei pochissimi modi per ottenere prestigio sociale e successo economico, nella Germania di oggi un giovane ha numerosi modi per affermarsi. Il mio capo, ad esempio, assieme a tre amici ha creato un software 11 anni fa, poi un altro, poi ne ha arricchito le funzionalità e oggi danno lavoro a circa 250 persone. I Tokio Hotel hanno scelto una strada alternativa e, forse senza meritarselo, hanno addirittura più fan del mio capo.
Una società opulenta, se non ha il germe della cultura sportiva, presente in Paesi come il Regno Unito, ricordato giustamente da Mark McStrachan e Rosanna Bandieri, al quale io aggiungerei i Paesi Nordici e gli Stati Uniti, non distoglierà i suoi migliori virgulti dalla scuola (tema che anche Agnese Amorosi e Noemi Morelli riprendono con sfumature diverse). In altre parole, o esiste un sistema Paese che considera lo sport come uno degli elementi chiave per formare i cittadini, oppure questa attività diventerà collaterale e sarà praticata solo da due tipi di individui: quelli baciati dal talento e quelli talmente brillanti a scuola e talmente amanti dello sport da vincere l'ostilità che è così comune tra gli insegnanti e non infrequente tra i genitori. La cultura sportiva si sposa, poi, alla tematica delle tradizioni sportive di ogni Paese/Regione, che sarebbe davvero interessante da approfondire e offrirebbe molti parallelismi con la specializzazione industriale. Forse un giorno mi verrà voglia di approfondire questo tema e cercare una correlazione tra gli elettrodomestici di Fabriano e le fiorettiste di Jesi...
Desidero anche riprendere il post di Ame, che condanna senza appello lo sport 'rosso'. Credo che vi sia un pesantissimo errore di fondo. Il doping di Stato spiega solo alcuni successi, molto più spiega l'attenta opera culturale e di selezione, ripresa recentemente dai Cinesi.
Sottolineo che molti atleti di punta dei Paesi di matrice comunista hanno poi avuto notevoli successi in campo politico ed organizzativo nei loro Paesi, anche dopo il crollo dei regimi totalitari nell'Europa Orientale. Kratochvilová, Borzov, Blokhin, Belov sono solo alcuni esempi di persone che al talento abbinano cervelli non da poco. Il cliché dello sportivo bollito non attacca molto. Per contro questo si spiega, ancora una volta, con il fatto che i migliori talenti erano impiegati presso i club sportivi centrali di Esercito, Polizia, Sindacato, eccetera. Venivano mandati alle migliori scuole, per assicurare da una parte la fedeltà alla causa e dall'altra una presentabilità anche mediatica.
Questi ragazzi venivano forgiati per diventare ambasciatori dei loro gloriosi Paesi, esempio di ogni talento e virtù, sia ad uso del mercato interno, e sia per gli osservatori internazionali. Spero che questo tranquillizzi anche Nicola Pamme: fare la somma delle medaglie dei Paesi ex-Sovietici significa amalgamare una scuola e un'organizzazione che – prima del 1989 – selezionava in tutto il territorio le persone più adatte e portava alle olimpiadi i più meritevoli, i più allenati, quelli con la migliore possibilità di vincere. Le triplette sovietiche non erano poi così rare, quindi il rischio di ‘somma alla TG2’ è relativamente basso nello specifico.

Con un pizzico d’ironia, ricordo ad Ame Bonfanti che l’Italia continua a rimanere l’unico Paese occidentale in cui parte di questo concetto funziona ancora: gli sportivi vengono impiegati nei Gruppi Sportivi delle diverse Forze dell’Ordine e si allenano sostanzialmente a tempo pieno, regolarmente retribuiti con fondi pubblici, pur senza svolgere, di fatto, servizi normali e mettendosi la divisa solo per le visite al Quirinale, i matrimoni e qualche comparsata televisiva.
Questo spiega sicuramente parte del compiaciuto stupore che abbiamo tutti, non solo Mark, quando assistiamo ai successi olimpici di questi campioni misconosciuti.
Purtroppo, però, in Italia ci preoccupiamo solo del corpore, la mens resta alla buona volontà del singolo… Ciò vale tanto per gli atleti, che non sono sempre brillantissimi, quanto per il pubblico, che li attacca indiscriminatamente se arrivano quarti (al mondo, lo ricordo) e che, generalmente, pensa a loro come a dei privilegiati, dimenticando che dietro a qualche giorno di gloria ci sono – mediamente – 10 anni di preparazione, fatti di circa 300 giorni lavorativi da 4-8 ore, volti a portare il corpo oltre i confini dell’ordinario.

