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5 giugno 2013 3 05 /06 /giugno /2013 10:37

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultra(Maurizio Crispi) Sono molti gli sport competitivi che posseggono una componente di pericolo e, quando si decide di praticarli, l'esposizione a questa intrinseca quota di rischio fa parte del gioco: alcuni perchè sono intrinsecamente pericolosi (come, ad esempio, le scalate su parete di roccia oppure l'Automobilismo), altri perchè sottopongono il corpo dell'atleta, la sua unità somato-èsichica, tutti i suoi organi ed apparati ad intense sollecitazioni che, in taluni casi, possono provocare dei cedimenti in corrispondenza dei loci minoris resistentiae (che possono sfuggire anche alle più attente indagini di check-up e alle più accurate indagini protocollari per il conseguimento dell'idoneità fisica per lo svolgimento di attività sportive agonistico-competitive).

La pratica di sport molto "richiedenti" e logoranti a causa di un globale e prolungato impegno psico-fisico può causare, in alcuni casi, per la concomitanza di imprevisti fattori, la morte dell'atleta oppure avviare dei processi patologici e delle vere e proprie malattie dalla prognosi quad valetudinem non buona.

Gli accertamenti medico-sportivi per l'idoneità allo svolgimento delle attività agonistico-competitive, sono solo parzialmente in grado di "prevenire" gli incidenti che spesso, nella loro patogenesi, sono riconducibili al concorso di diversi fattori operanti assieme oppure sono riconducibili ad eventi imprevisti (che si manifestano a partire da imperfezioni e difetti sfuggiti agli screening) oppure a fattori che sono stati taciuti dall'atleta stesso ai suoi esaminatori medici (per esempio, il non comunicare preventivamente di aver sofferto di un'insuffcienza renale transitoria), come forma di una colpevole omissione, giustificata tuttavia dal raggiungimento di un certo obiettivo che egli/lei si è prefissato.

Il fatto accaduto ad uno dei componenti della delegazione azzurra che ha disputato il Campionato del Mondo 24 ore a Steenbergen (Olanda) tra l'11 e il 12 maggio 2013,  ci porta a fare alcune riflessioni proprio su questo ambito.

L'accaduto è stato enunciato in un precedente editoriale proprio su questo magazine online.

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultraIn breve, per ricapitolare, quanto già scritto,  uno degli atleti della delegazione azzurra al termine della gara - e subito dopo la cerimonia della premiazioni, nel corso della quale il team maschile della compagine italiano, è salito sul terzo gradino del podio europeo - ha presentato un malore (che dai presenti - e, successivamente, anche dei medici che accompagnavano gli atleti - è stato attribuito ad una semplice ipotensione), ma - poichè, al momento del manifestarsi del malore,  i medici dello staff  erano già andati via - l'atleta sofferente è stato caricato in macchina, per un trasferimento sino all'aereoporto di Bruxelles e per il successivo viaggio aereo sino a Milano.
Ma, poichè non si trattava di semplice "ipotensione", l'atleta é arrivato a Milano in pessime condizioni: finalmente, è stato portato in Ospedale e qui, dopo il ricovero in urgenza, gli sono stati riscontrati valori ematochimici completamente alterati e, soprattutto, un quadro clinico di grave insufficienza renale acuta.

L'atleta in questione è tuttora ricoverato in un'unità di cure intensive, ancora a distanza di più di 20 giorni, dalla competizione ed è tuttora sottoposto a dialisi, nella speranza che la funzionalità renale si ripristini.

La sua anamnesi pregressa rivela che, in occasione di una precedente competizione di 24 ore (a Milano, l'anno precedente, cioè nel maggio 2012), egli - in presenza di una prestazione eccellente - sino alla 20^ ora era stato alla testa della gara - aveva presentato una grave ipotermia (indotta da condizioni meteo avverse, ma anche dal mancato e tempestivo ricorso da parte dell'atleta stesso ad indumenti più caldi e protettivi) e, al termine, aveva presentato un accentuato malore a causa del quale era stato soccorso e ricoverato in un'unità di terapia intensiva, dove era stato sottoposto a dialisi per una settimana, con risoluzione dell'insufficienza renale acuta che, nella sua patogenesi, era stata sicuramente determinata dalla miobiglinuria, conseguente all'ipotermia.

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultraDopo quell'evento, l'atleta aveva ripreso ad allenarsi regolarmente e, nell'autunno dello stesso anno, aveva preso parte ad una seconda 24 ore - questa volta su pista - ma fermandosi poco dopo aver superato i 200 km a causa di un problema al ginocchio - questa almeno era stata la versione da lui resa.

L'atleta é stato selezionato - in considerazione della brillantezza dei risultati conseguiti nelle due succitate 24 ore - a far parte della delegazione azzurra che, nell'aprile 2013,  si sarebbe schierata a Steenbergen per concorrere nel Campionato del Mondo 24 ore di corsa 2013 e, in vista di quest'importante appuntamento, si è sottoposto ad allenamenti duri e continui.

Facendo un salto indietro, si può argomentare che nel richiedere l'idoneità medico-sportiva per il nuovo anno egli abbia taciuto del precedente episodio di miobiglinuria da ipotermia e di insuffcienza renale acuta, risoltasi con la dialisi (in sè, un fatto anamnestico importante  e tale da porre delle riserve per una piena idoneità a causa della fragilità dell'apparato renale, conseguente alla precedente noxa) oppure potrebbe anche darsi che l'evento anamestico non sia stato tenuto nel debito conto dal medico esaminatore.

In genere, i nefrologi sono molto restrittivi, in presenza di insulti renali che danneggiano l'apparato di filtrazione ed il sistema dei tubuli renali, imponendo ai propri pazienti un regime di riposo (e soprattutto di evitamento di sforzi troppo violenti e/o intensi) e ciò perchè l'apparato renale colpito una prima volta rimane suscettibile per ulteriori insulti analoghi, essendo divenuto quello che nle linguaggio si definisce un "locus minoris resistentiae".

Ma l'atleta è stato fatto idoneo e pertanto nulla ha ostacolato il suo essere selezionato a far parte della delegazione azzurra.

Apriamo qui una parentesi sul fatto che, in taluni ambiti sportivi, si può dare il caso che da parte dell'atleta esaminato si abbiano dei comportamenti di "dissimilazione" d'una determinata malattia od infermità, al pari di ciò che avviene in taluni ambiti lavorativi, quando il lavoratore che teme di essere allontanato dal suo posto di lavoro, nasconde una malattia sopravvenuta nel frattempo che, se identificata, sarebbe esimente e lo porterebbe o all'esclusione da quell'attività lavorativa o all'assegnazione di altro compito.

Quindi, potrebbe anche darsi che l'atleta in questione abbia taciuto dell'episodio pregresso con i medici sportivi prima e poi con i responsabili del team azzurro - nella fase delle selezioni - perchè animato dal giusto orgoglio di poter indossare la maglia nazionale in un confronto mondiale.

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultraSi potrebbe anche aggiungere che la volontà di dissimulare e di celare a tutti la "malattia" sia stata portata avanti sino all'estremo: alcuni dicono che già in corso di gara - a quanto pare sin dalla sua 10^ ora -, egli abbia cominciato a presentare dei fenomeni di ematuria che avrebbero già dovuto creare in lui allarme ed indurlo a fermarsi. Invece, no: ha continuato a correre inflessibilmente sino alla fine della gara. Probabilmente ha anche assunto integratori salini e aminoacidi ramificati che in presenza di emuntorio renale già compromesso possono creare ulteriori danni con la formazione di cilindri che occludono la parte ancora indenne dell'apparato filtrante dei reni.

Perchè non è stato fermato prima?
Su ciò ci sono diverse ipotesi, la prima - in linea con ciò che ho appena detto - è che - ovviamente - nessuno sapesse dei fatti pregressi, né del riaccendersi della sintomatologia in corso di gara.

Tuttavia, ritengo che sia troppo semplicistico concludere con la frase "E' tutta colpa sua!" oppure "Se l'è voluto", "Peggio per lui che non si è fermato al primo manifestarsi dei sintomi più evidenti del riaffacciarsi del danno renale", perché qui, a mio avviso ci sono in gioco delle responsabilità che non è possibile tacere e non parlare di queste responsabilità implicherebbe il fatto - indubbiamente un po' odioso - di far ricadere tutta la colpa su di un unica persona  (che è, in tutto questo, la parte lesa, tra l'altro, con una prognosi tuttora riservata quoad valetudinem), facendo sì che altri eludano il compito gravoso - ma necessario - di mettersi in discussione, perché fatti simili non debbano più ripetersi.

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultraInnanzitutto, c'è una responsabilità oggettiva da parte degli "altri" (medici presenti nella delegazione e altri official della delegazione) nel non aver portato l'atleta in questione immediatamente in una struttura ospedaliera, perché venissero eseguiti gli accertamenti necessari e fossero avviate le cure più opportune. Invece, nulla di tutto ciò è stato fatto: e, in questo, a mio avviso, anche nell'ignoranza della storia pregressa, è da ravvisare una forma di negligenza.

