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22 dicembre 2011 4 22 /12 /dicembre /2011 23:37

Curinga 2921Si deve a Valerio Fatatis (affiliato al Road Runners Club Milano) questa lunga e approfondita riflessione sugli allenamenti per chi intende cimentarsi sulle ultradistanze, una riflessione che è una sintesi del suo personale percorso sportivo e che è pensata soprattutto per chi intende affrontare, per la prima volta, le gare di Ultramaratona su strada di "media-lunga" distanza, prendendo in esame, nello specifico, le competizioni che meglio rappresentano tale disciplina, in riferimento appunto ai parametri "durata/distanza" percorsa, quelle su circuito come la "6 ore" e la regina di specialità, la "100 km".

Per la più "piccola" 50 km, in verità gli "accorgimenti/adattamenti", per chi ormai è un "habitué" delle maratone, sono davvero minimali.

L'approccio di Valerio Fatatis, come sa chi ha letto suoi precedenti articoli o ha visitato la sua pagina web runnermania,  il suo approccio alla disciplina delle ultramaratone è molto "esperienziale", profondamente amatoriale (ciò non  vuol dire "meno agonistico..."): Valerio non utilizza tabelle, non esegue ripetute, insomma  "corre" sempre per piacere.  Pertanto, in questo scritto la sua intenzione prevalente mettere a "fattor comune" la sua personale esperienza relativa al suo primo anno agonistico nel terrendo delle Ultra.

Per correre le ultramaratone - ribadisce Valerio - fatte salve le Ultra più estreme (come le 48 ore ed oltre per le specialità a tempo oppure per gare in linea su strada, oltre le 100 che possoono essere sperimentate soltanto da ultrarunner esperti - non occorrono ultra-allenamenti basati sulla "quantità", ma la costanza di allenarsi, puntando molto sulla "qualità" di ciò che si fa e correndo dei "lunghissimi" appena un po' superiori a quelli che si corrono in preparazione di una maratona, facendo in più delle specifiche sessioni in funzione del proprio obiettivo di gara (una gara come la 100 km del Passatore, con i suoi notevoli dislivelli altimetrici, richiede specifiche sessioni di allenamento in salita, curando anche molto la commutazione dell'andatura dalla salita alla discesa). Un buon maratoneta può essere un ottimo ultramaratoneta, come anche un ultramaratoneta che si allena curando la qualità di ciò che fa può ulteriormente migliorare le proprie performance in maratona giusto per sfatare il pregiudizio che molti nutrono nei confronti delle ultra (nel senso di non farle per timore di perdere il proprio smalto in maratona e nelle distanze più brevi).

Ma ecco il suo importante contributo.
BannerRunnerMania(Valerio Fatatis) Nelle Ultra, l'aspetto "mentale" rappresenta il punto focale dell'intera metamorfosi, in quanto dai panni del... "maratoneta" si intende indossare le vesti di "ultramaratoneta", quindi colui capace di per-correre ben 2 maratone e mezzo..., di seguito..., spesso con un dislivello altimetrico totale... che può raggiungere i +2.000metri (come nel Passatore...), e quindi altrettanti di discesa!
Il collezionare "ore/km" in grande quantità (diciamo dai 60/70Km in su...), richiede uno sforzo mentale non indifferente. Inizialmente si può pensare che "correndo" più piano, lo sforzo richiesto, in "termini generali" sia minore..., quindi più facile sarà far fronte alle eventuali "crisi", ma così non è, in quanto il "continuo e prolungato" stato di "fatica", materializza inesorabilmente "speciali input" i quali segnalano a caratteri "cubitali", l'indelebile amplificarsi di "malessere, sofferenza, disagio, stanchezza" psico/fisica legata al momento...,  affievolendo "lo spirito" con cui si era partiti, e superata una certa soglia (limite strettamente legato al singolo atleta) "lo stress" inizia a diventare esponenziale, 1km pesa 2 km, poi 3, poi 5, sino al punto di farci rallentare, per poi camminare, a quello di fermarci, fino al farci rinunciare!
Inevitabilmente, il "ritmo/passo al km" prevede "intensità/velocità" minori, nella misura in cui sia possibile coprire l'intera distanza nella "maniera/condizione" più prestativa possibile!

Pertanto è fondamentale "conoscersi e provarsi" in "lungo ed in largo" rispetto alla "distanza obiettivo", con il fine ultimo di calibrare quale sia il "ritmo" praticabile.

Tutto dipende ovviamente dallo stato/condizione di allenamento che si possiede.

Prima di poter capire come modificare il proprio allenamento, kilometraggio, ritmo etc etc, occorre capire quale sia il vostro "valore iniziale".

Parto dal presupposto che si è in grado di concludere una maratona, a prescindere dal crono raggiunto, con un "buon stato psico-fisico", condizione direi... auspicabile per intraprendere questo viaggio...
Quello che vi consiglio è di praticare un primo test di valutazione (sarà fondamentale per tutto quello che verrà poi...), senza mezzi termini, "Ultra" è sinonimo anche di "Avventura", quindi rispetto al vostro "Ritmo Maratona", aggiungete +30"/km (vedo già il vostro sorriso, ma sarete davvero molto fortunati se... riuscirete a chiudere una 100 km unicamente con questo valore aggiuntivo...), e iniziate a correre, sino a quando non riuscirete più a piegare le ginocchia!

Ovviamente attrezzatevi di conseguenza, macchina a portata di mano (correre su un anello, parco et similaria), con disponibilità di acqua (borracce) o pubbliche fontanelle con cui rispettare una sosta ogni 5 km (punti ristoro) di 20-30 secondi per bere e assumere cibo, naturale ovviamente, la frutta secca è l'ideale, come noci, mandorle, uvetta etc etc (in seguito potrete avvalervi dei più pratici gel con fruttosio e maltodestrine, anche se non indispensabili e non
facilmente "digeribili" per tutti, quindi vanno ben testati) ! Ideale sarebbe l'utilizzo di un CamelBag specifico per il running, dove poter posizionare tutto l'occorrente!

Indispensabile - nella realizzazione di questo test - è l'uso di un GPS con dispositivo cardio (Garmin, Suunto, Polar, Timex), poichè utilissimo sarà la verifica dei BPM lungo l'intera prova, importante fattore con cui soppesare il livello di sforzo sostenuto (e non la ns sensazione/percezione del dopo workout...!). In queste situazioni, è consigliabile l'utilizzo di "calze elastiche" più conosciute con il termine di "booster" che potranno supportare al meglio la zona "polpacci", una delle prime zone dove la "stanchezza" bussa alla porta sotto forma di indolenzimenti, per poi irrigidimenti, per poi "crampi" da affaticamento! (provateli preventivamente anche su distanze minori, per verificare se l'utilizzo non vi dia fastidio, di solito sono abbastanza stringenti!).

Altro accorgimento, spalmatevi nelle parti dove "non batte mai il sole" con crema protettiva (nivea per neonati, Fissan), poichè il continuo "sfregare", può creare dei "disagi" notevoli...).

Attenzione, il test va eseguito assolutamente "da soli" e senza lettore MP3, poichè occorre un "valore reale" anche dal punto di vista della "tenuta mentale", senza alcun "supporti/surrogato" etc etc, ci siamo intesi vero?

Il traguardo è quello di "durare il più allungo possibile", in termini di tempo... e non di distanza percorsa (mantenendo il ritmo RM+30"), con l'obiettivo base di ripercorrere almeno i 42.195 metri... Cosa? Ma come... la solita maratona? Vi accorgerete come correndo "fuori" dal vostro RM (ritmo medio), le cose mutino inaspettatamente... Questo perchè la falcata, l'appoggio, la postura del busto, cambiano totalmente, se poi avete ancora benzina... che ben venga, dateci dentro!
Prestate molto attenzione alle "sensazioni" che come segnali indicatori, "fisico e mente" vi elargiranno in gran quantità, facendone tesoro, cercando di memorizzare il tempo trascorso e i km percorsi, (ovviamente non vi chiedo di tenere un diario in "real-time") ma cercate per quanto possibile di tenere a mente almeno quelli più significativi (del resto il famoso "muro" in maratona lo conoscete...)!
L'esito ottenuto rappresenterà il primo riferimento in termini "ULTRA" da voi raggiunto!

In seguito occorrerà analizzare: "distanza percorsa" e "tempo impiegato", in rapporto al vostro "personale" sulla maratona, per traguardare il famoso "ritmo praticabile", che anch'esso dovrà essere  "parametrizzato ad hoc" in ordine alla tipologia di gara in calendario!