Chiudo come avevo chiuso anche qualche giorno fa: cioè con la Cina. Credo che Mark e Noemi abbiano correttamente colto ciò che sta accadendo: selezione accurata, formazione psico-fisica strenua, facendo leva sulla voglia di emergere di una popolazione che si avvicina per la prima volta al concetto di ‘consumo’.
Oltre a queste leve, giocano molto anche sulla tecnica, tanto per dire Damilano sta allenando i marciatori cinesi, non quelli italiani…
E Lippi allenerà a Guangzhou in cambio di 10 milioni di euro. La storia si ripete, come considero abbastanza fantasiose le ipotesi di eugenetica: fino a due-tre anni fa, sia l’uomo più alto che l’uomo più basso del mondo erano cinesi.
Questo la dice lunga sulla varietà di tipi umani che si possono selezionare in quel paese. Semmai, vorrei farvi notare che stanno arrivando molto più lentamente agli sport di squadra e – ancora – credo di trovare la spiegazione in due fatti: il primo è legato alla necessità di selezionare non un individuo ma una squadra di individui naturalmente dotati, il secondo è che in queste discipline le componenti non allenabili (spirito di squadra, solidarietà, flessibilità, malizia, intelligenza tattica) sono molto più rilevanti che in altri sport.
Ma non rilassiamoci troppo: prima o poi vinceranno anche nell’hockey su ghiaccio, e prima o poi San Marino vincerà quella medaglia che ha sfiorato pochi giorni fa (Vedi: La medaglia sfuma per un soffio. Alessandra Perilli quarta alle Olimpiadi).

 

L'immagine: Manifesto della 2^ Spartachiade dei Sindacati. Alle Spartachiadi del 1967 parteciparono 85 milioni di persone.

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8 agosto 2012 3 08 /08 /agosto /2012 11:54

schwazer-oro-a-Pechino.jpgLa positività per EPO riscontrata su Schwazer in occasione di un controllo anti-doping WADA e la sua conseguente esclusione dai Giochi, ha suscitato nei social network, un ampio dibattito.
Quelle che seguono sono le riflessioni di Alessandro Fabbri, ex-marciatore.

(Alessandro Fabbri) Da parte mia posso parlare del caso Schwazer con molta cognizione di causa. Ho praticato la Marcia per ben 4 anni dai 16 ai 20 anni (adesso ne ho 40), sulla distanza dei 10.000 metri di cui un anno a livello semi-agonistico.
La Marcia è uno degli sport, dimenticato da "dio" - scusatemi l'accostamento -, ma con cui però ho trovato perfetta sintonia con me stesso.
Mentre i velocisti e i saltatori avevano modo di allenarsi a squadre, io - 'unico marciatore del mio gruppo - ho fatto sempre per quattro anni tutto da solo con le mie gioie, le mie sconfitte, le mie cadute, le mie rialzate e vi posso assicurare che non è stato per niente facile rimanere per tutto questo tempo ad allenarmi, non cedendo alla tentazione di abbandonare.
Ho avuto la fortuna di avere un personal trainer che ha sempre creduto in me ed io in lui: alla fine, quando conduci una certa vita agonistica, non dico che le vite si incontrano, ma è quasi così. Lui sapeva tutto di me, anche perché la marcia è uno sport in cui devi riponderartela tua vita, alimentare e non.
Le parole di Michele Didoni, ex campione mondiale e da due anni allenatore di Alex Schwazer("Alex mentendo ci ha fatto piombare nella vergogna... Ho trascurato la famiglia per lui, lo seguivo in bici... Con il suo gesto trascina tutti all'inferno. E' un insulto. Ed è pure carabiniere, dovrebbe dare l'esempio"). lasciano il tempo che trovano: per me, é come se - facendo queste affermazioni - avesse sputato volgarmente per terra dove non si può, probabilmente vuol salvare il posto in Federazione e d'altra parte il "caso" Schwazer che, in parola contraria fino all'episodio di doping, ho comunque ritenuto un ottimo atleta, dimostra come gli atleti molto spesso vengono abbandonati a loro stessi, quando "scoppiamo" questi casi.
Temo che Schwazer, purtroppo, si sia ritrovato in quella spirale: l'appuntamento con un'Olimpiade non dico che è la prova della vita, ma richiede impegno e può generare ansia. Gli allenamenti sulla distanza dei 50 km non possono che essere massacranti sotto un certo punto di vista, ma poco ci manca e penso che lui abbia fatto quella scelta di doparsi, forse pensando di riuscire a farcela da solo (o con la complicità del suo allenatore).
Pur ritenendo che gli atleti che ricorrono al doping devono essere giudicati per gli errori commessi, mi auguro però che Schwazer non venga usato come mero capro espiatorio e che non faccia - ahimè - la fine del povero Pantani.
Io continuo a sperare che la marcia, 
 che è uno degli sport più poveri, come dice il mio caro amico e scrittore Davide Sapienza, possa rimanere fuori da questa cerchia di corruzioni e di predilezione per le vie brevi al successo; e il fatto che il nostro Damilano sia stato chiamato ad allenare le marciatrici cinesi in parte compensa positivamente il l'aver letto in questi giorni queste così brutte pagine per la disciplina atletica che preferisco, pagine che non avrei mai volutoleggere.