In secondo luogo, vanno messi in discussione - ma seriamente, però - i criteri di selezione degli atleti chiamati a partecipare ad un'importante evento mondiale, il loro monitoraggio psicofisico e tutte le iniziative volte a tutelare il loro stato di salute. A scanso di equivoci e fraintendimenti: una cosa è se un fatto simile accade ad un'atleta che corre sotto la sua personale responsabilità in una qualsiasi gara, altra cosa invece se tutto ciò si verifica in un contesto "ufficiale" in cui l'atleta fa parte di una delegazione nazionale, in una cornice in cui i pressapochismi e le incompetenze vanno banditi e deve essere considerata ai primi posti la necessità di tutelare la salute degli atleti.

Ma vediamo più nel dettaglio alcuni punti a supporto di questo ragionamento:

1) una gara di corsa di 24 ore implica una fortissima sollecitazione somato-psichica in quanto appartiene alle cosiddette gare di "endurance". Una gara di endurance - alla luce delle conoscenze mediche attuali - la si dovrebbe fare, cercando nei limiti del possibile di tutelare la salute degli atleti che vi partecipano e per poter fare ciò non è sufficiente dire che essi fossero in regola con la generica idoneità agli sport agonistici per l'anno in corso, ma occorre fare qualcosa di più e che essi siano monitorati e nella fase di avvicinamento alla gara e in corso di gara. Persino nelle gare di endurance a cavallo è richiesto al cavaliere - come da regolamento - di auscultare periodicamente il cuore del suo cavallo e, se la frequenza dei suoi battiti supera un certo range al minuto - occorre che il cavaliere scenda dalla groppa e metta il suo animale al passo, sino a che la frequenza non si regolarizzi.

2) All'interno della IUTA (Italian Ultramarathon and Trail Asscoiation) esiste una speciale "Commissione medica" che, appunto, tra le tante cose, non solo dovrebbe prodigarsi a sviluppare un programma informativo indirizzato a tutti i praticanti della corsa di endurance sui diversi eventi nocivi che potrebbero verificarsi durante corse di lunga durata, ma anche - ovviamente - sviluppare programmi concreti della tutela della salute degli aderenti alla IUTA che praticano le ultramaratone.
A maggior ragione, ciò dovrebbe essere fatto nel caso degli atleti di punta che, di fatto, sono sotto la doppia tutela IUTA e FIDAL e che sono sottoposti ad uno stress ben maggior in gara, in quanto lottano con gli avversari per il raggiungimento di una posizione vantaggiosa nella classifica generale.

3) Far parte di una delegazione nazionale ed essere chiamati a gareggiare in una competizione mondiale, implica di fatto la necessità che gli atleti selezionati abbiano delle tutele maggiori, altrimenti vi è il rischio consistente che, nel nome dello spirito competitivo, essi possano diventare "carne da macello", assillati dal desiderio di raggiungere l'obiettivo prefissato e che possano essere spinti dai membri del team che li supporto nella zona di neutralizzazione a mantenere elevato il livello performativo a discapito di qualsiasi altra considerazione.

4) Proprio per questo motivo, occorre che gli atleti selezionati siano sottoposti ad un costante monitoraggio clinico sia nella fase di avvicinamento alla gara, sia durante la gara stessa e ed è necessario, di conseguenza, che, a tal fine, siano predisposti speciali protocolli di indagine sui parametri ematochimici e sulla funzionalità renale. Per esempio, proprio alla luce di questo evento, tutti gli atleti specialisti della 24 ore in delegazione nazionale dovrebbero essere sottoposti periodicamente ad un’indagine sulla clearance della creatinina nelle 24 ore, che rimane pur sempre il più semplice ed attendibile test sulla funzionalità renale (e l’onere di ciò dovrebbe dipendere dalla IUTA senza demandare all’atleta di occuparsene autonomamente).

5) Occorre che la Commissione Medica IUTA (già esistente da alcuni anni) sia in grado di esprimere dei medici con specifiche competenze medico-sportive e che abbiano acquisito una conoscenza diretta - anche da praticanti - nel campo delle ultramaratone, in modo tale da poter intervenire nel modo più idoneo sia preventivamente, sia in corso di gara e che, sulla base dei risultati degli esami clinici, possano esprimere un veto di non idoneità a far parte della delegazione azzurra o di immediato stop in corso di gara, e ciò anche in opposizione al parere dei "tecnici" di ultramaratona. Interpretare in questo ambito il ruolo del medico come di colui che "pompa" l'atleta con antidolorifici o con altre sostanze chimiche per consentirgli di mantenere il suo livello di performance non è confacente con il principio ippocratico basilare che dovrebbe essere sempre quello della "tutela della salute degli atleti". Ricordiamo che nella Marathon des Sables (che non è un Campionato del Mondo e dove gli atleti corrono a proprio rischio e pericolo) qualsiasi runner  può essere fermato in qualsiasi momento ad insindacabile giudizio dell'équipe medica.

6) Occorre ancora che la Commissione Medica IUTA stabilisca dei protocolli  operativi che facciano da guideline per i medici e i dirigenti presenti, in modo tale da poter sempre aver la presenza di spirito e gli elementi di giudizio per poter compiere le scelte giuste nell'occuparsi adeguatamente dell'atleta infortunato o che si trovi in condizione di sofferenza fisica (e non mi risulta che ciò sia stato fatto).

8) La tutela della salute degli atleti che fanno parte di una delegazione nazionale non è più una faccenda che riguarda il singolo atleta, ma è piuttosto un affare che riguarda per intero la Commissione Medica e l'intero staff dirigente della IUTA (mentre la FIDAL, allo stato attuale, rimane lievemente defilata, perchè è la IUTA ad essere stata delegata ad occuparsi delle diverse faccende che riguardano gli atlet), in modo tale da assicurare alle delegazioni azzurre di ultramaratona lo stesso standard di assistenza sanitaria (in gara e nel pre-gara) che spetta alle delegazione nazionale di sport più ricchi e maggiormente sovvenzionati dalle diverse federazione nazionali.

Da interventi a largo raggio di questo tipo, proprio a partire dall’esperienza dello sfortunato atleta italiano dipenderà la piena credibilità della IUTA, in occasione dei prossimi confronti internazionali.
Ma ciò che ha preoccupato maggiormente è stato il silenzio della IUTA di fronte a questo episodio e la mancanza di una specifica presa di posizione, chiara ed univoca, anche attraverso la semplice divulgazione di un'asciutta ed essenziale notizia.
Il silenzio, in questi casi, non depone mai a favore e rappresenta un modo per eludere il difficile compito di mettersi in discussione.

Il caso dell'atleta italiano in dialisi dopo il Campionato del Mondo 2013 24h di corsa e la questione della tutela della salute degli atleti top ultra

La IAU (International Association of Runners) si occupa attraverso la sua Medical Commettee di produrre aggiornamento ed informazioni in merito alle problematiche mediche che possono riguardare gli atleti che si impegnano nella corsa di endurance.
E, in genere, agganciando l'evento ad uno dei grandi appuntamenti mondiali targati IAU, la Medical Commettee organizza, una volta all'anno, un congresso medico su tematiche diverse.
Così è stato, in occasione del Campionato del Mondo 100 km 2012 a Winschoten (Olanda), così è stato in occasione del recente Campionato del Mondo a Steenbergen, sempre in Olanda.
Questi convegni sono abbastanza seguiti, perché la qualità degli interventi è di ottimo livello (considerando che i relatori oltre ad essere degli esperti nel loro campo, sono anche praticanti di ultramaratona).
E, tra gli ascoltatori, nell'ambito dell'audience, si vedono molti rappresentanti delle delegazioni nazionali, desiderosi di apprendere per poi poter garantire una migliore assistenza ai membri del proprio team..
E' sorprendente tuttavia che gli Italiani (official ad eatleti), in tali consessi, si siano sempre distinti per la loro assenza.

Da cosa deriva questa persistente assenza?

Da supponenza e presunzione?
Da mancanza di interesse?

Eppure, proprio a Steenbergen, soprattutto nella seconda relazione si è parlato degli effetti della disidratazione, combinati a quelli della proteinolisi, con il conseguente grave danno renale che ne può conseguire.

Se qualcuno degli Italiani fosse stato presente ad ascoltare, forse - poi - avrebbe avuto più elementi a disposizione per interpretare correttamente il quadro clinico presentato dall'atleta italiano in preda ad uno malessere che, invece, è stato definito - sbrigativamente e superficialmente - come dovuto ad "ipotensione".

Io spero soltanto che quanto accaduto sfortunatamente ed infelicemente fatto possa servire a tutti da stimolo alla riflessione e come impulso a cercare di fare di più la prossima volta per evitare che casi simili abbiano a ripetersi.

E allo sfortunato atleta italiano (e alla sua famiglia in questo momento duramente colpita) questo magazine online rivolge gli auguri di una pronta e completa guarigione.

