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1 giugno 2012 5 01 /06 /giugno /2012 08:20

Daria-Negro.jpgAnche Daria Negro, che - portando i colori della  compagine ASD Runners Bergamo - ha partecipato al 40° Passatore (26-27 maggio 2012) ha scritto un breve commento sulla sua esperienza, nel quale - come altri - attira l'attenzione sulla pressione asfissiante (e, a tratti pericolosa) degli accompagnatori al seguito o su auto o su moto.

Occorre rivedere radicalmente quello che sta diventando un grande problema: certo se si guardano le fotografie d'epoca, anche quelle del primo decennio di vita del Passatore, si potrà notare che da sempre la strada è stata intasata da accompagnatori vari, ma negli ultimi anni il numero dei cosiddetti "accompagnatori" o "assistenti" è cresciuto a dismisura e ciò si nota, perfino sulla testa della corsa, dove chi segue la gara dal punto di vista giornalistico fa fatica a transitare per via del "tappo" di veicoli al seguito che si forma subito dietro al gruppetto di testa.
Oggettivamente, non vi è alcun motivo di lasciare che questa "carovana" comtinui a crescere a dsimisura, con il manifestarsi - tra l'altro - dei peggiori aspetti di diseducazione automobilistica che affligge il nostro Belpaese, in cui gli automobilisti (non escludendo da questo atteggiamento i motociclisti) si arrogano tutti i diritti nei confronti degli utenti "deboli" della strada: e, in questa circostanza, i podisti centisti che dovrebbero essere i primi ad essere tutelati diventano, paradossalmente, i fruitori deboli della strada, senza alcuna garanzia di sicurezza.
Va certamente fatto qualcosa per correggere questa difformità palese rispetto ai regolamenti nazionali ed internazionali, cominciando a lavorarci sin da subito in preparazione della 41^ edizione.
Basta chiudere gli occhi e far finta di non vedere.

Ecco il racconto di Daria Negro.
(Daria Negro)  Eccomi anch'io con qualche giorno di ritardo a raccontarvi brevemente la mia esperienza alla 40^ edizione della 100 km del Passatore.
Tralascio il momento del ritiro pettorali e il caos della partenza che è stato già descritto ampiamente da altri...
Per me che di Ultra ne ho fatte tante, sinceramente 
le gare su asfalto non mi danno emozioni nuove,  anche perche' da quando mi sono avvicinata alle trail ho scoperto un modo e un mondo tutto nuovo e meraviglioso.
Mi piace correre in qualsiasi posto e qualsiasi tempo ma questa mia 6^ partecipazione al Passatore mi ha dato la nausea, nel vero senso della parola: non è possibile che un atleta debba correre e a volte costretto a fermarsi per il traffico automobilistico creato dalle auto di assistenza atleti.
Tutti noi abbiamo respirato smog dalla partenza alla fine, schivato auto a destra e a sinistra, per non parlare di furgoni e camper!
Ho dovuto arrestare la corsa per qualche minuto per un camper in manovra intrappolato fra due auto, ho dovuto aspettare di passare sul tappeto chip della colla per un auto in transito sopra! Assurdo!
Certo non sono una top runner ma anch'io ho diritto come tutti a svolgere la mia gara tranquillamente e indisturbata o no? Con l'organizzazione e i ristori impeccabili che ci sono (e che sono da sempre garantiti dall'organizzazione con encomiabile impegno) a che serve l'assistenza?
E' meglio portare a termine una gara da soli e soddisfatti di averecela fatta senza aiuto altrui come accade in montagna: 
questa e' una delle differenze fondamentali tra le gare trail e le Ultra su strada (in linea) delle trail.
Una riflessione andrebbe fatta da parte di tutti.
 

Quella che segue è una riflessione di un compagno di squadra di Daria Negro, che inserisco qui perchè del tutto pertinente.
Non addosserei la colpa agli organizzatori però, ma all'andazzo che stà prendendo il nostro modello di società: 
per molti l'importante è "il mio assistito" gli altri atleti si arrangino.
Sui primi due passaggi una vera vergogna, sulla Colla l'apice della demenza
La discesa dalla Colla è stato un e vero proprio correre cercando di pararsi le spalle da un esercito di auto con personaggi al telefono che consultavano cartina e navigatore satellitare, sorvolando sulle moto. E non erano turisti, ma tuti accompagnatori!
Tralascio i rischi di sportellate delle auto (per me due evitati)
Il grande Giacomo è stato addirittura urtato da un'auto che faceva inversione...
Il Passatore è bellissimo ma è da rivedere l'assistenza agli atleti, in maniera draconiana, visto che non ci arriviamo da soli: è una piaga che per troppo tempo è stata lasciata a svilupparsi senza nessun intervento correttivo.

 

Leggi anche:

100 km del Passatore (40^ ed.). Michele Rizzitelli: "Il Passatore che non piace..."

100 km del Passatore (40^ ed.). Andrea Girardi: "La mia prima 100 km del Passatore: è fatta!"


 

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31 maggio 2012 4 31 /05 /maggio /2012 23:21