La positività 

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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 20:44
Petrini-doping.jpg(Maurizio Crispi) Il caso Schwazer (vedi l'articolo pubblicato in questa pagina: Alex Schwazer, oro olimpico a Pechino, escluso per doping dai Giochi di Londra) ha riportato l'attenzione sul problema delle pratiche di doping tra gli atleti di alto livello che, malgrado gli sforzi del CIO di realizzare (attraverso la WADA (World Anti-Doping Agency) l'utopia di uno sport di alto livello "pulito" (per mezzo di controlli ed applicazione di un preciso codice di comportamento), torna sempre a riafforare nei modi più impensati, come una gramigna infestante e difficilmente eradicabile.
Guardando gli atleti praticanti alcuni discipline si può arguire (ma è indimostrabile) che le pratiche dopanti siano state per loro, in certi periodi della loro preparazione, pane quotidiano.
Diciamocela tutta: la pratica del doping è molto più diffusa di quanto qualcuno vorrebbe farci credere.
Soprattutto nello sport ad alto livello, in barba a tutti i controlli WADA del mondo. Growth hormone in testa a tutti (e adesso anche si può supporre che venga affrontata anche la frontera del "doping genetico", soprattutto quegli sport che richiedono uno potenziamento muscolare mirato, come potrebbe essere il caso dei nuotatori di alto livello. 
Ci avete fatto caso che questi atleti sembrano tutti dei cloni o dei gemelli?
Identiche caratteristiche somatiche: mentone prominente alla maniera di Superman, fronte alta e spaziosa (che sono effetti collaterali sulla struttura ossea determinati dall'Ormone della crescita...).
Ogni tanto qualcuno viene beccato: ciò dà la parvenza che qualcosa di serio e concreto viene fatto.
Ma il sommerso invece rimane, purtroppo con la complicità - in alcuni casi - dei vertici delle diverse federazioni nazionali... Il controllo cui è stato sottoposto Schwazer è dipeso dal  WADA (World Anti-Doping Agency): l'agenzia WADA è a gestione pubblico-privata ed è stata creata per volontà del CIO per promuovere e garantire lo sport di alto livello "pulito". E' stato creato un protocollo di "trasparenza" cui tutti gli atleti devono uniformarsi (tra le cui norme, quella di indicare diario e tipologia degli allenamenti, spostamenti di residenza etc.), in modo tale da essere permanentemente raggiungibili per controlli estemporanei effettuati anche in fase di avvicinamento a gare importanti.
Il problema, invece, è quello per cui nel doping riguardanti atleti di alto livello non è certamente il singolo atleta che decide per sé.
C'é certamente tutto un team alle sue spalle: ma questo non può essere mai dichiarato e rimane coperto da un velo di ipocrisia.
Tutti sanno, ma nessuno dice.
In caso di positività la verità ufficiale è che "...ha sbagliato l'atleta" e che "...sua è la piena responsabilità del misfatto...", "...ha scelto di doparsi, quando avrebbe potuto dire di no...", oppure può anche capitare di sentire frasi simili: "Cosa gli (le) sarà passato per la testa quando ha deciso di doparsi?".
E giù poi con le dichiarazioni moralistiche e atteggiamenti di messa all'indice dell'atleta appena caduto dal suo piedistallo che 
diventa vittima designata d'un sistema intero votato al doping: e questa è sicuramente la cosa più brutta. 
Gli atleti "top" beccati per doping sono, purtroppo, il capro espiatorio d'un apparato marcio e corrotto, in cui nessuno - nel caso che il marcio venga scoperto - è disposto ad assmersi la sua parte di responsabilità.
Chi crede che un un atleta di alto livello si dopi da solo, improvvisandosi insieme piccolo chimico e medico dello sport e affrontando inoltre i costi non indifferenti richiesti per questo tipo di pratica (s'intende: portate avanti in modo sofisticato, ad alto livello tecnologico) è solo un ingenuotto.
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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 07:47