 

 

Le foto che corredano il presente articolo sono di Maurizio Crispi 

 

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20 aprile 2013 6 20 /04 /aprile /2013 01:06
La mistica e l'intrinseca religiosità laica della corsa sulle lunghissime distanze(Maurizio Crispi) Ancora una volta, Elena Cifali con le sue parole riesce a darci uno stimolo di riflessione profonda e creativa sul fatto che la pratica delle ultramaratone ci spinge ad addentrarci in un territorio metafisico e di forti simbolismi.
La preparazione di un'ultramaratona (ed è quello che sta facendo la nostra Elena Cifali in questi giorni, intenta com'è a prepararsi ad affrontare la sua prima volta in una 100 chilometri - mitica, per di più, come è la 100 km del Passatore) ti fa entrare di getto in una dimensione "mistica" della fatica e del sacrificio.
Ecco cosa ci  dice Elena Cifali, in uno dei suoi impeti di entusiasmo:

La mistica e l'intrinseca religiosità laica della corsa sulle lunghissime distanzeChi pratica la corsa sulle lunghe distanze acquisisce una consapevolezza del suo corpo e della sua personalità che va oltre l'esteriorità. 
Chi non corre, chi non si mette in gioco correndo, chi critica invece che provare ha fallito in partenza.
Ogni cosa che abbia un qualche valore nella vita costa sacrificio.
La corsa assorbe ogni individuo con la fatica, il sudore, la dedizione, le rinunce. 
La corsa unisce ed attrae gli individui che condividono tutti questi aspetti della vita ed ecco spiegato il perchè persone di diverso ceto sociale, diversa professione, diversa cultura, diverse religioni si sentono uniti e fratelli in quel battere e ribattere.
La corsa è amore, amore per se stessi e per chi la pratica. 
La corsa unisce anche a chilometri e chilometri di distanza, questo alcune persone non potranno mai capirlo, ma io non mi aspetto che lo facciano ...

Non si sarebbero potute utilizzare parole migliore per esprimere questi concetti e questi stati d'animo che chiunque abbia affrontato una preparazione per un'ultramaratona ha imparato a ben conoscere. Io mi limito ad aggiungere che la corsa accomuna e unisce, specialmente se è la corsa sulle lunghissime distanze e ancora di più se si tratta di un'ultramaratona a tempo o in linea, ma su di un circuito definito.
Le corse di questo tipo creano una vera e propria comunità viaggiante, fatta di individui che condividono la stessa passione e che si riuniscono periodicamente per celebrare un grande rito collettivo. E, d'altra parte, come ebbi a dire in un mio precedente scritto, la 100 km del Passatore si presenta come un grande rito collettivo e come una grande, enorme processione di praticanti che, nella loro manifestazione di preghiera e di penitenza, che è anche una prova eroica di forza e di resistenza, sono preceduti da un auto che trasporta l'effige bifronte di Stefano Pelloni, il Brigante che infestava l'Appenino tosco-romagnolo e che, dopo essere stato proditoriamente ucciso, da morto venne portato in giro per i suoi luoghi esposto su di un carro, ma quello che avrebbe dovuto servire da monito per la popolazione civile e i suoi simpatizzanti, con un effetto boomerang si trasformò presto in un processo di santificazione e di elezione al Gotha degli eroi.
La mistica e l'intrinseca religiosità laica della corsa sulle lunghissime distanzeIn questo senso, le corse sulle lunghissime distanze (dunque, le ultramaratone) costituiscono una vera e propria "religione" laica (nel senso etimologico del termine da re-ligare, cioè unire), di cui gli allenamenti rappresentano la preghiera e le litanie quotidiane (che possono essere praticata da soli o in piccoli gruppi) e le gare, invece, sono i riti collettivi che ricorrono, come nel caso delle festività religiose, secondo un dato calendario e possiedono una propria specifica liturgia.
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10 marzo 2013 7 10 /03 /marzo /2013 20:43

L'odore delle distanze. Ricordi della 24 ore del Sole 2012 (di Daniele Baranzini)

 

Ho l'onore di essere in rapporti di amicizia con l'ultradistancer Daniele Baranzini, che attualmente è impegnato nella preparazione della sua prima partecipazione al Mondiale 2013 24 ore su strada (che si svolgerà a Steenbergen, Olanda, il prossimo Maggio). Nel racconto molto personale ed insolito che segue, Daniele Baranzini rievoca alcune sensazioni ed impressioni scaturite dalla sua partecipazione alla 24 ore del Sole (che si svolta a Palermo, lo scorso novembre 2012.
E' profondamente vero che quando si corre sulle lunghe distanze si può verificare un rimescolamento delle percezioni sensoriali, con un attutimento di alcune afferenze periferiche e l'esaltazione di altre.
Nell'ultradistancer sicuramente, una parte della mente si disconnette e prende a "galleggiare" un po' al disopra della realtà, mentre una parte della mente, governata da consolodati (ed introiettati) meccanismi neurofisiologici prende il controllo (come se nella guida di un mezzo si innestasse un pilota automatico).
In questo assetto mentale mentale modificato possono assumere rilevanza dele modalità sensoriali più arcaiche.
Non èun caso che Daniele Baranzini si soffermi sulla modalità "olfattiva" del rapporto con la realtà durante una prestazione di endurance: modalità che è quella più arcaica nello sviluppo filogenetico del nostro cervello.
La rilevanza delle sensazioni olfattive che vengono elaborate nella corteccia limbica che è la parte più antica - addirittura rettiliana - del nostro cervello sta ad indicare proprio il fatto che mentre parte della corteccia cerebrale si tiene in connessione con la realtà per mezzo di specifiche afferenze (e, in questo caso, sarebbero per l'appunto quelle olfattive), la parte più evoluta di essa si disconette, poichè altre afferenze sensoriali più complesse potrebbero determinare un arousal neuronale eccessivo e - in definitiva - disturbante ai fini della prestazione di endurance. 

L'odore delle distanze. Ricordi della 24 ore del Sole 2012 (di Daniele Baranzini)(Daniele Baranzini) L’odore è un senso sottovalutato nella corsa, gli odori guidano. Gli odori ti parlano “diretti”, senza veli.

L’odore nelle gare ad anello, in pista, diventa fondamentale per capire dove mi trovo e chi mi trovo vicino. Si, a ognuno il suo odore di corsa….e io lo riconosco e lo ricordo.

Riconosco che atleta passa, e chi è. L’odore dei ventiquattroristi è tartan, asfalto, gomma delle scarpe. Dopo più di 200km di corsa in una gara, l’odore esiste nella sua incommensurabile distanza.

L’odore è distanza corsa con se stessi.

Pelle, pelle fresca e sudata, è puzza, sudore e lacrime con qualche sorriso. L’odore porta il colore alla corsa lunga e ripetuta, concentrica e rotonda.

L’odore di una pista di atletica battuta per ore è l’odore del mio mondo. L’odore della maglia.

E più ripeti i giri di un anello in pista di atletica più quest’odore ti aiuta a soffrire… Io puzzo di alce morto dopo 9 o 10 ore. Le donne invece, anche dopo venti ore profumano.

Riconosco alcuni gruppi dall’odore.
Li riconosco ad occhi chiusi e il gioco del riconoscersi e rivedersi nei profumi e maleodori è un riverbero che ha la forza di uno sguardo, di un'immagine completa.

L’odore delle persone mi guida.

L’odore è dovunque…

L’odore della 24 ore è il muschio in un bosco, il sapore dell’acqua salata, l’odore di un pesce in acqua.

L’odore di ognuno di noi.

L’odore sa di pazienza, l’odore dello sforzo e della fatica.

Il nostro odore è scolpito dentro gli occhi.

È l’odore che mi risveglia quando ne riconosco l’origine sulle gambe che ci portano avanti a fatica.

L’odore è un campo di battaglia acre.

Dove i piedi ne sono il testimone.

Intanto, il mio passo si trasforma in mille narici che annusano come un millepiedi impazzito.

Ogni piccolo foro della mia pelle sente gli altri attorno come se il muro delle competizioni non esistesse più, … se non nella testa dei giudici attorno.

Questo è un odore immortale fatto dei migliori anni della nostra vita. Sprecarne anche una sola goccia è come morire…

Si corre nella forte sensazione del dolore che sta nei sorrisi e nelle rughe che abbozziamo, che condividiamo con il circuito… e con i numerosi chilometri profumati.

E intanto, l’odore è la pioggia delle nostre speranze, che in un torrente corre, e in un torrente rotondo come un anello di atletica ti si conficca sotto la pelle…

La 24 ore è un odore, un genere.

Una vittoria dell’uomo nelle sue scarpe… con un odore per sempre.

 

 

Daniele Baranzini, ultradistancer

 

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24 febbraio 2013 7 24 /02 /febbraio /2013 09:01

La corsa: uno sport (Maurizio Crispi) Le brevi considerazioni che Filippo Castiglia scrive nel suo blog il 18 febbraio 2013, in riferimento ai "numeri dell'atletica" desunti da un report del 2008 licenziato dalla FIDAL, mi hanno stimolato  a elaborare delle considerazioni sulla corsa e sul correre (che già mi frullavano per la testa nei giorni precedenti) e sul fatto che tanti approdano alla corsa di lunga durata (maratona ed oggi anche le ultramaratone e gli ultratrail), dopo aver praticato altri sport oppure senza averne praticato nessuno, ma anche sul motivo per cui la maggioranza delle persone che cominciano a praticare la corsa appartengano ad una fascia d'età che va dai Quaranta in su.