Da questo punto in poi, dovrete lavorare in due direzioni distinte, ma in stretta correlazione tra loro, dimensionando poi in maniera opportuna "l'unità di misura" con cui procedere.
Vi consiglio di aumentare il chilotraggio in maniera progressiva e misurata, senza eccedere nella quantità, per non incorrere in situazioni di "stress" o peggio qualcos'altro. Imparate ad ascoltare i segnali che il vostro corpo e non solo... vi invia, aumentando la percezione, quando non vi sentite... diminuite il tempo di uscita, se avete un dolorino fastidioso... rallentate il ritmo.

Non serve allenarsi se non ci si può esprimersi al meglio, e ricordate che il riposo (non solo l'inattività, ma anche il rispetto di un congruo numero di ore di sonno) è il mezzo con cui il vostro corpo "applica su se stesso" quanto gli è stato insegnato poco prima... in allenamento, quindi dategli il tempo per metabolizzare e recuperare...
Ormai chiari i fattori in campo quali "ritmo/km" vs "tempo/Distanza", al salire dell'uno, l'altro inevitabilmente decresce, "inversamente proporzionali" tra loro.

Tenete in considerazione che i lunghissimi, devono avere almeno 2/3 settimane di intervallo fra un'esecuzione e l'altra, per consentire un recupero "graduale e totale" del livello di affaticamento, soprattutto all'inizio, dove il fisico dovrà "lavorare aspramente" per ricercare tutti quegli "adattamenti" necessari ad un UltraRunner!
Ricordatevi che quanto più lavorerete al raggiungimento di una buona "tecnica di corsa", non certo dal punto di vista estetico, ma di "costo energetico", maggiore sarà la disponibilità di risorse energetiche di cui disporrete, quindi maggior carburante che vi consentirà di poter correre ad un "ritmo più veloce" per tutta la distanza richiesta! Curate pertanto la postura, testa alta (aiutatevi traguardando con lo sguardo l'orizzonte, e non i 10 metri d'asfalto che vi
precedono...), petto in fuori (ciò vi aiuta a non piegare le spalle in avanti inarcando la schiena, così da accentuare il fuori-asse rispetto al bacino), sincronizzate il ritmo delle braccia con quello delle gambe (mantenendo i polsi all'altezza delle anche), la falcata dovrà essere comoda, con un'apertura del compasso che non ti crei uno sforzo eccessivo, l'appoggio a terra reattivo (dapprima la parte più interna del tallone per ammortizzare il contatto con il terreno,
successivamente la pianta per stabilizzare l'appoggio, infine l'avampiede per recuperare ed esprimere al meglio l'energia come "spinta" in avanti).

Dedicate almeno una sessione a settimana alla cura delle tecnica di corsa, ricercando una corsa "silenziosa, felpata", quasi "balzata",  elastica...
Non commettete l'errore di eliminare o ridurre fortemente tutte le "pratiche/tecniche" in allenamento... volte ad enfatizzare la velocità, pensando di dover prediligere il "macinare centinaia di km",  anzi... Il correre per molte ore, a ritmi blandi "lega" la muscolatura e relative capacità "elastiche/estensive", riperquotendosi fortemente sull'agilità/reattività del movimento, quindi sulla "economicità" del gesto atletico.
Personalmente lungo la settimana prediligo praticare il "Fartlek ed interval training", a media/alta velocità, mentre nel fine settimana, in alternanza (una si una no), eseguo un lungo o lunghissimo, sino a 3 settimane dalla data obiettivo, dove avviene la "rifinitura" (diminuzione graduale del kmtraggio sino al 50%, prediligendo la velocità!) per creare quello "smalto" indispensabile ad una buona "performance".
In termini di resistenza, occorre potenziare in giusta misura la muscolatura, pertanto ogni 10 giorni, un allenamento in salita e ciò che serve, con l'accorgimento di "appoggiare" tutta la pianta del piede.
Partendo con il nuovo anno, riuscirete a preparare nel migliore dei modi la "100km del Passatore", passando per un test di verifica alla "Strasimeno" (58Km) e un "esame finale" con la " 50km di Romagna", che cade mediamente un mese prima della 100 km del Passatore.
Ultima sorpresa, tale "trasformazione" migliorerà inevitabilmente anche il vostro potenziale in "maratona", non temete di "perdere terreno" rispetto a tale distanza, perchè se procedete con "la testa", potrete solo che accrescere il vostro potenziale.

 

Vedi anche:

Su RunnerMania, una bella riflessione di Valerio Fatatis sulla corsa di lunga distanza

 

Preparare una gara di endurance: come affrontare gli stress fisici e mentali, creando le premesse per un buon adattamento

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22 dicembre 2011 4 22 /12 /dicembre /2011 00:47

CamminaCammina(da Il Cammino Newsletter, Psicologia in cammino) Guido "Ulula alla Luna" Ghidorzi (psicanalista junghiano e camminatore) ha inviato alla Compagnia dei Cammini questo importante contributo inedito sul camminare, di grande valore: una lettura preziosa, che rispecchia proprio la filosofia del camminare praticata dagli aderenti alla Compagnia dei Cammini.

(Guido Ulula alla Luna, medico e psicoterapeuta) Perché ci piace camminare? Perché è tornato a piacerci così tanto, proprio nell'epoca in cui i viaggi con altri mezzi di locomozione sono più facili ed alla portata di tutti? Perché tanti libri sull'argomento? Perché il fiorire di festival che lo promuovono? Cos'ha di speciale questa che è la cosa più semplice che ogni essere umano, dall'età circa di un anno, fa con assoluta normalità? Perché il camminare, che per migliaia di anni è stato necessità/fatica/rischio, è diventato inaspettatamente attraente/trasgressivo/innovativo per quella fetta di popolazione mondiale più attenta ad un progresso sostenibile, persone sicuramente benestanti ed istruite?

E' vero che la medicina preventiva ne sta facendo un cavallo di battaglia per combattere le malattie da sedentarietà e stress che predominano oggi. I diecimilapassi al giorno, equivalenti ad un'ora di cammino, cioè 5 o 6 km., dovranno diventare il cavallo di battaglia di ogni medico di famiglia che si rispetti. Negli Usa già molti medici si rifiutano di prescrivere farmaci, ad esempio quelli anticolesterolo, se i pazienti non fanno diete equilibrate ed una sana passeggiata die. Molti studi hanno ormai dimostrato che semplicemente camminando produciamo una buona dose di quelle sostanze, serotonina ed endorfina ad esempio, che ci danno benessere...

Ma la spinta al camminare, esplicitata da tanti racconti in prima persona dei camminatori, va ben oltre queste pur sacrosante motivazioni. Si affrontano ragionamenti più profondi, che spaziano dal campo psicologico, a quello filosofico, per spingersi spesso ad esplorare dimensioni spirituali.

Tutto questo è molto interessante, perché pone l’esperienza del camminare a pieno titolo fra le pratiche psicosomatiche, da molti chiamate olistiche, cioè che coinvolgono l’intero essere, sia nella parte fisica che mentale. Le teorie della complessità mettono in luce le interazioni fra i diversi aspetti della persona. La fisica quantistica, che è alla base di ogni ragionamento scientifico attuale, ha già da tempo dimostrato che ciò che in un momento è materia, in un altro diventa energia… cioè non esiste una differenza fra corporeo e psichico, dipende solo dal punto di vista dell’osservatore quello che andremo a descrivere. Si intravede l’ipotesi che attraverso il gesto del camminare l’uomo comune sperimenti in prima persona il superamento dell’assioma cartesiano, che pone come fondamento dell’essere umano il pensare rispetto alla fisicità nella conoscenza del mondo. Il pensiero sopra il corpo, così come l’uomo sopra la natura. Un antropocentrismo che sta portando alla distruzione del pianeta in cui viviamo e, di conseguenza, dell’uomo stesso. Il camminatore consapevole sa che cerca armonia con l’ambiente che attraversa, come sa che vuole provare un sentirsi unico, intero e in sintonia con tutte le parti del proprio sé.