Passatore-2012-byRizzitelli_03.JPGL'articolo di Michele Rizzitelli che qui pubblichiamo offre un'ulteriore riflessione - già sollevata da Andrea Girardi, nel racconto della sua prima esperienza alla Cento Chilometri del Passatore - sul problema di coloro che ricevono assistenza esterna in corso di gara, siano essi top runner o podisti amatori che vogliono semplicemente arrivare al traguardo di faenza quale che sia lal oro prestazione cronometrica. Girardi ha parlato di "egoismo" degli "assistiti" che si traduce in un danno per i "puristi" della gara (quelli che vogliono fare da sé, servendosi solo del supporto logistico fornito dall'organizzazione), mentre lo scritto di Michele Rizzitelli, senza polemiche, ma ciò nondimeno con fermezza, richiama alla necessità del rispetto di quanto è specificato nel Regolamento della gara, che rischia di rimanere lettera se ci si affida al senso di responsabilità dei podisti (che il più delle volte il foglietto con le regole manco lo leggono oppure - e questa è una fattispecie più - lo ignorano deliberatamente. Occorrerebbe, proprio allo scopo di sanare una situazione che nel corso degli anni diventa semrpre più ingestibile e che crea disagi a tutti quelli che fanno da soli, vigilare e cominciare ad applicare sanzioni, per quanto impopolari e soprattutto cominciare ad alimentare un dibattito e un confronto di opinione, in modo tale da facilitare la crescita di una nuova generazione di centisti non viziati alla base da questa "dipendenza" dall'assistenza personalizzata.
Occorre forgiare dei Centisti che abbiano l'orgoglio di poter dire "Ce l'ho fatta con le mie sole forze e con il supporto (splendido) dell'organizzazione.
Speriamo bene che questa crescita si possa realizzare nel prossimo decennio di storia della "Cento più bella del mondo".
Ecco di seguito il bell'articolo di Michele Rizzitelli.
(Michele Rizzitelli) 
Era l’ora che ai naviganti intenerisce il core, ed avevo superato la distanza della maratona. Camminavo solitario sul Colla all’altezza delle cime più alte dei monti circostanti, che mi preannunciavano lo scollinamento imminente. Mi sentii chiamare per nome. Era Hans Drexler che, vistomi da lontano, accelerava il passo per raggiungermi. Non ci vedevamo da un anno, e fummo felici di ritrovarci. Mi presentò gli altri due tedeschi che erano con lui, Bettina Keelan ed Andreas Braun, poi rimanemmo soli. Continuammo a salire l’aspro colle, raccontandoci le ultime avventure.

Hans è un medico ricercatore di Braunschweig che si occupa di Ematologia oncologica. Ha viaggiato molto ed è poliglotta. Ha corso più di 400 maratone, molte delle quali in Italia. “Questa è l’ottava gara che faccio in Italia, quest’anno”.

Il discorso non poteva che cadere sul Passatore, da lui portata a termine più volte. “Bella gara, percorso interessante, grande sforzo organizzativo con dispiego di volontari e mezzi. Però non rispetta le norme internazionali”. Come non dargli ragione!

Il traffico automobilistico locale è scarso. Il maggior fastidio lo danno le macchine degli accompagnatori, che vanno ripetutamente avanti ed indietro. Quando superano un concorrente, gli iniettano nei polmoni una scarica di CO2; quando sopraggiungono davanti, lo accecano con i fari, rischiando di farlo precipitare nella cunetta.

Il Passatore è bene organizzato, e mette a disposizione tre bus per il cambio indumenti, un’infinità di ristori, un ineccepibile sevizio sanitario ed un folto gruppo di fisioterapisti. Non c’è proprio bisogno di un’assistenza integrativa, proibita peraltro dalle norme FIDAL e IAAF, perché altererebbe i valori in campo.
Tutti i concorrenti vanno trattati allo stesso modo.
Proibire l’accompagnamento con la macchina serve anche a ridurre al minimo  certe tentazioni.

Altre disposizioni sono discutibili, come il divieto di gareggiare con apparecchi alle orecchie e l’obbligo di indossare la maglia della società di appartenenza o maglia bianca senza sponsor, ma sempre leggi sono. Negli Stati Uniti, permettono l’auricolare ad un solo orecchio, però i sorpassi devono avvenire dal lato dell’orecchio libero!

Dovrebbe essere la sensibilità degli atleti a garantire il rispetto delle regole.

Ma se gli atleti  non hanno questa sensibilità, l’Organizzazione non può limitarsi a consegnare al centista un foglietto in cui vengono rammentati i regolamenti.
Deve, soprattutto, farli rispettare.

Questo manca al Passatore per diventare una grande gara internazionale.
Quel salto che non gli riesce da quarant’anni.

 

 

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25 aprile 2012 3 25 /04 /aprile /2012 11:53

 

italy-flag.gifE' stato bello che, in occasione del Campionato del Mondo 100 km 2012, il 22 aprile a Seregno, abbia potuto sventolare di nuovo il nostro stendardo tricolore, maggiore simbolo della nostra Unità nazionale.
E' stato un bel momento perchè ha quasi coinciso in tempistica con la ricorrenza dell'anniversario della Liberazione: per ben quattro lo nostro stendardo sopra le teste degli atleti e per quattro volte le note del nostro Inno si sono librate nell'aria.
Una grande commozione e ua grande gioia, esultanza e soddisfazione, ma soprattutto commozione e gratitudine agli atleti che ci hanno regalato queste belle emozioni.
Sempre più frequentemente vediamo gli azzurri di ultramaratona vincere le competizioni internazionali e salire sul podio.
In questi casi, sia quando si taglia il traguardo, sia quando si sale sul podio è una bella (e festosa) usanza dispiegare il nostro Tricolore.
Però, c'è da dire che - spesso (ma del tutto involontariamente) - si ricade in un errore di posizionamento dello stesso, come se fosse indifferente se la banda verde stia da una parte o dall'altra...
E non si può liquidare la cosa, dicendo che "...tanto si tratta di una faccenda di poco conto..."...
Non è affatto di poco conto, anzi al contrario... 
Occorre ricordare che ogni bandiera ha un verso: ha un sopra e un sotto, un margine destro e uno sinistro. 
DSC08240.JPGUn errore di posizionamento della bandiera nazionale può essere segno di una non-conoscenza non voluta che, tuttavia, trasforma il gesto di esporre la bandiera del proprio paese in un gesto di poco conto e neghittoso, puramente esibizionistico e folclorico, ma non di vero e autentico omaggio al simbolo maggiore dell'appartenenzxa ad una Nazione. 
Dunque, di questi versi si deve tenere conto, se si vuole rendere il giusto onore alla propria bandiera.
Gli Americani USA non farebbero mai un cattivo uso della loro bandiera a stelle e strisce: issarla capovolta sarebbe un grave errore di protocollo, ma risulterebbe anche ingiurioso per gli Statunitensi presenti.
La bandiera italiana, correttamente, va esposta in queto modo: la banda verde, che è il colore che deve stare vicino all'asta della bandiera, deve essere dispiegata sul lato destro di chi regge la bandiera stessa in modo tale che chi, posto di fornte, si trovi a guardarla veda il verde alla sinistra.
Viceversa, se la bandiera la si vuole dispiegare in verticale, il Verde deve essere sempre il colore che sta in alto.
Questi sono soltanto quei piccoli accorgimenti di cui ricordarsi per evitare di fare brutte figure e trasformare un gesto di gioia e di esultanza in qualcosa che è soltanto espressione di sciatteria.
Foto di Maurizio Crispi: per un errore involontaria la bandiera è stata posizionata nel verso sbagliato.  Come si vede dalla foto, diversa è la collocazione delle bande colorate nella Fascia tricolore che i Sindaci devono esibire nelle occasione ufficiali. Qui il verde si trova alla destra di chi guarda.