Ma vediamo, innanzitutto cosa scrive Filippo Castiglia (nel suo blog "Corsa y Mucho Mas", con il titolo "I numeri dell'atletica"):

Questo report del 2008 racconta dell’atletica degli ultimi anni. Sono numeri freddi che indiscutibilmente descrivono il declino dei praticanti dell’atletica leggera in età giovanile (ed attualmente si attestano intorno alle 10.000) unità) ed un contemporaneo incremento degli amatori attirati per lo più dalle discipline lunghe (maratona).

Nel nostro paese di poco meno di di 57 milioni di abitanti ci sono 30.000 persone che completano una maratona. Arrivano all’atletica dopo avere praticato tutti gli sport possibili, oppure non averne praticato nessuno. Cominciano per l’invito di un amico, per perdere peso e così prendono il “vizio”. Ottimo “vizio” se è in grado di tenera a bada i molti problemi legati alla sedentarietà. Chi è ancora scettico rispetto alla “moda” della maratona dovrebbe riflettere sul quanto sarebbe preferibile convertire tutti quelli appassionati al video poker a dedicare il loro tempo alla corsa!

 

Si corre per molte ragioni. 
E' vero che molti si accostano alla corsa con una motivazione che è, all'inizio almeno, semplicemente dietetica ed igienistica. 
Però, c'è anche da dire che, cominciando a correre, si scopre un mondo intero o, si potrebbe dire, si entra in un nuovo Universo del quale prima nemmeno si sospettava l'esistenza: un universo fatto di pratiche, di rituali, di miti di fondazione e di storie, di uomini e donne, di relazioni.
E' come se, entrando nel mondo della pratica della corsa, si facesse - nella propria esistenza - un vero e proprio cambio di paradigma, come avviene nei grandi cambiamenti epocali oppure nelle scoperte scientifiche. 
Perché ciò accade e perché accade tanto più facilmente che rispetto ad altri sport? Secondo me le ragioni sono molte.
La più semplice è che per correre non occorrono molte cose. 
Inizialmente ciò che affascina è la semplicità d'attuazione del progetto di correre e il minimo dispendio d'energie necessario: si può uscire direttamente da casa per correre, oppure si anche correre - per paradosso - dentro casa.
Se uno vuole può anche iniziare a correre senza nessun indumento tecnico. 
Chi non si ricorda - ad esempio - della corsa fatta con le scarpette "Superga" d'antan?
Bastano poi una semplice T-shirt o una canottiera ed un paio di pantaloncini. 
E, se si è d'estate, si può correre in modo libero, semplicemente in costume e a piedi scalzi. 
Minimo investimento, dunque: cosa che riporta all'idea che correre sia una cosa "naturale"... 
La corsa: uno sport Minimo investimento per il conseguimento di un massimo beneficio: in ciò la Corsa si contraddistingue come sport autenticamente "popolare" e democratico, per tutti. 
Per correre, non abbiamo bisogno di nulla se non di ciò di cui il nostro corpo è naturalmente dotato.
Il gesto della corsa scaturisce naturalmente: non 'è bisogno che nessuno te lo insegni. Semmai si tratta di ricordarselo: basta guardare il naturilissimo ed efficace gesto della corsa dei ragazzini che corrono liberi nel gioco: è la cosa che cominciano a fare naturalmente appena sono ben saldi sulle gambe. E il loro gesto è sciolto e leggero.
Poi anni di inattività e di vita sedentaria rendono questo movimento meno fluido, e bisogna recuperarlo.
Ma "fatti fummo per correre""... Non c'è alcun dubbio al riguardo. 
E' l'idea che si affaccia di chi si sperimenta nella corsa, dopo anni di vita sedentaria.
Non è, in effetti un'idea peregrina: ed ecco saltar fuori una delle più potenti radici del correre, in quanto attività ancestrale dell'Uomo primevo. 
Sembra che (e lo sostengono fonti accreditate e di indubbio valore scientifico) correre sia stato il modo naturale di muoversi dell'uomo agli inizi della sua stazione eretta: era più facile (e più economico) correre che semplicemente deambulare. 
Quindi, correndo, ritorniamo alle nostre origini di uomini cacciatori-raccoglitori che, per le necessità della sussistenza del proprio gruppo tribale dovevano percorrere ogni giorno molti chilometri alla ricerca di qualcosa; o che dovevano correre per mettersi in salvo da predatori più forti; o ancora la corsa era la modalità con cui manipoli di guerrieri o interi eserciti realizzavano velocemente spostamenti di molte decine di chilometri (ricordiamo, ad esempio, di un'immagine iconica degli Apache in corsa durante le loro azioni bellicose, oppure della figura degli "emerodromi", soldati dell'esercito greco appositamente addestrati per correre 24 ore di seguito.
La corsa: uno sport La corsa inoltre nella cultura e nelle tradizioni di molti popoli (non occidentali) è stata uno strumento di meditazione e di estasi (vedi ad esempio la corsa rituale degli indios Tarahumara oppure quella praticati da alcuni monaci buddisti giapponesi (i Marathon Monks of Mount Hiei).
Infine, la corsa - più di qualsiasi altra disciplina - offre dei miti di fondazione potenti, fortemente sedimentati nell'immaginario collettivo, dalla figura-simbolo di Filippide (emerodromo e primo maratoneta ed ultramaratoneta della storia) a quelli successivi di Dorando Pietri e di Abebe Bikila (per citare due caposaldi della mitologia della corsa).

Correndo ciascuno di noi, ogni giorno, entra nella preistoria dell'Umanità e condivide il mito della corsa, con tutte le sue successive stratificazioni.
Correre ci fa sognare.
Correre ci fa fantasticare.
Correndo, possiamo pensare che stiamo diventando più forti per metterci in salvo dalle minacce quotidiane che ci opprimono oppure che possiamo meglio padroneggiare il territorio che ci circonda e che possiamo imparare a conoscerlo minuziosamente nei dettagli, con un raggio di azione incomparabilmente superiore a quello dell'uomo che si sposta a piedi.

Ma ancora...
Correre significa uscire fuori dall'ordinario e dal quotidiano (l'estasi, come ex-stasis: vedi più avanti) 
Correre - anche in allenamento - significa conquistare qualcosa di nuovo che prima poteva essere per noi irragiungibile.
Correre dà risposta e soddifazione all'indomito spirito ludico che alberga dentro di noi (un allenamento anche impegnativo è come un "bel giro di giostra").
Correre è un po' come volare: la corsa ci dona leggerezza ed è estasi (nel più puro senso etimologico della parola) perchè introduce nella nostra vita - altrimenti ristagnante - un elemento di movimentazione e continui dinamismi, vitalità ed energia.
Correre è conquista quotidiana d'un appropriato assetto interiore ed è uno strumento per crescere e per superare alcune delle nostre paure più radicate.
Correre ci insegna ogni giorno qualcosa di nuovo su noi stessi.
E nessun'altro sport potrà mai eguagliare questi aspetti insiti nella corsa e nel correre.
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23 febbraio 2013 6 23 /02 /febbraio /2013 10:22

Supermaratona dell'Etna 0-3000 (7^ ed.). Tra i piccoli ritocchi del regolamento, viene anche La Supermaratona dell'Etna 0-3000, alla sua 7^ edizione, si svolgerà il prossimo 15 giugno 2013.
Il regolamento ufficiale della 7^ edizione della "Super Maratona dell'Etna - da zero a tremila" ricalca in buona parte quello adottato nelle passate sei edizioni anche se è stato leggermente perfezionato grazie all'esperienza maturata (vedi articolo su questa stessa pagina).
Esaminando bene il regolamento si rimane, tuttavia, colpiti dal fatto che una delle "migliorie" introdotte sia proprio una "compressione" del tempo massimo a disposizione dei runner, con un cancello cronometrico a Piano Provenzana che viene portato dalle 5 ore delle precedenti edizioni a 4 ore  e 30ì' per l'edizione 2013.
Una decisione opinabile, anche perchè, se è giusto cercare in tutti i modi di elevare il livello tecnico di una gara di questo tipo, è anche giusto - nei limiti del possibile ed anche di quelli imposti da una ragionevole sostenibilità organizzativa, garantire anche ai podisti più lenti di poter portare a termine la propria fatica senza essere estromessi per via di un un cancello cronometrico troppo rigido.
Gli organizzatori hanno rivelato nel 2012 un processo di crescita dei partenti rispetto alle precedenti edizioni: ma la compressione del tempo massimo a disposizione rischia di rallentare o di arrestare il processo di crescita.
E' noto che i cancelli cronometrici se troppo rigidi distolgono dall'iscrizione dei runner che, pur avendo l'allenamento necessario per stare dentro quel tempo, tuttavia vanno incontro a delle ripercussioni ansiose e "fobiche" (la paura immotivata di non riuscire a star dentro il tempo massimo) che deteriorano la loro perfomance. 