i cinque cerchi(Andrea Furlanetto) Come in ogni recente edizione delle Olimpiadi, la squadra di casa (UK) sta mettendo a segno un clamoroso bottino e non è semplice dire se questo è uno splendido ritorno del Regno Unito al posto che gli spetta (in fin dei conti lo sport moderno è stato codificato quasi tutto da loro), oppure l'ennesimo fuoco di paglia come quello della Spagna e della Grecia, clamorosamente rientrate nei ranghi, dopo i fasti delle Olimpiadi domestiche. La stessa Australia, che ha lavorato molto bene a suo tempo, ha un ottimo numero di medaglie ma i pochi Ori la mettono un po' in ombra. Su questo stesso filone, ritengo che sarà molto interessante vedere che cosa accadrà tra quattro anni in Brasile. Difficilmente i locali si accontenteranno di fare da ospiti silenziosi, portando via poche briciole come oggi (solo 8 medaglie, di cui 2 d'oro, per una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti).
Abbastanza utile è anche svolgere un paio di considerazioni su Stati Uniti, Cina e... Unione Sovietica. Se si sommassero oggi le medaglie vinte dalle 15 Repubbliche originate dalla fine dell'URSS, si arriverebbe alla cifra di 79 medaglie complessive, di cui 21 d'oro. Interessante notare che in questo momento la Cina ne ha 64 e gli Stati Uniti 63. Ognuno dei 15 Stati ha seguito una strada diversa e pompato risorse in misura differente nell'apparato sportivo. Quel che è certo, è che nessuno ha destinato risorse paragonabili a quelle che vi destinava il PCUS. La popolazione ex-sovietica, peraltro, ha mantenuto nei confronti dello sport un atteggiamento simile a quello precedente al 1989 e continua ad imporre la superiorità tecnica e fisica, nonché culturale.
Proprio l'osservazione di quest'onda lunga, mi porta all'ultima osservazione, relativa alla Cina. Lo sport moderno in Cina è cosa recentissima, così come lo è l'esistenza di una moderna rete infrastrutturale per il trasporto di persone e merci. Ora, qualcuno legittimamente si chiederà: "Quanta grappa ha bevuto Andrea stasera?". Ebbene, bevo raramente superalcoolici e questa sera ho bevuto solo mezzo litro di birra, quindi sono terribilmente lucido. 
I cinesi hanno iniziato a costruire autostrade nel 1988. Ad oggi, ne hanno costruito circa 85.000 km, di cui 11.000 nel 2011. Come si può notare, c'è una certa accelerazione e nell'ultimo anno è stata aggiunta al network più di una volta e mezza dell'intera rete autostradale italiana (che è pari a circa 6.650 km). I cinesi, insomma, pianificano. Pianificano il territorio, pianificano la popolazione, pianificano la cultura, pianificano lo sviluppo in tutti i campi.
Certamente, il più delle volte con metodi antidemocratici e socialmente inaccettabili dal nostro punto di vista, però pianificano.
Questo per dire che le medaglie cinesi con il passare del tempo aumenteranno pesantemente, perché il processo di fabbricazione di medaglie d'oro è iniziato anche dopo il 1988 ed arriverà alla sua piena maturazione attorno al 2020.
Da allora in poi, il numero di medaglie vinte da atleti cinesi sarà - probabilmente - vicino al 30% del totale, cioè un 5-10% in più dell'incidenza della popolazione cinese su quella mondiale, proprio in virtù del sistema di selezione e formazione sportiva che i Cinesi hanno messo in atto.

 

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7 luglio 2012 6 07 /07 /luglio /2012 12:33

IAU logo 01Quello che segue è un articolo di Nadeem Khan, responsabile dell'Area Comunicazioni della IAU, sulla crescita delle ultramaratone nel mondo, con una puntuale analisi della crescita dell'Ultrarunning nei diversi continenti.
L'articolo è stato originariamente pubblicato nel numero di Aprile di "Ultrarunning Magazine" e successivamente, modificato, nel sito ufficiale della IAU (International Association of Ultrarunners).

 

Ultrarunning Around the World! 

(The Following article has been edited from the one I submitted in the Ultrarunning Magazine April Issue)

The sport of ultrarunning is growing in popularity with every passing year. The numbers running the “ultra” distances is growing steadily and some of the major races around the world mimic numbers one would see at major marathons.
 
The reason for the popularity is multi-fold. The distances encompassing ultrarunning is no more an unimaginable feat. It is a very doable impressive accomplishment. To add to the wow factor, the extended distances allow for multifaceted adventurous, challenging and scenic events.
 
Comrades Marathon boasts as being the biggest ultramarathon in the world. This 89km race organized up or down in the Kwazulu-Natal Province of South Africa brings athletes together from all around the world. Southern part of Africa has taken a leading role in organizing fewer but bigger races.
 
While East Africa, with Kenya and Ethiopia, remains to be the hub of middle to long distance running. South Africa, Zimbabwe and Lesotho are leading the charge for ultrarunning bragging rights on the continent. Hundreds of ultra athletes from other parts of the continent are making South Africa their training facility. This is quite relevant, given that some of the biggest races in the world in Comrades and Two Oceans come from the southern tip of the continent.
 
Europe has been the center of ultrarunning for more than a third of a century. With a huge number of landlocked countries, ultrarunning enthusiasts can not only drive to neighbouring countries, but in some instances also run through several nations within an ultra event. The Tour du Mont Blanc, a 170km run in the famous mountain, takes racers through Switzerland, Italy and France.
 
A turnout of a few hundred for a Saturday morning ultra trail race is not uncommon in Europe. The French Alps boast huge attendees for the trail series in the mountains. Back in the cities, races like the Torhout 100km in Belgium and its counterpart in Winschoten, the Netherlands keep the ultrarunning banner flying high on the road version of the race. These races are community events where neighbourhoods after neighbourhoods embrace the festivities.
 
Asia is slowly becoming a powerhouse in international ultrarunning. Japan has staged teams in both the 100km and 24 Hour events performing extremely well and making the podium on a regular schedule. East Asian countries including Philippines, Taiwan and Mongolia have taken an active interest in the sport.
 