 

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12 aprile 2012 4 12 /04 /aprile /2012 10:00

gesto-della-corsa.jpg(Tito Faraci. Fonte: www.runlovers.it) Una cosa che tutti fanno. E che tutti, quindi, pensano di sapere fare. E guai a dire che non è così. Che non è così semplice. Che c’è una bella differenza tra farlo a un livello minimo necessario e farlo sul serio. Perfino un imbranato come me – che corre giusto dietro al tram con l’agilità di una cassa di mattoni – mal sopporta osservazioni al riguardo.

Le cose che sembrano facili sono, talvolta, le più ardue da ottenere. La semplicità è un traguardo difficile, soprattutto quando è sinonimo di purezza, di grazia.

La semplicità, nella scrittura, diventa velocità. Il lettore segue la tua storia senza mai tornare indietro, tutta d’un fiato. E alla fine, magari, proprio per questo pensa che… “Be’, cosa ci vuole?

Come quando, seduto su una panchina, io osservo un runner filare tranquillo attraverso il parco, senza mostrare un minimo di affanno. Il volto rilassato quanto, apparentemente, i muscoli. Sembra tutto così facile. Posso farlo anch’io, allora!

Invece no. Come con la scrittura, semplicità e agilità sono frutto di una fatica prima. Una fatica non ostentata, ma tale. È una cosa su cui fare una sana riflessione.

Ed è anche vero che quella soddisfazione del runner, quella felicità segreta, lo accomunano a chi scrive. A chi prova a farlo sul serio, a farlo bene.

Non ha poi così importanza quanto arriverai lontano, in quanti ti staranno dietro, quanti capiranno. Alla fine, sei solo tu con questa tua passione. In corsa con te stesso, sempre. Semplicemente.

runlovers.png - Si ringrazia Damiano Meregon (runlovers.it) per la cortese autorizzazione a pubblicare l'articolo di Tito Faraci

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23 marzo 2012 5 23 /03 /marzo /2012 16:46

donne-e-maratona.jpg

 

Oggi vedendo le grandi maratone di massa caratterizzate da una cospicua presenza femminile e osservando anche le ultramaratone e gli ultratrail che vedono una sempre più agguerrita e grintosa partecipazione di donne che, spesso, dimostrano di possedere una resistenza mentale ed una motivazione interiore pari - se non superiore - a quella delle donne, non si direbbe che sino ad epoca relativamente recente (per i primi quasi 70 anni della Maratona moderna) la maratona fosse preclusa alle donne che non si ritenevano adatte per costituzione e fisiologia alla fatica necessaria a completare i 42,195 metri. E questo benchè già dal 1928 con 32 anni di ritardo rispetto agli uomini) le donne fossero state ammesse a partecipare ad altre discipline olimpiche. Le prime donne dovettero duramente conquistare il diritto di partecipare alle maratone, sino al caso clamoroso dal punto di vista mediatico di Kathrine Switzer che, inizialmente sotto travestimento (con la testa occultata sotto un cappuccio), corse la maratona di Boston del 1967 e che, riconosciuta come donna, fu sottoposta ad un tentativo di placcaggio da parte di un giudice di gara, peraltro neutralizzato da alcuni dei runner che la circondavano.
La scena venne fotografata e fece il giro del mondo sulle pagine dei rotocalchi, conquistando un posto in primo piano nelle cronache sportive dell'epoca e promuovendo un movimento d'opinione favorevole all'ingresso ufficiale delle donne nella disciplina della Maratona. A partire da quella coraggiosa dimostrazione, nel giro di pochi anni si giunse all'abbattimento ufficiale da parte di una donna del muro delle tre ore e alle prime partecipazioni alle maratone olimpiche.