 

Lo scopo della psicologia è conoscerci. Se per conoscerci oggi usiamo anche il camminare, vuol dire che abbiamo spostato il nostro modo di osservare i fenomeni, che usiamo la totalità del nostro corpo come vera e propria sonda nel mondo, che non impariamo da presunzioni intellettuali ma torniamo a fidarci di tante altre nostre componenti. Jung, descrivendo le tipologie umane, spiega che esiste una funzione pensiero ed una sensoriale, la prima specifica del cervello maschile e la seconda del cervello femminile. Non c’è nessun dubbio che la nostra civiltà ha ipertrofizzato la modalità pensiero… il famoso ritratto dell’uomo con una testa enorme rispetto ad un corpo minuscolo. I guai derivati dall’allontanamento dall’equilibrio fra queste due componenti sono drammaticamente evidenti, sia nella salute dell’uomo che in quella del pianeta. Col camminare noi torniamo a privilegiare la sensorialità. E’ a partire dai sensi che costruiamo il nostro sapere. Non è solo l’inebriarci di un bel paesaggio, del profumo dei fiori, del gusto di un frutto colto al volo, delle carezze del vento, del canto degli uccelli… una vera orchestra sensoriale scatenata dal movimento nella natura. E’ che camminando saniamo la ferita di un uso abnorme della testa, riusciamo finalmente a dare pace a quel devastante pensare che è alla base di ogni forma di ansia o depressione. Non è solo il respirare a pieni polmoni che ci dà gioia, ma il ridare voce a quelle tante parti di noi svalutate da una visione filosofica errata. Nel camminare finisce la dittatura del pensiero e si torna alla democrazia fra tutte le nostre componenti. Questo risentirci uomini in sintonia con noi stessi e con la natura, avrà sicuramente effetti positivi sulla nostra salute individuale e sul come cureremo l’ambiente che ci nutre.

 

Jung divide poi le personalità in prevalentemente estroverse o introverse. Non c’è dubbio che la nostra civiltà ha sposato l’estroversione, che è apparire/dover essere all’altezza/rispondere a modelli… il tutto finalizzato al consumismo. Chi non si dà da fare a farsi conoscere/accettare rischia di essere emarginato dagli altri… al limite di venir considerato un depresso o un antisociale. Questo prevalere del superficiale mostrarsi, del mettersi la maschera adatta alla situazione, ha portato ad un estremo impoverimento della capacità introspettiva, che è dialogo con noi stessi, vera conoscenza del nostro essere autentico, il saper stare da soli, l’andare a fondo del nostro talento, curiosi in quanto unici ed irripetibili, ognuno diverso dall’altro. Anche qui, i camminatori ci stanno insegnando che lungo la strada si dilata il tempo del dialogo con noi stessi. Anche le difficoltà del cammino ci aiutano a rinforzare non solo la tempra fisica, ma proprio la determinazione di mettere alla prova i nostri intenti, costringendoci a superare le paure. Entrare nell’agire, in prima persona, noi di fronte alla realtà della natura e della vita, ci dà il coraggio di lasciarci andare al “sia quel che sia”, quel vivere “qui e ora” che ci permette di fuggire dai fantasmi del passato, presenti a noi e agli eventi che momento per momento arricchiscono il nostro vissuto. Il cammino dunque come palestra d’introversione. Vista questa come una ricchezza, come uno strumento per coltivare quello che io chiamo il nostro “spazio interiore”. Definisco spazio interiore quella dimensione malinconica che in noi percepisce il mistero della vita e della morte. E’ nel silenzio del camminare che sentiremo emergere intuizioni ed emozioni e consapevolezze, che nel quotidiano sommergiamo o neghiamo nel dover essere come qualcuno ci vuole. Il camminare ci serve a ritrovare la vera libertà, che non è solo un andare senza meta precisa, ma il poter finalmente viverci per quello che siamo, nella semplicità del movimento spontaneo.

 

Il camminare è però anche l’incontro dell’altro, sia esso il nostro compagno di viaggio o chi ci capita lungo il percorso. Forti della nostra identità ritrovata, del nostro radicamento alla realtà, siamo veramente pronti a sperimentare l’empatia. La competitività che caratterizza la media delle relazioni della nostra esistenza “normale”, viene superata, perché prevale il senso di apertura, la necessità del confronto autentico. Non ci sono altri interessi in gioco se non la possibilità in un attimo di rispecchiarci nell’altro e scambiare la nostra umanità. Jeremy Rifkin sostiene che solo educandoci all’empatia potremo contrastare la negatività e distruttività che il razionalismo e il materialismo ci hanno instillato. Il cammino è empatico perché da sempre il viandante e il filosofo percorrono la stessa strada. E l’empatia sappiamo che è anche la via maestra che ci può sbilanciare verso la dimensione dell’amicizia e dell’amore. Il camminatore, consapevole della rivoluzione interiore ed esteriore che compie col suo semplice gesto, sa che può trasformare la sua vita aderendo all’etica del viandante. Che è uscire da mete o scopi precostituiti, spesso falsi e arbitrari, per entrare nella concretezza del vivere la vita per quello che è, cioè accettando i continui imprevisti che ogni viaggio porta con sé. E’ imparare l’elasticità e l’adattabilità, contro la rigidità del dover essere o adeguarsi a. Il cammino è uno dei simboli più chiari del cambiamento, e il cambiamento continuo è l’emblema della vita stessa.

 

Chi cammina accetta che è corpo. Nell’epoca dell’anoressia, in cui si vuole essere l’immagine desiderata, in cui l’ideale prevale sul reale, il camminare ci riporta coi piedi per terra. Perché camminando usiamo il corpo, lo sentiamo… ci fa male lo sforzo… ci danno piacere i sensi all’opera. La realtà vera esiste, e passo dopo passo ci alleniamo ad affrontarla, per quello che è. La pioggia è la pioggia, la salita è la salita, una vescica è una vescica… il sorriso o il malumore di un compagno di viaggio, quello sono, e non quello che mi aspetto e che mi deluderà sempre se non lo avrò.

 

E qual è l’ideale che caratterizza la nostra epoca, il cui emblema è… l’orologio? La fretta, la velocità, l’essere attivi, il farcela sempre e comunque nei tempi giusti. Anche i 1000 metri di dislivello vanno fatti nel tempo scritto sul segnavia o sulla guida cartacea o dettoci dalla guida di turno. E il piacere? Siamo una finta società del piacere… il piacere lo si vende e consuma… si è smarrita totalmente l’arte di viverlo. Solo negli ultimi anni sta emergendo di nuovo, ed era ora, la cultura del piacere. Cosa stiamo al mondo a fare? A lavorare e fare soldi? No, godiamoci i pochi e fuggevoli anni di questa vita, col gusto dello slow food, con le esperienze sensoriali dei centri benessere e delle terme… con il cammino lento, consapevole, solidale e, specialmente, creativo. Magari fermandoci e usando tutta la nostra leggerezza in una improvvisata opera di land art. Oppure, sdraiati su un prato e guardando le nuvole, inventare un gioco, come quando si era bambini, e la voglia di vivere davvero ce l’avevamo ancora.

 

Il camminare non è semplice solo nella sua meccanica. E’ che attraverso di esso ci riappropriamo della semplicità del vivere, delle sue cose essenziali. Il valore aggiunto che oggi possiede il viandante è la critica radicale, rivoluzionaria addirittura, attuata e non solo dichiarata, a quell’uomo economico che sta uccidendo se stesso e l’habitat che lo ospita. E’ il riscoprire la nostra selvaticità, la natura profonda di cui siamo fatti. La modesta pratica del passo dopo passo, si fa anche predica, si fa meditazione, si fa ponte verso la spiritualità. Che è oscurare la mente vigile, fare silenzio, fermarsi ed ascoltare la nostra interazione col grande Tutto, il nostro misterioso appartenervi. Qualcuno, forse esagerando, dice che nel cammino arriva a una forma di soddisfazione erotica. Io credo che non vadano confusi i piani, che l’erotismo sia ambito della modalità più elevata dell’esprimersi umano, che si chiama amore… è lì che riproduciamo noi stessi. Però c’è un’analogia. Come l’antica disciplina del Tantra ci conduce, attraverso il piacere dei sensi, alla scoperta dei livelli più elevati del trascendente, così il camminare, con meno raffinatezza ma con altrettanta ricerca, ci rieduca a trovare la giusta collocazione esistenziale della nostra umanità. Quella di essere elementi di congiunzione tra Terra e Cielo.

 

Camminoterapia allora? Io credo decisamente di sì. Sono talmente tanti i piccioni che prendiamo con una fava, che la parola non ci deve spaventare. Semplice e alla portata di tutti, gratuita, portatrice di benessere fisico e psicologico, socializzante, creativa, adatta alla filosofia ed alla religiosità spontanea, fonte infinita di curiosità, esperienziale ecc ecc Senza considerare che questa sana pratica diminuirebbe l’uso eccessivo di farmaci con svariati effetti collaterali e costi rilevanti per la comunità… in periodo di crisi economica non mi par poco. Servono dunque camminoterapeuti, che vuol dire avere il coraggio di proporre a tutti ciò che abbiamo imparato sulle nostre gambe in tanti anni di viaggi a piedi. Una vera specialità, direi in ambito preventivo e psicosomatico, è il camminare. E tutti noi, che riflettiamo su questi temi, potremo testimoniare la felicità che otteniamo dal nostro modo di andare.