South Korean ultrarunning enthusiasts have undertaken the grand slam of ultrarunning, where athletes run across the country diagonally to augment the distance of the event, followed by spiral runs starting in the middle of the nation working outwards. India and Malaysia are countries that are joining the ultrarunning force with enhanced interest to be active members of the post-marathon running world. 
 
Australia and New Zealand are veteran ultrarunning nations and they have taken a very active interest in the sport. The national organizations have gone on an exponential increase in their memberships with the national series of races and other incentives for their members. The races have regular turnouts with records and results that are meticulously maintained.
 
North America has embraced the sport and this has been evident by the number of ultra races around the continent. Western States, Run for the Toad, Badwater and JFK 50 Miler are some of the well-known races from the area. Trail Running is as popular as road races and track events. This has given the athletes a myriad of terrain to run on during the ultra events.
 
South America has been an active member of the ultrarunning community. The continent has always attracted the adventurous to try something different from the everyday ultras in our backyards. The Atacama Desert Crossing and the Jungle Ultra through the Amazon Forest are very popular events from that part of the world.
 
Ultrarunning is a sport that embraces the environment and the available terrain. South America with Australia have embraced this fact wholeheartedly. The continents have attracted runners from around the globe, combining the serenity of the environment, to the challenges of the distance. This spells a vacation for ultrarunning enthusiasts.
 
One knows that ultrarunning is on the rise when an ultrarunner can pick a 100km event to run in Antarctica. The event is undoubtedly one of the most difficult ultras in the world and it fulfills the vision of the ultimate ultrarunner to run an ultra on every continent.
 
The sport is well recognized in the international arena. The sport is run in several countries around the world. And the sport is not the event totally unheard of within the international running community. Ultrarunning is getting its due recognition and is respected with individuals familiar with the sport.
 
Ultrarunning is on upward swing around the globe. It is quite an interesting time to be a student of the sport and see it from the insider’s view. It has come leaps and bounds in the last couple of decades and the future looks extremely bright for our sport.
 
It will be fascinating to see if the sport, as an entity, continues to overcome challenges mimicking the determination of the members that embrace this sport.


Nadeem Khan
Director of Communications
nadeem.khan@iau-ultramarathon.org
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4 luglio 2012 3 04 /07 /luglio /2012 20:33

morosini 620x410L'improvvisa morte in campo del venticiquenne Piermario Morosini, verificatasi nel pomeriggio del 14 aprile 2012, ha colpito duramente il mondo del Calcio e non solo: è dilagata anche - con un duro impatto - tra coloro che non sono necessariamente seguaci del Football e fra tutti i non sportivi, come sempre succede quando la morte si abbatte su di una vita ancora giovane e piena di speranze. Dopo la constatazione del decesso, il calciatore fu sottoposto ad autopsia per chiarire quale potesse essere stata la causa delle morte e per individuare eventuali repsonsabilità.
Quello che segue è un articolo che fornisce alcuni elementi chiarificatori e alcune ipotesi attendibili sulle cause del decesso. 

deltamedica-logo.png(Fonte: Delta Medica) MILANO, 3 giugno. Gli esiti dell’autopsia per accertare le cause della morte del calciatore Piermario Morosini, deceduto lo scorso 14 aprile durante l’incontro con il Pescara, che hanno evidenziato l’esistenza di una cardiomiopatia aritmogena, alimentano  all’interno della comunità scientifica il dibattito su come e in quale misura sarebbe stato possibile diagnosticare per tempo questa patologia nello sfortunato calciatore bergamasco.
Sul tema intervengono anche la dottoressa Alessia Milletich ed il dottor Marco Stefanelli, rispettivamente Direttore sanitario e Cardiologo di Deltamedica, struttura milanese all’avanguardia nella Medicina sportiva, da tempo specializzata nella diagnostica di patologie anche molto rare, come quella che ha colpito lo sfortunato Morosini, operando ogni anno su oltre 30mila sportivi.
“Questa patologia, generalmente riferita al ventricolo destro” afferma la dott.ssa Milletich “può fornire dei segnali che permettono di identificarla già attraverso un semplice elettrocardiogramma, ovvero il primo passo di una visita di screening. Questi segnali sono: extrasistole tipo blocco di branca sinistro generate nel  ventricolo destro e onde T negative nelle derivazioni precordiali destre. Questi sono indicatori che destano sospetto”.
“Ecocardiogramma, risonanza e, oggi, mappaggio CARTO sono i tre esami che conducono alla diagnosi di questa patologia” continua la dott.ssa Milletich. “Specie quest’ultimo esame è quello che in presenza dei sintomi sopraindicati permette di scoprire la frammentazione elettrica che sta alla base dell’arresto maligno”.
Dal canto suo il dottor Stefanelli, responsabile della divisione di cardiologia sportiva di Deltamedica, che ha al suo attivo centinaia di controlli su campioni come Ronaldinho, Kakà, Beckam, Milito, Samuel, solo per citarne alcuni dei più noti, afferma che: ”…una volta diagnosticata questa patologia s’impone lo stop immediato dell’atleta perché lo sforzo, soprattutto ad alto livello come nel caso di Morosini, può innescare aritmie potenzialmente fatali. E, in ogni caso, anche per soggetti non dediti allo sport, s’impone il trapianto di cuore in attesa del quale viene installato nell’organismo un mini defibrillatore che ne registra l’attività elettrica  e che, in caso di necessità, rilascia una scarica che restituisce al muscolo cardiaco il ritmo sinusale”.
“Tutto questo risulta ancor più inspiegabile nel caso del calciatore spagnolo Puerta, già vittima di episodi di sincope prima dell’evento fatale, che avrebbero dovuto indurre a delle indagini specialistiche come quelle più sopra indicate”.
“Detto tutto ciò” conclude il cardiologo milanese "è logico supporre che – viste le numerose squadre in cui ha militato Morosini ed i controlli che di conseguenza sono stati effettuati  in diverse regioni – nel suo caso  ci si possa trovare in presenza di uno di quei quadri clinici ‘muti’ dai quali è impossibile giungere ad una diagnosi”

Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa Macron  (c/o Acciari Consulting Milano)                                                
Alessandro Botta                                                                                    
Tel.:+39 0229511302                                                                                                   
Cell.:(+39)393 9905496                                                                                                      
Mail: alessandro.botta@acciariconsulting.com                                                             
Federica Moschiano
Tel.:+39 0229511302      
Cell.: +39 393 9905236                                                                                                  
Mail: moschiano@acciariconsulting.com
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3 luglio 2012 2 03 /07 /luglio /2012 07:53

 

fiume-meduna.jpg(Maurizio Crispi) Anche se i puristi del Trail e dell'Ultratrail (e le loro inevitabili frange fondamentaliste) sostengono che il Magraid non sia un trail "vero" perchè mancano le forti impennate altimetriche, ci si troa di fronte, analizzandoone ne accuratamente l'anatomia ad una gara ardua e difficile, che può essere paragonata (anche se in scala ridotta) ad una Marathon des Sables. 
Gli atleti devono infatti confrontarsi con condizioni climatiche difficili, come il caldo estremo che pone problemi di disadratazione e che mette a rischio di colpi di sole/calore (a seconda dell'umidità dell'atmosfera) e con un terreno difficilissimo. 
Le pietraie dei due due fiumi che formano una vera e propria steppa desertica, infatti, non solo impongono agli atleti un continuo stress per cercare di mantenere andature elevate, in assenza di sentieri tracciati, ma devono anche subire temperature elevatissime sia per la scarsa ventilazione sia per l'accentuata irradiazione della luce solare che rimbalza dai sassi prevalentemente bianchi.
Una valida prova  conferma di tali difficoltà i numerosi ritiri che si verificano nel corso del "tappone" di 55 km.
Il Magraid è un Trail con T maiuscola e sarebbe bello se anche i trailer votati alla montagna più quotati lo degnassero di attenzione.
Troverebbero certamente pane per i loro denti e si renderebbero conto che il cimento è arduo anche in assenza di significativi dislivelli altimetrici.
Del resto è soltanto un'interpretazione fondamentalista e restrittiva pensare che una gara trail debba avere significativi dislivelli altimetrici. 
La parola inglese "trail", infatti, significa semplicemente "pista" o anche "percorso su terreni disagiati" ed è già restrittiva una formulazione di questo tipo rinvenibile su Wikipedia che fa: "Il trail running è una variante della corsa che differisce da quella su strada e su pista, in quanto generalmente si svolge su percorsi normalmente utilizzati per l'escursionismo, in particolare in montagna. Questi percorsi si snodano su sentieri inaccessibili per diversi chilometri, di solito, per l'inizio e la fine dell'escursione ed attraversano colline, montagne, altopiani, boschi ed in generale remote zone naturali. La natura stessa del percorso rende il trail running particolarmente impegnativo sia per il profilo altimetrico che per la tipologia di terreno sconnesso sul quale si corre. Le gare di trail running più lunghe sono definite ultratrail".
La componenete "montagna" e lo spiccato dislivello altimetrico complessivo non devono essere considerate le ineleminabili componenti del trail running, poichè bisogna anche tenere conto di altre varianti altrettanto fondamentali come la natura del terreno (la presenza di fondi di roccia, sassi, sabbia, fango, prati scivolosi) e delle condizioni climatiche.
Nessuno, infatti, oserebbe contestare l'appartenenza della Marathon des Sables alla tipologia degli Ultratrail a tappe, benchè in tale gara siano assenti di norma spiccati dislivelli altimetrici.
Il Magraid, per quanto in scala ridotta (in tre giorni si percorrono 100 km, con un tappone centrale di 55 km), è una gara ultratrail con tutti i crismi che si avvicina alla tipologia delle gare trail nei deserti.
Alla fine della gara sono stati molti ed entusiastici i commenti dei finisher, anche tra coloro che avevano sperimentato numerose gare trail ed ultratrail, ma i più significativi sono stati quelli di alcuni che, in passato, anche partecipato da finisher alla Marathon des Sables. 
Dai commenti viene fuori la forte idea che il Magraid sia un'esperienza di vita forte ed intensa che forgia gli individui, facendoli diventare "magraider", cioè persone che - in qualche modo - si sono conforontate con un "rito di passaggio", superandolo.
Si potrebbe aggiungere, a mo' di massima: "Correre non sarà più la stessa cosa, dopo la partecipazione ad un Magraid". Così come il portare a termine una Marathon des Sables acquisisce in qualche modo le connotazioni di una prova iniziatica.
Per questo motivo i neofiti del trail pur affaticati e stressati hanno espresso dei pareri entusiastici.
Per esempio, Elisabetta Gaia Zamaroni, componente della 2^ squadra classificata ha detto: "Indipendentemente dal significato della parola Trail, io credo che Magraid debba essere provata almeno una volta nella carriera di un podista. Perché non è una semplice gara, bensì un'esperienza di vita. Un vulcano di emozioni. Che tutte le parole del mondo non potranno mai descrivere. Perché solo correndo questi 100 km si può' vivere questo sentimento che ti catapulta letteralmente in un altro mondo. E se hai la capacità, la forza di volontà di diventare Magraider, si torna a casa con la consapevolezza di non essere più' gli stessi. Perchè è un percorso con noi stessi, una meditazione profonda che disorienta. E che ti fa crescere. Sulla strada del ritorno a casa un misto di malinconia ti accompagnerà sempre. E' come quando si è fatto un bel sogno. Ti svegli che sei felice, ma dispiace così tanto sia finito".
E Paola Sanna, membro dello stesso Team,  aggiunge: "Concordo pienamente con Elisabetta quando scrive che la 100 km del Magraid debba essere provata da tutti almeno una volta! Così come il Passatore, il Magraid ti lascia un segno indelebile proprio dentro. Ti scolpisce nel cuore che, come nella vita, ci sono momenti di grande difficoltà dove il traguardo sembra lontanissimo o addirittura impossibile da raggiungere, ma che - con la propria forza interiore che si trova scavando dentro di sé e grazie all'aiuto delle persone più care a noi che ci sostengono sempre e comunque, dandoci un'energia che nemmeno noi sapevamo di possedere - si raggiunge la meta finale. Qui poi le emozioni non hanno limite e non si possono nemmeno descrivere... bisogna solo viverle"!
Nella foto (Maurizio Crispi): La squadra di Paola Sanna (Montini Icarus team) che si classificherà seconda nella gara a tappe, classifica a squadre), al 9° km di gara, nella terza tappa del Magraid 2012 (15-17 giugno 2012) all'inizio del percorso lungo le sassaie del fiume Meduna, nel punto in cui ci sono i riaffioramenti dell'acqua e che viene chiamato dalle persone del luogo "Meduna Beach" (infatti, qui, sono sempre numerosissimi nei giorni di festa, i bagnanti e gli amanti della tintarella.