(fonte: www.albanesi.it) La maratona al femminile impiegò molti anni prima di affermarsi. Le donne non furono ammesse ai giochi olimpici moderni se non nel 1928, quindi con 32 anni di ritardo rispetto ai colleghi maschi. Anche nelle olimpiadi antiche, in Grecia, alle donne non era permesso partecipare alle competizioni atletiche, neppure come spettatrici. Nelle olimpiadi moderne la massima distanza percorribile assegnata alle donne nel 1928 erano gli 800 m e solo nel 1972 si arrivò ai 1500 m. Non stupisce quindi che per essere ammesse alla disputa della maratona le donne dovessero faticare non poco, per convincere organizzatori e medici che il fisico femminile fosse preparato a sostenere una distanza così lunga. Naturalmente il fatto di non essere ammesse alle gare non significa che qualcuna non ci avesse provato, anche se non essendoci prove ufficiali le notizie sono confuse e non sempre concordanti. Si ricorda la greca Stamatis Rovithi, la prima donna a percorre la maratona da Maratona ad Atene nel 1896, appena un mese prima della gara olimpica, ma non si hanno notizie del tempo impiegato. Alla prima maratona Olimpica dell'aprile 1896 cercò di partecipare una greca, Melpomene, che però fu allontanata dagli organizzatori e percorse la gara al di fuori del percorso ufficiale, costeggiandolo fino allo stadio, dove giunse un'ora e mezzo dopo Spiridon Louis. I primi tempi ufficiosi di donne che terminavano una maratona (non olimpica) anche se non ammesse ufficialmente a partecipare, sono dell'inglese Violet Piercy (3h40'22", 1926), di Roberta Gibb (3h21'25", 1966, Boston). L'anno dopo, sempre a Boston, la studentessa di giornalismo americana Kathrine Switzer si presentò alla partenza e, nonostante fosse stata ostacolata e strattonata da un giudice che cercò di trascinarla via dal percorso, riuscì a continuare e finire anche se in un tempo molto superiore a quello della Gibb dell'anno prima. La Gibb corse in totale anonimato, nessuno si accorse di lei, mentre la foto del match tra Switzer e il giudice di gara finì sui giornali e fu il primo tentativo "visibile" delle donne di prendere parte a una maratona ufficiale.
Nel 1971 la prima donna ad abbattere il muro delle tre ore fu l'australiana Adrienne Beames, con 2h46'30". Il fatto che in un sol colpo si guadagnassero quasi 15 minuti la dice lunga su quanto ampi fossero i margini di miglioramento e quanto scarsa la preparazione delle prime atlete. Occorre arrivare al 1973 per avere la prima maratona internazionale femminile, a Weldniel, in Germania, con quaranta partecipanti. Nel 1978 fu invece la volta della prima maratona internazionale femminile sul suolo americano ad Atlanta, Georgia, con la prima Avon International Marathon.
La maratona di New York del 1979 vede la vittoria di una leggenda dell'atletica, Grete Waitz, con il tempo incredibile, se confrontato ai tempi di soli dieci anni prima, di 2h27'33". La prestazione della norvegese, prima donna a scendere sotto il muro delle 2h30', oltre alla partecipazione massiccia delle donne (ormai le migliori maratone internazionali raccoglievano qualche centinaio di partecipanti) fece perorare la causa dell'introduzione della maratona femminile nei giochi olimpici anche da parte del Times, che scrisse un editoriale a tale proposito. Ma solo nel 1984 la maratona femminile fu ammessa ai giochi olimpici, nell'edizione di Los Angeles, con un ritardo di altri 5 anni rispetto alla pregevole prestazione della Waitz, e con quasi cento anni di distanza dalla prima maratona ufficiale maschile! Vinse l'americana Joan Benoit, con il tempo di 2h24'52", il terzo tempo al mondo dell'epoca. La Benoit si migliorò ulteriormente pochi anni dopo, stabilendo il primato statunitense in 2h21'21". Alla prima maratona olimpica femminile di Los Angeles, dietro la Benoit, giunse seconda Grete Waitz, seguita dalla portoghese Rosa Mota. Nella prima edizione olimpica, la vicenda della svizzera Gabriele Andersen-Scheiss, che fu portata via in barella al termine della gara, alimentò ancora le polemiche sulla opportunità di aprire una gara così lunga alle donne, dimenticando che nella prima edizione maschile del 1896 le cronache riportano le vicende di tre atleti greci che morirono durante la preparazione dei trials, e che il tempo della svizzera (2h48'45")  avrebbe vinto le prime cinque edizioni maschili di maratone olimpiche.
La maratona al femminile si è evoluta velocemente: dopo essersi affermata faticosamente nelle discipline dell'atletica mondiale ufficiale, ha fatto in poco meno di vent'anni dei passi da gigante, non solo dal punto di vista cronometrico, ma anche per quanto riguarda l'aspetto agonistico, con un numero sempre crescente di atlete di livello confrontabile. Nel 1988 la portoghese Rosa Mota vinse con 2h25'40", superando la resistenza della tedesca Dorre e dell'australiana Martin. Alla maratona olimpica di Barcellona (1992), nonostante il caldo soffocante, la gara si risolse a pochi metri dallo stadio, conValentina Yegorova che superò di pochissimo (otto secondi!) la giapponese Yuko Arimori.
Il 1998 vide la prima vittoria di una keniana, Tegla Loroupe, alla maratona di Berlino, con il tempo mondiale di 2h20'43". La stessa maratona della città tedesca si conferma come uno dei tracciati più veloci al mondo in assoluto, perché due anni dopo la giapponese Naoko Takahashi abbatté il muro di due ore e venti vincendo in 2h19'46". Peccato che il suo record sia stato uno dei meno longevi della storia della maratona, resistette solo una settimana: Catherine N'dereba vinse infatti la maratona di Chicago in 2h18'47" lo stesso anno.
Negli ultimi anni sulla scena mondiale è comparsa un'atleta britannica, Paula Radcliffe, proveniente dalle gare più veloci della pista, che portò il record prima a 2h 17' 18" (maratona di Chicago, 2002) e poi stupì il mondo intero con la prestazione stabilita il 13 aprile 2003 alla maratona di Londra, vinta in 2h 15' 25". In quella occasione il ritmo notevole impresso alla gara non solo permise alla britannica di demolire il suo precedente primato di quasi due minuti, ma fece anche il record mondiale del passaggio al 30 km (1h36'36")!

La foto riportata sopra è emblematica nella storia della Maratona e ha un valore storicoLa signora che vi compare é Katrine Switzer che nel 1967, all'età di 20 anni, sfidò i regolamenti esistenti che consentivano solo agli uomini di correre la maratona, indossando un cappuccio e con il pettorale di un uomocorse la Maratona di Boston. I giudici di gara, avendola identificata come donna, cercarono di impedire che portasse a termine la competizione, ma difesa dagli altri partecipanti, riuscì a chiudere la gara in 4 ore e 20 minuti.Ovviamente non venne classificata, ma con la sua determinazione riuscì a rompere un tabù, ritenuto inviolabile, ma profondamente discriminatorio.

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9 marzo 2012 5 09 /03 /marzo /2012 07:55
DSC02150.JPG DSC02154

Il romano Marco D'Innocenti ci sta imponendo piacevolmente i suoi arrivi in maratone ed ultra con la bellezza del gesto di raccogliere la figlioletta in braccio al suo passaggio in dirittura d'arrivo e di tagliare con lei il traguardo. 
Ci sono, in questo gesto di D'Innocenti che ormai si ripete sin quando la piccina era praticamente in fasce, la tenerezza e l'orgoglio di un padre, in cui ciò che conta non è solo il bel piazzamento in una gara appena conclusa, ma di mostrare al mondo la propria progenie (che sempre è una specie di investimento per il nostro futuro, in termini affettivi e di memoria).
Nello stesso tempo, come accade nel caso di altri padri runner (e posso citare qui Andrea Bernabei oppure Francesco Caroni che, nel 2011, ha tagliato il traguardo della Maratona alla Strasimeno con i due figli che correvano al suo fianco negli ultimi venti metri), nell'esporre i propri figli alla situazione dell'arrivo, alla sua eccitazione e alla sua gioia, c'è forse il desiderio (comprensibile) che i figli possano un giorno seguire le loro tracce e l'idea che, se non dovessero farlo, da grandi avranno incamerato dei bellissimi ricordi del proprio papà runner e di questi momenti (immortalati, tra l'altro, sempre di più - all'epoca del digitale in numerose foto e in video) ne faranno un tesoro di incommensurabile valore da portare. 