 

Il camminare è allora la panacea universale? Ahimè no. La legge principe della psicologia è che…ognuno di noi è diverso dall’altro. Seri studi volti a scoprire qual è il fattore scientificamente dimostrabile che ci rende sani e felici (si sono indagati i grandi anziani che, per l’appunto, arrivano a morire senza alcuna malattia ed ancora contenti della vita che fanno), sostengono si tratti della curiosità. La curiosità è avere ancora voglia di stare al mondo per fare qualcosa che ci piace e ci interessa. Allora… non a tutti piace e interessa il camminare! C’è a chi piace ballare, a chi suonare, a chi stare al computer, a chi… far niente. Possiamo e dobbiamo spiegare a tutti quanti quali sono i benefici del camminare, che è una delle caratteristiche geneticamente strutturali dell’animale uomo, ma se a qualcuno non va… è inutile insistere, ha ragione lui. Non esiste un’unica strada per la nostra evoluzione. Anzi, è auspicabile che si sappiano percorrere strade diverse. Oltretutto non abbiamo neppure chiaro per arrivare a quale meta.

 

Alla fine, io cammino per il piacere di farlo. Da solo, con la mia compagna o col mio amico, o con uno dei meravigliosi gruppi di appassionati che hanno sposato questa splendida utopia.

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9 dicembre 2011 5 09 /12 /dicembre /2011 16:54

Gary-Speed1.jpgE' notizia di qualche giorno fa (del 27 novembre 2011): l'allenatore del Galles, Gary Speed, è stato trovato morto nella sua casa nel Chester e secondo le prime informazioni della polizia non ci sarebbe "nulla di sospetto" legato a questa tragedia

A darne notizia è la stessa Federcalcio di Cardiff, che si limita a esprimere il proprio cordoglio alla famiglia del tecnico, chiedendo il rispetto della loro privacy. Nessun dettaglio ufficiale sull'improvvisa scomparsa dell'ex giocatore di Leeds, Everton, Newcastle e Bolton.

I media britannici riportano che Speed è stato trovato morto stamane nella sua casa di Huntington, nel Chester, e secondo alcune indiscrezioni potrebbe essersi trattato di un suicidio, visto che il tecnico sarebbe stato trovato impiccato.

La polizia britannica, però, ha diramato un comunicato stampa in cui si precisa che "non ci sono circostanze sospette legate alla morte" di Speed.

Da calciatore Speed aveva collezionato 85 presenze nella nazionale gallese e nel dicembre 2010, quattro mesi dopo aver cominciato la sua carriera da allenatore allo Sheffield United, era stato chiamato alla guida della selezione.

Indubbiamente, i calciatori, i tecnici e gli arbitri sono sottoposti ad una formidabile pressione: spesso l'ansia del risultato, la necessità di mantenere costantemente un elevato livello performativo, l'essere continuamente (ed impietosamente) scannerizzati dai media alla ricerca di notizie scandalo, di gossip, di eventuale pecche, come anche la difficoltà (se non l'impossibilità) di avere una propria vita privata e garantito il diritto alla riservatezza, sono tutti elementi che concorrono a sottoporli ad un livello elevato di stress che in taluni casi potrebbe portare alla rottura di equilibri interiori, al senso di inadeguatezza, alla depressione clinica (e ad altri sintomi che, dovendo essere celati, occultati, negati, per i motivi sopra elencati) può - non adeguatamente gestita - sfociare in ineluttabili gesti autolesivi. 

Così argomenta Il Fatto Quotidiano, sulle molte morti tra personaggi del mondo del calcio e sulle connessioni tra depressioni e suicidio tra calciatori, tecnici ed arbitri in un articolo dal titolo: Calcio e depressione: il suicidio di Speed sintomo di un disagio diffuso tra i campioni.


Gary-Speed.jpg(Da Il Fatto Quotidiano, Luca Pisapia, 29 novembre 2011). Dopo la morte dell'allenatore del Galles, cinque giocatori di prima fascia inglesi si sono rivolti a cliniche specialistiche. Tanti gli esempi di problemi psicologici anche in Serie A: da Pessotto a Vieri, fino ad arrivare al caso di Marco Bernacci. Il professor Antonio Sacco spiega le cause del disagio

Il suicidio dell’allenatore del Galles Gary Speed, trovato morto nella sua abitazione nel Chesire domenica mattina, ha scoperchiato uno dei tabù meglio nascosti del mondo del calcio: il problema della depressione. Il suo agente e testimone di nozze, Hayden Evans, ha negato con forza che Gary fosse vittima del male oscuro, la polizia ha aperto un’inchiesta sulle cause del decesso, ma non è stato trovato nulla: Speed si è suicidato. E il suo gesto ha provocato ‘reazioni’. Secondo la stampa inglese, infatti, da domenica sarebbero ben cinque i giocatori di prima fascia del campionato inglese che, spinti dalla morte di Speed, hanno chiesto aiuto alla clinica specializzata nel recupero psicologico degli sportivi, gestita dall’ex capitano dell’Inghilterra, Tony Adams.
La depressione ha già attraversato i territori del calcio, dal suicidio dell’ex capitano della Roma Agostino di Bartolomei nel maggio 1994 – esattamente nel decimo anniversario della sconfitta nella finale di Coppa Campioni con il Liverpool – a quello avvenuto due anni fa del portiere dell’Hannover e della nazionale tedesca Robert Enke, che non si era mai ripreso dalla morte di una figlia. Del loro periodo buio hanno inoltre raccontato anche campioni famosi, come il capitano della nazionale italiana Gigi Buffon, l’inglese Adams, il tedesco Deisler, oltre agli ex azzurri Vieri e Pessotto.
Com’è possibile che atleti miliardari possano cadere nella depressione? Nel fornire la risposta, il professor Antonio Sacco, dell’Unità Operativa di psicologia dello sport (che opera in collaborazione con la facoltà di scienze motorie dell’Università di Torino), opera una netta distinzione. Tra coloro che “nel post carriera hanno difficoltà nel reinventarsi e nel sapere gestire i ritmi di una vita quotidiana totalmente diversi dai ritmi agonistici, scanditi dagli allenamenti e dall’evento della sfida”. E tra coloro che vengono colti dal male oscuro nel pieno della carriera dove “in aggiunta a problematiche da riscontrarsi nell’ambito lavorativo, quali ritmi forsennati, pressioni interne ed esterne (stampa e tifosi) per conseguire il risultato, sovraesposizione mediatica, si deve sempre tener conto della dimensione personale ed affettiva dell’uomo. Può essere che la persona non abbia le basi per sopportare queste pressioni o che, in un momento di debolezza, quello che prima sembrava routine divenga improvvisamente un fardello troppo pesante da portare”.
A quest’ultima categoria sembrerebbe appartenere Speed, che a 42 anni, dopo un’eccellente carriera ai massimi livelli nel campionato inglese, era stato nominato tecnico del Galles con cui aveva ottenuto ben cinque vittorie in dieci incontri, l’ultima il 4-1 sulla Norvegia due settimane fa. Inoltre Speed sabato aveva partecipato come opinionista ad una trasmissione della BBC e pare avesse già prenotato le vacanze di natale con la famiglia. “Non si può entrare nel merito del singolo caso – spiega il professor Sacco -. Di sicuro l’esperienza personale rimane fondamentale, nessun fattore esterno, per quanto influente e complesso, è sufficiente a spiegare la drammaticità di un gesto così definitivo come il suicidio”. Sono uomini anche loro, insomma, nonostante spesso li si veda attraverso le lenti della celebrità.
“Per fare questo tipo di carriera spesso si va via molto presto da casa, si vive nei convitti, lontano dalla famiglia e dagli amici – chiosa il professor Sacco –. Si fanno molte rinunce e tutto dipende da chi ti sta vicino in quei momenti e ti aiuta nella crescita”. Viene alla mente l’esempio di Marco Bernacci, centravanti che nell’estate del 2010 abbandona il Torino ed il calcio per depressione. Dopo un anno di assenza, Marco è tornato a giocare, da quest’estate veste la maglia del Modena. Diversamente è andata a Martin Bengtsson, che a diciassette anni lasciò la Svezia per andare all’Inter. Calcisticamente tutto bene, al Torneo di Viareggio fa faville, ma qualcosa dentro non funziona. Il perché lo spiega nella sua autobiografia Nell’Ombra di San Siro: “Sei solo, lontano da casa e hai già sperimentato soldi e successo: puoi perdere l’equilibrio. Le aspettative stritolano. La depressione è la prima minaccia per un giovane calciatore”. Un giorno Martin torna nel suo appartamento, mette su un disco di David Bowie e si taglia le vene. Lo salva la donna delle pulizie che lo trova per caso in un bagno di sangue. Da allora Martin non ha mai più giocato a calcio né guardato una partita.