 

Scrive, al riguardo, il siracusano Vincenzo Altamura che l'anno scorso è stato  "costretto" ad un "amarissimo" ritiro dalla edizione 2012 della Supermaratona dell'Etna perchè quasi fuori il tempo massimo previsto (come ci ha raccontato in questa pagina, alcuni mesi fa): "Quest'anno hanno cambiato le regole dell'orario di chiusura del cancello di Piano Provenzana, portandolo da 5 ore a 4 ore e 1/2 . Ho inviato un e-mail al quartier generale organizzativo della manifestazione ubicato in Nord Italia per chiedere alcune delucidazioni ma ad oggi non mi hanno risposto. Questa variazione del regolamento seleziona ancora di piu' i runner che vogliono partecipare e, sicuramente, molti eviteranno di iscriversi, intimoriti dalla mancanza di margini cronometrici sufficienti a garantire una prestazione 'serena' e non 'assillante'. Al momento, ho deciso di desistere dall'iscrivermi, ma se riuscirò ad allenarmi sufficientemente nelle salite, ci  proverò".

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19 febbraio 2013 2 19 /02 /febbraio /2013 08:44

Ancora su Oscar Pistorius: forse l'uso di anabolizzanti ed alcool all'origine del discontrollo omicidaSi continua a parlare di Oscar Pistorius e dei nuovi clamorosi sviluppi delle indagini sulla mprte )o omicidio della fidanza) che stanno trasformando quello che inizialmente era stato dato come un tragico incidente in un cupo fatto di cronaca nera.
Questa, per esempio, una delle notizie diffuse ieri nel web.

 

Nuovi inquietanti indizi emergono dalla "casa degli orrori" dove la notte del 13 febbraio si è consumato l'omicidio di Reeva Steenkamp per mano, pare, del fidanzato, Oscar Pistorius. La polizia, che sta setacciando l'abitazione, avrebbe trovato dosi di steroidi. Secondo il Daily Mail, l'atleta paralimpico avrebbe avuto un'esplosione improvvisa di rabbia causata dall'utilizzo di sostanze stupefacenti miste ad alcol che avrebbero portato così al raptus.

Pistorius potrebbe essere stato in preda di un effetto collaterale derivante dall'uso di steroidi anabolizzanti. L'atleta è già stato sottoposto al prelievo di sangue per le verifiche di rito.

Una delle maggiori preoccupazioni che possono animare il lettore critico e desideroso di vedere , in questa vicenda una luce di verità scaturisce dal fatto che, prima ancora che si sia attivato un vero e proprio procedimento penale, I media stanno operando per trasformare Pistorius in "mostro" (un processo sommario del tipo "Sbatti il mostro in prima pagina").
E, quindi, in sintonia con ciò viene dipinto un quadro del Pistorius violento e prevaricatore, manesco, geloso oltremisura.
E del Pistorius alcoolista e consumatore di steroidi anabolizzanti.
Questo, il ritornello delle notizie ripetute in tutti i notiziari: alcool e anabolizzanti.
Sarà vero? Sara falso?
Solo gli esiti degli esami tossicologici potranno dirlo: per il momento, le persone assennate, senza essere strangolate dai pregiudizi, possono semplicemente dare a Pistorius il beneficio del dubbio.
E' chiaro d'altra parte che Pistorius, una volta resosi colpevole anche soltanto del reato di omicidio colposo o preterintezionale, e la sua casa sarebbero stati rivoltati come calzini dagli inquirenti ed era chiaro che gli altarini sarebbero venuti alla luce.
Tuttavia, ritengo che, prima di gridare al mostro e al pazzo omicida, dipendente da alcool e steroidi anabolizzanti, e mentalmente ottenebrato dal loro utilizzo, occorra attendere gli esiti delle perizie balistiche, degli esimi tossicologici e di un'eventuale consulenza psichiatrica.
Detto questo, si può certamente argomentare su basi clinicamente fondate che gli steroidi anabolizzanti possono produrre, soprattutto nel lungo termine, degli effetti modulanti sulle morfologie caratteriali degli individui che ne fanno uso, sviluppando l'aggressività (e riducendo del pari i freni inibitori dell'individuo) e alimentando lo slantentizzarsi di tendenze paranoidee.
L'alcool in forti quantità e per usi protratti può produrre una serie di alterazioni psicolpatologiche che, a loro volta, possono entrare in sintonia con quelle prodotte dagli steroidi.
Di seguito alcune considerazioni sul fenomeno della dipendenza da steroidi anabolizzati utilizzati a fini di doping, una forma di dipendenza patologica, sulla quale e sui cui meccanismi non sono tutti d'accordo, ma sicuramente fondata su meccanismi di tipo psicologico.
 

 

 


Una nota sugli steroidi anabolizzanti e sul loro utlizzo come sostanze dopanti. Dall'uso improprio, fuori da una corretta prescrizione medica alla dipendenza.
 La Dipendenza da Steroidi Anabolizzanti rappresenta una grave forma di dipendenza sia psicologica che fisiologica innescata e mantenuta dall'utilizzo ripetuto e quantitativamente eccessivo di Steroidi Anabolizzanti (definibili anche Anabolizzanti Steroidei).

 

Tale consumo disfunzionale è imputabile a molteplici fattori personali, situazionali, sociali, sportivi, etc. come ad esempio la pubblicità mediatica di un aspetto fisico sempre più magro, tonico, muscoloso, prestante, etc. e/o soggettive visioni distorte a livello psico-percettivo del proprio corpo (definito dismorfismo corporeo); oppure insicurezza e desiderio di accrescere la propria stima per mezzo della definizione e dell'ingrossamento dei muscoli corporei, o ancora il bisogno ossessivo di performance atletiche e sportive, più o meno agonistiche, sempre più alte (o comunque la presenza di pensieri e comportamenti ripetitivi attinenti all'attività e alla forma fisica in generale).

 

Gli Steroidi Anabolizzanti (SA) sono sostanze chimicamente derivate dal Testosterone, uno degli ormoni sessuali maschili.

Il nome "anabolizzante" deriva dalla capacità di tali sostanze di accelerare fortemente i processi anabolici dell'organismo (ovvero i processi di sintesi di Carboidrati, Proteine e Lipidi al fine di produrre energia), stimolando le stesse proprietà degli ormoni naturali, anch'essi aventi naturale funzione anabolizzante indispensabile alla crescita e alla maturazione psico-fisica dell'individuo in determinati momenti della sua vita.

Insieme all'azione di accelerazione anabolica vi è quella androgena o mascolinizzante, ovvero l'accentuazione dell'azione degli ormoni androgeni, tra i quali appunto il Testosterone.

 

Alcuni nomi delle sostanze anabolizzanti derivate dal Testosterone sono: Anastrozolo, Androstenedione, Bolasterone, Boldenone, Clenbuterolo, Clortestosterone, Danazolo, Diidrotestosterone, Dromostanolone, Fluossimesterone, Mesterolone, Metandienone, Metandrinolo, Metandrostenolone, Metenolone, Metiltestosterone, Nandrolone, Noretandrolone, Ossimetolone, Oxandrolone, Stanazolo, Testosterone Cipionato,Testosterone Decanoato, Testosterone Enantato, Testosterone Propinato, Testosterone Undecanoato, Trenbolone, etc.

 (Vi è anche la cosidetta Eritropoietina - ovvero EPO, cioè una particolare proteina con funzione ormonale utilizzata per aumentare la concentrazione di globuli rossi nel sangue e dunque la disponibilità di ossigeno a livello muscolare).

 

Gli Anabolizzanti incrementano dunque la forza, le masse muscolari e la capacità di sostenere grossi sforzi per lungo tempo. A riprova di questo vi è anche il fatto che i primi ad usare ed abusare di tali sostanze sono stati, intorno agli anni '50, culturisti e sollevatori di pesi.

 

Successivamente l'utilizzo disfunzionale è approdato in altri sport e competizioni ancora, in particolare nelle discipline che richiedono molta potenza, resistenza e forza.

E così è anche tutt'oggi, con l'ulteriore pericolosa espansione di tale fenomeno anche tra i non sportivi aventi fissazioni distorte circa il proprio aspetto fisico e la propria prestanza fisiologica in generale.

 

L'utilizzo degli Steroidi negli sport agonistici è da anni severamente proibito a livello internazionale; purtroppo però tale pratica è ancora illegalmente diffusa e prende l'ormai conosciuto nome di Doping. 

 

La reperibilità degli Steroidi può essere solida o liquida, ovvero in compresse o soluzione. In tal modo il consumo può avvenire per via orale o attraverso iniezioni intramuscolari.

 

Nonostante le persone che utilizzando gli Steroidi vengano a conoscenza o sappiano dei seri effetti negativi di tali sostanze, spesso non riescono ad interromperne l'uso poiché sono già entrati in una dinamica di vera e propria dipendenza con seri e pericolosi sintomi collaterali oltre che sintomi tipici come Astinenza, Tolleranza e Craving.

 

Tale dinamica infatti si innesca rapidamente e in modo subdolo, creando forti problematiche nelle molteplici sfere vitali dell'individuo. Si verificano dunque Astinenza, con il presentarsi di sintomi psico-fisici negativi (come ad esempio depressione e spossatezza) conseguenti alla sospensione dell'assunzione di Steroidi; Tolleranza, con l'esigenza sempre più marcata di aumentare le dosi di tali sostanze al fine di riceverne ancora effetti precedentemente sperimentati con quantità più basse; ed infine Craving, con la comparsa di intenso desiderio e pensiero fisso circa il procurarsi ed il consumare Anabolizzanti.