Più profondamente, secondo me, nel gesto descritto ci stanno nascoste altre motivazioni che sono quelle riposte nel dedicare la propria corsa al proprio figlio oppure anche il fatto che tutti i pensieri relativi a tutto ciò che ruota attorno all'essere padre fanno parte di quell'attivazione del "pensare positivo" tanto necessaria come condimento (e come strumento) della resilienza, cioè della capacità di resistere mentalmente allo sforzo di lunga durata.
I figli, specie se piccoli, sono per chi corre (e, in genere, per chi compie sforzi di lunga durata), quella magica "polvere di stelle" che ci aiuta a volare, abbattendo la sensazione di fatica.

In questo senso, anche a loro spetta tagliare il traguardo assieme al papà che ha corso con loro: anche loro hanno viaggiato, assieme al padre, durante i molti chilometri della gara e con lui hanno condiviso le crisi e i momenti difficili del cammino.
Quel traguardo, dunque, è anche il loro, e - al di là di premi, riconoscimenti e coppe - ma loro sono anche la maggiore e principale ricompensa che ci attende alla fine di un percorso di gara. 

E vi assicuro: chi è padre, al traguardo, non arriva mai da solo, anche se il figlio o i figli non sono lì, fisicamente presenti: ma di sicuro hanno viaggiato assieme a lui per tutta la via che cìera da correre...

Per la cronaca, Marco D'Innocenti (GSM Subiaco) si è classificato terzo alla Strasimeno 2012 (secondo degli Italiani) con il crono di 3h40'02.

Le foto sono di Maurizio Crispi

 

 

 

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8 marzo 2012 4 08 /03 /marzo /2012 16:10

matteo-simone-1.jpgNello scritto che segue, Matteo Simone (Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR) elabora alcune sue riflessioni sulle motivazioni che spingono uno sportivo a cercare di realizzare dei record (assoluti o personali che siano) o, per estensione, a cimentarsi in traguardi sfidanti. Vengono ripresi alcuni concetti, ampiamente sviluppati da Pietro Trabucchi (Perseverare è umano, Corbaccio, 2011) nel suo recente saggio, soprattutto per quanto concerne il gioco di interazione tra motivazioni estrinseche/eterodirette e motivazioni intrinseche, scaturenti solo ed esclusivamente dal soggetto.

(Matteo Simone) Sicuramente a spingere una persona a raggiungere i recod è una elevata motivazione intrinseca, cioè il piacere di fare, ma vi è anche una componente di motivazione estrinseca, cioè il piacere derivante dall’avere un riconoscimento dagli altri, le persone si interessano al recordman, si parla di lui.

Inoltre, vi è l’autoefficacia che spinge una persona a fissare obiettivi sempre più difficile, cioè sapere di saper far, il riuscire in qualcosa incrementa l’autoefficacia e la perosna ci crede nella riuscita delle sue imprese.
La persona anticipa mentalmente i propri successi e si convince di riuscire in quello che si prefigge e per questo si impegna al massimo utilizzzando sia le risorse personali, dotazioni fisiche e mentali, sia risorse di allenatori, staff medico, psicologo eventualmente.
Lo psicologo dello sport lavora su diversi ambiti, sul goal setting, cioè contribuisce a stabilire obiettivi condivisi, raggiungibili anche se difficili.
Lavora su l’autoefficacia, cioè si chiede di fare un riesame di precedenti successi ed individuare quali risorse hanno contribuito al successo, quale talento, caratteristica.
Lavora sulla motivazione, sul piacere di fare una cosa, quindi l’iimpegno, l’allenamento in vista della prestazione diventa un’occasione per sperimentare benessere.
Lavora sul rilassamento pregara ma anche per la giusta attivazione pregara che dipende dalla disciplina sportiva, per esempio per una gara di 100 metri bisogna avere un’attivazione elevata mentre per il tiro con l’arco è necessaria una bassa attivazione.
Lo psicologo dello sport lavora per il benesssere e la prevenzione attuando progetti per motivare le persone ad intraprendere qualche forma di attività fisica, lavorando sull’autoconsapevolezza delle persone.
Lo psicologo dello sport lavora anche per raggiungere le prestazioni di picco, la performance ottimale.
Lo psicologo dello sport lavora con visualizazioni, chiede alla persona di immaginare il gesto sportivo da compiere in modo che l’atleta possa sperimentare anticipatamente come sarà la sua prestazione e quale parte deve migliorare.
Lo psicologo dello sport lavora con le squadre per fare un lavoro di coesione di squadra, di obietttivi condivisi.
Lo psicologo aiuta a gestire il successo e l’eventuale ansia di confermare il successo, aiuta a gestire il fine carriera, aiuta supportando l’atleta nelle sue priorità e investimenti nella vista a prevenire l’uso del doping.
Riepilogando laovra con atleti professionisti e non professionisti, utilizza tecniche di rilassamento, lavora per obiettivi, per la gestione dell’ansia e stress, per stimolare il pensiero positivo, per la promozione del benessere psico-fisico, per promuovere negli atleti abilità di mental training, rilassamento, abilità a prefiggersi delle mete, abilità nelle visualizzazioni, nella gestione dell’energia psico-fisica, nell’attenzione e concentrazione.
Venite al mitico Laboratorio Psicoeducazionale “Stare bene” Sabato 17 Marzo 2012 Orario: 10.00 – 17.00 per la promozione del benessere individuale, relazionale, famigliare (coppia marito/moglie, genitore/figlio), scolastico (insegnante/alunno), sportivo (atleta/allenatore) e dei team di lavoro. I laboratori si terranno a Campo Ascolano, Pomezia.