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6 dicembre 2011 2 06 /12 /dicembre /2011 23:53

Gianni-RubiniR.jpg

Come l'etiope Abebe Bikila o come la sudafricana Zola Budd (specialista di mezzofondo e corse campestri a piedi scalzi) o come Ken Saxton conosciuto come "The Guru of Shoeless", l'atleta, Gianni Rubini (classe 1958) correrà scalzo (a piedi ignudi), sfidando il freddo e le asperità del fondo stradale, l'impegnativa 6° Mezza Maratona Monte dello Scudo di km 21,097 con il pettorale 437, il prossimo 8 dicembre.

Ma giusto perchè Rubini non venga preso per un eccentrico che vuole fare la corsa "strana" o in modo tale da essere attenzionato come un originale, riportiamo qui di seguito un articolo di approfondimento sui benefici della corsa a piedi scalzi.

Sempre di più si fanno strada autorevoli opinioni per sottolineare come l'uso delle scarpe superprotettive ci sta, a poco a poco, facendo disimparare un corretto appoggio del piede sul suolo e, soprattutto, riducendo le afferenze cinestesiche e propriocettive, scaturenti dall'impatto diretto del piede a terra senza intercapedini di sorta, ci sta privando della sensibilità ancestrale nel contatto diretto tra il nostro corpo e il suolo che calpestiamo (e in via generale la Terra nella sua interezza).

Quello che riportiamo è solo uno tra i tanti comparsi di recente che esaminano i vantaggi della corsa a piedi scalzi o con calzature minimaliste (five fingers).

Anche se non mancano articoli in cui si nega che correre a piedi scalzi non sia produttivo ai fini del miglioramento del gesto atletico e della sua effcienza, come quello comparso sul sito Albanesi.it.

Senza voler essere fondamentalisti del piede ignudo (alla maniera di Ken Saxton, per intenderci), quel che è certo è che bisogna camminare tutte le volte che ciò sia possibile a piedi scalzi, tenere i piedi a riposo liberida qualsisi calzatura, corricchiare anche se le superfici lo consentono senza farsi del male: sicuramente se ne ricaveranno grandi vantaggi posturali ed anche un miglioramento del gesto atletico della corsa in virtà di un accresciuta sensibilità propriocetttiva e cinestesica del piede, assieme ad una riduzione degli infortuni in questo sensibile distretto del corpo, per via del rafforzamento delle arcate plantari.

L'articolo riportato è comparso sulla Stampa.it con il titolo "La corsa a piedi nudi, la migliore per la salute")

 

zola8.jpg[lm&sdp] Indossare scarpe può nuocere alla salute del piede e, di riflesso, a quella del corpo in generale. Meglio correre a piedi nudi o con qualcosa che non impedisca il corretto movimento del piede e della gamba

A piedi nudi nel parco è il titolo di un vecchio film con Robert Redford e Jane Fonda che potrebbe fare anche da titolo alla ricerca condotta dagli scienziati dell’Università di Harward, la quale afferma che correre a piedi nudi sia più salutare che non con le scarpe.
E se l’idea non ci sconfinfera più di tanto, ci vengono in soccorso sempre i ricercatori che hanno voluto studiare un tipo di suola che aderisce al piede come un guanto, proteggendo la pianta e assecondando il naturale movimento – cosa che verrebbe impedita da una normale scarpa da jogging, per quanto ammortizzata.
La dottoressa Irene Davis dell'American College of Sports Medicine ha esposto i risultati del suo studio alla 2011 Australasian Podiatry Conference a Melbourne, così come riportato da ABC Science. Qui, insieme alla collega Catherine Worthingham della American Physical Therapy Association, ha mostrato come agiscono queste innovative calzature che restituiscono al piede l’intera gamma di movimenti naturali ma, al tempo stesso, proteggono la pianta dai sassi o dalle temperature di superficie estreme.
Prima, e per arrivare a ideare questo genere di calzatura, le ricercatrici hanno studiato i corridori keniani, noti per essere eccellenti podisti a piedi nudi.
KenSaxton-SanDiegoMarathon-2002.jpg«Quando si poggia a terra il tallone si finisce con l’aumenta molto rapidamente il picco della forza di cui fa esperienza il corpo. Ciò va completamente via quando si esegue a piedi nudi perché si poggia il metatarso al suolo», ha spiegato Davis.
L’analisi di queste suole/guanto confrontate ai movimenti del piede di chi corre a piedi nudi ha permesso di notare come questi movimenti naturali non fossero impediti. La prima cosa che si è notata durante i test è che le persone che le indossavano lamentavano dolori ai muscoli del piede.
Questo, secondo gli scienziati, è normale perché i tendini, i muscoli del piede, della caviglia, del polpaccio e della coscia iniziano per la prima volta a fare il lavoro per cui sono programmati.

Utilizzando scarpe convenzionali, questi tendini e muscoli non lavorano come dovrebbero. Così, correndo a piedi nudi, ecco arrivare i dolori che, tuttavia, scompaiono dopo un po’ di tempo.
Tra gli altri vantaggi offerti dal correre a piedi nudi – o con qualcosa che ne imiti la modalità – c’è l’aiuto che ricevono le persone con piedi piatti nel rafforzare e aumentare l’ampiezza gli archi plantari, fanno notare le ricercatrici.
Bene, da domani, tutti a piedi nudi nel parco… facendo attenzione ai cocci di vetro, mozziconi ancora accesi, chiodi e compagnia bella.

 

Vedi anche:

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29 novembre 2011 2 29 /11 /novembre /2011 16:20

Questo articolo è molto interessante, perchè riguarda molto da vicino gli organizzatori di eventi podistici che spesso osservano impotenti l'infiltrazioni nell'evento sportivo da loro organizzato di "portoghesi", cioè di atleti senza pettorale che, senza essersi regolarmente iscritti, prendono parte alla gara, partendo assieme a tutti i "regolari", usufruiscono delle facilitazioni disposte per gli atleti in zona partenza-arrivi e dei posti di ristori, pretendendo finanche di poterr staccare il crono sulla linea di arrivo.

Alcuni organizzatori adesso tendono ad assumere una linea più dura e specificare nei dispositivi di gara che tutti quelli che coorono senza pettorale verranno fermati senza remissione.

In ogni caso, si tratta di un probela difficile da risolvere e che riguarda anche altri sport con figure di "reato sportivo" affini, quali la cessione del proprio pettorale di gara a terzi o la sua falsificazione.

Recentemente, la Commissione disciplinare nazionale federale FCI si è pronunciata, introducendo per simili comportamenti la figura di "reati contrari all'etica sportiva" che possono portare gli infrattori anche al'allontanamento dai teatri di gara per periodi prolungati.

Il consorzio Fivestars League ha accolto con favore la sentenza della Commissione disciplinare nazionale federale Fci che, su sollecitazione del Procuratore Federale Gianluca Santilli, ha squalificato per un anno il vincitore dell’ultima Maratona dles Dolomites Giuseppe Sorrenti Mazzocchi per aver ceduto il pettorale dell’anno prima ad un amico, consentendogli di prendere parte alla Sportful Dolomiti Race 2011 pur non essendovi iscritto.

La sentenza rappresenta un importantissimo passo avanti nella lotta a favore dell’etica e riconosce l’importanza degli sforzi del consorzio FSL in questa direzione.

Ricordiamo, infatti, che il comitato organizzatore della Sportful Dolomiti Race aveva già comminato un anno di squalifica a Sorrenti Mazzocchi per la cessione del pettorale e 5 anni di inibizione a Fabio Tugnoli, colui che usò il finto pettorale (il cui numero era stato ufficialmente assegnato ad un concorrente regolarmente iscritto, diverso da lui) e che il provvedimento era stato esteso alle altre prove FSL.

Ma sono centinaia le persone che ogni anno creano notevoli problemi agli organizzatori sfruttando impropriamente le chiusure delle strade e abusando dei servizi messi invece a disposizione di chi si iscrive regolarmente. La sostituzione

di persona può diventare un grosso problema in caso di incidente e potrebbe creare conseguenze anche sul piano assicurativo.

Solo per fare qualche numero, sono 76 gli amatori che nel 2012 non potranno partecipare alle prove FSL, perché identificati dagli organizzatori come autori di comportamento contrario all’etica sportiva dimostrato nella scorsa stagione: 56 per salto di griglia, 15 per cambio di pettorale (in alcuni casi sono state scoperte vere e proprie staffette lungo i percorsi, altri sono stati scoperti direttamente in ospedale nel momento della verifica della corrispondenza identità-numero di gara), 2 per cessione di chip e 2 per aver gettato le cartacce per terra lungo il percorso, al di fuori delle Ecozone, 1 per omissione di soccorso (aveva investito un passante e poi era scappato).