 

Per cercare di alleviare o evitare in qualche modo tali pesanti sintomi di dipendenza, la persona è spinta al riutilizzo, con la conseguenza di incrementarne gli effetti e aggiungendo in tal modo un ulteriore fattore di mantenimento al consumo patologico di Steroidi.

 

La dipendenza si instaura anche a causa di particolari interazioni neuro-chimiche che avvengono tra i principi attivi degli Steroidi ed il sistema nervoso della persona. In specifico i primi interagiscono con i neurotrasmettitori colinergici, dopaminergici, gabaergici e oppiodi del cervello.

Gli Steroidi producono quindi sensazioni di attivazione, benessere, vigore, le quali però inducono al sempre più ravvicinato e quantitativamente ingente consumo; proprio sulla base del cercare e ricercare tali stati psichici e fisici.

 

Altri fattori causali sono imputabili, come accennato, anche alle dinamiche sociali e mediatiche degli ultimi anni. Esse stanno sempre più comunicando ed imponendo l'imprescindibile necessità di un corpo sempre più in forma, tonico e muscoloso.

Poi vi sono anche fattori personali come narcisimo, ansie e paure come quella di diventare magri o non trovare un partner perché poco dotati fisicamente, così come la perenne insoddisfazione delle proprie forme fisiche e del proprio aspetto esteriore generale, le quali rinforzano ulteriormente la convinzione di poter e dover abusare di Anabolizzanti.

 

A livello psicologico possono verificarsi molte problematiche come ad esempio: ansia, labilità emotiva, agitazione, confusione mentale, problemi cognitivi, alterazione percettiva della propria immagine, eccessiva attivazione psichica, irritabilità, aggressività, umore altalenante (euforia-depressione),disturbi del sonnomodificazione del desiderio sessuale (aumento o diminuzione); nei casi più gravi perdita di giudizio e di inibizione, comportamento antisociale, violento e criminogeno (detto anche "Roid Rage" ovvero "rabbia da steroidi"), psicosidisturbi psicotici con allucinazioni e deliri, e tendenza suicidiaria.

 

A livello fisiologico, l'iper utilizzo degli Steroidi può comportare molteplici gravi conseguenze come: stanchezza, emicrania, acne, calvizie, irsutismo, seborrea, crescita tissutale delle zone sessualmente preposte (in particolare della prostata, con conseguenti disturbi urinari, eiaculatori e possibile comparsa di tumori), impotenza, ipotiroidismo, ritenzione idrica, atrofia dei testicoli (a causa della graduale inibizione della necessità della loro azione di produzione del Testosterone. Viene in specifico inibita la sintesi di Gonadotropine, ovvero ormoni prodotti dall'Ipofisi e regolatori della produzione di Testosterone e spermatozoi).

Steroidi androgeni anabolizzanti provocano ben definiti effetti centrali nell'uomo. A dosi suprafisiologiche il testosterone provoca comportamento aggressivo, sintomi maniacali ed euforia (Pope & Katz 1994; Pope et al., 2000Lukas, 1996)

La somministrazione di un "cocktail" di steroidi androgeni anabolizzanti per quindici giorni non modifica la soglia di autostimolazione, ma potenzia l'abbassamento di tale soglia indotto dall'anfetamina. Questi effetti sono stati interpretati come il risultato di un processo di sensibilizzazione da parte degli steroidi androgeni anabolizzanti dei sistemi cerebrali di gratificazione all'azione dell'anfetamina (De Beun et al, 1992).

L’euforia legata all’assunzione di anabolizzanti potrebbe essere il risultato del piacere che i soggetti ricavano dall'intenso esercizio fisico associato all'assunzione dell'anabolizzante stesso (Lukas, 1996). 
 

 

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10 febbraio 2013 7 10 /02 /febbraio /2013 07:32

Il

 

Quale immagine che quella di un uomo che corre da solo nell'immensità del paesaggio diviso tra cielo e mare, nel vento e sotto le nuvole può rendere meglio l'idea della meraviglia della corsa sulle lunghe distanze e della fondamentale solitudine del maratoneta (come è formulata da Sillitoe in"The lonleliness of the long distance runner")? 
Mi ha scritto di recente uno dei miei contatti su Facebook, dopo aver letto nella mia presentazione il mio lungo curriculum sportivo.

(DC) Complimenti per il suo lunghissimo curriculum sportivo. Io ho appena partecipato alla mia 12^ maratona a Siracusa, dove ho realizzato il mio miglior tempo con 3h08'49".
Ho, di anno in anno, aumentato la lunghezza delle gare a cui partecipo. Penso che la maratona sia la mia distanza, oltre non penso di andare. Di nuovo complimenti anche per lo spirito che la motiva.

La mia risposta è stata questa.

Grazie di cuore per i complimenti e per le belle parole.

Io penso che, quando sembra di essere arrivati ad un punto, al di là del quale non si può andare e dopo che ciò che sembra difficile ed ardito da compiere diviene una faccenda quotidiana e quasi di routine, allora si entra in una fase in cui, a poco a poco, può venire voglia di provare qualcosa di nuovo, qualcosa che si avverte come una nuova frontiera, sfidante (challengin) e porsi quindi un nuovo obiettivo che ci porti al di là dell'immaginabile.

Per esempio, un buon banco di prova per chi desideri affrontare un'ultramaratona (tendo come paratro di riferimento la 100 km su strada) possono essere le 6 ore podistiche,(il "grado minimo" delle ultra a tempo) dove uno può testarsi e provare a cominciare a capire quanto si potrebbe valere in una 100 km.

Passando alle gare su strada anche le 50 km possono essere un ottimo banco di prova.

Oppure ancora, i trail lunghi su distanze che superano i 50 km.

Insomma, l'appetito vien mangiando.

E non bisogna dimenticare che una grande percentuale dei podisti che si impegnano nelle maratone, tolti via i top runner, sono persone che, oltre a correre, cercano viaggi e avventure, provando nello stesso tempo a mettere alla prova i propri limiti.

E, quindi, ragionando in questi termini e essendo fermi questi presupposti, viene naturale ad un certo punto cominciare a pensare alle ultramaratone come nuova frontiera della propria corsa.

Sono pienamente disponibile per qualsiasi consiglio o suggerimento.

 

Del resto, proprio stamane - alla vigilia della Maratona sulla Sabbia a San Benedetto del Tronto (10 febbraio 2013) - parlavo in albergo con un maratoneta anziano (attorno ai 70), che mi raccontava di aver iniziato a correre, per motivi "igieneistici", a 48 anni senza aver mai praticato nemmeno l'ombra di uno sport.

Si è appassionato a tal punto di questo esercizio quotidiano che, nemmeno due anni doo a 50 anni, ha corso la sua prima Maratona.
E da allora ne ha corse ben 208... 
Quindi, mai dire mai... 


Foto di Maurizio Crispi 

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24 gennaio 2013 4 24 /01 /gennaio /2013 19:11

Lance-Armostrong.jpg(Maurizio Crispi) Il caso Lance Armstrong nei giorni scorsi ha visto una veloce evoluzione verso il suo epilogo. E' stata una storia triste e malinconica: quella di un atleta che dopo aver vinto ingannando, dopo aver mantenuto la sua posizione negazionista sino allo stremo malgrado ogni evidenza, decide di alla fine di "pentirsi" e di confessare le sue colpe. Che in questo - ci si chiede - non ci sia in una certa misura un "pompaggio" mediatico, tale da far sì che anche il momento della sconfitta, il punto più basso della parabola discendente, si trasformi in una vittoria mediatica con record di audience? Potrebbe anche darsi, considerando che questo siparietto finale si è svolto negli Stati Uniti d'America dove ogni cosa si trasforma in spettacolo e qualsiasi evento può essere spettacolarizzato.
Cerro è che anche la storia di Lance Armstrong, in termini di ascesa di un atleta che è arrivato a fare cose che nessuno aveva mai realizzato prima, e della sua caduta, quando l'unico ancoraggio e l'unico modo per lasciare una traccia (come lo sono state le volate finali delle sue imprese ciclistiche) sono una confessione e una assunzione di colpa, lo si può leggere come un apologo delle pratiche dopanti nel mondo dello sport contemporaneo.
Si può leggere come un apologo che induce molta rabbia e risentimento per gli effetti svilenti che produce nell'immagine delle pratiche sportive, che si vorrebbe sempre pulita e idealizzabile.

Le vicissitudini del campione statunitense dai fasti delle vittorie all'umiliazione dell'ingiunzione da parte del CIO di restituire le medaglie proditariamente conquistate costituiscono una parabola che potrebbe dare molti insegnamenti sul doping, sui suoi effetti e sulle ricadute etico-morali che hanno le pratiche dopanti non solo sugli atleti che vi indulgono, ma anche su coloro che dello sport sono spettatori e che si convincono che quello dei campioni dpoati è lo sport, il vero sport, perchè garantisce brivido, eccitazione, intrattenimento.
E' proprio attraverso il doping "mediatico" (quello del pompaggio continuo sulla spettacolarizzazione estrema delle performance sportive) che si trasmette - a chi guarda lo sport-spettacolo - l'idea che ciascuno, anche nel roprio piccolo, passando dalla posizione di spettatore a quella di praticante potrebbe fare meglio.
Perchè no, in fondo? - l'interrogativo che alcuni si pongono. E quando ci pone un simile interrogativo il passaggio dalla fase "contemplativa" del doping alla sua pratica materiale è brevissimo, quasi instantaneo.