Per informazioni, tel. 3662465592 o inviare una email a: silviazaccari@libero.it


Matteo Simone, Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR
380-4337230 - 

21163@tiscali.it
http://www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=5472
Il libro è distribuito anche da:
ViviBene Roma - via dei Gelsi 24/d Tel. e fax 0621800596 
Book Service Roma - via dei Castani 2 - Tel.3478645198
Frizzi e lazzi Running Manfredonia Corso Manfredi 303 - Tel.34056284788

Laboratorio Psicoeducazionale “Stare bene”
Sabato 17 Marzo 2012 Orario: 10.00 – 17.00
Incontro per la promozione del benessere individuale, relazionale, famigliare (coppia marito/moglie, genitore/figlio), scolastico (insegnante/alunno), sportivo (atleta/allenatore) e dei team di lavoro
I laboratori si terranno a Campo Ascolano, Pomezia
Per informazioni tel 3662465592 o inviare una email a: silviazaccari@libero.it

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19 febbraio 2012 7 19 /02 /febbraio /2012 18:50

arminio_terracarne.jpgEcco di seguito un articolo comparso sul sito www.6oredeitemplari.it sul paesologo Franco Arminio e sul suo libro Terracarne. Un buona accompagnamento per chi si prepara - con la 6 ore dei Templari - a conoscere Banzi per la prima volta, con sottili incursioni nell'arte del saper guardare...
(Luigi De Bonis) E’ rischioso essere assertivi, se non hai un buona base argomentativa. Oggi, proviamo a farlo quest’azzardo e dichiariamo semplicemente: abbiamo sempre bisogno di una guida! Che sia mappa, che sia pregiudizio, che sia fede, che sia mentore! Ne abbiamo bisogno per orientarci, ne abbiamo bisogno per aiutarci a capire.
Ebbene, vogliamo consigliarne una a chiunque voglia raggiungerci a Banzi in occasione della 6 ore dei Templari. In particolare a chi viene per la prima volta e, anche, a chi ci conosce già. Il suo nome è Franco Arminio. E’ guida esperta, si occupa di geografia. Quindi molto utile per tutti anche per chi a Banzi ci abita.
In questa grande e indefinita disciplina che è la geografia, la guida che proponiamo ha individuato un ambito di indagine e di ricerca molto interessante: la paeseologia.
Un neologismo non è riconosciuto nemmeno dai correttori di editing e se proviamo a pronunciarla spesso, o almeno le prime volte, ci si confonde con la paesanologia. Ma la nostra guida ci subito ci avverte che da questa è molto distante. E’ distante perché la paeseologia è “idolatria della cultura del luogo”, la paeseologia non ha niente da idolatrare, piuttosto prova a buttare giù più di qualcuna di idolatrie. Il suo statuto metodologico è fondato sulla “fusione tra geografia e poesia” e il suo primo manuale è Terracarne, ottavo volume della sua intensa produzione letteraria.
Come in ogni manuale che si rispetti, si tratta di una sistemazione di materiali e indagini prodotte e in collaborazioni con giornali (Il Mattino, Corriere del Mezzogiorno, il Manifesto, Reportage) e come autore di blog (Comunità provvisorie, Doppiozero, Il primo amore).
terracarne 01Ma Terracarne, perché? L’autore lo spiega in “Fontanelle del respiro” in cui dichiara che la “...paeseologia non è altro che il passare del mio corpo attraverso il paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. E’ una disciplina fondata sulla terra e sulla carne”. Eravamo riusciti a malapena a digerire il principio di indeterminazione di Heisenberg (l’influenza dell’osservatore sull’osservazione) che ci ritroviamo avviluppati in una interazione ancora più complessa, una interazione “...in cui l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione arrivano spesso a cambiare di ruolo”.
Questo cambiamento, con conseguenze nefaste, è sicuramente evidente quando Arminio, ne “La guerra del fiato sprecato”, rifiuta di indagare quello che sembrerebbe ad ognuno di noi il consueto e il normale oggetto della nostra attenzione: il centro. E afferma che facendo questa scelta rischierebbe “...di finire in mezzo al mondo come una lumaca senza guscio finisce in mezzo a una autostrada. Devo tornare ai margini prima che sia tardi. Nessun centro mi piace: il centro del mondo è rapace.”
Senza paura, quindi, di rilevare il grado di estrema debolezza in cui si precipita se non si prova a resistere a questa forza centripeta della consuetudine, l’autore di Terracarne sceglie, sempre per sempre come canterebbe un autore di successo, la parte, il campo di indagine che sta nel margine, nella periferia, in tutto ciò che sembra ormai provvisorio e in via di superamento. Da questa parte, il cambiamento dei ruoli, la situazione in cui “...è la terra ad indagare gli umori di chi la guarda”, si manifesta senza ostentazione ma in modo altrettanto evidente.  

franco-arminio“Il paeseologo va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può  essere una piazza vuota o un vicolo con il ronzio di una televisione. Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dove è vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi in cui il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”.
Non so se Arminio è proprio la guida che ci aspettiamo di trovare dopo aver deciso di intraprendere il viaggio per Banzi, lui, comunque, utilizzando la famosa immagine, un messaggio in bottiglia lo ha messo e con strani destinatari: “Invio all’oceano le mie parole e per conoscenza pure alle pozzanghere”.

Abbiamo pensato che sia noi che voi possiamo essere compresi tra questi destinatari.
Certo in 353 pagine di cui è costituito Terracarne, non è facile da sintetizzare questo messaggio.

Ma a noi, persone semplici, serve non averlo troppo complicato.

E allora, per concludere:
 

 

“Arrotolate le strade,
le machine, le case,
chiudete in un sacco
tutta questa mercanzia.
Rimettiamo al loro posto gli alberi,
gli animali, la poesia.”
 

 

Sintesi del volume dal risguardo di copertina. "La paesologia è una via di mezzo tra l'etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. È semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo." La paesologia è la scienza di Franco Arminio. Una scienza inafferrabile eppure concretissima, umorale ma a modo suo esatta. Una disciplina in cui si fondono poesia e geografia: la poesia di una scrittura limpida e visionaria, lavorata col puntiglio e la cura propri della grande letteratura; la geografia del nostro Sud. Arminio gira per i paesi della sua Irpinia, per quelli della Lucania e della Daunia (i paesi invisibili) e della cintura napoletana (i paesi giganti), sconfina in Molise, in Abruzzo, in Salento, si allontana fino alle Marche e al Trentino, e ovunque applica il suo metodo, mette in pratica il suo particolare modo di attraversare i territori e di raccontarli. Il suo sguardo non trascura nulla: le piazze, le strade, i bar, i cimiteri, i paesaggi più sublimi e gli scempi della modernità, lo sfinimento e la desolazione, i lampi e gli slanci. Ne viene fuori un referto preciso e accorato della situazione del Mezzogiorno d'Italia. Un referto che e questa è una delle singolarità del "metodo Arminio" - prevede annotazioni anche su chi la visita la fa: sull'autore stesso e il suo io errante.