Nel 2012 i controlli verranno intensificati, grazie anche alla collaborazione delle forze dell’ordine e ad una nuova sensibilizzazione del personale volontario che supporta i vari eventi.

Il prossimo 6 dicembre i membri della Consulta si incontreranno con il Procuratore federale per studiare come applicare un regolamento comune che prenda lo spunto da quello già adottato dal Consorzio FSL.

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27 novembre 2011 7 27 /11 /novembre /2011 20:34

E' quasi tempo di rinnovo dei certificati medici per lo svolgimento dell'attività agonistica. In un documentata nota Claudio Bernagozzi ci spiega perchè nei certificati medici che vengono rilasciati ai runner occorre che, a scanso di contestazioni, venga specificato "per Atletica Leggera", rifuggendo dalla generica voce "podismo".

(Claudio Bernagozzi) Un numero sempre maggiore di manifestazioni di Corsa su Strada accetta il certificato medico agonistico solo se reca la dicitura "Atletica Leggera".  Purtroppo, anche alcune Assicurazioni, in seguito a denuncia di grave infortunio o sinistro, non accettano altre diciture (podismo o altro).
La FIDAL, nelle "Norme per l'organizzazione delle manifestazioni 2011 (ed. 2011 - approvata dal Consiglio Federale il 03.12.2010)", scrive che "Nelle manifestazioni agonistico-promozionali possono partecipare, oltre agli Atleti tesserati alla FIDAL, a Federazioni Straniere ed Enti di Promozione Sportiva (sez. Atletica e nel rispetto delle Convenzioni stipulate tra FIDAL e gli Enti stessi) anche alunni e studenti nell'ambito dell'attività sportiva scolastica".
Chiarisce anche che "Alle manifestazioni di Atletica Leggera di corsa su strada, ove previsto dagli specifici  Regolamenti, possono partecipare anche le persone italiane e straniere (persone straniere nelle sole gare internazionali, in regola con le norme che disciplinano il soggiorno in Italia), non tesserate per Società affiliate alla FIDAL".
Precisa inoltre che "...le stesse saranno provviste dell'apposito cartellino di partecipazione gara, rilasciato direttamente dalla Società organizzatrice della singola manifestazione, limitatamente alle categorie amatori e master, nel rispetto della circolare esplicativa emanata dalla FIDAL", rimarcando che "la loro partecipazione è comunque subordinata alla presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica".
Nel capitolo riservato al "Cartellino di autorizzazione alla partecipazione alle gare su strada per i non tesserati FIDAL" precisa ancora meglio che "... la loro partecipazione è comunque subordinata alla  presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica all'atletica leggera".
Sul cartellino gara è ben evidenziato che "Il sottoscritto XXX YYY dichiara di essere in regola con le disposizioni vigenti in materia di tutela sanitaria delle attività sportive per quanto concerne la certificazione di idoneità prevista per l'atletica leggera, conservata agli atti della società (D.M. 18/02/1982)”.
Sullo stesso piano anche la UISP di Reggio Emilia che, nelle “Regole del Tesseramento” scrive “…. è  obbligatorio indicare sul certificato la disciplina sportiva esatta, l'unica dicitura che vale ai fini assicurativi è quella del “ATLETICA LEGGERA”, altre terminologie (es.: Podismo), possono dare adito a contestazione”.
Nella richiesta UISP di tesseramento l’Atleta dichiara “Allego, copia del certificato medico per l’attività agonistica – atletica leggera, … “ e nel “Vademecum attività 2012” la UISP ricorda ancora  “E’ possibile, il giorno stesso di un evento agonistico/competitivo, eseguire il tesseramento UISP sul campo di gara, previa compilazione di un apposito modulo e consegna di una copia del certificato medico per la pratica agonistica – atletica leggera; altre specialità/sport non sono validi”.
Nota a margine (ma non troppo): lo stesso Ministero della Difesa, nel Regolamento per partecipare al  programma di avvicinamento all’attività Militare chiamato “Vivi le Forze Armate. Militare per tre settimane” tra la documentazione da riprodurre, informa che “All'atto della presentazione presso i reparti/Enti per lo svolgimento della visita medica, gli aspiranti frequentatori dovranno consegnare la  certificazione relativa all'idoneità all'attività sportiva agonistica Atletica leggera e Nuoto per la Marina e per il RGT Lagunari e Atletica leggera per Esercito, Aeronautica e Carabinieri.


Tutta la documentazione riportata la potrete trovare sul sito www.claudiobernagozzi.net.

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21 novembre 2011 1 21 /11 /novembre /2011 09:02

Mezza-maratona-di-Napoli-atleti-in-slalom-tra-i-sacchi-di-r.jpgSono usciti di recente nei media (carta stampata e web) dei servizi sui quintali (o, in alcuni casi, le tonnellate di rifiuti) che si formano in occasione delle grandi maratone metropolitane (come quella di New York, di Londra, Berlino, per citare alcune delle "major") e di come questa eccedente produzione di "monnezza" possa diventare un serio problema.

Ma anche le maratone di minore calibro - quelle che movimentano soltanto alcune migliaia di podisti - portano con sè la produzione e lo smaltimento sia dei rifiuti solidi che gli organizzatori stipano negli apposti sacchi, ma anche - ed è questo l'aspetto meno gestibile - dell'enorme quantità di scorie che i podisti disperdono nell'ambiente, non solo durante la gara, ma anche prima e dopo.

Molti organizzatori di maratone stanno sviluppando una maggiore sensibilità ecosistemica, sulla base dell'esempio vivificante dell'etica di rispetto ambientale che è parte integrante dello Spirito trail.

Un esempio ce lo dà la Trevisomarathon che ormai da quattro stagioni, è impegnata in un progetto di tutela ambientale incentrato sul principio che il gesto sportivo dev’essere abbinato a comportamenti improntati alla massima tutela dell’ambiente. Come? Nelle aree di partenza e d’arrivo, oltre che lungo il percorso della Treviso Marathon, vengono creati dei punti di raccolta differenziata dei rifiuti (carta, plastica, secco, vetro, umido) e i materiali vengono poi smaltiti secondo logiche di massima tutela ambientale.

Gli organizzatori di gare metropolitane (e non) sensibili alle tematiche ambientali si prodigano perchè in corso di gara sia garantita la non dispersione nell'ambiente delle scorie di gare (bicchieri di plastica, incarti di confezioni d'acqua, cartoni, spugne, teli termici a fine gara); si sforzano del pari di tenere pulite e decorose le aree dove sorgono i Marathon Village; spendono più di una parola per esortare i podisti a rispettare l'ambiente e a non disperdere i propri rifiuti.

Queste iniziative lodevoli e necessarie funzionano solo in parte, però, se non si attiva una consapevole collaborazione da parte degli stessi podisti, se ciascuno in altri termini non fa la propria parte.

Bisogna avere la consapevolezza che quando si va a fare una maratona cittadina si è ospiti di quella città e che, come agli ospiti deve essere tributata ogni cortesia, gli ospiti tuttavia devono saper esser cortesi, rifuggendo da qualsiasi comportamento di sprezzo, di noncuranza o vandalico.

Se si va ospiti a casa di amici, non si buttano certo le cartacce, i sacchetti di carta o i mozziconi delle sigarette a terra e ci si comporta rispettosamente nei confronti della casa che ci offrer ospitalità.

Ecco questo dovrebbe essere il principio da seguire: comportati come vorresti che un ospite si comportasse a casa tua. Questo il parametro di riferimento, ineludibile.

Se ciò non accade, è lecito pensare che la casa di chi sporca in giro sia una splonca ingomba di detriti e di ogni genere di rifiuti.

Encomiabile, sotto questo punto di vista, l'organizzazione della Maratona di Palermo (svoltasi il 20 novembre 2011, alla sua 17^ edizione), dopo la quale tutto è stato velocemente rimosso e dove, sulle strade toccate dal percorso di gara, al mattino dopo non erano più visibili tracce delle centinaia di bicchieri e bottigliette di plastica e spugne utilizzate: gli organizzatori, dunque, hanno fatto - e bene - la loro parte.

Invece, nelle strade circostanti, dove molti dei runner avevano parcheggiato l'auto, lo spettacolo indecente  di un campo di battaglia con teli termici disseminati dovunque e tutte le altre scorie che accompagno - purtroppo - il passaggio dei maratoneti nel pre- e nel dopo-gara.

Tutta roba buttata per terra con una noncuranza che sconfina nel disprezzo, in modi che indicano mancanza di civiltà e di buone maniere.