Schwartzer lacrimeA partire dai cattivi maestri (i grandi campioni beccati per doping), sono tanti, tantissimi, forse troppi che nell'ambito dei diversi sport amatoriali fanno ricorso - a volte con un pericoloso bricolage farmaceutico nello stile "fai da te" - ad una o all'altra pratica dopante.
E questo è uno di quei "danni collaterali" del dopiing a cui nessuna confessione, nessun pentimento, alla maniera di Lance Armstrong, o nessuna lacrima o pianto accorato,nello stile del nostrano Schwarzer (in fondo, rispetto allo statunitense, peccatore "veniale"), potranno porre rimedio.
I grandi atleti dello sport dopati producono infiniti danni collaterali e - che questo lo abbiano ben chiaro - sono responsabili dell'effetto a catena di micro- o macro-pratiche dopanti tra gli sportivi amatoriali.

E lo sport di punta, a causa di pochi (sperando che non siano molti quelli che la fanno franca e rimangono celati), tradisce la sua mission, producendo un infinito danno a molti.

Quanti usano sostanze "proibite" per migliorare le proprie performance? Da un'inchesta recente (dati 2011) che siano oltre il 3% degli atleti e, per la maggior parte, quelli che ricorrono agli "aiutini" farmacologici sono uomini di età superiore ai 45 anni.
Lo sport più corrotto? Continua ad essere sempre Il ciclismo (almeno è quello dove le pratiche di doping sono state più frequentemente sventate).
Ecco di seguito, su questi temi, l'articolo di Matteo Simonte, comparso online su ActionMagazine.

 


(Matteo Simone. Fonte: Actionmagazine) Nel corso dell’anno 2011 la Commissione per la Vigilanza ed il controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive (CVD), istituita presso il Ministero della Salute in attuazione dell’art. 3 comma 1 della legge 376/2000, ha programmato controlli antidopoing su 426 manifestazioni sportive.
 
 
Dai risultati delle analisi di laboratorio è emerso che dei 1676 atleti controllati, 70 sono inizialmente risultati positivi ai test antidoping. Gli accertamenti sugli atleti risultati positivi, in seguito, hanno permesso l’archiviazione di 18 casi.
Complessivamente sono risultati positivi 52 casi, pari al 3,1% degli atleti sottoposti a controllo. Tra gli atleti risultati positivi ai controlli antidoping del 2011, un solo atleta risultava tesserato con un Ente di Promozione Sportiva: i restanti 51 sono invece tesserati con le Federazioni Sportive Nazionali.
 
 
Prendendo in esame la distribuzione delle positività ai controlli in funzione del genere dell’atleta, si osserva che l’84,6% dei 52 casi positivi sonouomini e il 15,4% donne. Le positività riscontrate rapportate a tutto il campione risultano del 3,6% per gli uomini e dell’1,6% per le donne.
 
Prendendo in esame la distribuzione delle positività ai controlli in funzione della classe d’età dell’atleta, si osserva che la percentuale più elevata di positività è stata rilevata tra gli over 45, mentre quella più bassa tra gli under 25.
È interessante notare come all’interno delle classi di sostanze maggiormente rilevate ai controlli (diuretici/agenti mascheranti, agenti anabolizzanti e cannabinoidi), gli atleti risultati positivi siano prevalentemente di sesso maschile. Per contro gli stimolanti, con ben il 35,5% delle positività, sono la classe doping più frequentemente rilevata nelle atlete.
 
 
Una spiegazione del fenomeno può risiedere nel fatto che più frequentemente degli uomini le donne assumono sostanze vietate quali gli stimolanti per ottenere il controllo del peso attraverso la loro azione anoressizzante. Tra le classi di sostanze maggiormente rilevate nel corso dei controlli antidopiing (diuretici/agenti mascheranti ed agenti anabolizzanti), il numero maggiore di positività è stato riscontrato tra i tesserati FCI (ciclismo).
 
 
Una curiosità: nel 1910 in Austria si effettuò il primo controllo anti-doping: a seguito di analisi condotte su alcuni cavalli, un chimico russo portò al  Club dei Fantini austriaci la dimostrazione scientifica dell’avvenuta pratica di doping, data dalla presenza di alcaloidi nella saliva degli sfortunati quadrupedi. Perché venisse istituita una forma ufficiale di controllo antidoping, però, si dovette attendere il 1955: fu in quell’anno, infatti, che in Francia cominciarono le analisi obbligatorie sui ciclisti, scoprendo immediatamente percentuali di positivi pari anche al 20 per cento.




Matteo Simone
, è psicologo dello sport e psicoterapeuta a Roma
.

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9 gennaio 2013 3 09 /01 /gennaio /2013 08:00

Andrea-Furlanetto-a-Crevalcore-2013.jpgHo casualmente scoperto dell'esistenza del "Bottom Running" di cui Andrea Furlanetto fu uno dei fondatori ed ispiratori: un movimento podistico spontaneo che però crebbe e si coagulò attorno ad un vero e proprio "manifesto" e si dotò di un suo decalogo (o meglio: nonalogo) di norme che contraddistinguevano i padri fondatori del gruppo dei Bottom Runner e dell'affine "Brigata tapasciona".  che fu originariamente una colonna di podisti lombardi, mediamente ascrivibili alla categoria - appunto - "tapascionica", con poche eccezioni.
Il bottom running è sto - ed è - un movimento indipendente, di cui Andrea Furlanetto è il teorico e l'ideologo. Agivano in modo informale e trasversalmente rispetto a podisti.net e al suo "verbo" serioso" (per quanto spesso venato da inutili e velenose polemiche), qualificandoci come BR e tentando di portare alla loro causa altri podisti, ma senza un'organizzazione o una connotazione territoriale. Il nucleo originario decise, poi, di aderire alla Brigata Tapasciona in quanto vi erano tra i due gruppi affinità di motivazioni podistiche e in questa "fusione" si scorse l'opportunità di fare massa critica.

Il movimento "Bottom Running" è stato casualmente recuperato dalle nebbie dell'oblio dallo stesso Andrea Furlanetto, proprio in questi giorni, in occasione della maratona di crevalcore dello scorso 6 gennaio ed è interessante leggerlo oggi, per accorgersi di quanto fresche siano ancora le sue intenzione del movimento BR.
Io stesso, mi sento molto vicino a questo movimento, poichè nell'ultimo periodo in cui corsi maratone ed ultra meritai a pieno titolo l'appellativo di "Il filosofo delle retrovie", anche se mi muovevo in modo indipendente da quel lupo solitario che sono...
 

(Andrea Furlanetto) Gli eventi degli ultimi giorni, ruotati attorno alla maratona di Crevalcore, da me chiusa - non senza sacrificio - nel poco commendevole tempo di 4 ore e 30 minuti, hanno riportato alla ribalta il Bottom Running. Essendo uno dei fondatori del movimento, nonché il teorico e l'ideologo dello stesso, ritengo opportuno redigere questa nota, al fine di tramandare ai posteri la verità sul tema, evitando distorsioni e dispersioni così comuni in questo proteiforme contenitore che è il web.

Innanzitutto, è di fondamentale importanza affermare qui che il bottom running nacque come movimento indipendente, senza un'organizzazione o una connotazione territoriale. Era un movimento anarchico, acefalo, nel quale - non a caso - il fuoco d'interesse non era la testa, bensì il culo. Il nucleo originario di poche unità agiva in modo informale, trasversalmente al sito podisti.net.
Ci qualificavamo individualmente come Bottom Runners nel forum e tentavamo di portare alla nostra causa altri podisti, con l'arma dell'inquinamento ridanciano e vagamente dadaista dei post semiseri (ciò che tecnicamente si definiva 'svaccamento'). Il moderato progresso e il sostanziale disinteresse per un'escalation dalla guerriglia dialettica alla campagna di reclutamento, fece sì che ci fosse una naturale trasmigrazione nell'alveo della Brigata Tapasciona di cui noi Bottom Runner condividevamo molte motivazioni podistiche e con la quale si scorse l'opportunità di fare massa critica. In qualche modo, il nucleo eminentemente nord-milanese della Brigata Tapasciona accolse la sparuta e variegata pattuglia di bottom runner e tuttora ci lega una forte relazione di affetto.

A differenza dei commendevoli Podisti da Marte, che hanno consacrato la loro corsa a finalità sociali, la Brigata Tapasciona traeva il suo fondamento nella convivialità e nella gioia di passare del tempo assieme con la scusa della corsa. Anche se possiamo occasionalmente impegnarci in qualcosa di più alto, oppure aderire a iniziative di solidarietà, noi Bottom Runner rivendichiamo la nostra intima natura di cazzari cui piace guardare il culo delle podiste o dei podisti che ci precedono, a seconda del nostro gusto estetico ed orientamento sessuale.
Riporto di seguito una versione lievemente adattata del nonalogo dei Bottom Runner, rispondendo al quale ognuno può valutare il suo grado di aderenza a ideologia, teoria e prassi del movimento.