 

Terracarne è edito da Mondadori (2011), nella collana "Strade Blu".

 

Leggi anche l'intervista rilasciata da Franco Arminio, poco prima della prima presentazione ufficiale del volume

Terracarne | Franco Arminio parla del suo nuovo libro

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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 08:50

bird2.png.jpeg

 

Sono tuttora fonte di meraviglia le grandi figure di animali scolpite sul terreno roccioso dell'atopiano desertico di Nazca in Perù. Un autentico rompicapo: tutti gli studiosi che si sono cimentati con queste figure convengono che sarebbe stato ben difficile realizzarle senza aver euna visione d'insieme, dal momento che a livello del suolo si ha solo una visione parziale e parcellare di ciò che si sta facendo. Tutte le ipotesi delle grandi figure di Nazca portano alla fine alla messa in campo di tecnologie aliene (da Kolosimo in poi). Il Il Figure Running di cui parla Matteo Bittanti nel suo post, in fondo, ci consente di immaginare un modo moderno di realizzare (questa volta in modo puramente virtuale) con l'ausilio dei satelliti geo-stazionari delle grandi figure stilizzate nel contesto delle grandi metropoli, realizzando il loro profilo con i propri piedi che diventano, per  la realizzazione di tali opere di land art virtuale, dei veri e propri pennelli.


nazca.jpg

( Matteo Bittanti, da Mister Bit, 4 gennaio 2012) Correre è un'arte. Un'arte performativa che trasforma il corpo del corridore in un pennello e il territorio in un'enorme tela. Fare jogging significa tracciare linee invisibili per le strade, nei campi, nelle città, nelle campagne. Linee che diventano visibili nel momento in cui il corridore diventa cyborg, ovvero espande la propria corporeità - in senso mcluhaniano - per mezzo di un dispositivo GPS. Questa, in estrema sintesi, la filosofia del figure running.

Ma in cosa consiste, esattamente? Semplicissimo. Prima di dare inizio a una sessione di jogging, il corridore definisce un percorso o un tracciato che, grazie alla mappatura automatica di un dispositivo GPS - per esempio, Nike+, Runkeeper, Garmin e soci - forma una figura o una scritta. Una sorta di Etch A Sketch che usa i piedi anziché le dita per disegnare, mettendo d'accordo cartografia ed esercizio fisico. Se con Kinect, il corpo del giocatore diventa un controller, qui il corpo del corridore funziona come un pennarello virtuale. Se ancora non fosse chiaro, il Figure running è la pratica sportiva paradigmatica del ventunesimo secolo. Una sorta di speed painting fisico: disegnare di corsa, ma non frettolosamente. Dipingere con i propri piedi, sotto l'occhio vigile del satellite geostazionario.

Uno dei principali promotori del Figure running è Willempje Vrins, una trentatrenne di Amsterdam che insegna danza dal 1999 e che nel 2010 ha deciso di mettersi a correre in modo creativo. Vrins documenta da tempo le sue sessioni "artistiche" di corsa e, dopo il successo riscosso con una serie di post su FaceBook (il suo primo "disegno"? Un cuore nel bel mezzo della capitale olandese), lancia un blog insieme all'amica Leonieke Verhoog. Inaugurato nel febbraio del 2011, FigureRunning vanta oggi più di 12,000 utenti disseminati in 82 nazioni. Lo scorso autunno, Vrins ha distribuito un'app per iOS che ambisce a diventare "il PhotoShop della corsa". Anziché calcolare semplicemente il numero di miglia percorse e le calorie bruciate,

FigureRunning trasforma la corsa in un'opera d'arte. Un'arte podistica, ma non pedestre, che combina l'estetica con la statistica, il numero con il colore. Opere d'arte individuali - come attesta questo simpatico cagnolino danese - e collettive - multiplayer, per usare il gergo videoludico - quest'immagine mostra il tracciato di tredici runners per le strade di Berlino. Potete vedere altri disegni nella corposa gallery fotografica che celebra la creatività agonistica dei corridori-cyborg.

Beninteso, il fenomeno non è nuovo. Qualche mese fa avevamo descritto su queste pagine il brillante progetto di YesYesNo per Nike, Nike+ Paint With Your Feet. Ma Figure Running ha tutte le carte in regola per diventare un vero proprio movimento globale, se ci perdonate il pessimo gioco di parole. Il prossimo obiettivo di Vrins e Verhoog? Trasformare il figure running in una disciplina olimpica.

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8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 11:51

caccaNoi podisti siamo maestri nel gestire le emergenze intestinali...
Per quanto si possa essere previdenti... succede spesso che appena usciti di casa, nei momenti più impensati, o anche nel corso di una gara di lunga gara si sia colti da un irressistibile bisogno evacuatorio...
Utilizzeremo nelle righe che seguono il termine neutro di "evacuazione", onde evitare biasimo da parte di chi dovesse sentirsi oltraggiato da più ruvide parole.
Peraltro "evacuazione" è un termine appropriato, perchè evoca immediatamente situazione in cui si deve provvedere alla mobilitazione di grandi masse di cittadini, nella minaccia o a seguito di una calamità naturale oppure alla rapida ritirata di truppe minacciate da una impetuosa manovra a tenaglia messa in atto dall'esercito avversario...
E' una parola che, per tali ascendenze semantiche, indica sia l'urgenza di una determinata azione (che implichi uno "spostamento"), sia un'accurata pianificazione che preveda sempre - oltre ad un "Piano A", uno o molteplici "Piani B", da utilizzare duttilmente in funzione delle circostanze. Noi podisti, siamo diventati molto bravi a gestire le emergenze evacuative sia in termini di logistica, sia in termini di rapidità esecutiva.