Maratoneti, runner, imparate ad essere più civili e rispettosi! Se non trovate dei luoghi idonei dove conferire i vostri rifiuti a fine maratona, mettete tutti in un sacchetto e portate il tutto nel cassonetto di casa vostra.

Ricordiamo che, per essere un buon corridore, non ci vuole soltanto la capacità di correre bene, e possibilmente veloci, e con costanza, ma occorrono anche delle qualità morali che devono essere costantemente coltivate: tra queste, il rispetto nei confronti degli altri, al primo posto.

Se non c'è questo, corriamo il rischio di fare solo della vuota retorica.

Se non s'impara a metterci il proprio impegno, comportandoci da "responsabili" delle cose e smettendola di attenderci sempre qualcosa da qualcuno (con il supporto del classico pensiero/alibi; "Non tocca a me farlo, c'è qualcuno che è pagato per tenere pulito") non si va da nessuna parte

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2 novembre 2011 3 02 /11 /novembre /2011 07:39

overtraining-injury3.jpgL'overtraining (super- o sovra-allenamento, in Italiano) è in agguato e, in maniera insidiosa, può colpire - senza che se ne rendano conto tutti quegli atleti - agonisti e non - che si impegnano quotidianamente in allenamenti particolarmente pesanti (citiamo a titolo di esempio i triathleti oppure gli ultramaratoneti).

Cosa si intende per overtraining? Si tratta sicuramente di una patologia somatica e psichica da mancato adattamento allo stress e da eaurimento delle risorse fisiologiche e mentali.

Ma prendiamo a prestito la definizione di Marco Siffi, al cui articolo si rimanda, per una lettura più approfondita).

L'overtraining è uno squilibrio dell'allenamento che si verifica quando l'attività fisica praticata è troppo intensa, tanto che l'organismo non riesce, nei tempi di recupero, a eliminare la fatica accumulata. Questo squilibrio adattativo, conosciuto anche come sovrallenamento, provoca un continuo stato di stress psicofisico, che culmina nella staleness syndrome (rifiuto di allenarsi), danneggiando le prestazioni atletiche e rendendo più vulnerabile l'organismo a eventuali infezioni. E'possibile ritenere che un atleta incapace di recupero completo entro le 72 ore dall'impegno fisico massimale sia affetto da sindrome da sovrallenamento. L'overtaining è un fenomeno capace di colpire oltre il 65% degli atleti nel corso della loro carriera competitiva.

Quali ne sono i sintomi? 

Sempre secondo Marco Siffi, citando i più comuni, possiamo avere, da soli o in concomitanza, in costellazioni più complesse:

  • Performance ripetutamente scadenti non spiegabili;
  • Sensazione di affaticamento, dolori muscolari, depressione;
  • Aumentata vulnerabilità alle infezioni e disturbi gastrointestinali;
  • Disturbi del sonno e perdita di peso;
  • Lesioni da sovraccarico;
  • Aumento della frequenza cardiaca a riposo e della pressione arteriosa;
  • Variazioni dell'ematocrito;
  • Modificazioni del tasso di emoglobina;
  • Diminuzione del livello di testosterone;
  • Modificazione del rapporto testosterone/cortisolo a favore di quest'ultimo.
  • Si aggiungono anche le cosiddette "fratture da stress", particolarmente frequenti tra gli atleti e i militari, risultato di sollecitazioni meccaniche ripetute ed eccessive a livello dell'osso, nei runner di lunga lena essendo colpiti soprattutto il metatarsale e il tibiale (si veda l'articolo di D. S. Patel, N. Kapil, M. Rott, Fratture da stress: diagnosi, trattamento e prevenzione, in Minuti, 199, sett. 2011, XXXIV, (, pp. 5-17).

Di fronte ad una sintomatologia, sospettata da "overtraining", non si può nemmeno lontanamente ipotizzare di poter curare la parte ammalata, tralasciando il tutto.

Anche sulla base delle mie personali esperienze, ma anche attigendo dalle mie competenze di psichiatra e psicoterapeuta, ritengo che quando si verificano "incidenti" (che non sono mai semplici problemi meccanici o "guasti" del motore), bisogna essere capaci di vedere "oltre" il "sintomo" e cercare di capire (e accettare) che, se qualcosa non va nella macchina, ciò dipende dal "guidatore" che è in difficoltà o sovraffaticato (overtrained) e ha bisogno di tempi di recupero più lunghi o di uno stacco o di un disambientamento da uno schema di vita divenuto troppo rigido.
Quando si usavano i cavalli come mezzo di comunicazione veloce (oltre all'ordinario servizio postale lento, esisteva anche un sistema di trasporto rapido soprattutto per fare viaggiare dispacci militari ed editti di re e governanti), gli animali lanciati al galoppo potevano reggere per un numero limitato di chilometri, dopo i quali - per mantenere la media dello spostamento - occorreva cambiare cavalcatura in un'apposita stazione di posta e ripartire con un cavallo fresco, ben pasciuto e riposato adeguatamente.
Nelle gare di endurance a cavallo, una delle regole-base impone al cavaliere di controllare periodicamente la frequenza cardiaca del proprio cavallo (a mezzo di fonendoscopio): e quando la frequenza supera un certo range, la regola impone che il cavaliere scenda dalla sella e prosegua al passo, a piedi, accanto alla sua bestia sino a che le pulsazioni entrano nel range di accettabilità di tale parametro.
Il rischio, se non si segue tale procedura, è che il cavallo schianti a terra morto.
Per tornare a noi, bisogna saper leggere i segnali e saperli interpretare nel modo giusto e non cadere nella trappola di considerarli soltanto fastidiosi inconvenienti meccanici che con terapie mirate e locali possono essere rimossi.
Il disagio nel "guidatore", che è a monte, produrrà sempre nuovi sintomi limitanti o continuerà ad intensificare quello su cui cerchiamo di agire, inevitabilmente, in un gioco "simmetrico", potenzialmente senza fine oppure sino a quando non si verifchi una "rottura" di grave entità o invalidante.
Sino all'eventuale rottura.
Se si accetta la limitazione che il nostro corpo ci impone e si è capaci di fermarsi e di riconvertirsi transitoriamente ad attività più pacate e maggiormente "sostenibili", in quanto tengono conto del nuovo limite, il sintomo probabilmente - e anche abbastanza rapidamente svanirà, grazie anche alla cosiddetta vis sanatrix naturae, riportandoci ad una condizione di equilibrio dalla quale sarà possibile ripartire.

Il caso che segue che Pebbe Carella, triathleta e laureando in Scienze Motorie, ha postato nel Gruppo di discussione Facebook La resistenza mentale nelle ultramaratone e nell'endurance in genere è veramente paradigmatico.

Eccolo

 

Ovetraining: andata e ritorno dall'inferno

(Beppe Carella) Pratico triathlon a livello amatoriale (nuoto-bici-corsa) ma non mi sono mai cimentato nel tanto agognato Iron Man (3,8 km, 180 km, 42 km). Circa 7 anni fa mi sono imbattuto nel peggiore dei guai per un atleta. Tutto è cominciato con uno stiramento ad un tendine, stop forzato e tanto nervosismo. La voglia di riprendere e recuperare la forma persa mi mise letteralmente ko! Non me ne rendevo conto, mi allenavo sempre di più e mi sentivo sempre più teso e demotivato fino a quando alla fine di ogni allenamento avevo 40 °C di febbre. Un bel giorno non riuscivo ad alzarmi dal letto, non avevo forza nelle gambe con sensazione di migliaia di spilli nei muscoli e 35,2 °C di temperatura con costante presenza di fascicolazioni per tutto il corpo ( i muscoli si muovevano per conto loro). Dopo settimane di riposo forzato la situazione migliorava ed io riprendevo gli allenamenti. Punto e a capo, anzi i disturbi erano più forti. Girai medici, specialisti, fino a quando mi fu diagnosticata la spasmofilia e/o fibromialgia. Un direttore di un centro di medicina dello sport mi disse che dovevo veicolare la mia energia altrove e non alla disciplina sportiva che amavo tanto, mi suggerì di riprendere gli studi quando avevo 35 anni. Sicuramente c’era un interessamento fisico, biologico ma lo stato emotivo era fortemente coinvolto. Qualcuno ha definito tale situazione come disagio “somatopsichico”. Sospendere gli allenamenti per uno sportivo è come voler fermare un treno in corsa, tutta quella energia da qualche parte deve sfogarsi. Nel mio caso l’energia prodotta giornalmente anziché manifestarsi esternamente con le sedute di allenamento, implodeva con la mia angoscia. Erano passati diversi mesi senza allenarmi, dovevo ritornare ai banchi di scuola e non la presi bene la cosa ma stranamente fui sorpreso quando superai a pieni voti il test di ingresso al corso di laurea in scienze motorie.
Sono passati alcuni anni, mi sento benissimo, le fascicolazioni non le ho più da tempo, ho ripreso ad allenarmi, ho migliorato il mio stato di forma pre-infortunio e sto per laurearmi, manca solo la tesi (Motivazione ed aspetti psicologici per gli sport di endurance). Credo di aver vinto io.
Non sono un ultramaratoneta ma l’overtraining può colpire chiunque.