 

 

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21 giugno 2012 4 21 /06 /giugno /2012 10:50

Pietro Colnaghi alla 100 km del Passatore 2012(Maurizio Crispi) Pietro Colnaghi, 2° classificato alla 100 km del Passatore 2012 (40^ edizione) è stato squalificato per doping (in quanto nelle urine è stata riscontrata una positività per Prednisolone). Si è ora in attesa del risultato delle controanalisi, ai fini della validazione del verdetto della Giustizia sportiva.
Colnaghi afferma che, una settimana prima, della gara aveva fatto delle infiltrazioni per problemi all'anca, ma che - per leggerezza o ingenuità - non l'aveva preventivamente dichiarato al controllo anti-doping, esibendo a supporto una certificazione medica rilasciata dal medico che l'aveva avuto in cura. 
Il dato di fatto dell'assunzione di un farmaco c'è e le controanalisi di cui si attende il risultato, quindi, valideranno il risultato prima  emesso.
Questo fatto dispiace, anche perchè Pietro Colnaghi, come atleta esordiente nela 100 aveva colpito tutti per la sua serietà e per lasua determinazione ad andare eventi: ed era sembrato - come sicuramente è - un atleta portatore dell'idea dello sport pulito.
Aveva anche colpito - nella sua condotta di gara - che a differenza di tanti (anche tra i top runners) che vengono supportati dal proprio team con auto o con moto al seguito, lui avesse condotto la sua gara con le proprie forze, dall'inizio alla fine.
Ci si augura che l'episodio trovi qualche soluzione/chiarimento e che, soprattutto, Pietro colnaghi non interrompa le sue sperimentazioni in ultramaratona, visto che, con la sua prima prova d'esordio, ha dimostrare di possedere una buona tempra di ultrarunner. 