  1. Corro per stare meglio, inspiro aria fresca ed espiro preoccupazioni, pensieri, fastidi.
  2. Non mangio meglio per correre di più, bensì corro meglio per mangiare di più.
  3. Sono il mio unico avversario, ma sono anche uno sportivo e - rispettando l'avversario - rispetto anche i miei limiti.
  4. Non mi fermo, ma rallento prima di stare male.
  5. Se inizio una gara, la porto a termine, ma senza eroismi.
  6. Nessuno mi paga per correre e nessuno si lamenterà se arrivo più tardi.
  7. Delle gare ricordo la compagnia, i panorami... e anche i tempi.
  8. Le corse più belle sono quelle oltre i 25 km, perché è scientificamente provato che la fatica ammorbidisce i caratteri più superbi. Chiunque accetterà un incoraggiamento e financo un puerile complimento dal 25° km in poi.
  9. Ciò è fondamentale, perché come Bottom Runner traggo motivazione anche osservando il culo degli atleti del sesso che risponde ai miei gusti.

 

 

Per un approfondimento sulle origini del movimento vai al seguente link: 


Foto di Maurizio Crispi (Crevalcore, 2013)
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2 dicembre 2012 7 02 /12 /dicembre /2012 10:55

24 ore del Sole 2012 - Partenza della 12 ore - Foto di Maurizio CrispiDaniele Baranzini non è soltanto uno sportivo di valore (con un passato molto articolato di esperienze e pratiche sportive multiformi) e un ultrarunner capace di esplorare il suo limite, ma anche è anche per studi fatti ed interessi uno psicologo che allo stato attuale si occupa di psicologia delle organizzazioni. 
Daniele Baranzini nelle sua pratiche sportive non può fare a meno di importare lo sguardo dello psicologo, dando così di ciò che fa una rappresentazione tridimensionale ed approfondita.
Cosa succede veramente in una 24 ore? 
Cosa comporta il parteciparvi?
Cosa sperimentano quelli che vi assistono?
Sono questi alcuni dei quesiti a cui Daniele Baranzini tenta di rispondere nello scritto che segue, tenendo conto che una gara come una 24 ore podistica su pista (ancor più che su strada) ha delle ricadute sia sul piano psicologico individuale, sia su quello sociale.
Individuale, per via della peculiare commistione di motivazione individuale, passione e requisiti personali che forgiano la reislienza di ciascuno dei partecipanti.
Sociale, in quanto nel corso di una 24 ore su pista si viene a creare, pur nel rispetto dei principi della competizione una micro-comunità, cosatiutita da atleti, giudici di gara, rilevatori e organizzatori, assistenti e familiari presenti come spettatori, oltre naturalmente al pubblico (il più delle volte numericamente esiguo e risicato).
Una micro-comunità che è percorsa da saldi vincoli (pur invisibili) di solidarietà, di empatia e di calore umano. La 24 ore è dunque un evento sportivo peculiare in cui concorrono le singole individualità (non solo degli atleti impegnati nella fatica), ma in cui - in quell'arco di tempo dato - si costruisce con il contributo e con le energie di tutti un edificio comune.
Ed è come se dallo sforzo collettivo nascesse un pensiero (il "pensiero 24", secondo l'evocativa definizione di Baranzini), a sua volta fondato su di un serbatoio di energie, di emozioni e di passioni in qualche modo condivise che rappresentano qualcosa di più della semplice somma aritmetica dei contributi individuali... 
E questo saebbe un universo tutto da esplorare con degli strumenti di indagine specifici.
Il contributo lanciato da Daniele Baranzini è la prima pietra di un lavoro di approfondimento in questa direzione.

 

24 ore del Sole 2012 - ore notturne - Foto di Maurizio Crispi(Daniele Baranzini) Correre una 24 ore in un circuito chiuso ha molti significati.
E per chiunque lo abbia già fatto sembra quasi difficile farne a meno.
È una competizione che ti coinvolge e ti abbraccia. Rispetto a una classica 100 km in linea correre per 24 ore in un circuito genera letteralmente un “piccolo borgo sociale” che staziona fermo tra i ristori e la pista, quasi fuori dal tempo!
Sei come in una stazione spaziale orbitando attorno alla terra dove tutti fanno cose normali e tu vedi la terra girare.
Il tempo, in realtà, si ferma dentro queste gare e sono convinto che qualcuno all’albeggiare (generalmente verso le sei ore finali) spera che la magia non finisca “presto”.
Ancora più paradossale è che in una 24 ore si può avere la sensazione che “manca il tempo” per completare e fare alcune cose che ci si era prefissati. Gli atleti imparano a vedersi e rivedersi continuamente, i sorrisi si trasformano in fatiche, le parole lasciano spazio a molti silenzi e il battere delle scarpe sul tartan regnano sovrani. La regia di tutto questo è lo stesso gruppo di atleti che, per motivi anche molto diversi, vengono per condividere la stessa esperienza umana e per gareggiare allo stesso tempo.
Sì, in una 24 ore bisogna essere umani e pronti a capire gli altri che ti girano attorno. Ci si alterna nei passaggi e la parola “ripetizione” assume un nuovo significato. Ad esempio, prima della partenza gli atleti fanno quasi gruppo… si ha la sensazione che qualcosa di enorme debba essere fatto, ma non semplicemente dal singolo atleta.
C’è quasi la sensazione che la “cosa”, la 24 ore, debba essere letteralmente “costruita da tutti”.
24ore del sole atleti 2011 - Foto di Maurizio CrispiE, di fatto, una 24 ore è un’azione che emerge dal gruppo e mai risulta essere la semplice somma degli sforzi del singoli atleti. Ognuno diventa un elemento essenziale nel far crescere questo “gioco collettivo”.

In termini di momenti, e rispetto ad una giornata normale, la giornata della 24 ore viene scandita semplicemente dai volti, dalle gambe e dai gesti del corpo…solo dall’uomo o dalla donna che ti trovi a fianco, dietro o davanti. La ripetizione delle cose è l’olio che permette all’ingranaggio di funzionare.

Entrare in una 24 ore (in Italia almeno) è come entrare un po’ in un club. Il senso di appartenenza e coesione lo percepisci subito. Le prime quattro o cinque ore di corsa servono a “formarsi”. Servono solo a prepararti per il “dopo”, per il lungo periodo, che a partire dalle sei o sette ore di gara incomincia ad emergere naturalmente tra tutti (sia tra gli agonisti sia tra i puri amatori DOC).
Il collante di questo gruppo di corridori è la fatica, ma anche il riposo perché in una 24 ore si corre e ci si ferma per prendere un respiro comunque.
Anche gli organizzatori sono parte integrante del gioco. Loro spesso scandiscono certi ritmi e determinano lo stile della manifestazione. Ad esempio, nel cuore della notte sono loro ad abbassare il volume della musica quasi a segnare un momento di tranquillità e di “nina-nanna” per tutti. Alcuni atleti sfruttano questo momento per riposarsi anche nelle tende spogliatoio. Si ha la percezione che tutti rallentino un poco, anche i più veloci. I giudici stessi sono voci che ripetono e scandiscono continuamente gli stessi numeri per centinaia di volte. E’ tutto un enorme ritmo. Nessuno viene escluso.

Dopo le quindici ore, se corri ancora - o se cammini ancora (a volte anche solo se sei sveglio) -, stai veramente entrando nel cuore della 24 ore.
Stai letteralmente resistendo in un gruppo. Infatti, in una 24 ore si crea un modo nuovo di percepire le sensazioni. Le sensazioni individuali di fatica e resistenza sono gestite non da te ma dalle interazioni che hai con gli altri. I singoli atleti quasi per magia “donano energia l’un l’altro” ad ogni passaggio ritmico del circuito. Ognuno diventa punto preciso di riferimento non solo per sé ma soprattutto per gli altri. È come se il proprio e personale "resistere" alla fatica e al dolore fosse “gestito dal gruppo”, come se la gioia e la fatica fossero delegate all’insieme degli atleti, e non più al singolo. In una 24 ore si crea una resilienza di gruppo. Si dona se stessi per ricevere supporto dalle posizioni di tuti gli altri. Paradossalmente si diventa come un singolo corpo e poi un singolo pensiero, il pensiero 24.

Insomma chi non ha mai provato una 24 ore e vuole sentirsi parte di qualcosa di più grande della gara a cui partecipa… dovrebbe pensare di correre una 24 almeno una volta nella sua vita.


 

Nota introduttiva e foto di Maurizio Crispi

 

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

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Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Statistiche generali del magazine dalla sua creazione, aggiornate al 14.04.2014

Data di creazione 12/04/2011
Pagine viste : 607 982 (totale)
Visitatori unici 380 449
Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
Mese record 09/2011 (32 745 Pagine viste)
Precedente giornata record 22/04/2012 con 2847 pagine viste
Record visitatori unici in un giorno 14/04/2014 (2695 vis. unici)
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