 

Aggiunge Beppe Carella, a conclusione delle sue riflessioni: Desidero che il mio contributo possa essere condiviso affinchè possa essere evitata la mia odissea qualora si presentassero i sintomi da parte di qualcuno. L'overtraining è subdolo, non bussa alla porta e non si presenta come uno stiramento o strappo muscolare. Può comparire anche dopo alcuni giorni da un evento e/o periodo di carico estremo. L'abbassamento delle mie capacità fisiche mi mise nella condizione di "subire" stress di poco conto: alzarmi dal letto per andare al lavoro, rispondere al telefono che squilla, vedere un film d'azione, organizzare la giornata e perfino osservare la gente che attivamente ed energicamente lavorava.

Vedevo la mia vita dietro un vetro opaco e per fare cose semplici dovevo ripetere mentalmente ogni passaggio (chiamo l'ascensore, apro la porta, chiudo la porta, quale piano?, l'ascensore si muove, ... e coì via).

E' stata davvero dura...

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24 ottobre 2011 1 24 /10 /ottobre /2011 00:12

Atleti-2-8894.JPGSilvana Cantone (ASD Trinacria Palermo) parteciperà il prossimo novembre alla 28^ edizione della Maratona di Firenze. Dopo molte gare su strada brevi e la stagione trail 2011, questa sarà la sua terza maratona - una delle quali a Barcellona.

Di seguito, una sua pagina di riflessioni sul suo percorso "verso Firenze": la corsa di lunga lena come progetto di rifondazione e di ancoraggio dalle instabilità...

Il posto può essere letto integralmente nel sito della ASD Trinacria Palermo cui si rimanda.

(Silvana Cantone) Improvviso e forte, dopo tanto trail,  il richiamo della strada, delle lunghe distanze, degli allenamenti al limite delle proprie energie, fisiche e psicologiche, delle sfide audaci, del mettersi in gioco per conseguire mete lontane nel tempo, difficili e al contempo necessarie. Non un tradimento della corsa in natura, solo una temporanea sospensione.

Prepotente in un determinato momento della mia vita è stato il desiderio o, per meglio dire, l’esigenza di cimentarmi nuovamente in una maratona, ma questa volta non solo sulla scorta dell’improvvisazione e dell’entusiasmo, bensì attraverso un programma, seppure flessibile e moderato, che mi consentisse quantomeno di affrontare la gara senza rischio infortuni, cercando di vivere le sensazioni e le emozioni uniche che solo la “gara regina” sa offrire.

Preparare una maratona è come iniziare un viaggio, un percorso del nostro essere alla ricerca di sè , spesso in lotta con le nostre fragilità e insicurezze, solo a volte in armonia con il mondo e con gli altri.

Non saprei dire con precisione quando è cominciato il mio, ma credo di sapere perché. A volte la vita ci pone in circostanze particolarmente difficili, ci sottopone a prove per cui la nostra preparazione non è mai sufficientemente adeguata, ci circonda di instabilità, ci disorienta ed è proprio in questi momenti che forse si avverte più urgente e insopprimibile il bisogno di darsi una direzione, una rotta, una meta.

Fissare un obiettivo, alto, impegnativo, che chiami a raccolta le nostre parti migliori, verso il quale dirottare aspettative, ambizioni, risorse e volontà [...]

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19 ottobre 2011 3 19 /10 /ottobre /2011 15:00
Campionato-del-mondo-100-km-2011-Winschoten 6002  Campionato-del-mondo-100-km-2011-Winschoten 6008

Abbiamo seguito in Ultrasport la 100 km delle Alpi e l'Ultramaratona Città di Fano.

Se la 6 ore ha avuto la partecipazione di atleti di levatura nazionale (come Marco Boffo e e Francesca Marin, entrambi reduci dall'esperienza di Winschoten), la 24 ore - pur valida come Campionato italiano FIDAL, assouti e master, di specialità, ha visto pochi atleti specilizzati nella 24 ore (a parte Tallarita che ha utilizzato la gara marchigiana come banco di prova per la sua prossima impresa 10X100km).

Alla 100 km delle Alpi, invece, erano presenti ben pochi atleti di levatura nazionale.

Deludente tuttavia il fatto che in questo importante appuntamento di fine stagione (ancora più importante visto che il Campionato del Mondo 2012 si celebrerà a Seregno in aprile, con l'esclusione di fatto di altre ultramaratone italiane di prestigio come banco di prova nella marcia di avvicinamento al Mondiale) fossero praticamente assenti gli azzurri e gli atleti di ultramaratona di interese nazionale (i cosiddetti "ultratop") che avrebbero bene potuto testarsi anche su una distanza inferiore (i 50, o i 60 o 70 km km), mentre in larga maggioranza hanno preferito risparmiarsi oppure impegnarsi in gare più renumerative (maratone e altro).

Vedi, ad esempio, un Marco D'Innocenti (ritiratosi a Gibilterra e a Winschoten) che ha partecipato alla Maratona D'Annunziana di Pescara, classificandosi primo. Oppure un Francesco Caroni (pure con due ritiri all'attivo ai mondiali di Gibilterra e di Winschoten, anche se ha fatto bene a Connemara) che ha optato per l'Ecomaratona del Chianti, proprio a casa sua, clasificandosi terzo.

Alcuni altri atleti, pur presenti alla vigilia a Saint Vincent per un raduno "azzurro", hanno preferito non correre.

Chissà perchè.

Correre una 100 adesso - anche al risparmio, andando cioè a bassi regimi o facendo un semplice test - avrebbe potuto essere un'ottima occasione di riscatto per i tanti non finisher al recente Mondiale di Winschoten, dove molti - troppi - hanno gettato la spugna alle prime avvisaglie di sofferenza, senza nemmeno provarci a rimanere in gara stringendo i denti e salvando in qualche maniera il team da un naufragio totale (per quanto riguarda soprattutto la squadra maschile).

Sembra a molti appassionato che seguono le vicende dell'ultramaratona italiana che gli atleti di interesse nazionale abbiano la discutibile tendenza ad eludere gli impegni di ultramaratona che, secondo loro, sono gli unici ad avere validità nel processo di selezione, soprattutto quando nella rosa degli atleti da selezionare nel prossimo mondiale ce ne sono tanti - troppi - che hanno al loro attivo uno (o addirittura due ritiri) nei precedenti appuntamenti mondiali.

Sarebbe discutibile vedere questi atleti selezionati al prossimo mondiale di Seregno, a scapito di altri che, finendo le gare di 100 km cui hanno partecipato (consideriamo anche i valentissimi italiani che a Winschoten hanno corso la gara open o il Campionato Master) o di altri atleti presenzialisti in molte dei più appuntamenti italiani dimostrano di possedere indubitabilmente tempra e carattere.

Il paradosso sarebbe quello di vedere esclusi dalla rosa degli "eletti" a partecipare al Mondiale atleti di valore e di ottimo temperamento a favore di altri che hanno indossato la maglia azzurra ma non non sono stati in grado di onorare l'impegno e che, per di più, in quelle gare italiane, potrebbero rimettersi in gioco, dimostrando il proprio valore compromesso, invece latitano.

Dovrebbe essere ben chiaro anche ai selezionatori (sarebbe auspicabile che questi ultimi dessero prova di tale consapevolezza) che far parte della nazionale azzurra non è un diritto che una volta acquisito diventa intoccabile, ma che è il riconoscimento di un merito conquistato sul campo.

Essere un ultramaratoneta azzurra comporta dei doveri e fegli obblighi e, soprattutto, il rispetto di un'etica di comportamento, magari con una maggiore irregimentazione da parte dei tecnici che li seguono.

Così, con queste clamorose latitanze, sembrano essere piuttosto dei cani sciolti.

Come fare a costruire un vero spirito di squadra in queste condizioni?

La risposta agli addetti ai lavori.

 

Foto di Maurizio Crispi. Al Mondiale di Winschoten 2011, poco prima della partenza. A sinistra: Marco D'Innocenti. A destra, dalla sinistra: Emanuele Evangelisti, Moemy Gizzi e Sonia Ceretto

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  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
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Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

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Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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