Come commento generale allo spiacevole fatto accaduto, si possono soltanto aggiungere queste poche considerazioni. 
E' sempre misura prudenziale, in caso di controlli antidoping, dichiarare preventivamente con il supporto di una certificazione medica, qualsiasi terapia tu abbia  fatto nelle immediate adiacenze di una gara, specie se è stato necessario il ricorso a farmaci i cui principi attivi sono inclusi nelle tabelle. Quindi (è questo è un suggerimento soprattutto per gli atleti di punta), prima di una qualsiasi gara, occorre sempre informarsi con il proprio medico di fiducia se i farmaci eventualmente assunti rientrano tra quelli delle tabelle anti-doping.
Spesso a queste misure non ci pensa, per ignoranza o per ingenuità. Ma la legge non ammette ignoranza o negligenza.
Forse Colnaghi, che francamente non mi sembra tipo da doping, non pensava che sarebbe stato tra i primi e magari nessuno l'aveva avvisato del rischio di poter essere considerato positivo ad un controllo anti-doping, dopo aver fatto una terapia a base di cortisone, subito prima della gara.
Altra cosa è l'uso sistematico di certi farmaci fatto da certi atleti (e non solo di punta) a scopo "preventivo", sulla base del ragionamento: prendo un analgesico-antinfiammatorio prima della partenza in modo da dover soffrire di meno in corso di gara e avere già in corpo un farmaco che esericita un'azione infiammatoria e che, essendo già presente, minimizza determinati inconvenienti". Oppure quello secondo cui si assume "prima della gara" un farmaco antidiarroico per prevenire eventuali scariche di diarrea e problemi intestinali di questo tipo.
Il principio assiomatico è il seguente: i farmaci (anche quelli in cui è possibile praticare forme di terapia auto-gestita) devono essere assunti per curare dei sintomi presenti, o per risolvere delle malattie.
Tutti gli altri usi sono degli "abusi", nel senso che il farmaco diventa soltanto una "panacea" che viene assunta soltanto come supporto alla propria performance: e, dunque, tali farmaci - in quanto sostanze chimiche "performanti" - rientrano a pieno diritto nell'accezione più ampia di doping (non quella regolata dalle normative e dalle relative tabelle).
E di persone che ragionano così e che compiono quotidiniamente questo tipo di "abuso", ce n'è una marea soprattutto tra gli sportivi "amatori" che sovente amano fare i "piccoli chimici" per migliorare la propria prestazione, con ogni tipo di sostanze chimiche, anche soltanto sulla base del sentito dire.
E pertanto, solo chi è senza peccato scagli la prima pietra...

Io, personalmente, mi sentirei di scommettere sulla buona fede di Pietro Colnaghi: mi è sembrato uno pulito.
Su Pietro Colnaghi, Ultramaratone, Maratone e Dintorni (Maurizio Crispi) ha scritto:
 

 

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11 giugno 2012 1 11 /06 /giugno /2012 11:17

ciro-di-Palma-staffettista-alla-Milano24.jpgNel dopo-gara della Milano24, il grande Ciro Di Palma, mentre si parlava del più del meno, ha fatto - per far capire il senso della corsa sulle ultra-distanze ad un "laico" dell'ultramaratona che gli aveva chiesto, "Ma come si fa a correre per tanto tempo di seguito?" -, questa riflessione che voglio condividere, perché è arguta e profondamente significativa.
Ciro ha detto: "E' come quando c'è una donna di cui sei innamorato follemente. Faresti di tutto per arrivare sino a lei. E niente ti può distogliere - quando è così - dall'obiettivo che vorresti raggiungere con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze.
Correre un'ultramaratona, se sei animato dalla passione per questa tipo di corsa, è esattamente la stessa cosa. Non è che si sia dei masochisti e dei cultori della stolida fatica fine a se stessa. Si tratta di una cosa ben più profonda: si è innamorati di quello che si fa e si vuole arrivare sino in fondo, come quando si farebbe di tutto per arrivare alla donna di cui si è innamorati e si vuole con tutte le proprie forze (e con tutto il proprio cuore): e può solo essere quella e soltanto quella (non ci possono essere sostituti). 
Se non c'è questo ad animare un ultramaratoneta (o aspirante tale), difficilmente potrà sopportare la fatica necessaria per arrivare sino al traguardo". 
Correre un'ultramaratona - a qualsiasi livello - richiede forza (inclusa la preparazione tecnica) e cuore, ma soprattutto passione: questo è il messaggio che Ciro con la sua arguzia e con la sua vitalità tutta campana e partenopea ha comunicato al suo interlocutore e che io ho voluto trasmettere ai miei lettori.
Senza cuore e senza passione nelle faccende sentimentali, come nelle ultramaratone, non si va da nessuna parte.
L'ultramaratona (in qualsiasi sua specialità) è richiedente ed impegnativa: ti impone di esserci con tutta la tua testa, con il tuo cuore e con la tua passione, senza mezzi termini. O ci sei tutto, oppure non ci sei per niente.



Ciro-di-Palma-e-Rossella-Verzeletti-byMaurizioCrispi.jpg

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Archivi

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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