In questo senso, siamo divenuti nel corso del tempo dei veri maestri del "Piano B".
Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che oltre che runner, siamo anche dei veri maestri dell'evacuazione in condizioni disagiate, forse addirittura più abili dei clochard che, spesso e volentieri, sono costretti - nelle loro consuetudini da viandanti - ad utilizzare gabinetti a cielo aperto.
Vanno presi in considerazione nell'esecutività evacuatoria due aspetti essenziali, che sono la logistica e i modi in cui disporre di facility e relativo comfort, per la messa in esecuzione del processo evacuativo in senso stretto.
Logistica. Va da sé che ognio podista identifica lungo i suoi percorsi abituali dei luoghi reconditi in cui infrattarsi in caso di necessità (vuoi che sia un cespuglio particolarmente folto, vuoi che sia un anfratto o un buco nel muro in cui infilarsi o un angolo oscuro in cui, specie di primo mattino, l'evacuatore è indistinguibile all'occhio dell'occasionale passante, perchè trovasi completamente immerso nelle tenebre, essendo per così dire "ombra tra le ombre").

Va da sé che alcune difficoltà non da poco possono insorgere lungo percorsi nuovi e mai precedentemente testati: in questi casi, ai primi segnali di emergenza occorrono rapidità decisionale ed occhio pronto ad identificare il luogo idoneo, prima che l'evacuazione cominci per davvero... In alcuni casi estremi, ci si può trovare a doversi confrontare con la totale assenza di angoli discreti in cui espletare e allora dovrà intervenire la decisione eroica di accosciarsi e provvedere ipso facto alla bisogna: ma in questi casi, sarà d'aiuto certamente l'addestramento ad una grande rapidita esecutiva appresa dopo decine e decine di prove d'autore, all'insegna del motto veni, vidi, vici. Ultima possibilità: stringere le chiappe e correre come il vento sino a caso, diretti alla confortevolezza del proprio bagno (in questi casi, complice l'imminente evuacuazione, si può avere l'opportunità di sperimentarsi in un bell'allenamento di corto veloce o di medio).
Merda d'artistaModalità esecutive. Come premessa, c'è da dire che è ovvio che la rapidità di esecuzione debba essere estrema, senza stare tanto ad arzigogolare. Dovrà essere un atto fulmineo, una "calata" massiccia, della durata di pochi secondi, tenendo conto che quanto più sarà fulminea l'esecuzione, tanto meno si perderanno preziosi secondi (soprattutto se l'evenienza dovesse verificarsi in corso di gara).
Detto questo ecco il piccolo vademecum cui ispirarsi.
Portare sempre della morbida carta igienica da casa e dei kleenex.
Ma non tutti sono tanto previdenti: le femminucce magari sì, ma i maschietti - tanto più disordinati e disorganizzati - spesso se ne dimenticano.
Ma verifichiamo invece l'eventualità in cui tu sia sprovvisto di carta: cosa fai a questo punto?
Magari, mentre sei intento ad azionare il torchio intestinale, il vento spinge verso di te un foglio di giornale che non reca tracce d'uso precedente, intonso: lo puoi raccattare e, magari, se le cose si dilungano darci un'occhiata e leggere qualche frammento di notizia qua e là, deliziandoti della pausa letteraria, per poi appallotolarlo e stropicciarlo tra le mani, sino a conferrigli il giusto grado di morbidezza e rugosità. Questa sarà la tua carta igienica improvvisata: del resto a casa, se sono finite le scorte di hygienische paper, si può procedere in maniera analoga...
Il foglio di giornale, in più, offre l'opportunità di consumare goduriosamente qualòche piccola vendetta, se reca delle foto di personaggi politici che ti siano odiosi per qualche motivo: può essere fonte di grande goduria, in questi casi, pulirsi il culo proprio con la foto in questione. Un beneficio secondario da tenere nel debito conto.
Mettiamo il caso che tu non abbia la fortuna di un foglio di giornale pulito portato dal vento o abbandonato lì a portata di braccio.
Cosa fai a questo punto? Semplicissimo! W.C .VaganteVai alla ricerca di un sasso, anzi due. Perchè due? Presto detto: uno più grossetto e, possibilmente, rugoso servirà a rimuovere le ultime retroguardie dell'esercito evacuato, mentre l'altro, possibilmente liscio, servire per la pulizia di fino (per questa seconda azione l'ideale sono i ciottoli di fiume).
In alternativa al sasso, possono essere utili le foglie: meglio se sono le foglie morbide e rugiadose del primo mattino, perchè - in questo caso - si riesce a realizzare un improvvisato lavacro rinfrescante, avendo l'accortezza al termine dell'operazione, di prendere un foglia larga, tipo quella del platano, ed utilizzarla per un rivestimento del solco tra le chiappe che impedirà un'irritante confricazione delle parti alla ripresa della corsa.
Anche nel caso dell'utilizzo del sasso, l'utilizzo della foglia per tappezzare l'interno delle chiappe è  altamente consigliabile. Il motto del podista "naturale" potrebbe essere,  a questo "Sasso e foglia"... cosa che del resto attua una modalità antica che è quella del contadino di un tempo al lavoro nei campi...

Insomma, dato questo vademecum, non sia mai detto che al podista debba finire come al Torquato Tasso della filastrocca che è una variante "goliardica" di uno scioglilingua meno sboccato (ma a casa mia, quando ero piccolo, senza peli sulla lingua, m'era stata insegnata la prima versione - quella sboccata - che, per me, era fonte di grandissimo divertimento):


Torquato Tasso andando a Campobasso,

cade in un fosso,

per la paura se la fece addosso,

 

non avendo carta addosso,

si pulì col dito grosso

e, per farla più pulita,

si leccò tutte le dita.

 

Di cui la versione morigerata fa così:

Torquato Tasso,
andando a spasso,
cadde in un fosso
e si fece male all'osso
del dito grosso!
.


podista-evacuans001.jpgEcco, penso di essere stato esauriente, nell'enunciare tutti i termini delle accidentali evacuazioni in corsa e dei modi per renderle confortevoli. Ma diciamocelo pure: l'evuacazione del podista è veramente una goduria e chi non l'ha mai provata, non può comprendere la portata del piacere che da essa scaturisce.
In fondo, ci riporta alla nostra natura nomadica di viandanti e cacciatore...

 

Vedi anche questo articolo:

 

Certi importanti adempimenti dei podisti

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Presentazione

  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

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Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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